Parashat Vaigash
Undici fratelli davanti ad un Vicerè. Così si apre la nostra Parashà. A noi è tutto chiaro. Sappiamo tutti i particolari della storia. Ma mettiamoci nei panni dei fratelli di Josef: che idea vi sareste fatti di tutti gli strani avvenimenti accaduti sin ora? Non siete tenuti a rispondere. Quello che conta, come al solito nell'ebraismo, è formulare la giusta domanda. E qui la domanda è più che fondata...
I Maestri fanno notare come tutta la tensione, accumulata in tanti anni, venga scaricata nel momento in cui Josef, piangendo, annuncia: "Ani Josef", "Io sono Josef". A quel punto tutto diventa chiaro. Tanti anni di sofferenze, privazioni, rimorsi. Il primo ad avere chiara la situazione è evidentemente Josef. Egli infatti dice subito ai fratelli che non debbono sentirsi in colpa per la sua vendita. Se ciò non fosse accaduto Josef non avrebbe potuto salvare la vita dell'intera famiglia durante la carestia.
Scrivo queste parole sulla Parashà di questa settimana nel giorno in cui si conclude la festa di Hanukkà. Un occasione di festa nella quale la luce della presenza Divina cementa l'unità del popolo di Israele. Tra una decina di giorni la gioia verrà messa da parte. Il 10 del corrente mese di Tevet digiuneremo per ricordare l'inizio degli eventi che portarono alla distruzione del Tempio. L'inizio dell'assedio di Nabucodonosor. Potremmo chiederci: Perché digiuniamo anche all'inizio del processo di distruzione, (10 di Tevet) e non solo alla fine (9 di Av)?
Per rispondere a questa domanda torniamo alla Parashà.
C'è una nota stranezza nel verso che descrive l'abbraccio tra Josef e l'amato fratello Biniamin. I verso recita: "E (Josef) cadde sui colli di Biniamin suo fratello e pianse, mentre Biniamin pianse sul suo collo." Ora è evidente che di collo ogni persona ne ha uno solo. Ma la Torà qui non parla di "collo" fisico. Secondo i Maestri il collo rappresenta il Bet Amikdash (il Santuario). Così come il collo congiunge la parte superiore (la testa) con quella bassa (il resto del corpo), così il Santuario congiunge il mondo Divino con quello umano.
Avevamo già incontrato questo genere di commento a riguardo del collo di Jacov. Su questa base i Maestri spiegano: Biniamin piange per la distruzione del Santuario (Mishkan) di Shilo (che era nel territorio di Josef) e Josef piangeva per la distruzione dei due Santuari di Gerusalemme (che sorgevano sul territorio di Biniamin).
Josef e Biniamin ci danno una grande lezione. Nei momenti di gioia, nei quali Israele è unito, abbiamo l'obbligo di avere ben presente che cosa accade quando questa unità non si verifica. È giusto piangere per la distruzione del Tempio appena finito di celebrare la sua reinaugurazione (Hanukkà). Esattamente come Biniamin e Josef, appena ritrovata l'unità familiare, piangono per la divisione che porterà alla distruzione. Non contano solo gli avvenimenti. Si piange anche per le cause.
L'Haftarà (ossia il passo profetico) di questa settimana ci offre una conclusione perfetta del quadro. Il Profeta Ezechiele viene invitato da D-o a prendere due bastoni. Su uno il Profeta deve scrivere "Per Jeudà ed i figli d'Israele suoi compagni" e sull'altro "Per Josef, bastone di Efraim e tutta la Casa d'Israele suoi compagni" Il profeta deve poi unire questi bastoni che diverranno "un solo scettro nelle mani del Signore". La profezia è espressa al futuro. Si tratta della redenzione completa nella quale il Signore riunirà il popolo d'Israele. Questa ritrovata unità verrà concretizzata nella costruzione del Terzo Tempio. "E sapranno le nazioni che IO SONO IL SIGNORE, che santifico Israele ponendo il Mio Santuario in mezzo a loro per sempre"
Così come tanti anni apparentemente senza senso diventano chiari con le parole "Io sono Josef", così tanti anni di incomprensibile esilio risulteranno chiari quando, ricostruito il Tempio, sentiremo le parole "Io sono il Signore".
Shabbat Shalom
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