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Parashat Nizzavim

[1] "Voi siete presenti tutti quanti oggi dinanzi al Signore vostro D-o…" (Deuteronomio XXIX, 9)

"Voi siete presenti: ci insegna che Moshè li ha radunati dinanzi al Santo Benedetto Egli Sia nel giorno della sua morte, per farli entrare nel patto" (Rashì in loco)

[2] "E non solo con voi io stabilisco questo patto e questo anatema, ma con quelli che sono qui con noi oggi presenti davanti al Signore nostro D-o, e con quelli che non sono qui con noi oggi". (Deuteronomio XXIX, 13-14)

"e con quelli che non sono qui: persino con le generazioni che verranno in futuro" (Rashì in loco citando il Midrash Tanchumà)

[3] "le [colpe] nascoste sono per il Signore nostro D-o, e le [colpe] manifeste sono per noi ed i nostri figli in eterno, per mantenere tutte le parole di questa Torà" (Deuteronomio XXIX,28)

"ha messo i punti [sopra le lettere di] ‘per noi ed i nostri figli’ per insegnare che persino per le [colpe] manifeste non ha colpito la collettività fino a che non hanno passato il Giordano, (TB Shanedrin 43) da quando [cioè] hanno preso su di loro il giuramento sul Monte Gherizim e sul Monte Eval e sono diventati garanti l’uno dell’altro (TB Sotà 37)". (Rashì in loco)

[1] Abbiamo detto all’inizio del libro di Devarim che esso si svolge per intero nelle ultime cinque settimane di vita di Moshè. Siamo ora giunti all’ultima giornata del più grande Maestro d’Israele nella quale, così come ci insegna Rashì, egli radunò l’intero popolo per stipulare in forma definitiva il patto con il Signore. Sebbene ci troviamo in un momento storico del tutto particolare (il popolo si trova all’ingresso nella Terra d’Israele) non si capisce bene a che cosa serva questo patto: il popolo ha già stabilito il patto con il Signore nel Sinai e lo ratificherà sui monti Gherizim ed Eval non appena entrato nella Terra d’Israele.

Dobbiamo tenere presente che Moshè sa di essere nelle sue ultime ore di vita. In genere le ultime parole di uomo sono ricordate e rispettate: Moshè sceglie di insegnare proprio in questo momento due aspetti del patto sinaitico che gli sembrano necessari per la trasmissione del patto, ossia per la trasmissione della Torà. Questi due aspetti sono così particolari da caratterizzare l’intera Torà e forse possiamo dire che stipulando queste due condizioni del patto stiamo, in realtà, stipulando un "patto intero".

Ma vediamo queste condizioni:

In un sistema di pensiero come quello ebraico che è senza dubbio un "pensiero legale" fa una certa impressione vedere che le "clausole" che Moshè stabilisce in punto di morte siano così lontane dal nostro concetto di "legalità". Come possiamo dire che una persona non ancora nata è vincolata da un patto che hanno fatto i genitori? Come possiamo quindi sentirci impegnati per un patto fatto quattromila anni fa dai nostri antenati? Come facciamo a dire che ogni ebreo è responsabile per le azioni degli altri ebrei?

Per capirci qualche cosa dobbiamo innanzi tutto dividere i due problemi: ognuna di queste due "clausole" si ricava da un verso a parte.

[2] Parliamo prima dell’ereditarietà del patto. Per quanto strano, ognuno di noi è tenuto ancora oggi ad osservare le mizvot per via del patto stipulato sul Sinai dai nostri avi: dal punto di vista legale ebraico non c’è niente che una persona nata ebrea possa fare per rendersi esente dal rispettare le mizvot. Certo ognuno può comportarsi come meglio crede ma non può evitare di essere considerato, dal punto di vista legale ebraico s’intende, vincolato dal patto di aderenza alle leggi della Torà.

Per capire come ciò sia possibile possiamo ricorrere al noto midrash che vuole che tutte le anime degli ebrei passati presenti e futuri si trovassero sul Sinai, in questo senso ognuno di noi si trovava sul Sinai e ha personalmente stipulato un patto che deve mantenere.

C’è’ però un passo talmudico che ci può offrire qualche interessante e diverso punto di vista:

"[al bambino che si trova nell’utero materno] gli viene insegnata l’intera Torà…ma nel momento in cui esce all’aria del mondo un angelo lo colpisce sulla bocca e gli fa dimenticare l’intera Torà…ma [il bambino] non esce di lì fino a che non gli viene fatto giurare… E qual è il giuramento che gli viene fatto giurare? ‘Sii giusto e non malvagio, e persino se tutto il mondo intero ti dice che tu sei un giusto, sii ai tuoi occhi come un malvagio. Sappi che il Santo Benedetto Egli Sia è puro, i Suoi servi sono puri e l’anima che ha posto in te è pura. Se la conserverai in purità bene, altrimenti te la leverò’." (TB Niddà 30b)

Ogni uomo ha un compito nella sua vita: la sua esistenza è finalizzata a quel compito. Il compito primo di ogni ebreo è quello di osservare la Torà. Già nell’utero quindi veniamo preparati a questo compito e giuriamo di essere giusti. È interessante notare che l’aver imparato tutta la Torà (seppure per poi dimenticarla) fa si che il nostro studio della Torà sia in realtà un riscoprire ciò che già sapevamo. Già dalla nascita siamo quindi predisposti al nostro compito, allo studio della Torà. La risposta alle perplessità sulla validità di un patto stipulato dai nostri avi è quindi il fatto che la nostra esistenza è preparata dallo studio nei nove mesi di gestazione e condizionata dal nostro giuramento in punto di nascita.

Un ebreo non nasce se non si è impegnato ad osservare la Torà.

[3] Una volta nati però scopriamo che siamo non solo tenuti ad osservare la legge ma anche ad essere garanti per i nostri fratelli ebrei. Il verso da cui ciò si impara è forse un po’ oscuro e forse ancora di più lo è il commento di Rashì in loco. Il verso (citato all’inizio al punto [3]) indica che noi ebrei siamo collettivamente responsabili delle trasgressioni pubbliche degli altri ebrei. Le colpe nascoste le conosce solo D-o, la responsabilità per queste è quindi del singolo peccatore. La collettività è però responsabile per ciò che accade pubblicamente. Eppure noi sappiamo quanto sia difficile, soprattutto oggi, per chi osserva le leggi della Torà riprendere coloro che osservanti non sono.

È sempre il Talmud che ci può offrire qualche idea: lo spunto è un verso di Ezechiele nel quale gli angeli deputati alla distruzione entrano in Gerusalemme e D-o dice loro di scrivere una lettera "tav" sulle fronti dei giusti.

Il Talmud ricostruisce:

"Disse il Santo Benedetto Eli sia a [l’angelo] Gavriel: ‘Vai e segna sulle fronti dei giusti una [lettera] "tav" di inchiostro affinché gli angeli della distruzione non abbiano potere su di loro; e sulle fronti dei malvagi una [lettera] "tav" di sangue affinché gli angeli della distruzione abbiano potere su di loro’. Disse l’attributo della Giustizia [di D-o] dinanzi al Santo Benedetto Egli Sia: ‘Padrone del Mondo che differenza c’è tra gli uni e gli altri?’ [D-o] gli disse: ‘questi sono completamente giusti e questi sono completamente malvagi’. Disse dinanzi a Lui ‘Padrone del Mondo [i giusti] avevano la possibilità di protestare [contro i malvagi] e non hanno protestato!’. [D-o] gli disse: ‘È rivelato e risaputo dinanzi a Me che se avessero protestato [i malvagi] non avrebbero accettato da loro [una protesta]’. Disse dinanzi a Lui: ‘Se [ciò] era rivelato davanti a Te, a loro [ai giusti] era rivelato?" (TB Shabbat 55a)

In questo tutt’altro che rassicurante passo si verifica uno dei numerosi ipotetici discorsi tra D-o ed uno dei Suoi attributi. Qui è la Giustizia Divina che "convince" D-o del fatto che anche i giusti sono colpevoli per non aver protestato contro i malvagi. A nulla vale il fatto che D-o sappia che anche se i giusti avessero protestato i malvagi non avrebbero cambiato di una virgola il loro comportamento. Il non riuscire non esime dal provare: i giusti non hanno diritto di pensare che i malvagi non accetteranno il loro rimprovero. Solo D-o lo sa.

In questa luce possiamo tornare al verso segnato con [3] ed al commento di Rashì in loco. Abbiamo visto come ognuno sia responsabile per il comportamento del prossimo e Rashì ci dice che questo vale solo da dopo l’ingresso nella Terra d’Israele. Lo impariamo da una stranezza "grafica", ossia dal fatto che sopra le lettere di "per noi ed i nostri figli" vi sono dei puntini (un punto sopra ogni lettera). Il popolo ebraico è chiamato "primizia", così come la Torà stessa. Dobbiamo capire che il rapporto tra due "primizie" va ben oltre le ciò che ci aspettiamo. Perché questo rapporto si mantenga ci vogliono degli accorgimenti particolari: è necessaria la progressione del messaggio Divino per mezzo della ereditarietà del patto ed è necessario un impegno che è sì individuale ma che comporta una responsabilità nei confronti di tutto il popolo.

Ci avviciniamo al giorno di Rosh Hashanà nel quale tutti verremo giudicati dal Tribunale del Santo Benedetto Egli sia. Nel suo ultimo giorno di vita terrena, Moshè nostro Maestro ci insegna delle cose che ci possono aiutare nel giorno che segna invece il primo giorno di vita del primo Uomo.

Il giorno di Rosh Hashanà verremo iscritti nei libri della vita e della morte (cfr. "tav" di inchiostro, "tav" di sangue). Abbiamo visto come ognuno abbia giurato di non considerarsi come un giusto ma d’altronde i Maestri ci insegnano anche di non vederci mai come malvagi completi. È forse più giusto vederci come persone "medie".

Noi non siamo né completamente giusti né completamente malvagi. Allora ascoltiamo coloro che ci rimproverano per la nostra condotta e rimproveriamo coloro che non si comportano bene.

Se coloro che sono un po’ più giusti rimprovereranno e coloro che sono un po’ meno giusti ascolteranno il rimprovero, D-o potrà zittire il Suo attributo della Giustizia inscrivendoci tutti nel Libro della Vita.

Shabbat Shalom e Tikatvu Besefer Haim Tovim

 

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