Particolare di un dipinto di Pietro Longhi.
 

 

 


RECITAZIONE E MESSA IN SCENA

 

 

 

Tutto lo spettacolo è solitamente così ben accordato e organizzato che un solo animatore può muovere i due o trecento personaggi di una féerie, far sorgere o scomparire foreste, palazzi incantati, demolire fortezze, incendiare ville, far volare genî e carri di fate trainati da colombe, fendere serpi e ippogrifi, condurre navigli sui mari agitati, raffigurare a distanza giostre e tornei nelle proporzioni desiderate, riportare in un istante questi personaggi ingranditi alla ribalta, far passare elefanti, cammelli e cavalli, tigri, lupi e leoni, simulare una caccia, imitare da solo tutte le voci, tutte le arie, tutti i rumori e, con una messa a punto perfetta, simulare perfino i convogli ferroviari coi loro fischi e sbuffi di caldaia. Una moltitudine di piccoli oggetti appesi attorno al burattinaio nella parte del teatro dove sta in piedi (il castello, in termini specialistici) gli servono a dare a questi rumori accessori una verità sorprendente. Campane di diverso calibro, gong, fischietti, trombette, corni, pioggia, vento, tuono, grandine, canti d’uccello, sonagli, incedere di vetture, onde che s’infrangono, tutto è reso con accuratezza e niente è omesso. L’intensità dei suoni è stata studiata per non rompere la proporzione che deve esistere fra questo piccolo mondo fittizio e i rumori che vi si producono. L’eccessivo strepitare di una vettura o di un tuono soverchierebbe la scenografia e i personaggi. L’armonia sapientemente stabilita fra tutti questi dettagli produce un fenomeno al quale nessuno spettatore sfugge. All’alzarsi del sipario, come all’apparizione dei primi personaggi, costui si rende conto perfettamente che ha a che fare con dei burattini, ma presto dimentica di comparare la loro statura alla propria. Così la semioscurità in cui si trova cancella ogni elemento di confronto e la verità dell’azione che si produce davanti a lui, lo prende a tal punto che ci crede; e l’apparizione di una testa umana in mezzo alle teste di legno, come succede qualche volta quando l’operante si mostra travestito da gigante o da orco, diventa veramente mostruosa e spaventosa.

      Oggi si costruiscono dei bei giochi per bambini. Si può utilizzarli scegliendoli della proporzione desiderata e correggendoli se le forme sono difettose e la coloritura troppo cruda.

      Se ne possono avere che si costruiscono come un orologio e funzionano da soli. Ma costano molto caro e fanno meno effetto di quelli che vengono condotti all’estremità da un’asticella all’altezza del suolo. Gli automi non obbediscono che a se stessi e non fanno niente che non sia previsto. I più volgari animali in legno, adattati e dipinti, sono preferibili. Per quanto riguarda i grandi mostri delle féerie, essi sono delle tarasche[1] come quelle fabbricate un tempo in vimini per le feste popolari del Midi. I nostri mostri sono però in stecche di balena, o meglio ancora in acciaio, con un rivestimento di stoffa. Tutte le nostre gonne in crinolina, così alla moda in questi ultimi tempi, sono state passate in rassegna e hanno fornito la morbida carcassa degli animali fantastici, che sono veri e propri oggetti d’arte.

      Si trattò poi di come poter organizzare velocemente le rappresentazioni, poiché il piacere deve essere sempre tempestivo nella vita delle persone che lavorano seriamente ad altre cose. La faccenda più lunga era, ad ogni nuovo allestimento, spogliare e rivestire i burattini: ciò richiedeva molte ore, che non avevamo sempre disponibili. Era meglio avere una muta vestita una volta per tutte, salvo quegli imprevisti casi eccezionali. È per questo che, per qualche tempo, Maurice scolpì, di quando in quando, durante la notte, una ventina di personaggi nuovi. Ce ne sono ora centoventicinque, senza contare le numerose piccole comparse per i diversi piani scenici. Questo gran numero di tipi e personaggi è necessario. Molto più dell’autore drammatico che desidera trovare, nell’attore che gli viene proposto, il temperamento che ha pensato per i suoi personaggi, l’animatore di burattini deve preoccuparsi dell’espressione delle figure dei suoi soggetti, del loro sguardo, del loro sorriso, della forma del cranio, della loro capigliatura, insomma del loro particolare temperamento, molto più essenziale per il loro effetto di quello dell’attore in carne e ossa. Dal momento in cui ci si allontana dalle maschere pietrificate della vecchia commedia dell’arte, che non dava espressione che a tipi elementari, ci si imbatte nell’enorme quantità di sfumature dell’essere umano. Queste sfumature, l’abilità dell’attore le sa più o meno mettere in risalto, e l’attore si trasforma così secondo il bisogno dettato dal suo personaggio. L’attore di legno non ha questa risorsa. Bisogna ch’egli sia, una volta per tutte, il tipo che ci si aspetta da lui. Ho visto spesso Maurice, dapprima  esitare a lungo fra più figure di cui nessuna realizzava l’idea che egli si era fatto di un certo carattere da riprodurre, e poi fabbricare un nuovo “attore” prima di allestire lo spettacolo. Quei centoventicinque personaggi, i quali hanno tutti un nome e una storia – soprattutto i più vecchi che, leggermente ritoccati, sono rimasti i nostri preferiti – si prestano a tutti gli usi senza gelosie di mestiere e senza indietreggiare davanti ai peggiori ruoli, certi d’avere a che fare con un direttore di scena integro che all’occasione darà loro la rivincita. Ora ci sono doppiamente cari da quando affascinano i nostri bambini istruendoli, poiché si apprende da tutto e ovunque, quando la sostanza del divertimento è buona in sé. Arriviamo perfino ad amare i burattini di Nohant come le nostre bambine amano le loro bambole. In quanto a loro, diventano più premurose e più materne vedendo quello che si può attribuire e addirittura comunicare di spirituale, di bello e di emozionante a questi esseri inanimati. L’indomani di una rappresentazione, ripetono lo spettacolo in tutti gli angoli della casa e del giardino con le loro bambole. Le abbigliano, le dispongono e le fanno parlare con quella sorprendente memoria dei bambini che afferra preferibilmente ciò che si credeva fuori dalla loro portata. Mi ricordo bene quanto la nostra vecchia commedia improvvisata ebbe degli immediati e buoni effetti per illuminare le idee dei nostri bambini d’allora, stimolando il loro linguaggio e costringendoli a seguire un rigido filo logico nell’impeto del divertimento. Credo che questa sia un’ottima scuola per l’infanzia e la giovinezza, non certo un insegnamento sufficiente in sé stesso, ma il migliore esercizio per condurre lo spirito ad allargarsi e a voler apprendere meglio per manifestarsi sempre più.

      Esaminiamo ora, continuando a raccontare, l’aspetto letterario della recitazione di  siffatti burattini, perché c’è tutta una letteratura da inventare in vista delle risorse di cui un tale teatro dispone. L’animatore che scrive i suoi drammi e li inscena da solo, li rappresenta meglio di una compagnia di teatro avvezza a interpretare pensieri che non sono i suoi. Si tratta comunque della stessa voce che parla per tutti e, inoltre, l’inflessione e le intenzioni del recitante, così perfettamente accordate al flusso di atteggiamenti e di gesti espressivi che accompagnano ogni burattino, producono un dialogo di una chiarezza assoluta: senza che sia necessario che egli modifichi eccessivamente il suo diapason. Ogni personaggio ha, come nella realtà, la sua intonazione e la sua pronuncia particolari a secondo delle sue tendenze e delle sue pretese personali, ma ci vuole veramente un minimo sforzo per mettere la sua dizione in accordo con la sua figura, il suo costume e il suo ruolo. Nelle buone compagnie teatrali, la recitazione tende sempre ad armonizzarsi e a far scomparire ciò che lo stile personale avrebbe stereotipato. Ciò vale anche per i burattini: le leggere sfumature sono più piacevoli che le esasperazioni di individualità, e in più si prestano meglio alla chiarezza del dialogo. Ma non bisogna dimenticare, che colui che conduce il gioco, improvvisa e non espone il suo dramma come un bravo lettore tranquillamente seduto davanti al proprio manoscritto e con un bicchiere d’acqua zuccherato sotto mano. Il nostro animatore ha, è vero, il suo manoscritto collocato su un leggero leggio mobile – a meno che non lo impari a memoria ed essa non gli faccia difetto – ma questa risorsa non gli sarebbe sufficiente  se non fosse dotato della presenza di spirito necessaria a colmare gli inevitabili vuoti. Le marionette non obbediscono alla mano che le dirige così passivamente come l’attore alle disposizioni della messa in scena[2]. Non procedono da sole, non si muovono autonomamente e non si curano degli ostacoli: si possono impigliare in un elemento della scenografia, sganciarsi dal supporto o sfilarsi dal dito del burattinaio e accasciarsi fuori luogo. Risulta dunque molto difficile, se non impossibile, attenersi letteralmente al testo e bisogna essere pronti a spiegare gli imprevisti. Gli attori in carne e ossa, quando questi incidenti si verificano, non possono ovviarci. Io stessa ho visto gli attori più sensibili e intelligenti restare spiazzati e confondersi in scena quando l’atteso interlocutore mancava l’entrata. Ciò è semplice da spiegare, l’attore, avesse pure un’alta considerazione della professione, non ha il diritto di mettere la sua improvvisazione al posto del testo. L’autore e il pubblico, senza contare la censura, potrebbero avere da ridire. Nel suo castello, il burattinaio ha mano libero, lui solo è responsabile. Recita il suo proprio testo e lo modifica ad ogni istante. Se inscena più volte la stessa opera, vi aggiunge le parole, divertenti o drammatiche, che lo ispirano o sopprime quelle che non erano state efficaci nelle precedenti esibizioni. Caratteristico dell’improvvisatore è d’altra parte di non amare ripetersi, e se si sottomette al canovaccio prova il continuo bisogno di cambiare il dialogo. È perfino il principale fascino di questo genere di spettacolo ed è una cosa di cui il pubblico stesso non si stanca mai. La forma letteraria propria ai burattini è dunque il canovaccio, scritto con un dialogo elementare molto rapido sul quale il recitante può ricamare. Qual è, al di fuori della scena, l’effetto di questo lavoro alla lettura? Noi abbiamo voluto saperlo e ci è sembrato molto originale. Benché con un’azione così scarna, il testo ci è parso ancora piacevole. Più rapido e più essenziale di quello che passa su più bocche, questo dialogo conciso, che contrasta con gli sviluppi che apporterà l’improvvisazione, dà ulteriore qualità alla nettezza e alla solidità del talento letterario di un autore.

      Il grande interesse dei burattini nella vita di campagna è di rappresentare delle storie e dei romanzi comici, meravigliosi o drammatici in più serate. Più lunga è la storia, maggiormente lo spirito ci si attacca e vede con dispiacere arrivare la fine della serie. L’improvvisazione permette all’autore-attore di fare di ogni atto un capitolo ampliato che occupa tutta una serata o di mostrarne parecchi rapidamente eseguiti. Mi si darà ascolto se dico che questo teatro è quello delle affascinanti lentezze e che preferiamo una solida improvvisazione e i dettagli della realtà minuziosa alla sobria struttura e al dialogo conciso che sono di rigore nel grande teatro? Ogni cosa al suo posto. I burattini sono chiacchieroni e gigioni. Qualsiasi cosa si faccia, hanno gesti brevi e occhi stupiti che sembrano sforzarsi per comprendere ogni cosa, e quest’ingenuità d’espressione è sempre comica o commovente. Quando una peripezia del dramma li sorprende, il loro stupore è eloquente. Quando hanno escogitato un espediente per sfuggire a un pericolo, si direbbe che si arrovellino sulla trovata e chiedano allo spettatore se è valida. La recitazione non deve dunque essere precipitosa poiché l’attore di legno ha le sue risorse particolari, le sue peculiarità che danno sollievo agli occhi e calmano lo spirito. Le scene accessorie ed episodiche, che irritavano nel vero teatro, sono qui una divertente digressione di cui nessuno si lamenta. Rientrano nella verità assoluta della vita, che è un accanito combattimento contro i perpetui impedimenti. Prima dell’invenzione dei francobolli, avevamo, fra i nostri burattini, un portalettere tradizionale, che era un personaggio cantante. Costui portava la lettera fatale, nodo dell’intreccio, e, mentre il personaggio in scena l’apriva “con mano tremante” e si sforzava di decifrarla, rientrava dieci volte per esigere la tassa e raccontare le proprie pene d’amore. Altre volte certi sarti balbuzienti arrivavano per riscuotere il proprio conto nel momento in cui l’eroe partiva per il ballo o per il duello. Tutti questi intralci erano talmente accettati che nei momenti più interessanti dell’azione si condivideva con angoscia le sofferenze del protagonista senza prendersela con le fantasie del burattinaio.

      L’abilità di colui che mette in scena consiste nel servirsi di questi vantaggi e non abusarne: nel momento in cui se ne serve bene, la finzione prende un colore di toccante vitalità. Un nostro amico, autore drammatico di primo rango, assistette un giorno ad una commedia militare del nostro repertorio e la sua attenzione non ebbe un solo moto. Pensavamo che s’annoiasse d’un passatempo così leggero. L’indomani ci disse: «non ho dormito tutta la notte e non vorrei vedere spesso questo tipo di teatro. Mi ha sconvolto, mi ha fatto dubitare dell’arte: mi sono chiesto cosa erano le nostre convenzioni a paragone di quel dialogo libero, ordinario, continuamente interrotto e ricucito come nella realtà; a paragone di quelle espressioni spontanee così ben appropriate alla situazione; e infine a paragone di quel caotico andirivieni che è ingegnosa sintesi d’agitazione e tumulto. Ieri sera ho totalmente dimenticato che guardavo delle marionette. Mi sono visto nella foresta dell’Argonne ad attaccare al calesse il cavallo della vivandiera, ad addormentarmi come il giovane coscritto per evitare i colpi di fucile e ad interessarmi con passione ai morti ed ai feriti senza preoccuparmi più della finzione letteraria, che non ero più in grado di giudicare tanto mi prendeva per le viscere. Mi interrogo invano per scoprire ciò che mi ha tanto emozionato. È il risultato di un’assenza d’arte o la visione di un’arte nuova che è in procinto di sbocciare, oppure un’arte estinta che non conosco?».

      Un simile onore non era mai stato rivolto ai nostri burattini, tanto più che a quell’epoca erano ben lontani dall’aver compiuto quei progressi materiali di cui dispongono oggi. Mio figlio non accettò né l’idea troppo lusinghiera d’aver creato un’arte nuova né quella troppo severa d’essersi sottratto a qualsivoglia nozione d’arte. Egli diceva ciò che anch’io pensavo di questa maniera di tradurre il movimento della vita: è la ricerca di una convenzione ben regolata che non si vede. L’operante nel suo piccolo castello, invisibile, ignorato, per così dire soppresso, ha la mente completamente sgombra da qualsiasi preoccupazione esterna. Alle estremità delle sue mani, sollevate al di sopra della testa, fa muovere un mondo che realizza e personifica le emozioni che egli stesso prova. Egli vede quei personaggi che gli parlano da vicino e che, dalla sua mano destra, domandano perentoriamente una risposta alla mano sinistra. Bisogna che si domini o che s’infervori e, una volta infervorato, rimane comunque lucido perché le sue finzioni hanno preso corpo e camminano per così dire sulle proprie gambe. Tali finzioni consistono in esseri che vivono della sua vita, di cui gli domandano una completa donazione sotto la pena di spegnersi e pietrificarsi sulla punta delle dita. Bisogna che i burattini dicano e facciano ciò che è nella loro natura. Non esigono delle parti ben scritte né fronzoli letterari o espressioni scelte: essi sono portatori di ragioni, del perché delle loro azioni e del percome della loro situazione. Le parole più ingegnose non mascherano l’inverosimiglianza del carattere quando è una statuetta e non un essere umano che agisce. Altrimenti si domanderebbe al burattino perché ha preso quelle sembianze e indossato quel costume se non per andare all’essenza e afferrare la verità.

      Nell’ambito del fantastico, cosa singolare, si produce l’effetto contrario. Il personaggio è tanto più a suo agio nel sogno quanto più la sua inverosimile statura e la sua immobile figura lo trasportano al di là della realtà. A questo proposito, le féerie fanno agire e parlare degli esseri impossibili, perfino delle cose inanimate, come in Giocattoli e misteri, un pezzo del repertorio di Maurice, che presto riallestiremo, in cui l’apparizione di un balletto di scope ci faceva l’effetto di un’allucinazione che, dal personaggio principale dell’opera, si comunicava a noi stessi.

      Ho convinto l’autore a ricopiare questi canovacci leggibili solo da lui e a pubblicarli. Non sono dei semplici soggetti, ma comportano come ho già detto un dialogo preciso e serrato di cui Maurice si serve quando gli sembra opportuno e che sarebbe sufficiente per un qualsiasi burattinaio, vale a dire per ogni persona abile con le mani e che avesse dei burattini a sua disposizione e volesse di punto in bianco far loro rappresentare una commedia. È, lo ripeto, un divertimento intimo e per tutta la famiglia che ha la sua importanza nella vita in generale, dal momento che lo scopo di questa deve essere la cultura dell’intelletto. Divertimenti da bambini se si vuole, ma anche da artista, come tutti quelli che lo spirito francese ricerca, appassionato com’è della finzione in ogni genere di cose.

 

 

 

c INDICE d

 

 

 



[1] La Tarasca era un drago che anticamente, secondo la leggenda, infestava le regioni intorno al Rodano prima di essere sconfitto da Santa Marta.

[2] Interessante ribaltamento di prospettiva rispetto alla lettura mitizzante che H. von Kleist e E. G. Craig hanno fatto della marionetta.