Parashat Ki-Tavò
"[1]…un arameo voleva distruggere mio padre. Lui scese in Egitto, e ci abitò con pochi uomini, lì divenne una grande nazione, forte e numerosa. [2] Gli egiziani ci perseguitarono e ci afflissero, e posero su di noi una dura schiavitù. [3] E gridammo al Signore D-o dei nostri padri ed il Signore ascoltò la nostra voce, e vide la nostra afflizione, il nostro travaglio e la nostra oppressione. [4] Ed il Signore ci fece uscire dall’Egitto, con mano forte e con braccio disteso, con grande spavento, con segni e con prodigi. [5] E ci condusse in questo luogo, e diede a noi questa Terra, una Terra stillante latte e miele…" (Deuteronomio XXVI, 5-9)
Questo brano, che si trova nella prima chiamata della Parashà, è un brano del tutto particolare ed è molto conosciuto in quanto costituisce il corpo principale della Haggadà di Pesach.
La recitazione della Haggadà di Pesach avviene in ottemperanza al comando Divino di raccontare la storia dell’uscita dall’Egitto, secondo il verso "E racconterai a tuo figlio in quel giorno dicendo: ‘Per via di questo, il Signore mi fece quando uscii dall’Egitto’ ". (Esodo XIII, 8)
Il Malbim ci offre uno splendida spiegazione sulla struttura della Haggadà. Egli sostiene che l’intero testo della Haggadà di Pesah vada diviso in sei parti in corrispondenza delle sei parti in cui egli divide lo stesso verso che ci obbliga a narrare la storia dell’uscita dall’Egitto: "E racconterai a tuo figlio / in quel giorno / dicendo: / ‘Per via di questo, / il Signore mi fece / quando uscii dall’Egitto’ ".
Risulta che il brano citato dalla nostra parashà ed i suoi commenti costituiscono la terza parte corrispondente alla parola "dicendo". L’ignoto redattore della Haggadà ha già spiegato l’obbligo di narrare l’esodo ("E racconterai a tuo figlio" con il brano "Avadim" ed i brani dei 4 figli) e il momento ed il modo in cui l’obbligo va ottemperato ("in quel giorno" con il brano "Iachol me rosh hodesh") ed ora passa al racconto vero e proprio esponendo ed analizzando dettagliatamente il brano della nostra Parashà.
Il brano comincia con una grossa apparente incongruenza. Il primo dei cinque versi in questione associa la discesa di Jakov in Egitto con il tentativo di Labano (l’arameo) di distruggerlo mentre nel testo della Genesi non c’è continuità né temporale né logica tra i due fatti. Forse proprio per questo la Haggadà introduce l’intero passo dicendo "Esci e impara quello che Labano l’arameo voleva fare a Jakov nostro padre. Poiché il Faraone non aveva decretato che [la morte] dei maschi, mentre Labano voleva distruggere tutto…"
L’Haggadà sostiene quindi che il passaggio logico vada ricercato nel fatto che Labano ed il Faraone erano associati nel tentativo di distruggere Israele. Paradossalmente è più pericoloso Labano che voleva trattenere presso di lui Jakov impedendogli così di dar vita al popolo ebraico. O forse il tentativo di Labano di assimilare Jakov dà il via ad una catena di eventi che porta alla schiavitù egiziana, dimostrazione storica della impossibilità di assimilare Israele. È da notare che entrambe le persecuzioni corrispondono ai due momenti di "boom-demografico" di Israele. In Mesopotamia, da Labano, Jakov passa dalla solitudine ad una famiglia con quattro mogli, undici figli ed una figlia, mentre in Egitto si passa dalle settanta anime scese con Jakov ai seicentomila dell’esodo.
L’attento esame dei commenti che l’Haggadà ci offre su questi versi, non fa che confermarci come essi siano veramente appropriati per servire da testimonianza spiegando alle generazioni future la dinamica ed il significato dell’esodo.
Abbiamo finora trattato questi versi come se la loro funzione primaria fosse quella di servire come testo per la sera del Seder ma in realtà essi vengono utilizzati dalla Torà per tutt’altro scopo. Per quanto strano possa sembrare, la Torà non cita il brano in questione assieme all’obbligo di raccontare l’esodo, ma come dichiarazione che viene richiesta al contadino ebreo che si accinge a presentare le primizie al Bet-Amikdash, al Santuario.
Abbiamo già parlato della centralità delle primizie nel culto del Santuario. Nel mondo, che secondo i Maestri è creato per le cose chiamate "primizie" (cfr. Rashì Genesi I,1), il popolo d’Israele (la primizia dei popoli) presenta le primizie vegetali della Terra d’Israele (la primizia delle terre) nel Santuario di Gerusalemme (la "primizia territoriale" della Terra d’Israele) in ottemperanza alle leggi della Torà (chiamata nei Proverbi "primizia / principio della Sua strada"). Secondo la Torà è infatti un obbligo presentare le primizie delle sette specie di frutta per cui è rinomata la Terra d’Israele. La Torà prevede altresì che il contadino, nel momento in cui consegna l’offerta al Sacerdote, riassuma la storia del popolo d’Israele con questa formula.
Se lo scopo ultimo della Creazione è il fatto che il contadino ebreo prelevi le primizie per il Santuario, risulta evidente che tutta la storia ebraica che conduce alla conquista della terra d’Israele ed alla costruzione del Santuario è funzionale a questo fine.
L’utilizzare lo stesso passo per due atti apparentemente non connessi crea un profondo legame tra questi.
I due momenti dell’anno in cui lo stesso passo viene utilizzato corrispondono ai due estremi della storia d’Israele. Da una parte ci sono la persecuzioni di Labano prima e del Faraone poi ricordate nella sera di Pesach e dall’altra c’è la spiritualità della vita nella Terra d’Israele celebrata con la presentazione delle primizie nel Santuario. Esilio (golà) e redenzione (gheulà, la vita indipendente in Israele), due realtà opposte ma complementari nel servizio Divino. In mezzo ai due c’è il deserto con al centro il Monte Sinai ed il dono della Torà in una situazione che non è né di esilio né di redenzione. La distribuzione geometrica di questi concetti coincide in maniera straordinaria con un altro passo della nostra Parashà.
Moshè dispone infatti la cerimonia che dovrà essere eseguita appena dopo l’ingresso nella Terra. Sei tribù si troveranno sul Monte Gherizim (su cui viene posta la benedizione) e sei sul Monte Eval (su cui viene posta la maledizione). I Sacerdoti e l’Arca in cui è contenuta la Torà si troveranno nel centro della valle che è tra i due monti. Moshè spiega poi qual è il testo del patto che deve essere stipulato all’ingresso nella Terra.
La Torà ci mette in guardia: se seguiremo le mizvot riceveremo benedizione altrimenti maledizione. La Torà si trova "geometricamente" in posizione equidistante.
Lo "yezer arà", la nostra indole maligna, che ci porta a trasgredire la Torà, è parte integrante di questo mondo. Noi abbiamo il dovere di utilizzare anche questa nel servizio Divino. Nello Shemà la parola "tuo cuore" è scritta con una strana forma. Non è scritto "libbechà" ma "levavechà". Nei caratteri ebraici senza vocalizzazione della Torà, questa differenza consiste nella sola aggiunta di una "bet" (valore numerico due) che Rashì commenta come "con le tue due indoli, [quella del bene e quella del male]". La sfida è quindi amare il Signore anche con l’indole maligna.
I più attenti avranno notato come il quinto verso del brano che abbiamo riportato all’inizio non figuri nella Haggadà di Pesah. Esso infatti rappresenterebbe una incongruenza in un momento di esilio come il nostro. I Maestri lo hanno pertanto omesso dal testo. Rimangono quattro versi che ben si incastonano nella sera del Seder nella quale tutto è quadruplice: quattro figli, quattro bicchieri, quattro verbi di redenzione. Ed anche i nostri quattro versi.
Noi speriamo però di poter tornare a presentare le primizie al Santuario. Allora potremo aggiungere il quinto verso, potremo discutere dell’esodo con il quinto figlio, quello così assimilato da essere assente la sera del Seder e berremo dal quinto calice, il calice di Elia che annuncia la Redenzione, presto ed ai nostri giorni.
Shabbat Shalom
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