Biglietto d'auguri per l'anno nuovo. Xilografia di G. Gaudaen raffigurante una famiglia di burattinai.
 

 

 


    - Prologo –

 

 

La scoperta del TEATRO DEI BURATTINI

 

 

 

Di tutti i modi per divertirsi in villeggiatura o nei salotti, il più emozionante e il più artistico è certamente il teatro: che sia musica, dramma o commedia, mette in moto tutte le facoltà e in luce tutte le attitudini delle persone che vi si dedicano. È un esercizio di spirito e uno studio di plastica, per i giovani di entrambi i sessi. Durante le lunghe sere d’inverno, immaginavo, sono ormai trent’anni, di creare per la mia famiglia un teatro rinnovato sull’antica maniera italiana detta commedia dell’arte. Quella maniera cioè, delle opere in cui il dialogo improvvisato seguiva un canovaccio scritto appeso dietro le quinte.

      Ciò assomiglia alle sciarade giocate in società, che sono più o meno sviluppate a secondo del gruppo e del talento che vi si apporta. Noi avevamo cominciato da questo. A poco a poco, la parola della sciarada scomparve e si recitarono inizialmente delle farse pazzesche, poi delle commedie ad intrigo e d’avventura, infine dei drammi sentimentali o con colpi di scena. Il tutto era cominciato dalla pantomima, che era stata un’idea di Chopin. Egli suonava il piano e improvvisava, mentre i giovani mimavano delle scene e danzavano balletti comici - vi lascio immaginare quanto queste notevoli e affascinanti improvvisazioni sciogliessero le gambe e scaldassero la testa ai nostri esecutori. Chopin li sapeva trasportare secondo la sua volontà e li faceva passare a suo piacimento dall’ameno al severo, dal burlesco al solenne, dal grazioso all’appassionato. S’improvvisavano costumi per recitare successivamente più ruoli. Nel momento in cui l’artista li vedeva comparire, adattava meravigliosamente il tema e l’accento al loro carattere. Ciò si rinnovò per tre sere e poi, quando il maestro partì per Parigi, ci lasciò tutti eccitati, tutti esaltati e decisi a non perdere la scintilla che ci aveva elettrizzati.

      Non racconterò qui la storia del nostro teatro improvvisato. Dirò quella del teatro di burattini[1] di Nohant che gli ha camminato affianco e che ha finito per raggiungere uno sviluppo completo, mentre l’altro si è arenato per mancanza d’attori. Se ho parlato di questo, dove noi assumevamo dei ruoli e dove, per anni, non accettammo spettatori, è per giungere a dire che se la commedia è il più vivo divertimento della vita intima, essa esige un concorso di circostanze che non si creano deliberatamente e una riunione di amici eccezionalmente disposta a prendervi parte. Il teatro sempre possibile è quello dei burattini perché esige poco spazio, una minima spesa e una sola persona, due al massimo, per maneggiare i personaggi e sostenere il dialogo. È dunque alla portata di chiunque abbia spirito o facondia, talento oppure allegria; e se vi si aggiunge l’invenzione e il gusto, può prendere delle proporzioni straordinariamente interessanti.

      Ma il semplice fantoccio ha bisogno di notevoli perfezionamenti e noi vogliamo dare al pubblico tutti i piccoli segreti del mestiere. È per questo che racconteremo tutta la storia di questi pupazzi che abbiamo visto nascere e che sono diventati per noi dei veri personaggi associati a tutte le impressioni gioiose o poetiche della nostra vita intima.

      Diciamo prima di tutto che cos’è la marionetta e quale posto occupa nella storia dell’arte. La marionetta non è “quello che un certo pubblico crede”. Possiede in realtà tutta un’arte speciale, necessaria non solo nel confezionamento e nell’impiego del personaggio che rappresenta l’essere umano in piccolo, ma anche nella finzione più o meno letteraria che deve interpretare.

      Tutti conoscono l’eccellente e affascinante opera che il signor Magnin ha pubblicato prima in capitoli nella Rivista dei due mondi, poi in volume presso Lévy nel 1852. Si tratta, certo, della Storia delle marionette in Europa, dall’antichità ai giorni nostri, ma è anche la storia del teatro europeo, poiché questi due modi di rappresentazione scenica sono sempre stati contemporanei: la loro comune origine si perde nella notte dei tempi e in seguito hanno condiviso la medesima sorte fino ad oggi. Quando sono stati proscritti o abbandonati, è successo per le stesse cause: le persecuzioni religiose e le nefandezze del potere. In ogni tempo, hanno risposto a un imperituro bisogno dell’uomo, quello della finzione, e l’arte che hanno espressa è stata la storia dell’immaginazione umana: la mitologia del mondo antico, i misteri del Medioevo, le esibizioni cavalleresche, le féerie[2] del Rinascimento, i drammi e le galanterie dei tempi moderni. Hanno presentato allo sguardo, grazie al risalto che dà il palcoscenico, tutte le fantasticherie dell’uomo associate a tutte le sue realtà.

      La marionetta obbedisce sulla scena alle stesse leggi fondamentali che reggono il grande teatro. Si tratta sempre di un tempio architettonico, immenso o microscopico, dove si agitano appetiti o passioni. Fra l’Opéra e le baracche degli Champs-Elysées, non c’è alcuna distinzione morale. Il Mefisto del Faust è Satana[3], come lo è il diavolo cornuto di Pulcinella. Pulcinella, Faust e Don Giovanni non sono la stessa persona diversamente forgiata dall’eterna guerra fra lo spirito e la carne?

      Non ci sono dunque due arti drammatiche, ma una sola. Mettere in scena le marionette è un atto che esige tanta cura e tanto sapere quanto quello di mettere in scena dei veri attori. I procedimenti stessi hanno delle similitudini. La gente che non è né dell’uno né dell’altro mestiere, crede generalmente che tutti i movimenti e tutte le intonazioni s’improvvisino liberamente durante la rappresentazione. Non sanno che il lungo e minuzioso lavoro delle prove consiste a imprigionare, a incatenare l’attore[4] nella convenzione del proprio ruolo con una precisione automatica.

      La lunga storia delle marionette prova che possono rappresentare qualsiasi cosa, e che, fino a un certo punto, questi esseri fittizi, mossi dalla volontà dell’uomo che li fa agire e parlare, divengono degli esseri umani più o meno ispirati per commuoverci o divertirci. Tutto il dramma è nella testa o sulle labbra dell’artista o del poeta che dà loro vita. Non è dunque sorprendente che certi maestri nell’arte delle marionette abbiano appassionato molti letterati, e che grandi spiriti abbiano lavorato per loro o tratto ispirazione dalle secolari tradizioni del loro repertorio. Magnin ci insegna, e ci mostra sulla scorta di citazioni, che questi contenevano infatti grandi bellezze, come se ne trovano in quelle canzoni popolari i cui autori sono rimasti sconosciuti.

      La marionetta è d’altra parte un essere multiplo che talvolta si limita a una testa e a due mani adattati a un sacco di stoffa, talaltra, nelle mani del meccanico, dello scultore, del pittore e del costumista, diventa un oggetto d’arte. Le marionette a corpo intero, le cui articolazioni sono mosse da fili, non dovrebbero essere confuse, come ha fatto Magnin, con gli automi propriamente detti, il cui merito appartiene esclusivamente all’arte meccanica, come le bambole parlanti che si mettono oggi in mano ai nostri figli e che non sono, diciamolo en passant, un’invenzione da poco. Comunque, siccome i bambini restano sempre dei bambini, cioè dei piccoli uomini e delle piccole donne che obbediscono al bisogno d’esprimere la vita nei loro giochi, le bambole meccaniche li stupiscono più di quanto li divertano. Quando la sorpresa è passata, cioè dopo uno o due giorni, il bambino ha infranto l’automa per vedere che cosa ha dentro o l’ha abbandonato preferendo le bambole o gli animali articolati che può piegare a suo piacimento e far gridare e parlare con la propria voce.

      È per questo che le marionette della prima categoria, i veri guignol o burattini, che non hanno gambe e che, visti a metà corpo, agitano le braccia - in cui le maniche vuote sono riempite dal pollice e dal medio dell’animatore, mentre l’indice sostiene la testa - sono e saranno sempre più vivaci e più divertenti di quelle che obbediscono al sistema dei fili e delle molle. Con ciò non voglio parlar male dei fantoccini italiani che ho visto a Genova e che si vedono a Milano recitare tragedie e danzare balletti con una precisione di gesti e di passi veramente straordinaria. Ma un simile spettacolo è già troppo complicato: esige una compagnia - con uomini e donne - d’operanti, che devono essere contemporaneamente recitanti. E se costoro interpretano bene i loro ruoli, si rimpiange di non vederli in scena al posto delle loro figurine dai gesti troppo precisi e dalle fisionomie troppo inerti.

      Noi abbiamo sempre creduto che fosse possibile creare in piccolo un teatro per cui una sola persona fosse l’ispirazione, il movimento e la vita. Questa possibilità sembrava già risolta dai Guignol delle baracche, il cui brio e la cui gaiezza detengono il monopolio delle pubbliche piazze. Ma a questo elementare divertimento non si poteva aggiungere l’illusione teatrale, la poesia o la realtà della scenografia, il merito o il fascino letterario? Con strumenti così semplici come i burattini, non si poteva ottenere l’illusione della scena e uscire dai classici lazzi di Pulcinella? Questa era la vera aspirazione, ed ecco come è stata affrontata da mio figlio Maurice Sand, che chiamerò semplicemente Maurice, poiché per la mia penna non può essere il “signor Sand”.

 

 

 

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[1] Traduciamo l’onnicomprensivo termine francese marionnette con il più appropriato e specifico termine italiano burattino. Così per tutto il testo, tranne che in quei casi in cui abbiamo creduto di poter ampliare il discorso alla totalità del teatro d’animazione. In questi casi abbiamo utilizzato il termine marionetta nella sua accezione più generica di fantoccio animato. Si veda a questo proposito di Gianni A. Papini, Excursus semantico: Fantoccino va alla Crusca, tratto da Burattini. Rivista del teatro di figura, giugno 1987.

[2] Letteralmente “fatato”, ma anche “fiabesco”; in pratica si tratta di un genere teatrale ricco di elementi magici e fantastici di grande spettacolarità.

[3] Satana come figura archetipica che corrisponde al principe dei demoni e all’avversario per eccellenza.

[4] La Sand si riferisce sia all’attore in carne ed ossa, che a quello di legno. George Sand infatti, con eloquente assimilazione semantica del teatro d’animazione al teatro attoriale, chiama spesso “attori” i propri burattini e “compagnia” la muta, cioè l’insieme dei fantoccini.