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Parashat Beshallach

L'elemento più ricorrente nella Parashà di questa settimana è indubbiamente l'acqua. Saremmo portati a pensare che il riferimento è essenzialmente all'apertura del Mar Rosso, ma non si tratta solo di questo.

L'acqua è presente in almeno altri tre importanti episodi narrati nella Parashà di Beshallach. Mi riferisco alle cosiddette "acque di Marà", alle acque di "Elim" ed alle famose "Mè Merivà", "le acque della contesa".

Ma andiamo con ordine. I Maestri si occupano lungamente dell'episodio dell'apertura del Mare. Esso rappresenta la definitiva sconfitta dell'Egitto e l'inizio della vita del popolo d'Israele. Spesso i Maestri tornano sul tema della "conversione dell'intero popolo" al momento dell'uscita dall'Egitto. Secondo alcuni il passaggio del Mar Rosso rappresenta una sorta di strano "mikwe" (bagno rituale). La prima osservazione che si potrebbe fare è: Come si fa a parlare di mikwe, se in fondo gli ebrei non si sono nemmeno bagnati??? Una delle risposte è che in realtà almeno un ebreo si è bagnato. Il Midrash narra che quando Mosè stese il suo braccio sul Mare così come comandato da D-o, non accadde assolutamente nulla. Il mare non si sarebbe mai aperto se non fosse stato per Nachshon Ben Aminadav. Egli era il capo della Tribù di Giuda. Fu l'unico a capire che toccava al popolo dimostrare la sua fiducia in D-o prima che D-o agisse. Si buttò quindi in acqua e di conseguenza il Mare si aprì.

Ecco quindi un primo elemento. La fiducia. Nel confronto con le realtà della vita, anche con quelle più difficili non ci deve mai abbandonare la fiducia in D-o. Non si può pretendere però di passare attraverso il mare senza bagnarsi. D-o è pronto ad aiutarci nello studio e nell'applicazione delle mizvot ma questo non può che essere subordinato al nostro sforzo.

Appena dopo l'episodio del Mar Rosso la Torà ne narra altri tre che hanno come elemento centrale l'acqua:

Il popolo arriva a Marà. Le acque del posto non sono potabili per quanto sono amare. D-o ordina a Mosè di gettare del legno nell'acqua che diventa dolce. In quel luogo "stabilì un decreto ed un ordinanza".

Il popolo arriva poi ad Elim dove ci sono dodici fonti d'acqua e settanta palme.

Infine giunge a Refidim e non c'è acqua. Dopo le proteste del popolo D-o ordina a Mosè di prendere la verga con la quale erano stati operati i miracoli e (secondo la versione successiva) di parlare alla roccia. Mosè invece batte la roccia, l'acqua esce e disseta il popolo.

Non è un caso che tutti questi episodi si svolgono intorno all'acqua. Che cos'è l'acqua? Secondo il Midrash, l'acqua è sempre Torà. Così come l'acqua infatti, anche la Torà viene dal cielo e, così come non si può vivere senz'acqua, così non si può senza Torà.

La Torà ci sta insegnando che la vita del popolo d'Israele, finalmente libero, non può che essere basata sulla Torà.

Un altro elemento ricorrente è il legno. Esso rappresenta secondo alcuni Maestri il potere coercitivo della legge (la verga rappresenta la potenza di D-o e l'autorità legale che Egli dà a chi la porta, cfr. episodio di Korach). La Legge, ossia la Torà, è valida perché ogni ebreo è tenuto ad osservarla. La Torà non può essere "bevuta" (ossia assorbita) senza che sia chiaro che in quanto ebrei siamo TENUTI ad osservare la nostra legge. Ad Elim questo principio viene chiarito meglio. Lì ci sono dodici fonti d'acqua, una per Tribù. Questo ci insegna che ognuno deve trovare la propria via nello studio della Torà. Nello stesso luogo ci sono settanta Palme. Qui il riferimento è al Sinedrio, composto da settanta Saggi che secondo alcuni fu istituito proprio ad Elim. La legge non è attuabile se non c'è un Tribunale che la amministri (da notare il riferimento palme = legno = potere coercitivo della legge).

Infine l'episodio più complesso. Secondo il Midrash la roccia rappresenta Israele. D-o comanda a Mosè di prendere con lui la verga e di parlare alla roccia. Per tirare fuori la Torà da Israele (l'acqua dalla roccia), devi far vedere che hai l'autorità per farlo (la verga). Nonostante questo non devi usare la forza, devi parlare ad Israele. Questo è un messaggio molto forte. Per tirare fuori la Torà dal popolo d'Israele non si può usare la violenza. Anche se la Legge avrebbe il diritto di costringere l'ebreo alla osservanza, non si deve applicare questa autorità. Si deve spiegare. Parlare. Anche se la roccia è dura e viene voglia di spaccarla con la forza dell'autorità (la verga).

Due persone in questa Parascià compiono due atti che avranno ripercussioni non solo sulla loro vita, ma su quella del popolo intero. Moshè, per aver preteso (seppur a buon diritto) di imporre la Torà con la forza, non entrerà in Erez Israel. Nachshon di contro, per il suo atto di fiducia, quello di buttarsi nel Mare della Torà, fidando in D-o, meriterà di essere il progenitore del Re Messia.

Tutto dipende dalle nostre azioni: se avremo fiducia e se ci butteremo nel Mare della Torà.

E "Allora canterà Mosè ed i figli di Israele questa cantica al Signore "

Secondo alcuni Maestri la Torà usa il futuro perché la cantica verrà cantata in futuro, quando arriverà il Messia. Presto ed ai nostri giorni.

Shabbat Shalom

 

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