Parashat Shelach-Lechà
La Parashà di questa settimana rappresenta una delle più famose, ma anche delle più tragiche pagine della storia del popolo di Israele. Si tratta dell'esplorazione della Terra d'Israele che porterà alla terribile conseguenza del decreto Divino che farà permanere Israele nel deserto per altri 38 anni (per un totale di 40 anni). La storia è nota. La delegazione di Principi che Moshè manda ad esplorare la Terra di Kenaan invece di limitarsi a riportare un giudizio sulla fertilità della Terra lamenta l’impossibilità dell'impresa della conquista data la superiorità bellica delle popolazioni che la abitavano.
Anche se a noi può sembrare strano, questo passo della Torà è considerato l’apice negativo della storia del popolo ebraico, tanto che spesso vengono fatti derivare da questo episodio la distruzione del Tempio e l'esilio. Il verso dice che sentendo il resoconto delle spie "E pianse il popolo in quella notte" (Numeri XIV,1). Il Midrash afferma che D-o disse: "Voi avete pianto per niente, io stabilisco che questa notte sarà per voi una notte di pianto". Quella notte era il 9 del mese di Av. Quindi il pianto isterico del popolo d'Israele che non vuole più andare in Erez Israel causa la notte della distruzione del Tempio. Non si tratta affatto di una sottigliezza o di un particolare secondario stabilire che cosa provocò la distruzione del Tempio. Se noi ci troviamo ancora in una condizione di esilio ed è stata possibile una storia di persecuzioni e sofferenze per il nostro popolo è solo perché il Tempio è stato distrutto.
Curioso è che questo momento di sfiducia ebbe conseguenze più gravi che non il peccato di idolatria del "vitello d'oro".
Ora si tratta di capire perché il peccato di sfiducia del popolo nell’episodio delle spie sia più grave del peccato di idolatria.
Forse un indizio ce lo fornisce nella nostra stessa Parashà un altro passo che apparentemente non ha nessuna relazione con questo fatto. Si tratta della mizvà della hallà il comandamento di prelevare una parte da ogni impasto e di donarla ad i Coanim. La mizvà si riferisce essenzialmente al prodotto di Erez Israel anche se poi l'alachà la applica anche nella golà, seppur in modo diverso. Ora la hallà è una delle cose denominate "reshit" ossia primizia, inizio. Di questa categoria fanno parte anche il popolo d'Israele, i primogeniti ed altro.
Uno dei più classici commenti al primo verso della Torà legge la parola BeReshit (in principio) come l'acrostico di "Bishvil Reshit" (Per le cose chiamate "reshit"). Ovvero: D-o ha creato e mantiene il mondo per le cose chiamate Reshit. Il fatto stesso che Israele preleva la hallà dall'impasto e la dona ai Coanim è un motivo valido per la sussistenza del nostro Universo. D-o nella Sua Grandezza basa l'intera Sua opera anche su un gesto così semplice.
Secondo Rashì (nel suo commento al primo verso della Torà) la Torà comincia dalla Creazione solo per portare una prova al diritto del popolo di Israele sulla Terra di Israele. Quando verranno le genti del mondo a dire che noi abbiamo rubato la terra di Kenaan (Rashi lo dice verso il 1100 e non ai giorni nostri), noi potremo aprire la Torà e mostrare che D-o ha cerato il modo e conseguentemente dà la Terra di Israele a chi vuole, nel caso al popolo ebraico. Se mettiamo poi insieme i due insegnamenti: D-o crea il Mondo perché Israele prelevi la hallà, questo dimostra anche il diritto di Israele sulla Terra d'Israele dato che senza Israele che risiede in Erez Isarel e preleva la hallà per i Coanim, non c'è motivo perché il mondo esista e di conseguenza perché esistano gli altri popoli.
Il popolo d'Israele, alla vigila del suo ingresso in Erez Israel, sta quindi per coronare lo scopo stesso della Creazione. E che cosa fa? Piange. Non vuole. Non è il primo caso di qualcuno che rifiuta un contratto a lui favorevolissimo, ma qui è in gioco l'esistenza del mondo. Ed Israele deve capire a sue spese che non accettare l'idea di Israele che vive in Erez Israel e che preleva la hallà causa l'esilio. Causa la dimensione in cui non c'è Tempio. Causa la dimensione in cui le cose nel mondo non funzionano, ed il popolo di Israele con le sue persecuzioni deve esserne il simbolo (poichè ne è anche la causa). Che cosa rimane da fare? Come rimettere a posto la situazione?
Lo intuisce un uomo. Ed egli è pronto a sacrificare la sua stessa vita per salvare il futuro di Israele e del mondo intero.
Non tutti sono d’accordo sulla storia che state per leggere ma essa ci viene raccontata da un grande Maestro del popolo ebraico, Rabbi Akivà. Rabbi Akkivà si attira una dura critica nel Talmud per questa sua posizione. Che essa rispecchi o meno la realtà da questa storia si possono imparare molti importanti principi.
Stiamo parlando di uno degli ultimi elementi della nostra Parashà. Il profanatore del Sabato. La Torà ci racconta che trovarono un uomo che di Shabbat "mekoshesh ezzim", raccoglieva la legna. Molti discutono sul significato di questa parola. Alcuni addirittura imparano da qui che mentre lo portavano a giudizio questi continuasse a spezzettare la legna che aveva con lui così da trasgredire le norme sabbatiche. Chi conosce qualche fondamento del diritto ebraico circa la pena di morte saprà che tra le tante regole che rendono praticamente inapplicabile la pena capitale c'è anche il fatto che i testimoni devono avere avvertito il colpevole che ciò che lui sta facendo lo rende passibile di pena di morte, specificando perfino il tipo di pena capitale previsto (ne esistono quattro). In questo caso non era stato ancora previsto quale tipo di condanna a morte avrebbe subito, quindi questi hanno dovuto spigargli tutte e quattro le possibilità. In tutto questo tempo il nostro "peccatore" aveva infinite possibilità per disimpegnarsi. Bastava che dicesse "ok, non lo sapevo mi sono sbagliato" e si fermasse. Insomma per farsi condannare a morte da un tribunale rabbinico bisognava proprio volerlo e in un caso come questo poi, l'unica possibilità era di conoscere tanto bene la regola da sapere come far sì che al tribunale non rimanessero alternative alla condanna.
Rabbi Akivà ce lo dice senza mezzi termini: il profanatore dello Shabbat, che ha anche un nome, si chiama Zelofchad, si è voluto far uccidere, si è praticamente suicidato.
Questo personaggio è ricordato nella Torà per la saggezza delle sue figlie che meriteranno di portare a loro nome una delle regole del passaggio dell'eredità. Insomma si trattava di una persona che conosceva l’alachà, di una persona retta. Di una persona che aveva capito la tragica piega che la situazione stava prendendo. Il suo ragionamento è il seguente: "Fino ad adesso abbiamo detto che i comandamenti della Torà sono funzionali al nostro ingresso in Erez Israel, ora che non andiamo più in Erez Israel la gente potrebbe dire che non serve più osservare la Torà. Bisogna dimostrare che la Torà è ancora valida!" Egli lo dimostrò donando la sua vita.
Per noi l'insegnamento è profondissimo: Il compito del popolo d'Israele è osservare la Torà in Erez Israel. Se per la sua negligenza nell'osservanza della Torà il popolo non merita di vivere in Erez Israel, l'unico modo per recuperare la situazione è proprio nell'osservanza della Torà. Noi abbiamo tutti i mezzi per non ricadere nell'errore che ha portato alla distruzione del Tempio E possiamo ancora aggiustare la situazione, osservando la Torà in Erez Israel e provocando così la ricostruzione del Tempio, presto ed ai nostri giorni!
Shabbat Shalom
Jonathan Pacifici
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