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Parashat Shofetim

"Rabbi Shimon diceva ‘Ci sono tre corone: la corona della Torà, la corona del sacerdozio e la corona del regno, ma su tutte eccelle la corona del buon nome’". (Pirqè Avot IV,17)

Le tre corone di cui parla Rabbi Shimon sono generalmente considerate le basi della società ebraica. Il concetto di divisione dei poteri esiste in seno al popolo d’Israele da millenni, nella costante affermazione che il potere ultimo è solo quello del Signore.

La società ebraica conosce, fondamentalmente, tre strutture. La nostra Parashà le esamina fornendoci interessanti spunti.

Il primo potere è quello della Torà, la Legge. Questo viene gestito dai Tribunali secondo le norme espresse nei primi versi della Parashà. Lo scopo è quello di perseguire una giustizia che sia giusta anche nei mezzi: il fine non giustifica i mezzi quando si parla di diritto. È questo il senso del verso che recita "Perseguirai una giustizia giusta…" (Deut. XVI,20). Il giudice che giudica con giustizia è socio (kiviahol) di D-o in quanto è partecipe del mantenimento del mondo. (Nell’ottica ebraica D-o rinnova l’opera creatrice ogni giorno, il giudice giusto viene quindi chiamato socio in questo processo.) I casi più complessi devono essere sottoposti al Gran Sinedrio di Gerusalemme che funge da corte suprema. Non solo: la Torà stabilisce qui il potere del Sinedrio in termini di assemblea legislativa dicendo "...non deviare da ciò che ti diranno [i Maestri] a destra o a sinistra" (Ivi, XVII,12), e cioè anche ti dicessero una cosa che ti sembra palesemente falsa, ad esempio che la destra è la sinistra e viceversa. (Sifrì citato da Rashì).

Il Sinedrio ha quindi non solo le funzioni di tribunale ma anche quelle di un’assemblea legislativa in quanto ha il compito di stabilire la halachà, ossia la legge che va seguita. Il Sinedrio amministra la Torà orale rendendosi collegialmente socio di D-o nella gestione del popolo ebraico.

Il secondo potere è quello della Keunà, il Sacerdozio. Esso è gestione riservata della Tribù di Levi ed al suo interno della discendenza di Aron. Ai sacerdoti ed ai leviti spetta l’autorità morale sul popolo, ivi compresa la gestione del Santuario. Essi esercitano questo potere mangiando le primizie del prodotto del popolo, testimoniando così che il potere unico è quello del Signore al quale appartiene tutto e che destina a chi gli è fedele (come la Tribù di Levi nell’episodio del vitello d’oro) l’usufrutto delle decime. Il popolo deve vedere nei Sacerdoti un esempio di dedizione al Signore e deve di conseguenza acquistare fiducia in D-o. Se la legge la si impara dai Maestri del Sinedrio, la fiducia in D-o la si acquisisce dai Sacerdoti del Tempio ai quali è proibito il possesso della terra: essi dipendono infatti dall’autorità di D-o sul resto del popolo che conformemente alle norme della Torà li mantiene con decime ed offerte.

Il terzo potere è quello del regno. Il potere politico è affidato (salvo deviazioni temporanee) alla tribù di Jeudà. Il re d’Israele, le cui regole sono esposte in questa Parashà (cfr. Rambam Hilchot Melachim), è un re del tutto particolare. Egli è innanzitutto un viceré, poiché l’unico re d’Israele è il Santo, benedetto Egli Sia. Il suo ruolo è estremamente contraddittorio. È l’unico a potersi sedere nel cortile del Tempio ma deve alzarsi in piedi di fronte al Sommo Sacerdote. Ha diritto di uccidere arbitrariamente chi lo insulti, senza alcun processo, ma deve farlo di persona e con la propria spada. Deve avere ricchezza e mogli, ma non deve esagerare. Inoltre ha un dovere del tutto particolare. Ogni ebreo ha il dovere di scriversi (o farsi scrivere) un Sefer Torà, ma il re deve scriverne due. Uno di essi deve essere sempre con lui, l’altro nel suo tesoro. A differenza di un semplice ebreo il re, che gestisce politicamente tutti gli ebrei, deve sapere che egli è doppiamente vincolato dalla Torà. Da essa deriva il suo potere (il Sefer che va con lui) e la sua ricchezza (quello che è nel tesoro).

Dobbiamo ricordare che paradossalmente il re deve essere umile. Il regno è stato infatti acquistato dalla tribù di Jeudà attraverso gli atti di umiltà di Jeudà che riconosce il proprio errore nell’episodio di Tamar, di Nachshon ben Amindav che si butta nelle acque del Mar Rosso prima che si aprano e di David stesso che riconosce l’errore dell’uccisione di Urjà.

Le recenti vicende del Presidente degli Stati Uniti hanno sollevato un mare di polemiche. C’è stato chi ha sostenuto (secondo i sondaggi il 60% degli americani) che bisogna scollegare quella che è la vita privata di un politico dal suo ruolo, come a dire che se il politico è immorale ma gestisce bene il paese, poco male.

La Torà sottolinea invece il fatto che il re debba essere non solo ligio alla lettera della legge ma anche al suo spirito, fornendo un modello di comportamento per i suoi sudditi.

Di questi tre poteri viene considerato superiore quello della Torà perché, mentre il sacerdozio ed il Regno restano privilegio di due sole tribù, tutti hanno accesso alla Torà studiandola. Inoltre sia i Sacerdoti che il re sono vincolati dalle decisioni del Sinedrio e quindi alle leggi della Torà.

Nonostante ciò c’è una presupposto per il giusto funzionamento di questi poteri senza il quale l’intero sistema crolla.

Si parla nella nostra Parashà di un altro comandamento, quello della "città rifugio". L’omicida involontario poteva ritirarsi in una apposita città per sfuggire alla vendetta dei parenti della vittima salvandosi così la vita.

L’ultimo Rebbe di Lubavitch, Rav Menachem Mendel Schnerson, fa un interessante considerazione. Egli sostiene che possiamo paragonare le città rifugio al corrente mese di Elul, il mese della penitenza. Secondo Rav Schnerson ogni colpa di un ebreo è considerabile come una colpa involontaria. L’ebreo di per sé osserverebbe la Torà, ma… Detto in altri termini la tesciuvà, il pentimento che consiste nel ritorno a D-o trasforma ogni colpa precedente in una colpa involontaria. Una persona pentita è una persona che se avesse capito l’errore prima, non lo avrebbe commesso. Nella città rifugio (mese di Elul) è possibile ottenere il perdono attraverso il ritorno a D-o. La tesciuvà cancella le azioni precedenti e le trasforma in azioni mai commesse.

Questo è il presupposto dei tre sistemi: il buon nome di ogni singolo. Solo quando nel popolo i singoli sono osservanti della Torà ed hanno un buon nome, il rispetto del prossimo, il sistema può reggere.

Il potere del buon nome secondo il Pirquè Avot "sale sopra le spalle", è cioè superiore agli altri poteri; ma gli altri poteri esistono solo quando nei singoli regna l’armonia e l’osservanza della Torà.

In questo apparente paradosso c’è il segreto del popolo ebraico. Per un buon funzionamento della collettività ogni singolo deve avere un buon nome, ma perché ogni singolo abbia un buon nome è la collettività che deve avere un buon funzionamento.

Oggi non abbiamo un re, non abbiamo un Sinedrio né un Tempio nel quale i Sacerdoti possano operare. Non abbiamo un buon nome come collettivo. Noi oggi siamo Giacobbe.

Se ognuno di noi saprà però crearsi il proprio buon nome nel corso del mese di Elul e nei giorni penitenziali, allora noi tutti avremo un buon nome, Israel.

Allora ci sarà di nuovo spazio per Tempio, Sinedrio e re.

Shabbat Shalom.

 

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