Parashat Bealotechà
"E parlò il S. a Moshè dicendo: ‘Parla ad Aron e digli ‘Quando accenderai i lumi, i sette lumi illumineranno verso "pnei haMenorà"’" (Numeri VIII, 1-2)
Rashì offre su questo verso due commenti famosissimi. Il primo spiega come mai questo passo segua direttamente le offerte dei Principi relative all'inaugurazione del Santuario ed il secondo interpreta la strana espressione "pnei haMenorà".
Rashì parte dal presupposto che Aron stesso come capo della Tribù di Levi faceva parte, almeno dal punto di vista teorico, del quorum dei Principi. Nonostante il suo ruolo fosse il principale in tutta la cerimonia inaugurale da lui presieduta, Aron rimase male del fatto che ogni Principe aveva portato una sua offerta mentre lui fungeva semplicemente da Sommo Sacerdote e sacrificava le offerte altrui. Per questo motivo D-o dà qui le regole della Menorà: l’offerta dei Pricipi è una tantum mentre il servizio sacerdotale di Aron è eterno ed Aron inaugura ogni giorno il servizio del Tempio accendendo la Menorà. Il secondo insegnamento di Rashì riguarda invece il contenuto del verso che vuole che le sette lampade illuminino "pnei haMenorà". Egli spiega che si deve intendere che le sei fiamme laterali andavano rivolte verso il lume centrale, il ‘Ner Tamid’, il lume eterno testimone della Presenza Divina.
Questi due commenti di Rashì, che si basano su vari passi talmudici, pongono non pochi problemi.
Innanzitutto non è affatto chiaro perché delle tante regole sulla Menorà D-o usi proprio questa per consolare Aron. Inoltre Rashì sembra tradurre "pnei haMenorà" come "lume centrale" trascurando apparentemente il fatto che la Torà dice che tutte e sette i lumi devono illuminare "pnei haMenorà" (lett. "Il volto della Menorà"). Un altro problema, per concludere, è collegato alla disposizione della Menorà che Rashì usa nella sua spiegazione. Nel Talmud vengono offerte varie possibilità sulla disposizione della Menorà. La disposizione che raccoglie più consensi tra i maestri è quella che sceglie Rashì. La Menorà sarebbe orientata secondo la direttrice nord-sud perpendicolarmente al Santo dei Santi ed all’Arca. Il lume denominato Ner Tamid è chiamato anche Ner Maaravì, ossia lume occidentale. Visto che il Santo dei Santi è posto ad occidente il lume più vicino è quello occidentale e quindi quello è il lume testimone della Presenza Divina nel luogo Santissimo. Il problema è che se la Menorà viene disposta lungo la direttrice nord-sud come ipotizza Rashì, non c’è un lume che è più ad occidente degli altri, essendo tutti allineati. Il Ner Maaravì (Ner Tamid) viene quindi individuato con il lume centrale. Non è chiaro quindi perché dire che il lume centrale è "occidentale", ossia più vicino rispetto agli altri.
Per spiegare queste apparenti contraddizioni dobbiamo saltare qualche capitolo avanti nella nostra Parashà. A seguito delle continue proteste dei figli di Israele, Moshè chiede a D-o di essere affiancato da altri nella guida del popolo. Nasce così il Sindedrio composto da settanta membri. Noi ci soffermeremo su una apparente stranezza lessicale che la Torà usa per descrivere l'investitura dei membri del Sinedrio. D-o infatti dice che lui aumenterà (sic) dallo spirito che c’è in Moshè per porlo sugli anziani.
Non è un caso se Rashì commenta: "A che cosa assomigliò Moshè in quel momento? Ad un lume posto su una Menorà: tutti accendono dalla sua luce e questa non è diminuita".
E Ramban aggiunge che questo verso implica che la visione profetica degli anziani è possibile solo grazie allo spirito di Moshè che funge da tramite.
Qui si tratta di spiegare come mai l’autorità e la saggezza di Moshè non vengano diminuite dalla sua richiesta di spartirli con altri. Il motivo è che la Torà è come la luce e chi trasmette Torà non perde niente, come chi accende una seconda candela con la propria non danneggia minimamente la propria luce. Fin qui Rashì. Ramban aggiunge che il fatto che ci sia altra luce dipende solo dalla prima delle fiamme che ha acceso le altre.
Torniamo nell’edificio del Santuario dove ogni giorno Aron (od un suo discendente) accendeva la Menorà. Il lume eterno, lo abbiamo detto altre volte, era chiamato tale perché durava miracolosamente 24 ore anziché circa dodici come gli altri sei. Da quel lume il Sacerdote accendeva il giorno dopo le sette fiamme. Ecco che senza il lume centrale, il Ner Tamid, non sarebbe possibile accendere la Menorà con una luce che in effetti è ancora la diretta conseguenza della prima accensione della Menorà.
Ed ecco il grande messaggio di D-o ad Aron: È preferibile un servizio che duri nel tempo, rispetto ad un servizio una tantum. Inoltre, chi si occupa di Torà insegnandola come Moshè o Aron, non diminuisce mai se stesso nel trasmettere ad un altro gli insegnamenti. Anzi, crea un ‘aumento’ della fiamma che è conseguenza diretta del suo intervento. Per questo motivo chi insegna Torà fa sì che ci siano per merito suo altre persone che studiano Torà. La sua luce (ossia la sua Torà ed i suoi meriti) sarà quindi la sua propria luce più tutta la luce derivata dalla sua (tutti e sette i lumi).
Così chi insegna Torà è testimone della Santità della Torà che non si consuma e che accende, senza per questo diminuire, proprio come un lume. Ed ecco che chi si rende testimone di questo è il più vicino alla Presenza Divina. È più occidentale (ossia vicino) degli altri anche se apparentemente rimane alla stessa distanza.
La grandezza dei Maestri è nella loro umiltà. Loro sono i più vicini a D-o perché si mantengono in mezzo al popolo come il Ner Tamid è in mezzo alle altre sei fiamme. E come il Ner Tamid illuminano il mondo anche quando tutte le altre luci sono spente, testimoniando così la Presenza di D-o.
Shabbat Shalom
Jonathan Pacifici.
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