Parashat Devarim - Shabbat Hazon
"Queste sono le parole che parlò Moshè a tutto Israele in Transgiordania, nel deserto, nell'Aravà, di fronte a Suf, tra Paran e Tofel, Lavan, Hazzerot e Di-Zaav" (Deuteronomio I,1)
Così si apre il quinto libro della Torà che inizieremo a D-o piacendo questo Shabbat. Si tratta di un libro del tutto particolare: esso riporta l'ultimo discorso di Moshè che si svolge per cinque settimane, da Rosh Hodesh Shevat al 7 di Adar, giorno della sua morte. (TB Kiddushin 38a) La particolarità del libro di Devarim, rispetto agli altri quattro, è nel fatto che esso nasce paradossalmente come una prima forma di "Torà Orale". Proprio per questo prende il nome di "Mishnè Torà", ossia "ripetizione della Torà". Il Gaon di Vilna sottolinea la differenza nel tipo di profezia che vi è tra i primi quattro libri ed il quinto, asserendo che l'esposizione del libro di Devarim da parte di Moshè avviene in un momento in cui Moshè non è in contatto con la Divinità, il profeta parla dopo aver ricevuto la profezia e non in contemporanea. Rav Yosef Dov Soloveitchik nota come sia proprio grazie al libro di Devarim che Moshè meriti il titolo di "Rabbenu", nostro maestro. Fino ad adesso infatti Moshè aveva semplicemente riferito il verbo Divino mentre ora egli spiega di propria iniziativa il contenuto dell'intera Torà. Fino ad ora Moshè aveva trasmesso, caratteristica propria del ruolo del Capo del Sinedrio e del Capo del Tribunale, ma solo lo spiegare la Torà lo trasforma in un Maestro. (cfr. Mishnà Massechet Avot).
Commentando il primo verso, Rashì attribuisce subito alle parole di Moshè un intenzione di rimprovero. Infatti i luoghi lì citati vengono letti come indicatori di episodi di rivolta del popolo e a questa interpretazione si uniscono anche il Targum Onkelos ed altri commentatori.
Esaminiamo brevemente il verso:
Nel deserto: si riferisce alla rivolta che avviene nel deserto di Zin, appena dopo l'uscita dall'Egitto. Il popolo sostiene che morrà nel deserto. (Esodo XVI, 1-3)
Nell'Aravà: si riferisce alla pianura (aravà = pianura secondo Onkelos) dove gli ebrei furono sedotti dalle Midianite (Numeri XXV, 1-9)
Di fronte a Suf (Mar Rosso): è il luogo dove gli ebrei dinnanzi al Mare e con gli Egiziani alle spalle si lamentano dicendo che se dovevano morire c'erano abbastanza sepolcri anche in Egitto. (Esodo XIV, 11) Tra Tofel e Lavan: si tratta della protesta contro la manna. Tofel viene dalla radice di calunnia mentre lavan, bianco si riferisce al colore della manna. (Esodo XVI, 34)
Hazzerot: Secondo alcuni è il luogo dove avvenne la rivolta di Korah mentre secondo altri è il luogo dove Miriam fu colpita dalla lebbra per aver parlato male di Moshè.
Infine Di-Zaav (lett. Abbondanza di oro) si riferisce al fatto che gli ebrei hanno trasformato l'abbondnaza di oro che D-o aveva dato in un idolo, il vitello.
I Maestri individuano due cose strane: in genere Moshè rimprovera il popolo dopo che questo ha commesso qualche colpa mentre qui ci troviamo di fronte ad un rimprovero preventivo. Inoltre le colpe del popolo vengono solo accennate indirettamente.
Capire il motivo di queste "stranezze" ci dovrebbe portare a capire anche qualche cosa circa il ruolo di Maestro che viene attribuito a Moshè solo dopo questo rimprovero.
Tre personaggi hanno usato nella Scrittura la parola "Echà" (=come). In ebraico il senso di questa parola è proprio "come è possibile?". Moshè la usa in questa Parashà dicendo che lui non è in grado di sopportare da solo le lamentele del popolo. La usa anche Isaia nella aftarà (passo profetico) che si legge questa settimana (Isaia cap.1). Egli si chiede come è possibile che Gerusalemme si sia ridotta come una prostituta, lamentando la caduta morale di Israele. Infine la parola torna più volte nelle Lamentazioni del Profeta Geremia. Questa meghillà che viene letta il 9 di Av (anniversario della distruzione del Tempio) usa più volte la parola "echà" con costernazione per la distruzione del Tempio.
Esistono delle differenze tra queste tre forme di rimprovero, eppure tutte e tre si basano sulla parola "echà".
Nel testo biblico (che è notoriamente senza vocali) la parola "echà" si scrive esattamente come la parola "ajèka" (=dove sei?). D-o si rivolge con questa parola ad Adamo. "Come è possibile" e "dove sei?" in ebraico si scrivono quindi nello stesso modo! Prima ancora di chiederci come è possibile che sia avvenuta la distruzione del Santuario ci dobbiamo chiedere "dove sei?". Dove eravamo noi? Che cosa abbiamo fatto per impedire che accadesse il peggio? È un fortissimo richiamo alla responsabilità individuale.
Il discorso di Moshè narrato nel libro di Devarim è il discorso del più grande tra i Profeti in punto di morte. È un discorso per le generazioni, per il futuro. L'amore di Moshè per Israele, nonostante tutte le rivolte, è espresso in questo discorso a priori. Moshè vuole mettere in guardia Israele, e sia lui che il popolo sanno bene di cosa si sia macchiato Israele. Non ha senso ricominciare a piangere sul passato. Per il futuro però bisogna capire che senza prevenzione non si va da nessuna parte. Ecco perché un discorso per le generazioni. Ecco perché spiegare. La miglior difesa che ha il popolo ebraico è lo studio della Torà e Moshè dà l'esempio: quello che ha da dire ad Israele in punto di morte è che bisogna studiare, e per dimostrarlo rispiega tutto da capo. Nella settimana in cui ricordiamo la distruzione del Tempio quale miglior messaggio del fatto che D-o accetta il gesto di Moshè trasformando le parole del primo caso di "Torà Orale" in Torà Scritta?
La ricetta per la ricostruzione del Tempio è l'ascoltare le parole dei Maestri che D-o tiene in considerazione quanto le proprie.
Moshè è ora il simbolo del Maestro e non tanto del Profeta. Di colui che aveva detto "io non sono un uomo di parole" la Torà dice "Queste sono le parole che parlò Moshè". Un uomo balbuziente diventa il più grande degli oratori (Midrash Tanchumà). Da quando il Santuario è stato distrutto i Saggi vengono derisi e non c'è più chi faccia brillare la luce della Torà. Siamo di nuovo tutti balbuzienti. Come Moshè dobbiamo solo occuparci di Torà e D-o scioglierà le nostre lingue.
Shabbat Shalom ve Zom Kal
Jonathan Pacifici
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