Parsashat Hukat
La nostra Parashà si apre con una delle più strane mizvot della Torà, la Parà Adumà, la Vacca Rossa. Questa mizvà viene chiamata nel secondo verso lo "statuto della Torà". La Parà Adumà infatti viene presa spesso come esempio per quel gruppo di mizvot, i hukim, per le quali non esiste una spiegazione razionale. Esse vanno eseguite semplicemente perché D-o lo ha comandato. Sorgono subito almeno due domande. Perché proprio la mizvà della Vacca Rossa deve simbolizzare una categoria di mizvot delle quali fanno parte tra l'altro mizvot di più frequente applicazione (carne e latte, la proibizione degli incroci, radersi con una lama ecc.)? Perché la Torà si riferisce a questa mizvà come allo statuto dell'intera Torà (e non allo statuto delle leggi dell'impurità)?
Per risolvere questi problemi esamineremo brevemente che in che cosa consiste la mizvà in questione. Stiamo parlando delle leggi della purità le quali, lo ricordiamo, non fanno altro che descrivere la condizione tecnica di una persona (o di un oggetto) circa il suo rapporto con la sfera del sacro. Una persona pura è una persona che si trova in condizioni tali da poter entrare nel Santuario, senza che in ciò vi sia alcuna implicazione morale. Il Sacro, sia esso la Torà, il Santuario o D-o stesso viene direttamente collegato alla vita: la Torà è chiamata "Torat Hajm" "la Torà di vita" e D-o è chiamato "El Haj" "D-o Vivente". La vita del mondo presente è la vita nella quale l'uomo, ed in particolare l'ebreo, deve sforzarsi ad avvicinarsi a D-o che è la fonte di Vita. Seguendo il particolare legame sacro-vita, ne deriva che ciò che squalifica il rapporto con il sacro è la morte. Un cadavere è infatti sorgente prima di impurità ed il contatto con esso provoca la cosiddetta "impurità del morto". In generale ogni contatto con la sfera della morte è legato all'impurità. Di contro un neonato è considerato la cosa più pura che ci sia. Il rituale nel quale viene sacrificata la Vacca Rossa, è il rituale volto a purificare l'impurità che deriva dal contatto con un cadavere. Esso consiste nell'aspersione di acqua contenete le ceneri della Vacca Rossa. Il rituale è unico per la sua difficoltà tecnica eppure non è questa che lo caratterizza. Ciò che lo rende particolare è l'assenza di una spiegazione. Esso è pieno di stranezze non spiegate. Se è vero che purifica chi è impuro, è altrettanto vero che tutti coloro che hanno a che fare con la sua preparazione diventano impuri. Insomma questa mizvà manca di ogni senso logico. Essa va accettata e basta. Certo si può e si deve studiarla, ma con la consapevolezza che non ci è dato capirne la logica.
Non abbiamo ancora risolto le nostre domane iniziali. Abbiamo però capito che questa mizvà è volta a ripristinare lo stato di purità di chi è entrato in contatto con la sfera della morte.
Nella nostra Parashà si parla anche di altre cose. Ad esempio ci troviamo di fronte ad una ulteriore rivolta del popolo. In questo caso l'oggetto della rivolta è la manna. Il popolo si lamenta definendo la manna inconsistente. Per punizione D-o manda un invasione di serpenti che aggredisce il popolo. Rashì spiega la punizione. Essi si lamentano della manna, unico cibo che hanno e che miracolosamente prende il sapore di ogni cibo che desiderino; per punizione vengono aggrediti dai serpenti che, a seguito della maledizione del serpente del Eden, qualsiasi cosa mangino ha per loro un solo sapore, quello della polvere.
In effetti gli ingredienti di questo passo sono molto simili a quelli dell'Eden. Nel Eden ci troviamo di fronte alla possibilità di mangiare ogni tipo di frutto, tranne quello dell'Albero della conoscenza del bene e del male. Nel deserto abbiamo invece un solo cibo che rende inutile ogni altro cibo. In entrambi i casi siamo mantenuti direttamente da D-o e non dobbiamo preoccuparci per il cibo. La nostra unica occupazione deve essere lo studio della Torà (i Maestri dicono che la Torà non è stata data altro che a coloro che mangiavano la manna). C'è poi la presenza del serpente. Esso è considerato simbolico dello yezer harà, l'istinto del male. In particolare del modo di presentarsi dello yezer harà che ci vuole convincere di essere nel giusto quando trasgrediamo la Torà. Nell'Eden avevamo una sola mizvà. La proibizione di mangiare dall'Albero della conoscenza del bene e del male. È interessante notare come l'Eden ed il Deserto siano legati da un rapporto inverso. L'Eden è un giardino, il deserto è un luogo arido. Nel Deserto abbiamo tante mizvot ed un solo cibo, nell'Eden tanto cibo ed una sola mizvà. Il solo cibo del deserto prende il sapore di tutti i cibi, la sola mizvà dell'Eden racchiude il senso di tutte le mizvot.
Lo scopo della creazione è che l'uomo osservi la Torà. Il tentativo dell'Eden è una simulazione per certi versi della vita reale. Semplifichiamo tutto: un solo uomo ed una sola donna a rappresentare il genere umano, una sola mizvà a rappresentare la Torà ed un giardino a rappresentare il mondo dove D-o pensa a tutto e l'uomo ha solo la sua prova da superare. Nel deserto la Torà si rivela in tutti i suoi dettagli e le necessità materiali si riducono ad un solo cibo che racchiude tutti i gusti, sempre dalla mano di D-o. La prova è sempre l'obbedienza.
La trasgressione del precetto dell'Eden porta la morte nel mondo. Ciò che riabilita l'uomo dopo il contatto con la morte diventa il tikun (la riparazione) della trasgressione dell’unica mizvà che ha in se tutta la Torà. Questo tikun deve essere fatto per mezzo di un hok (una mizvà la cui motivazione non è razionalizzabile). E questo hok è il hok dell'intera Torà, racchiusa nella prima mizvà dell’Eden.
Alla base del peccato dell'Eden c'è l'atteggiamento di Eva. Si evince dalla riposta che lei dà al serpente al quale dice che non può mangiare il frutto dell'Albero perché altrimenti morirebbe. Non perché così ha ordinato il Signore. Il serpente ha vita facile, gli basta dimostrare che la motivazione è debole ed il gioco è fatto.
La morale è che tutta la Torà andrebbe presa come la legge della Parà Adumà. Quando l'uomo si scontra con la morte si rende conto di quanto poco sappia. La Torà bisogna accettarla perché questo è l'ordine di D-o, la Torà va accettata quando non la capiamo perché siamo noi ad essere limitati.
I significati sono importanti, fondamentali. Non per niente il senso, almeno quello immediato, della maggior parte delle mizvot è rivelato. Ma la forma ha la prevalenza. E questo nodo viene al pettine di fronte all'osservanza di ciò che non capiamo.
L'invito della Parsahà di Hukat è all'osservanza delle mizvot sempre e comunque. A volte basta una mizvà.
Shabbat Shalom
Jonathan Pacifici
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