Parashat Sheminì
La parashà di questa settimana è piena di elementi particolarmente importanti. Alcuni di essi caratterizzano profondamente la nostra vita di ebrei come ad esempio la kasherut le cui regole sono formulate proprio nella parashà di Sheminì.
Nel trattato talmudico di Meghillà (10b) viene ricordato un insegnamento che vuole che gli avvenimenti che iniziano con la parola "Vahì" (E fu) sono connotati da qualche cosa di negativo, o almeno di parzialmente negativo. Nel nostro caso (la parashà di Sheminì inizia con le parole "Vahì") si tratta della morte dei due figli di Aron che morirono in circostanze non del tutto chiare proprio nel giorno dell’inaugurazione del Santuario e proprio nel Santuario stesso.
Non è mia intenzione soffermarmi sulla morte dei due figli di Aron, i nostri Maestri hanno riempito interi libri di commento su questo episodio pur rendendosi conto di non poterlo comprendere fino in fondo.
Quello che invece mi pare assolutamente eccezionale è quello che accade subito dopo. Aron (il Sommo Sacerdote) ed i suoi figli superstiti Elazar ed Itamar (gli unici Sacerdoti rimasti) entrano in quello stato che la Halachà definisce "Onenut" (dolenza). L’Onenut è la fase che va dal decesso di un parente stretto alla sepoltura e che precede il periodo di lutto.
Ci troviamo in un momento del tutto particolare perché è in corso l’inaugurazione del Santuario ed il ruolo dei Sacerdoti è di assoluta centralità. D-o comanda ad Aron e dai suoi figli di non manifestare segni di lutto. Ossia la loro funzione sacerdotale supera la loro condizione umana, essi devono pensare solo al loro compito.
In quella giornata erano stati shahtati a scopo di sacrificio espiatorio tre capri. Il primo era l’offerta di Nachson Ben Aminadav, capo della Tribù di Jeudà. Il secondo era per l’inaugurazione del Tempio ed il terzo era il sacrificio del Capo Mese (quel giorno era infatti Capo Mese).
Aron ed i suoi figli ricevono l’ordine di mangiare la carne dei sacrifici.
Moshè arriva e si rende conto che il terzo capro non è stato mangiato. "Moshè cercò ripetutamente il capro di espiazione ed ecco che era stato bruciato, egli si adirò con Elazar ed Itamar figli superstiti di Aron." (Levitico X, 16)
Moshè non vuole mancare di rispetto al fratello maggiore ed allora chiede spiegazioni ai nipoti.
Risponde Aron (i figli non avrebbero mai osato parlare a Moshè in presenza del padre) dicendo: "Forse sono stati loro che hanno offerto il loro olocausto ed il loro sacrificio espiatorio? Ora che mi sono accadute queste cose, se avessi mangiato il sacrificio espiatorio della giornata, sarebbe piaciuta la cosa al Signore?" (Ivi 19)
Da buon ebreo Aron risponde ad una domanda con un’altra domanda, anzi, con due.
La prima domanda di Aron si riferisce ad una domanda implicita di Moshè. Aron dice a Moshè "Se tu pensi che io abbia bruciato il terzo capro invece di mangiarlo perché non era valida la sua shehità (in quanto fatta da un Sacerdote che essendo onen non può partecipare al culto del Santuario), ti sbagli. La shehità l’ho eseguita io ed un Sommo Sacerdote può operare nel Santuario anche quando è onen."
Il Sommo Sacerdote, se è nello stato di onenut, può partecipare al culto del Santuario ma non può mangiare la carne dei sacrifici. Aron invece, su ordine divino mangia, della carne dei primi due e poi, con la disapprovazione di Moshè brucia il terzo.
Perchè?
Il punto è che Aron aveva ben in mente che il comando Divino che lo chiamava con i figli ad un eccezione alla regola generale (che avrebbe impedito loro di mangiare) era motivato dalla eccezionalità del giorno. I primi due sacrifici erano infatti irripetibili in quanto legati alla inaugurazione del Tempio, ma il terzo era il "classico" sacrificio di Rosh Hodesh che sarebbe stato offerto ogni mese per sempre.
Aron sostiene quindi che il suo stato gli consente di mangiare i primi due (che altrimenti non avrebbe potuto mangiare mai più), ma non il terzo che avrebbe potuto mangiare il mese seguente.
"Moshè ascoltò, e la cosa gli piacque." (Ivi, 20)
All’interno di questo passo è compreso il… "centro geografico" della Torà. Infatti le parole "darosh darsah" (cercò ripetutamente o cercò cercando) dividono a metà tutte le parole della Torà.
Questo passo ci insegna come si studia Torà.
Shabbat Shalom
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