PAOLINO  un scito do belin! A. Doria
A. Doria

La storia della Liguria (appendice)
A stöia  da Ligûria
(azzúnta)


ANDREA DORIA
Questo personaggio merita una pagina a sé per il grande contributo che diede al progresso civico, per le sue gesta guerresche e per la diplomazia che seppe esprimere guadagnandosi onori e fama presso l'imperatore Carlo V, onori che ricaddero sulla Repubblica di Genova.
Nacque ad Oneglia (Im) nel 1466 e pur appartenendo alla potente Famiglia dei Doria, ebbe i suoi natali in un ramo laterale di essa non ricco. Rimase orfano prima del babbo e poi, a 17 anni, della mamma per cui venne a Genova dalla quale, visto che non avrebbe potuto avere un futuro come desiderava, partì recandosi al servizio del Papa genovese Innocenzo VIII come uomo d'armi (1484).
Morto Innocenzo VIII non volle rimanere sotto Alessandro VI Borgia, andò a Napoli offrendosi a Ferdinando d'Aragona, Re di Spagna e combatté (1494) contro Carlo VIII Re di Francia. Dopo si recò in Terra Santa dalla quale ritornò con il titolo di “Cavaliere dei Templari”.
Successivamente entrò nell’esercito francese dove ricavò fama di valoroso e abilissimo comandante.
Il “Banco di S.Giorgio”, che era divenuto potente anche quale padrone di territori, aveva al suo servizio propri soldati il cui comandante si era dimesso. Per questo chiamò il Doria perché ne prendesse il posto e lo mandò a domare la rivolta dei Corsi. Vi riuscì e fece prigioniero anche il capo della rivoluzione che fece portare a Genova.
Nel 1512 da combattente terrestre diventò comandante di galere e, con una di queste, collaborò con quel Emanuele Cavallo ad allontanare dalla “Briglia” i soccorsi francesi. Poi combatté, sconfiggendoli, i pirati saraceni che spadroneggiavano nel Mediterraneo acquistando fama di valente Ammiraglio.
Dopo si mise al servizio di Francesco I Re di Francia combattendo contro gli Spagnoli che assediavano Marsiglia e occupavano Savona e Varazze. Accorsa una flotta spagnola il Doria la sconfisse facendone prigioniero il Comandante.
Poi passò a servire Papa Clemente VII, combatté contro Carlo V, aiutò i Francesi a liberare Genova dagli Spagnoli e poiché Francesco I non manteneva i patti stipulati con lui (paga regolare, restituzione dei grossi prestiti che egli, Andrea, gli aveva fatto ed altro) se ne lagnò fortemente per mezzo di una lettera piuttosto energica. Francesco I se ne sentì offeso e i suoi cortigiani, invidiosi della gloria del Doria e della alta stima di cui godeva presso il loro Re, lo indussero con le loro insistenze a tendere un tranello all'Ammiraglio per toglierlo di mezzo. Andrea ne venne a conoscenza, non vi cadde e corse a rifugiarsi nel suo castello di Lerici; quando l'incaricato del Re gli inviò l'ordine di presentarsi da lui, il Doria gli rispose che sarebbe stato contento di riceverlo in Lerici e che, se ne avesse avuto il coraggio, compisse del tutto il suo dovere.
Poi passò alle dipendenze di Carlo V d'Austria, imperatore di Spagna che detestava Francesco I di Francia. Questo sovrano lo nominò Comandante di tutte le sue forze di terra e di mare garantendogli un ottimo trattamento nonché l'indipendenza della Repubblica appena ne fossero stati scacciati i Francesi (1528).
Con 12 galere andò a Napoli che liberò dal dominio del Re francese, poi ritornò recandosi nel porto de La Spezia perché a Genova c'era, oltre alla carestia, la peste.
I Genovesi detestavano fortemente la signoria straniera sulla città perciò i cittadini erano pronti ad accogliere il Doria che ne fu informato. Egli arrivò con 13 galere nel settembre del 1528: giunse nel porto, divise le sue forze in due gruppi: uno lo fece sbarcare ai piedi del colle di Carignano perché salisse alla “Cheullia” ed entrasse dalla Porta di S. Andrea, l'altro lo fece sbarcare alla Porta del Molo (quella che chiamiamo “Porta Siberia”).
I Francesi si rifugiarono nel Castelletto.
Andrea Doria entrò in città, convocò il popolo a “Parlamento” e gli chiese di esprimere la sua volontà: se continuare sotto la Signoria francese oppure no. Il popolo rispose di voler scacciare gli stranieri, cosa che fu fatta dal Doria.
Il Senato della Repubblica dichiarò decaduta la Signoria francese, Andrea Doria fu onorato col titolo di “Padre della patria”, gli fu donata una casa (in piazza S. Matteo) e stabilì che l’Ufficio dei Riformatori continuasse quello che lui aveva cominciato.
Intanto i Francesi tentavano la riconquista di Genova.
Diverse Famiglie ricche, Lomellini, Cibo, Fieschi, lo stesso Doria ed altre, diedero molti denari alla “Cassa” della Repubblica per pagare soldati e provvedere alla difesa. Il capo delle truppe francesi, saputo quello che si stava preparando, preferì tornare indietro. Così il popolo assediò il Castelletto: le milizie che vi si erano insediate e lo stesso Regio Governatore Trivulzio si arresero. Il popolo festante distrusse il Castelletto fin dalle fondamenta.
Savona, assediata da Genova, si arrese. Ne furono demolite le mura e le fortificazioni; Novi, governata dalla vedova di Pietro Fregoso, cadde. Gavi venne comperata e Ovada fu conquistata.
Così sul finire del 1528, per opera di Andrea Doria, la Repubblica riebbe i suoi territori e i suoi vecchi confini.
Nel 1541 partecipò poi alla sfortunata spedizione di Carlo V contro Algeri, e fu merito suo se il sovrano e le truppe poterono salvarsi e rimpatriare.
Nel 1547 vi fu la Congiura dei Fieschi: i Doria erano invidiatissimi per le loro ricchezze, dai Fieschi, particolarmente dal giovane Gian Luigi che, per la morte del padre e per altre ragioni, aveva visto le sue sostanze diminuire grandemente. In più la sua invidia aumentava per il fatto che Giannettino Doria, nipote di Andrea, essendo di carattere altezzoso gli aveva fatto, involontariamente, uno sgarbo. Il giovane Fieschi si offese tanto che la sua invidia si tramutò in odio. Mosso da questo cattivo sentimento, Gian Luigi ordì una congiura spalleggiato da molte persone invidiose come lui dei Doria, contrarie alla nobiltà, nemiche dei ricchi. Così, assicuratosi dell’aiuto del re di Francia, della segretezza di altri nobili suoi amici, decise di passare ai fatti. Andrea Doria fu avvisato sia da Carlo V che da altri di quanto si tramava contro la sua famiglia, ma non dette credito a quegli avvertimenti. La notte del 2 gennaio 1547 diversi congiurati, con uomini armati, andarono alla Darsena per assalire le navi del Doria, ma i soldati di guardia opposero resistenza e gli avversari non passarono; altri uscirono dalla città, giungendo al porto. Il Fieschi saltò sulle navi seguito dai suoi, ma balzando da una all’altra e correndo sulle passerelle, accadde che una di queste scivolasse facendolo cadere in mare. Appesantito com’era dall’armatura, non udite le sue grida di aiuto da nessuno per il rumore degli scontri, annegò. Intanto gli altri congiurati stavano per conseguire la vittoria quando si sparse la voce della sua morte, si diffuse lo sgomento e tutti cercarono di fuggire, ma molti furono presi, e tra quelli anche i parenti di Gian Luigi, che furono giustiziati. Cessati i tumulti, durante i quali anche Giannettino Doria morì per un colpo d’archibugio, il Senato decretò la demolizione completa dello splendido palazzo Fieschi in via Lata, l’esilio per molti seguaci dei Fieschi, la condanna al remo per altri, la divisione dei beni e dei territori di quella famiglia tra il Doria, Carlo V e il Duca di Parma loro alleato. Fu allora e per quel motivo che il castello dei Fieschi a Montoggio fu fatto distruggere. Il tempo trascorreva nei tentativi politici di Carlo V per diventare Signore di Genova e sottometterla alla Spagna. Andrea Doria, ormai vecchio, si prodigò in ogni modo presso quel sovrano a vantaggio della Repubblica ed ottenne ancora che essa fosse indipendente da chiunque.
Morì a Genova il 25 novembre 1560 all'età di 94 anni.

La Riforma dei Consigli
Andrea Doria, riunificata la Repubblica, procedette alla riforma del Governo. Le grosse Famiglie nobili presero ciascuna il nome di “Albergo”: a Genova furono 28.
Il Senato stabilì che ogni anno 7 cittadini e 3 rivieraschi venissero uniti ai membri degli “Alberghi” per essere estratti a sorte: oltre i primi 300 già estratti, dovevano essere estratti altri 100 cittadini in proporzione ai 28 “Alberghi”.
Questi 400 formavano il “Gran Consiglio” che aveva autorità su tutta la Repubblica e dignità di “Principato”.
Poi, dai 400 componenti il Gran Consiglio, ne venivano estratti 100 che formavano il “Minor Consiglio”. Il Gran Consiglio eleggeva il Doge che governava per 2 anni.
Il Potere Legislativo era esercitato dal Doge con 8 Senatori scelti dal Doge stesso; la cura delle finanze era affidata a 8 Procuratori.
Tutte queste cariche dovevano però essere controllate nello svolgimento dei loro impegni; perciò furono elette •5 persone che costituirono il Magistrato dei censori: esso aveva il potere di punire qualsiasi Ufficiale o Magistrato della Repubblica che non ottemperasse ai suoi doveri come prescritto.
Così, dal 1528, questa fu la riforma delle leggi e dello Stato il quale passò, dal tipo di governo democratico a quello aristocratico, meno agitato e turbolento del primo e quindi più conservatore.
Questo sistema di governo, proprio perché conservatore, dopo la morte di Andrea Doria continuò per più di 200 anni quando Francia, Spagna, Austria, Inghilterra erano ormai non più divise in staterelli, ma ciascuna era uno Stato.

Concludendo la narrazione delle imprese di Andrea Doria e dei suoi meriti, c'è ancora da dire che il Senato stabilì
   che egli fosse nominato Priore Perpetuo dei Sindacatori,
   che fosse esentato dal pagare tutte le tasse,
   che venisse comperata col pubblico denaro una casa da S. Matteo e vi fosse posta una lapide con scritto “S.C. Andreae de Auria Patriae munus publicum” (Il Senato e la Città ad Andrea Doria (come) pubblico regalo dalla Patria).

Nota
A proposito di Andrea Doria si racconta un fatto riferito a uno dei Signori di Firenze. Sulla sua verità storica non ci sono elementi, ma considerato il personaggio e il suo carattere, potrebbe essere accaduto veramente.
Andrea Doria, durante una visita di Carlo V Imperatore di Spagna in Genova, ospitò l'illustre personaggio nella sua casa di Fassolo (questa casa c'è ancora ed è quella che viene chiamata il “Palazzo del Principe” situato in via Andrea Doria, accanto alla chiesa di S. Benedetto). Un giorno fu preparato e servito il pranzo a bordo di una delle sue galere accostata al molo di fronte alla sua casa. I servitori avevano ricevuto l'ordine di togliere ogni volta ad ogni commensale i piatti vuoti o con resti del cibo che era stato consumato (piatti che erano d'oro) e di gettarli fuori delle finestre anziché portarli a lavare. Poi di sostituirli con altri, pure d'oro. Chiaramente i piatti finivano in mare. Carlo V e i suoi cortigiani commensali, si stupirono del fatto che questo Ammiraglio genovese buttasse a mare tanta ricchezza, per cui lo considerarono ricco oltre misura e stimarono ancora di più sia lui che la Repubblica che aveva cittadini talmente ricchi da permettersi di gettare via simili ricchezze. Ma non sapevano una cosa. E cioè che sceso dalla galera Carlo V col suo seguito, i servitori di Andrea tirarono su le reti sospese sotto la nave e ricuperarono tutto quell'oro. (Vi pare che un genovese potesse essere così sciocco?).

Tratto dal testo "I PRIMI LIGURI" del Maestro Antonio Piero Fioravanti - Genova
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