Parashat Ki-Tezè
"Se un individuo avrà commesso un delitto passibile di pena di morte e sarà stato giustiziato, lo appenderai ad un albero. Ma il suo cadavere non lo dovrai far pernottare sull’albero, lo dovrai seppellire lo stesso giorno, poiché il cadavere appeso è una maledizione di D-o e tu non renderai impuro il territorio che il Signore tuo D-o sta per darti in retaggio". (Deuteronomio XXI, 22-23)
"È una maledizione di D-o: è disprezzare il Re. Poiché l’uomo è fatto ad immagine del suo Creatore, ed Israele sono [chiamati] suoi figli. Si può paragonare a due fratelli gemelli che si assomigliavano l’un l’altro, uno divenne principe e l’altro divenne ladro e fu impiccato e chiunque lo vedeva diceva: ‘È stato impiccato il principe.’" (Rashì in loco)
Una Parashà con un così gran numero di mizvot (7 comandi positivi e 47 divieti secondo il Rambam) ci offre l’occasione per una riflessione generale sul nostro codice legale.
Rav Shimshon Refael Hirsh sostiene che la differenza tra Torà e gli altri codici legali sta nel fatto che il popolo d’Israele ha ricevuto la legge nel deserto. Hirsh ricorda come le leggi dei goim siano il risultato della cultura di vita di un popolo in un determinato momento storico ed in una determinata collocazione geografica.
La Torà invece, che è valida in ogni luogo ed in ogni tempo, (seppur con un particolare accento sulla centralità della Terra d’Israele), viene regalata (sic) da D-o ad Israele nel deserto. Questo perché l’accettazione del "giogo del regno del cielo" (nelle parole dei Maestri l’accettazione assoluta del dominio di D-o e l’accettazione della Sua legge) è un fatto assoluto che non lascia spazio a nient’altro.
In questo senso è il noto commento che spiega il perché del dono della Torà proprio nel deserto dicendo che solo colui che fa di se stesso un deserto può ricevere la Torà. Forse è proprio qui la vera differenza tra la Torà e gli altri codici legali: il più grande dei Maestri (ed i Maestri sono anche giudici) deve accettare il fatto che deve svuotare se stesso per fare spazio alla Torà.
Ma c’è un altro fatto che caratterizza la Torà rendendola unica. Se è vero che un codice legale è un patto sociale tra i vari membri della società, nell’ebraismo la legge viene imposta (cfr. Rashì su Esodo XIX, 17) dal Signore che, Creatore della società stessa, interagisce con essa giornalmente. Interagendo con la società, ed in particolare con la società ebraica, il Signore pretende da noi un comportamento retto che vada oltre i rapporti con il prossimo ma che tenga anche conto della Presenza della Divinità che risiede in mezzo ai figli d’Israele. Non ci deve perciò stupire che la nostra Parashà, alterni regole "civili" a regole "religiose". Tale distinzione, che spesso noi facciamo, nella Torà non esiste.
Facciamo qualche esempio:
La Torà non manca di regolare uno dei momenti più delicati della vita di un popolo: la guerra. Nei primi versi leggiamo gli ammonimenti che essa ci dà circa il comportamento da tenere nei confronti dei prigionieri e soprattutto delle prigioniere. Ancora oggi ogni guerra si trasforma in occasione di violenze e stupri. La Torà permette al soldato ebreo la prigioniera, ma per averla egli deve eseguire un determinato procedimento che, passando per la conversione, la eleverà al rango di moglie. Egli non potrà approfittarsi di lei per poi farla tornare in schiavitù: in caso di divorzio questa sarà libera.
La Torà comanda inoltre l’esenzione dal servizio militare per lo sposo nel primo anno di matrimonio.
Queste regole, la cui profondità morale è comprensibile (almeno superficialmente) a chiunque e che potrebbero figurare in qualsiasi legislazione moderna, sono accompagnate, a distanza di pochi versi da altre due regole "militari" che difficilmente troverebbero spazio nei codici delle altre genti.
Il motivo è citato immediatamente: "Poiché il Signore tuo D-o cammina in mezzo al tuo accampamento per salvarti e per consegnarti il tuo nemico, perciò il tuo accampamento sarà santo, così che il Signore non veda alcuna cosa sconcia e si ritragga da te". (Deuteronomio XXIII, 15)
E’ interessante notare come la Torà computi la pala assieme all’armamento. Infatti il successo militare d’Israele dipende sì dall’iniziativa umana (è proibito basarsi sul miracolo) ma anche e soprattutto dal supporto Divino. Il successo militare è concesso da D-o che però vuole la nostra partecipazione. Questa partecipazione è regolata dalle mizvot della guerra tra le quali figura sì l’obbligo di impugnare le armi tradizionali e combattere, ma anche l’obbligo di usare armi spirituali volte a consentire l’intervento Divino. Le armi dello spirito sono poi gesti profondamente materiali. Noi dobbiamo fisicamente coprire gli escrementi e fisicamente uscire dall’accampamento se in stato di impurità per mantenere l’accampamento stesso in uno stato di purità.
Le regole della guerra sono solo uno dei tanti esempi. Il punto è che l’alachà, il codice legale ebraico, è ben più di una legge. Essa significa "cammino": è il cammino dell’uomo dinanzi al Signore ma è anche il cammino di D-o in mezzo ad Israele.
Possiamo trovare un altro spunto interessante nell’accostamento di due mizvot apparentemente scollegate. Nei versi 6 e 7 del capitolo XXII la Torà ci dà la mizvà del "kan zippor", "il nido dell’uccello". Si tratta del divieto di prendere i piccoli da un nido alla presenza della madre. La Torà ci comanda di allontanare prima la madre se vogliamo prendere la nidiata.
Questa mizvà è famosa per la severità dei Maestri nei confronti di coloro che dicono che essa è un atto di misericordia di D-o. Vediamo come affronta il problema il trattato di Berachot (TB Berachot 33b; le parti in grassetto sono la traduzione letterale, le altre sono inserite per rendere più facilmente comprensibile il testo originale).
Mishnà: "Colui che dice pregando ‘la tua misericordia arriva sino al nido dell’uccello’ oppure ‘per il bene è ricordato il tuo nome’ o ‘Noi ti rendiamo grazie, noi ti rendiamo grazie’; in tutti questi casi lo si zittisce".
La Mishnà si riferisce al periodo in cui le preghiere non seguivano un testo fisso ma erano composte dall’officiante di turno e ci mette in guardia dal formulare alcune preghiere. La Ghemarà ci spiega il motivo:
Ghemarà: "E’ comprensibile perché si debba zittire colui che dice ‘Noi ti rendiamo grazie, noi ti rendiamo grazie’ perché sembra che ringraziamo due divinità; ed anche perché si debba zittire colui che dice ‘per il bene è ricordato il tuo nome’ poiché indica che loda D-o per il bene e non per il male, mentre noi abbiamo imparato nella Mishnà [ivi 54a] ‘l’uomo è tenuto a benedire per il male così come benedice per il bene’. Ma per colui che dice ‘la tua misericordia arriva sino al nido dell’uccello, qual’è il motivo per cui lo si zittisce?" Disputano su ciò due amoraim [Maestri della Ghemarà] in occidente [terra d’Israele] Rabbì Yosè bar Avin e Rabbì Yosè bar Zevidà. Uno dice perché instilla gelosia tra le opere della creazione [come se D-o avesse pietà degli uccelli ma non degli altri animali] e l’altro dice perché fa delle mizvot del Santo Benedetto Egli Sia atti di misericordia mentre essi non sono altro che decreti".
Insomma non ha senso dire che D-o ha pietà degli uccelli comandando la mizvà del "kan zippor" non solo perché così dicendo si discrimina un animale dall’altro ma soprattutto perché le mizvot non sono atti di misericordia ma solo decreti.
Abbiamo tradotto nella Ghemarà la parola "middot" come "mizvot" secondo il commento di Rashì in loco. Egli infatti ricorda che "Egli non le ha fatte [le mizvot] per misericordia ma per mettere su Israele gli statuti dei Suoi decreti, per rendere noto che essi sono suoi schiavi ed esecutori dei suoi comandamenti decreti e statuti…"
La mizvà del "nido dell’uccello" diventa quindi l’occasione per una riflessione sul ruolo generale dei precetti che per quanto siano aperti alla riflessione umana devono essere accettati come decreti.
Al verso successivo la Torà ci insegna la regola di porre una recinzione attorno ad un tetto per evitare che qualcuno cada di lì.
L’insostituibile Rashì (citando il Midrash Tanchumà) ci spiega perché questa vicinanza: "Se hai messo in pratica la mizvà di mandare via la madre alla fine meriterai di costruire una nuova casa e di mettere in pratica la mizvà del recinto sul tetto poiché una mizvà ne tira appresso un'altra… (Avot IV,2)."
Insomma è il rispetto delle mizvot, accettandole come decreti divini (il caso del nido), che ci dà la possibilità di vivere in un regime di moralità nella quale la casa, simbolo della purità familiare ebraica viene protetta dall’essere causa di morte accidentale.
Abbiamo visto come sia impossibile scindere tra la sfera "uomo-D-o" e la sfera "uomo-uomo".
Questo fatto è esemplificato da un altro passo della nostra Parashà: il comandamento di non far rimanere di notte il cadavere di un condannato a morte sull’albero al quale era stato appeso. Il motivo è il fatto che l’uomo è stato fatto ad immagine di D-o e la mancanza di rispetto verso un uomo è la mancanza di rispetto verso D-o. In effetti il commento di Rashì citato all’inizio paragona l’uomo e D-o a due gemelli!
Usando la simbologia proposta dal grande esegeta possiamo fare una breve riflessione sui rapporti uomo-D-o. D-o è il Principe e noi non potremo mai arrivare al suo livello. Potremo però sforzarci di non essere dei ladri. Il nostro comportamento come ebrei è associato a quello di D-o così che il nostro buon comportamento diventa una santificazione di D-o perché gli altri, scambiandoci (kiviachol) per il Principe, vedono che il Principe si comporta bene.
Comportarsi bene con il prossimo (con il fratello del Principe) diventa quindi importante tanto quanto comportarsi bene con D-o, il Principe stesso.
Nel periodo penitenziale nel quale dobbiamo sanare tutte le nostre mancanze verso il prossimo prima di poter sanare quelle con D-o nelle grandi solennià di Rosh Hascianà e Kippur, è di grande importanza una nota Baraità (Mishnà non entrata nel canone mishnico).
Questa vuole che due siano le domande che il Tribunale Celeste pone ad ogni uomo:
Hai fatto del tuo Creatore il tuo Re?
Hai fatto del tuo prossimo il tuo Re ?
Prepariamoci a rispondere.
Shabbat Shalom
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