Parashat Vaetchanan - Shabbat Nachamù
"Se tuo figlio ti chiederà domani: 'Quali sono le testimonianze, gli statuti e le ordinanze che il Signore nostro D-o vi ha comandato?'
Dirai a tuo figlio:
Questo brano, che si trova nella nostra Parashà (Deuternonomio VI,20-28) è uno dei passi fondamentali per quanto concerne l'obbligo dei genitori di trasmettere la Torà ai propri figli. La Torà ha molto a cuore il problema della trasmissione e stabilisce diverse risposte alle diverse domande possibili dei figli. La domanda in questione è molto famosa: è la cosiddetta "domanda del figlio saggio" e viene letta nella sera del Seder di Pesach come prima fra le domande dei quattro figli. La domanda è considerata un vero capolavoro di logica e certamente per questo il redattore della Haggadà l’ha attribuita al figlio saggio. Per capire di che stiamo parlando è utile ricordare quali sono le caratteristiche che rendono questa domanda "saggia". In essa vengono specificati i tre tipi di mizvot, viene riconosciuta la Divinità come la propria (il Signore nostro D-o) e viene riconosciuta l'autorità del genitore come fonte per l'apprendimento. Di contro la domanda del figlio malvagio viene "bollata" proprio per la sua approssimazione e per la mancanza di rispetto nell'approccio.
La domanda in questione non si riferisce necessariamente al tema dell'uscita dall'Egitto ma all’intera Torà (Don I. Abravanel, "Zivchè Pesach")
Abbiamo diviso, per comodità, la risposta secondo il parere del Rishbaz. Egli legge nella domanda non tanto una volontà di sapere quali siano le mizvot appartenenti ai tre tipi, ma piuttosto la ricerca del motivo per il quale il popolo ebraico ha un codice di leggi così strutturato e non può scegliersi autonomamente delle regole come fanno gli altri popoli. E' interessante notare che non c'è biasimo per una domanda sicuramente "pesante", è una domanda pesante ma anche saggia, affronta un problema che esiste. C'è anche una risposta e quindi la domanda non fa paura. Preoccupa invece il figlio malvagio, con la sua irruenza, preoccupa da morire il figlio che non sa fare le domande ma più di tutti preoccupa il quinto figlio, quello che al Seder non viene e non solo non sa porsi domande ma ci priva anche della possibilità di prendere noi l'iniziativa come nel caso del quarto figlio. Non preoccupa una domanda ben posta logicamente e formalmente per quanto sia una domanda che mette in discussione l'intero sistema legislativo ebraico.
Il Rishbaz legge quindi la risposta della Torà in questo modo:
La domanda del figlio "saggio" viene a legarsi all'Esodo direttamente a causa della risposta che la Torà ci indica. Stupisce quindi che quando arriviamo nella Haggadà a rispondere a questa domanda ci guardiamo bene dall'usare la risposta suggerita dalla Torà e leggiamo invece ciò che è scritto nelle nostre Haggadot: "allora gli dirai le leggi del sacrificio pasquale, non si aggiunge niente dopo il sacrificio pasquale, l'afikomen."
Nella nostra tradizione, i Maestri hanno preferito, nel caso specifico di Pesach, di usare un altra risposta. Vediamo che cosa significa la nuova risposta. Secondo alcuni essa va letta nel senso che bisogna insegnare al figlio tutte le regole del korban Pesach fino alla fine. (l'afikomen). Altri sostengono che quello che conta nella risposta è che il figlio capisca che dopo il korban Pesach non si mangia altro.
Come può questa regola apparentemente secondaria rimpiazzare le tre risposte approfondite della Torà?
I Maestri vogliono dirci che così come dopo aver mangiato il sacrificio pasquale non si mangia altro, dopo aver sentito questa regola non c'è più necessità di chiedersi altro [circa la domanda in questione].
Il fatto di non poter mangiare altro implica che non possiamo andare di casa in casa e mangiare il korban Pesach da altri. Non possiamo fare quello che ha fatto D-o saltando (kiviachol) da una casa a l'altra. Insomma il non poter mangiare altro dopo il sacrificio pasquale garantisce che l'ebreo passi la serata del Seder in un unica casa e che per tutta la notte gli rimanga in bocca il sapore del sacrificio.
L'uscita dall'Egitto è il centro della storia ebraica. E per capire perché noi dobbiamo osservare le mizvot, dobbiamo capire che siamo un popolo diverso dagli altri. La nostra diversità nasce nel momento in cui il Signore scavalca, salta, passa oltre (pesach) le leggi della storia e ci libera dall'Egitto. Niente di simile è mai successo nella storia. Per questo nessun popolo ha una legislazione simile alla nostra. Nessuno deve tenere in bocca il sapore del korban Pesach tranne il popolo ebraico. Per questo è proibito dar da mangiare il korban Pesach ad un non ebreo e questo è simbolico del fatto che solo noi siamo tenuti ad osservare la Torà.
Le mizvot servono a garantire che il popolo ebraico tenga ben presente le sue radici e le radici della sua elezione, e questo è spiegato molto bene nella risposta che dà la Torà.
C'è però una sera nel corso dell'anno nella quale noi viviamo in prima persona l'uscita dall'Egitto, in quella sera i più alti concetti spirituali prendono forma di cibi sulla nostra tavola. Le mazzot, il maror, ed il sacrificio pasquale (oggi rappresentato dall'afikomen). In quella sera per spiegare ad un figlio perché dobbiamo osservare le mizvot basta spiegargli che non si mangia niente dopo l'afikomen, che il sapore dell'uscita dall'Egitto deve rimanere nelle nostre bocche nel corso della storia.
Osservare le mizvot vuol dire mantenere nella bocca il sapore dell'uscita dall'Egitto tutti i giorni proprio attraverso l'osservanza delle mizvot. Ecco perché "In ogni generazione è tenuto l'uomo a considerarsi personalmente uscito dall'Egitto.."
Noi usciamo dall'Egitto con l'osservanza di ogni mizvà. Nella settimana che segue il 9 di Av il messaggio di consolazione che la Torà ci riserva è che l'osservanza delle mizvot ci farà uscire anche da questo lunghissimo esilio verso la redenzione eterna.
Shabbat Shalom
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