Parashat Ekev
"Ed ora Israele, che cosa chiede da te il Signore tuo D-o, se non di temere il Signore tuo D-o, di procedere in tutte le Sue strade, di amarLo e di servire il Signore tuo D-o con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima?" (Deuteronomio X, 12)
Nel pensiero dei Maestri il Mondo a Venire ha un ruolo del tutto particolare. Più volte essi ricordano che l'intero premio per le mizvot viene pagato solo lì. Il classico paradosso del giusto che soffre viene classicamente "risolto" con il fatto che il premio per un giusto ci sarà solo nel Mondo Futuro.
Nonostante ciò tutta la nostra Parashà è piena di riferimenti all'eventuale premio per l'osservanza delle mizvot. I premi in questione sono lungi dall'essere premi "da mondo futuro": essi si riferiscono all'abbondanza dei raccolti, al possesso della Terra d'Israele, alla salute, alla rimozione delle malattie ed alla supremazia sugli altri popoli. Tutto ciò a condizione che il popolo d'Israele rispetti le mizvot.
Come mai diciamo sempre che non c'è premio per le mizvot in questo mondo se la Torà sembra sostenere il contrario ?
Nel Pirkè Avot è riportata un'interessante idea sul premio per l'osservanza delle mizvot: "Il premio per una mizvà è la mizvà stessa." In quest'ottica il beneficio che otteniamo osservando una mizvà è riassumibile nelle conseguenze che questa mizvà provoca su di noi: ci abituiamo ad osservarla. Secondo il principio rabbinico per il quale i "cuori vanno appresso alle azioni", il solo fatto di compiere una mizvà comporta in noi un miglioramento interiore, una presa di coscienza nei confronti della Divinità. In questo senso c'è effettivamente un premio in questo mondo. Spesso le mizvot ci rendono persone migliori.
Il verso citato all'inizio è una chiave in questo senso. Da esso i Maestri derivano almeno due cose.
Nel Talmud (Berachot 33b) si usa questo verso per dire che "Tutto è nelle mani del Cielo, tranne che il timore del Cielo". La "conditio sine qua non" dell'esistenza umana è la libertà di poter scegliere tra il bene ed il male. D-o ci lascia liberi di temerlo o meno, e ci chiede di temerlo. È la limitazione che D-o si dà creando il mondo: lasciare all'uomo di poter decidere se seguire la via del Signore oppure no.
La seconda cosa per la quale questo verso viene usato è apparentemente strana: si legge la parola "Ma" (cioè: cosa) come "Mea" (cioè: cento, per farlo si aggiunge una alef) e si ottiene "Cento il Signore chiede da te". In base a questo curioso giochino sarebbe dovere di ogni ebreo pronunciare cento benedizioni ogni giorno.
Se mettiamo insieme i due insegnamenti possiamo dire che il nostro compito è quello di temere il Signore e per temere il Signore dobbiamo pronunciare le cento benedizioni. Che legame c'è tra le benedizioni ed il timore di D-o?
Per capirlo dobbiamo prima ricordarci perché pronunciamo benedizioni. E qui abbiamo la prima sorpresa: la Torà ci comanda una sola benedizione, tutte le altre sono di ordinamento rabbinico. La benedizione che la Torà ci richiede è la "Bircat HaMazon" (benedizione del pasto) il cui comandamento, guarda caso, si trova proprio in questa Parashà.
Secondo la Torà infatti è nostro dovere una volta mangiato (ed esserci saziati) benedire il Signore per il cibo che ci ha dato e per la Terra (la Terra d'Israele).
Possiamo dividere il resto delle benedizioni in due: le benedizioni per le mizvot e le altre. Le prime rappresentano una presa di coscienza prima di eseguire un comandamento Divino, una sorta di consacrazione dell'atto, un modo per dire che ciò che stiamo facendo è un'ottemperanza ad un decreto Divino. Le seconde ci ricordano che ogni cosa nel mondo appartiene a D-o: prima di usufruire di un cibo, un odore o di qualsiasi altra cosa dobbiamo riconoscere che essa appartiene a D-o
Le benedizioni quindi ci impongono di riflettere su due cose: tutto quello che c'è nel mondo è del Signore, ogni mizvà che compiamo, la facciamo in ottemperanza alla volontà Divina.
Tutti i premi che troviamo nella nostra Parashà sono legati alla Terra d'Israele. Si dice più volte che essa è una terra speciale, una terra nella quale l'irrigazione non dipende da un solo fiume ma da tante fonti (che a loro volta dipendono solo dalle piogge che manda il Signore).
Tutti i richiami che la Torà fa alla fertilità della Terra d'Israele vengono letti dai Maestri come un riferimento al fatto che essa è il luogo giusto dove studiare Torà.
Lo scopo del popolo ebraico è quello di studiare e diffondere la Torà. Per fare questo D-o ci ha destinato un luogo adatto, specifico, la Terra d'Israele. Essa rappresenta l'inizio della Creazione (è stata la prima ad essere creata). La Creazione è il momento in cui D-o fa spazio (kiviahol) al mondo, il momento in cui l'Onnipotente si limita concedendoci la libertà del "timore".
Se noi vogliamo temere il Signore non basta osservare le mizvot, dobbiamo recitare le benedizioni su esse e su ogni bene che la terra che D-o ci ha dato contiene.
Pur essendo il premio per le mizvot indubbiamente nel mondo futuro, nonostante ciò esse comportano automaticamente dei benefici nella nostra vita e sulla nostra terra se noi ci rendiamo conto che quello che stiamo facendo non lo stiamo facendo perché è utile o morale, bensì perché questo è il volere di D-o. Ossia se noi diciamo le benedizioni.
La promessa della Torà, che se osserviamo i suoi comandamenti meritiamo di vivere nella Terra d'Israele e meritiamo il miglioramento delle nostre condizioni di vita in essa, nell'ottica dei Maestri equivale al dire che migliorano le nostre possibilità di studiare Torà. Studiare Torà ha per premio studiare altra Torà, osservare una mizvà ha per premio osservare altre mizvot.
A poche settimane di distanza dal 9 di Av mi sembra utile ricordare l'opinione secondo la quale il Tempio sarebbe stato distrutto perché nonostante Israele studiasse Torà non veniva pronunciata la benedizione relativa allo studio (Benedetto sii Tu o Signore, D-o nostro Re del mondo che ci hai santificato con i Tuoi precetti e ci hai comandato circa "le parole della Torà").
Studiare Torà senza riconoscere tramite la berachà che lo studio è una mizvà e che non è fine a se stesso crea una barriera tra la mizvà (formalmente osservata) ed il timore. L'assenza di timore porta poi all'odio gratuito ed a tutte le altre cause di distruzione più note.
Nell'esilio causato dal trascurare una sola benedizione recitare cento benedizioni al giorno è un traguardo che impone l'osservanza di numerose mizvot e ci conduce ad uno stile di vita consono ai precetti della Torà.
Shabbat Shalom
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