Parashat Reè
Fin dall'antichità il denaro ha avuto un'importanza fondamentale nella società umana. Il denaro ha determinato, e determina tutt'oggi, categorie sociali e rapporti interpersonali. In molti casi il potere economico coincide con il potere politico o almeno influenza la politica in maniera sostanziale. Il denaro poi, spesso divide poiché la sua stessa esistenza crea disparità tra gli individui.
Nel lodevole tentativo di creare una società equa, basata sulla parità dei singoli, il problema della disparità economica si è rivelato come uno dei più ardui da affrontare. Molte religioni hanno ritenuto opportuno limitare notevolmente l'importanza del denaro: basti pensare alla aspirazione alla povertà della dottrina cattolica o alla vita ascetica dei monaci buddisti.
Suscita stupore che l'ebraismo che è il primo ad esordire con il concetto di "ama per il prossimo tuo come per te stesso" non predichi affatto povertà.
La nostra Parashà ci offre interessanti spunti a riguardo.
Il libro di Devarim (Deuteronomio) è, come abbiamo già detto, una sorta di ripetizione dell'intero Pentateuco. Alcuni Maestri sottolineano come esso miri a preparare il popolo alla vita che lo attende nella Terra d'Israele. Come dice un insegnamento talmudico "la Torà non è stata data ad altri che a coloro che mangiavano la manna": la vita senza preoccupazioni del deserto ed il dipendere giornalmente da D-o sono le condizioni ideali per ricevere la Torà. La Terra di Israele invece, che alla Torà di Israele è complementare, non viene data ad un popolo di angeli, essa ha bisogno di muscoli che la lavorino. Non è quindi un caso che l'ingresso in Israele coincida con la fine della manna, così come è narrato nei primi capitoli del libro di Giosuè.
La vita di un popolo per quanto pio e devoto si svolge in questo mondo materiale anche se ovviamente la materia è un mezzo, non il fine. Nel deserto il cibo cadeva dal cielo, l'acqua sgorgava miracolosamente ed il vestiario non si logorava. Non si lavorava. L'unica occupazione era lo studio della Torà. Possiamo immaginare che l'uso del denaro fosse piuttosto limitato: se il denaro non serve come strumento diventa facilmente un idolo, l'oro del popolo ebraico diventa velocemente un vitello d'oro. Non è di certo quello che vuole la Torà.
Prossimi all'ingresso in Israele gli ebrei vengono avvertiti del pericolo che la ricchezza comporta: la superbia. La cosa peggiore che si può fare è dire che le miracolose vittorie di Israele dipendono dalla bravura degli uomini piuttosto che dalla misericordia Divina. La Torà sancisce pertanto un sistema sociale che tende a rispettare il normale ordine delle cose, garantendo però una società egalitaria in cui il rispetto per l'uomo viene davanti a tutto. Ecco il concetto dell'anno sabbatico e del giubileo. Nel primo avviene una sorta di condono sulle transazioni valutarie mentre nel secondo anche la terra che era stata venduta torna al proprietario originale mantenendo quella situazione di parità che era stata stabilita all'ingresso nella Terra. La terra, simbolo primo della ricchezza per un popolo di pastori, è concessa in usufrutto all'uomo ma la sua proprietà rimane Divina. Questo criterio apparentemente banale è la premessa dell'investitura spirituale di Israele. Prima ancora di consegnarci la Torà D-o dice nella Parashà di Itrò "e voi Mi sarete come tesoro tra i popoli poiché è Mia tutta la terra". Il riconoscere la proprietà Divina della Terra è quindi una delle chiavi della elezione di Israele.
I beni materiali sono dunque un mezzo e vanno amministrati nella giusta maniera. Per quanto riguarda la Terra è sempre la nostra Parashà che ci ricorda le regole delle decime e dell'anno sabbatico. Solo chi riduce volontariamente la propria ricchezza afferma che essa non gli appartiene ma gli è concessa in usufrutto. Non può mancare in questa chiave una riflessione sulla povertà.
"Se ci sarà in te un povero, tra uno dei tuoi fratelli, in una delle tue città, nella tua terra, che il Signore tuo D-o ti dà, non indurire il tuo cuore e non far saltare (sic) la tua mano dal tuo fratello povero. Gli aprirai ripetutamente la tua mano e gli presterai ripetutamente qualsiasi cosa gli manchi ...gli darai ripetutamente, e non sia male al tuo cuore nel dargli poiché in virtù di questo ti benedirà il Signore tuo D-o in tutte le tue opere ed in tutte le tue necessità. Poiché non cesserà di esserci un povero sulla faccia della terra perciò proprio Io ti comando dicendo: 'Apri ripetutamente la tua mano a tuo fratello al tuo misero ed al tuo povero nella tua Terra’" (Deuteronomio XV, 7-11)
Parole del genere non necessitano di molti commenti: dobbiamo entrare in un ordine di idee molto distante dall'etica delle nazioni che ci circondano.
D-o ci ha messo a disposizione questo mondo e spetta a noi garantire che in esso regni la giustizia. Spetta a colui che è stato benedetto con la ricchezza testimoniare che questa viene da D-o dando al povero. La parola carità in ebraico non esiste. Dare denaro ad un povero è "zedakà" (cioè: giustizia). Chi presta ad un povero, presta a D-o. Chi dona ad un povero riconosce che ciò che ha non gli appartiene. Egli è stato delegato da D-o a costruire una società egualitaria. Non può limitarsi a dare pochi spiccioli. Ha il dovere di dare al povero tutto ciò di cui esso ha bisogno. Certo non si deve impoverire per sostenere gli altri ma non deve commettere l'errore di sentirsi il padrone del denaro che ha. La materia appartiene a D-o ed una corretta gestione della materia ci rende soci del Signore nella costruzione del mondo.
È inutile far saltare la mano (ci dice la Torà) tra una tasca e l'altra. Sappiamo perfettamente dove abbiamo i soldi. Ma quando diamo al povero vogliamo soddisfare la nostra esigenza di sentirci in pace con la coscienza o vogliamo veramente aiutare una persona in difficoltà?
I Maestri ci insegnano che il miglior modo di fare "zedakà" è quello di dare ad una persona che non conosciamo facendo in modo che lui non sappia chi è che dà. È il rispetto verso il prossimo, la dignità del misero che deve prevalere.
A detta dei Maestri sarebbe colui che dà a dover dire grazie al povero perché se non ci fosse il povero non potremmo testimoniare il possesso di D-o sul creato. In questo senso questo mondo necessita di poveri: essi ci mettono in condizione di testimoniare il dominio di D-o È forse per questo che non mancherà mai il povero dalla faccia della terra.
In questo Shabbat Reè celebriamo anche il capo-mese di Elul. In questo giorno Moshè sale sul Sinai per la terza volta per ricevere le seconde Tavole. Scenderà il giorno di Kippur con il perdono definitivo. Noi dedichiamo questi quaranta giorni alla penitenza in vista dei temibili giorni di Rosh Hashanà e Kippur.
Non dimentichiamoci delle uniche tre cose che saranno dalla nostra parte durante il Giudizio: ritorno a D-o, preghiera e zedakà.
Solo accettando il Regno Divino e l'autorità del Tribunale Celeste possiamo sperare di essere perdonati.
Essere in condizione di dare a chi ne ha bisogno è un dono che D-o fa a noi che abbiamo bisogno di essere perdonati.
In questa luce dobbiamo veramente ringraziare D-o che donandoci la ricchezza ci mette anche in condizione di conquistarci il perdono facendo Giustizia.
Shabbat Shalom e Chodesh Tov
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