Parashat Vaikrà
Shabbat HaHodesh
"E chiamò Moshè, e parlò a lui il Signore dalla Tenda della Radunanza dicendo:..." (Levitico I,1)
Con questo verso si apre il terzo Libro della Torà. Vaikrà o "Torat Koanim". Il riferirsi dei Maestri a questo Libro come la "Torà dei Sacerdoti" è sintomatico del fatto che esso tratta, almeno nel senso piano del testo, delle leggi riguardanti il Santuario ed appunto del culto che svolgevano in esso i Sacerdoti.
Il Peccato del "Vitello d’Oro" è stato perdonato, il Santuario è stato costruito ed ora la Torà ci viene a spiegare che cosa succede all’interno di questo Santuario.
Il contenuto di questa Parashà e del resto del libro di Vaikrà pongono non pochi problemi che spesso non sono del tipo al quale i primi due libri della Torà ci hanno abituato. Il libro di Vaikrà infatti rappresenta sì il nocciolo dei rapporti tra il popolo d’Israele e D-o (il culto del Santuario), ma il fatto che questo rapporto sia centrato sulla pratica dei sacrifici, mette a disagio non solo l’uomo "moderno" ma spesso e volentieri gli stessi Maestri del passato.
Possibile mai che la stessa Torà che ci proibisce di metterci a tavola se non abbiamo prima dato da mangiare ai nostri animali ci comanda di sacrificare alla Divinità quello stesso animale per il quale si era dimostrata tanto sensibile? E poi, che se ne fa D-o del sangue dei bovini?
I Maestri, come al solito, rispondono con una domanda. Se mettiamo così le cose, che se ne fa D-o dell’Uomo?
Questa domanda ci fa in effetti tornare con i piedi per terra. Stiamo parlando di cose tanto più grandi di noi da far dire ai Maestri che chi si pone domande su ciò che precedette la Creazione, sarebbe meglio che non fosse mai nato.
Il punto è che noi soffriamo di manie di grandezza. Nella nostra follia di onniscienza pretendiamo non solo di capire il significato delle cose, ma anzi azzardiamo anche che stia a noi giudicare le regole che il nostro Creatore ha posto a base della nostra esistenza.
Quegli stessi animali che noi sacrificavamo, gli egiziani li adoravano. Questo teniamolo presente. Teniamo altresì presente che il sacrifico ebraico non ha la minima pretesa di soddisfare "l’appetito della Divinità", come sostenevano gli antichi.
La realtà è che noi "sacrifici" non ne abbiamo mai fatti: noi portavamo "korbanot", dal verbo lekarev, avvicinare. Il korban è il mezzo per avvicinare l’uomo al Signore. Se il mezzo rimane un oggetto vuoto e non è accompagnato dalla intima volontà dell’uomo, è nullo. Ed è proprio per questo che oggi noi non abbiamo più il Mikdash, il Santuario.
È tipicamente poco ebraica, anche se ci sono Maestri che la propongono, la tesi che vuole i sacrifici come legati ad una fase passata della storia del popolo d’Israele. Nelle profezie di Ezechiele si parla esplicitamente dei korbanot che verranno portati, presto ed ai nostri giorni, nel Terzo Tempio.
Tutto ciò non vuole essere una spiegazione della funzione dei Sacrifici. Per questo ci sono commenti e commenti sul libro di Vaikrà. Vuole essere invece un invito. Un invito a porsi nei confronti di questo problematico libro con uno spirito diverso. Uno spirito di umiltà.
Lo sapeva bene Moshè, che presumibilmente, quanto a sensibilità, era superiore ad ogni uomo.
Il primo verso della Parashà attesta che D-o "Vaikrà", chiamò Moshè per comunicargli le leggi dei korbanot. La stessa radice verbale, con l’esclusione della ultima lettera "alef" viene usata per definire l’apparizione di D-o ad un altro Profeta, non ebreo, il più grande dei profeti dei gentili.
Si parla di Bilaam. Il verbo così modificato ha una connotazione di casualità. Come a dire che D-o è sì apparso a Bilaam, ma mica tanto volentieri! Che cosa fa Moshè? Si mette sullo stesso piano di Bilaam. Egli scrisse la parola Vaikrà con una alef finale piccola piccola, e così noi la troviamo ancora oggi nella Torà, per dire che in fondo non c'era nulla di particolare in lui. D-o parlava con lui sì, ma parlava anche con Bilaam. Questa superba forma di umiltà ci può dare una misura della grandezza morale di Moshè.
Il Midrash si preoccupa addirittura di raccontarci che fine fa quell’inchiostro che Moshè ha risparmiato nel rimpiccolire la alef di Vaikrà. Secondo una versione indubbiamente suggestiva Moshè asciugò (volontariamente?) sulla sua fronte la penna con cui scriveva, nella misura dell’inchiostro "risparmiato". Questo inchiostro sarebbe la causa della "luminosità" del volto di Moshè di cui ci parlava la scorsa Parashà.
Moshè ci insegna tante cose. Ma una soprattutto: l’umiltà. Mi sembra notevole che proprio in occasione di un argomento così difficile da affrontare, per Moshè stesso, ed a maggior ragione per noi, egli ci inviti a mantenere un comportamento umile.
Da quando il Mikdash non c'è più le tefillot hanno sostituito i korbanot e ciò che ci rimane per mettere in pratica queste difficili mizvot è solo studiarne le regole. Forse così ci sarà dato di recuperare un rapporto incrinato ma non rotto.
Studiando. Studiando regole di mizvot oggi non più applicabili, regole che fatichiamo a capire. Nella consapevolezza della nostra limitatezza, del fatto che non siamo noi che stabiliamo le "regole del gioco".
Coltivando la fiducia che l’altare verrà ricostruito, presto ed ai nostri giorni.
Shabbat Shalom
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