Convegno: Io NaturalMente

Palombara Sabina (Roma), Castello Savelli, 17/6/2000

Organizzato dalla Scuola Media "Gen. A. Bucciante" di Palombara Sabina, in collaborazione con il Parco Naturale Regionale dei Monti Lucretili, il Comune di Palombara Sabina e l’Assessorato Ambiente della Provincia di Roma

Pianeta Terra, 300 anni

 

Un percorso di educazione ambientale e di azione locale:

dalla Civiltà neolitica dell’Antica Europa, alle Reti Ecologiche.

 

di Stefano Panzarasa (1)

 

Nella mitologia (dei popoli dell’Antica Europa, n.d.r.) si ha una rete di forze

nella quale una perdita di equilibrio in un aspetto determina la rovina di un altro aspetto.

(Brain Bates)

 

Conservazione della natura, reti ecologiche e educazione ambientale (2).

 

La conservazione della natura

è uno stato di armonia fra l’uomo e il territorio.

Aldo Leopold (L’etica della terra)

 

Innanzi tutto vorrei dire che sono molto contento di poter parlare davanti a una così nutrita platea di alunni e insegnanti.

Il primo argomento che voglio trattare è quello delle reti ecologiche. La più moderna teoria di conservazione della natura (3), afferma che i parchi, per quanto importanti, da soli e per la loro limitata estensione rispetto a tutto il territorio, non sono sufficienti per la tutela della biodiversità (4) né contribuire a pieno a mantenere efficienti i processi evolutivi di piante e animali. A conferma di ciò si fa comunemente riferimento alla Teoria delle isole, una teoria elaborata alla fine degli anni ‘60 da due biogeografi americani, Mc Arthur e Wilson. Questi ricercatori, in sintesi, scoprirono che le isole più erano piccole e lontane dalla terraferma, maggiore era la diminuzione in ricchezza e diversità di specie vegetali e animali presenti. In seguito altri ricercatori notarono che i parchi e le riserve naturali potevano essere paragonati, naturalisticamente parlando, a vere e proprie isole circondate da territori spesso densamente popolati e antropizzati, quindi simili a barriere quanto quella creata dal mare per le vere isole e quindi con analoghi problemi per la flora e la fauna.

Attualmente è sempre più necessaria e impellente la creazione di reti ecologiche che colleghino fra loro le aree protette in modo da garantire la sopravvivenza delle comunità biologiche e dei processi ecologici, in poche parole dare una possibilità di sopravvivenza alle piante e agli animali per i quali spesso le aree protette sono quasi un ultimo rifugio e anche un luogo da cui ripartire un giorno per riprendere possesso di territori che da tempo l'uomo ha loro sottratto (5).

Creare una rete ecologica significa quindi non solo saper valutare la capacità di interscambio di piante e animali fra territori protetti, ma anche, in senso ecologicamente più ampio, fra i processi ecologici e le comunità umane che dimorano nell'intero sistema territoriale che per semplicità potremmo definire una bioregione (6). Ecco quindi emergere l'importanza del ruolo dei Comuni, delle scuole e degli abitanti di una bioregione per la creazione di reti ecologiche locali e più in generale nella partecipazione alla pianificazione ecologica (7).

Per la realizzazione di una rete ecologica serve quindi la creazione puntuale di corridoi ecologici tramite l'individuazione e la salvaguardia del reticolo fine del territorio tra le aree a maggiore naturalità, rappresentato da siepi, boschetti, stagni e corsi d'acqua con la loro vegetazione ripariale, lungo i quali potranno "spostarsi", per via terrestre e aerea, piante e animali.

Per riconoscere sul territorio i corridoi ecologici ci si potrà servire di specie animali, per esempio piccoli o grandi mammiferi, definite specie obiettivo, e cioè specie in via di estinzione o specie maggiormente sensibili alla frammentazione degli habitat.

Infine bisognerà prestare una particolare cura nel trovare dei sistemi perché gli animali terrestri possano superare le barriere ecologiche rappresentate da strade e autostrade, sistemi agricoli industriali o zone urbanizzate, per esempio realizzando piccole gallerie sotto le autostrade o sistemi di siepi in aree agricole e urbane.

Proprio per quanto detto riguardo la funzione di siepi, boschetti e corsi d'acqua presenti nel territorio per la costituzione di corridoi ecologici, va sottolineato l'importanza che potrebbe avere il coinvolgimento delle scuole locali nel censimento e nello studio di queste componenti del paesaggio, minori, ma solo come estensione. Le scuole "adottando" questi piccoli ambienti farebbero così partire una mobilitazione ecosociale che potrebbe portare al riconoscimento definitivo della loro utilità e di conseguenza alla loro salvaguardia nell'ambito della costituzione della rete ecologica locale (8).

Un caso di studio: la Provincia di Roma e le Reti Ecologiche

Particolare attenzione merita lo studio sulle reti ecologiche effettuato nel 1998, nell'ambito del Piano Territoriale di Coordinamento della Provincia di Roma, dai tecnici, Anna Guidi (vegetazione), Corrado Battisti (fauna) e dal sottoscritto (geologia) del Dipartimento II, Servizio 5, Ufficio Gestione Aree Protette e Conservazione della Natura. Questo studio ha definito le strategie preliminari per la messa in rete del sistema ambientale della provincia di Roma tramite l'individuazione di sistemi territoriali omogenei contenenti le aree protette per garantire la continuità ecologica tra le aree stesse.

In seguito, nel 1999-2000, un ulteriore passo nell'analisi del territorio e verso una pianificazione ecologica, è stato poi compiuto tramite una convenzione tra la Provincia di Roma e l'Agenzia Nazionale per la Protezione dell'Ambiente (ANPA), nell'ambito del Progetto Reti Ecologiche, su scala nazionale. Questa convenzione ha permesso ai suddetti tenici di effettuare uno studio per sulla messa in rete di una serie di aree protette e da proteggere presenti nell'area a nord-est di Roma e comprendente I parchi dei Monti Lucretili (di cui fa parte il Comune di Palombara Sabina) e dell'Inviolata, le riserve naturali di Monte Catillo, Gattaceca e Macchia del Barco, Marcigliana, e i Monti Cornicolani (9).

 

 

Una visione d’insieme, progettare con la natura

 

Non abbiamo bisogno di una grande crescita,

bensì di una grande visione e di semplicità.

Lao Tsu, (VI sec. a.C.)

 

Questo è in sintesi lo stato attuale delle conoscenze sull'importanza delle reti ecologiche (10) che ci porta anche a riflettere sul fatto che bisogna considerare le necessità della vita nella sua globalità e non solo per le necessità della vita umana. In questo senso penso che ci sia proprio bisogno di cominciare veramente a ragionare a lungo termine se vogliamo che noi e chi verrà dopo di noi (piante, animali, umani), si ritrovi a vivere in un ambiente ecologicamente sano. "Pensa alla settima generazione", questo importante insegnamento dei nativi americani potremmo farlo nostro in un progetto intitolato: "Provincia di Roma, 300 anni" e qui, localmente: "Palombara Sabina, 300 anni" (riprendendo l’idea da un analogo progetto ideato dal poeta e ecologista americano Gary Snyder). Tutto ciò significa progettare ecologicamente il futuro e agire sul territorio con una conoscenza locale e profonda di esso insieme a un tale rispetto da cercare di prevedere gli effetti delle nostre azioni da oggi a 300 anni!

Partendo quindi dal principio generale che tutto il territorio, anche se a livelli diversi, dovrà essere conservato, questo progetto dovrebbe prevedere principalmente:

1) un sistema di aree protette, per la conservazione dei principali ecosistemi e aventi la funzione di "serbatoi" genetici, scientifici e psicologici (11);

2) corridoi ecologici, per garantire la dispersione naturale di specie e lo scambio del patrimonio genetico fra le popolazioni;

3) zone tampone, ossia territori situati intorno alle zone 1 e 2, innanzitutto per la loro protezione ma anche per la realizzazione di attività umane ecocompatibili (12) e il recupero ambientale di territori degradati (13).

4) nel resto del territorio e nelle città, la continuazione in maniera sempre più decrescente delle attuali attività non sostenibili nell'ambito di una loro possibile quanto necessaria riconversione alla sostenibilità ecologica, insieme alla creazione di nuovi spazi verdi lasciati alla natura e interconnessi con i sistemi naturali esterni alle città stesse. Il fine ultimo sarà quello di garantire una adeguata continuità ambientale a tutto il territorio.

Il lavoro della scuola ma anche di chiunque creda in questo progetto, una vera e consapevole visione ecologica del futuro, sarà quello di rapportarsi principalmente non più con il concetto di sviluppo che se pur sostenibile non è altro che un ulteriore modo per continuare a sfruttare l’ambiente e le sue risorse, ma con un concetto di crescita della coscienza ecologica e spirituale in rapporto alla sacralità della Terra e di conseguenza al luogo dove si vive. La crescita del sé profondo di ciascuno di noi in rapporto alla natura potrà dare molte più soddisfazioni di un rapido arricchimento monetario avuto a scapito dell’ambiente.

La teoria scientifica delle reti ecologiche ci porta quindi a riconoscere che "tutto è connesso". Montagne, fiumi, laghi, mari, piante, animali, esseri umani formano tutti insieme una rete di relazioni e non possono essere separati gli uni dagli altri, pena gravi ripercussioni sull’intero sistema che esso sia a livello planetario (per esempio, grandi cambiamenti climatici) o locale (per esempio, estinzione di specie animali o vegetali).

Se si comprende ciò appieno e in maniera ecologicamente profonda, si capirà bene quindi l’importanza di una politica di pianificazione ecologica, di educazione ambientale e azioni dirette incentrate sulle reti ecologiche. In generale si può pensare che conservare la natura anziché sfruttarla o meglio ancora vivere in una civiltà che decida di incoraggiare la selvaticità, alla fine potrà soddisfare i nostri reali e più importanti bisogni materiali e spirituali.

 

Una consapevolezza ecologica profonda

 

Fu quello un lungo periodo (il neolitico europeo, n.d.r.) di notevole creatività e stabilità,

un’epoca priva di conflitti.

La cultura di quel popolo fu una cultura dell’arte.

Marjia Gimbutas

 

A questo punto, se è vero come ho cercato brevemente di dimostrare che abbiamo bisogno di una pianificazione ecologica che riconosca l’importanza delle reti ecologiche, partendo dal principio fondamentale che "tutto è connesso", vorrei dire che tutto questo non è affatto una novità.

Infatti ciò a cui attualmente gli scienziati ecologi occidentali sono arrivati, non è altro che la teorizzazione di una consapevolezza che, andata persa in occidente dove da secoli e secoli l’uomo ha posto un distacco fra sé e la natura, è invece rimasta nelle culture di altri popoli del pianeta, popoli tribali ma anche popoli simili ai nostri come quelli orientali.

Gran parte delle popolazioni tribali, per esempio i nativi americani, ci ricordano il concetto di sacro relativo alla Terra, alle rocce, alle piante e agli animali ed è quindi per loro logico cercare il più possibile di rispettare i luoghi dove vivono (14). D’altra parte come si potrebbe arrecare danni alla Terra se la si considera come la propria madre? Addirittura gli indiani Pueblo praticano una forma di democrazia estrema quando nei loro consigli tribali, nel momento di fare scelte importanti, politiche, danno voce, con riti e danze anche al popolo delle piante e a quello degli animali ponendoli quindi al pari degli esseri umani!

Per quanto riguarda il pensiero delle popolazioni orientali vediamo anche che ci possono essere modi diversi, rispetto a quello delle società di tipo occidentale, per rapportarci con la Terra, come per esempio il buddismo e il taoismo che insegnano da sempre il rispetto di ogni forma di vita e dei sistemi selvatici, insieme all’armonia degli esseri umani con la natura.

Possibile dunque che noi europei dobbiamo attingere questa saggezza da popolazioni cosi´ lontane (15)? Anche se e´ sempre utile conoscere culture diverse dalla nostra e a volte si possono prendere spunti interessanti, nel nostro caso possiamo fare diversamente e per spiegare come, voglio raccontare quella che a prima vista potrebbe sembrare solo una bella storia...

 

 

C'era una volta una civiltà basata su valori come il legame con la terra e la natura, l'equilibrio ecologico, la pace, l'amore, l'uguaglianza fra i sessi, la parità sociale e la spiritualità, una civiltà dove il profitto e il progresso tecnologico erano investiti nel benessere comune, nelle arti e nel godimento della vita. Le città, prive di fortificazioni, erano costruite in base alla bellezza dei luoghi e alla ricchezza delle risorse naturali locali. Il principio comune era l'amore per la vita in tutte le sue manifestazioni animate e inanimate. Immaginate una società che non conosceva la guerra, almeno non nel senso comune che oggi le viene dato.

La profonda osservazione della natura nei suoi processi ciclici e legati alla fertilità delle donne, degli animali e delle piante, il porsi domande sull'origine della vita e il significato della morte, portò le genti di questa civiltà agricola a immaginare la Terra e l'universo come una madre onnidispensatrice nel cui grembo ha origine ogni forma di vita e nel cui grembo, come nei cicli della vegetazione, tutto ritorna dopo la morte per poi rinascere. La religione (16) di questa civiltà fu quindi quella della Dea Madre, del principio femminile, del rispetto e considerazione delle donne, sacerdotesse e capi clan. La Dea aveva il potere di donare e sostenere la vita, quanto di portare la morte ma anche la rinascita.

Il principio maschile aveva anche la sua importanza ed era rappresentato dal figlio/amante della Dea; la loro unione era simboleggiata dal rito del "matrimonio sacro". Alla mascolinità era quindi associata l’energia della Terra e lo spirito selvatico della natura…

 

La Civiltà neolitica dell’Antica Europa

 

Quando il tempo è giusto lo spirito del lupo ritorna.

Gary Lawless

 

Non raccontato una bella favola ecologista ma si tratta di approfonditi studi archeologici sulla civiltà agricola neolitica dell'Antica Europa pre-indoeuropea, come è stata definita dall’archeologa lituana Marjia Gimbutas (Europa centro meridionale, balcanica e nel bacino del Mediterraneo fino a gran parte dell’Età del Bronzo). Una civiltà che con tutti i limiti e imperfezioni immaginabili per quel tempo così lontano dai nostri giorni, vide i suoi albori all’inizio del Paleolitico superiore, circa 40.000 anni fa, con la comparsa dell’Homo sapiens sapiens e delle prime pitture rupestri, per poi fiorire verso il 7.000 a.C. e perdurare ininterrotta per circa 3.500 anni. In seguito l’evoluzione sociale e spirituale di questa civiltà fu interrotta dalle invasioni di violente popolazioni guerriere nomadi dedite alla pastorizia, provenienti inizialmente dalle fredde steppe caucasiche dell’Est europeo e in epoche successive da tutta l’Europa orientale fino ai deserti dell’Asia Minore. Queste genti, con una struttura sociale patriarcale, adoratrici di bellicose divinità maschili e delle armi, lentamente ma inesorabilmente travolsero anche con massacri e distruzioni le pacifiche popolazioni locali. Nella protetta isola di Creta questa antica civiltà, chiamata localmente Minoica, iniziata più tardi rispetto al continente, circa verso il 3000 a.C., perdurò fino a circa il 1500 a.C.

Tra i principali centri della civiltà dell’Antica Europa, vere e proprie città con una tuttora invidiabile organizzazione e influenza socio-culturale, ricordiamo atal Hò yò k e Hacilar (nell’attuale Turchia), Vin¹ a (Yugoslavia), Cucuteni (Romania), Gerico (Palestina) e la più conosciuta Cnosso (Creta).

In seguito varie popolazioni europee come i greci (che parlavano sempre di una mitica "Età dell’oro"), gli etruschi, i celti e le popolazioni nordiche in generale, presero molti spunti dalla civiltà neolitica dell'Antica Europa. L'antica religione della Dea Madre e le idee della civiltà dell’Antica Europa, una Via di equilibrio fra il principio femminile e quello maschile, non furono mai del tutto soffocate ma alla società di tipo ugualitario-mutuale che celebrava la vita e la natura, se ne sostituì gradualmente un'altra di tipo gerarchico-dominatore basata sulla violenza e la sopraffazione che vide innanzi tutto la supremazia degli uomini sulle donne e sulla natura e che ancora caratterizza principalmente le grandi società organizzate moderne come quella occidentale.

6000 anni fa l’evoluzione sociale e spirituale delle genti europee fu bruscamente interrotta ma mai soffocata del tutto... Così ora vediamo lo spirito di quei tempi lontani riemergere nelle idee del movimento ecologista, in quelle della conservazione della natura, nella teoria delle reti ecologiche, nell’educazione ambientale...

Dunque un nostro antenato neolitico troverebbe del tutto naturale la teoria delle reti ecologiche visto che la sua concezione del mondo era di sentire se stesso e tutto l’ambiente che lo circondava profondamente connessi.

 

Ritornare ad essere veri abitanti della Terra

 

Siamo della Terra e alla Terra apparteniamo.

O Madre Terra,… ogni passo che muoviamo

dovrebbe essere un atto di devozione,

una preghiera rivolta a te!

Alce Nero, sciamano Sioux

 

Ecco quindi un secondo spunto per l’educazione ambientale nella scuola. Popolazioni antichissime, neolitiche, dell´Età del Bronzo, del Ferro, villanoviane, vissero anche qui da noi, nelle nostre montagne, boschi e vallate (17). La scuola media di Palombara Sabina che ormai da diversi anni è impegnata nello studio e tutela del territorio locale, sarebbe interessante che si occupasse anche della storia e della cultura di coloro che lo abitarono tanto tempo prima di noi e che in fondo sono nostri antenati...

E allora, se oggi vogliamo ancora sperare di rivedere orsi e lupi percorrere liberamente le montagne e le vallate di tutta la penisola, se sognamo una nuova società basata principalmente sulla conservazione della natura, sull’equilibrio ecologico ma anche sulla pace, la giustizia sociale e la liberta´, e se vogliamo ritornare ad essere veri e consapevoli abitanti della Terra, possiamo provare a ripartire dalle nostre antiche radici neolitiche europee.

Proviamo, come dice ancora Gary Snyder a rimmeterci nel grande flusso, intendendo con questo termine la consapevolezza del vivere come parte della delicata rete di relazioni che unisce sulla Terra tutti quanti gli esseri viventi e non, e che dal Paleolitico Superiore, passando per parte del neolitico e delle epoche successive, è arrivato fino a noi fosse anche solo nei nostri miti, nelle nostre fiabe e nei nostri sogni…

 

Per concludere una poesia di Gary Snyder che riassume, con semplicità e profondità, i concetti qui fin´ora esposti.

 

(…)

Giuro fedeltà

giuro fedeltà

all´Isola della Tartaruga*

e a tutti gli essere ivi dimoranti

un´ ecosistema

in diversità

sotto il sole

con interpenetrazione gioiosa per tutti.

 

Gary Snyder

 

*L´Isola della Tartaruga è il nome che i nativi americani danno al continente nord americano.

 

Note

 

In copertina: statuetta di terracotta rappresentante la Dea delle acque e degli animali (Beozia, Grecia centrale, 700 a.C. circa), tratta da Il linguaggio della Dea, M. Gimbutas, 1989. Il motivo a rete, fondamentale nelle raffigurazioni del Paleolitico Superiore e nel Neolitico dell’Antica Europa e epoche successive, doveva essere un simbolo dell’"acqua della vita" e sottolineava il potere della Dea di dare la vita.

 

(1) Provincia di Roma, II Dipartimento, Servizio 5, Ufficio Gestione Aree Protette e Conservazione della Natura, Via Tiburtina, 691, 00159 Roma. Tel. 06/67663301; e-mail: monti.lucretili@tiscalinet.it (per la stesura finale l’intervento è stato riveduto e ampliato).

(2) Per "educazione ambientale" intendo l’apprendimento della consapevolezza profonda del nostro essere parte della natura, insieme al riconoscimento dei problemi dell’ambiente e alla ricerca di soluzioni pratiche per risolverli. Alla base di ciò deve esserci la conoscenza, la cura e l’affetto per il luogo dove si vive. Una nuova/antica consapevolezza che può portare a guarire innanzitutto noi stessi e la società, e infine a praticare un modo di vita che porti rispetto alla diversità, stabilità e bellezza della Terra e di tutte le creature (umani compresi) che vi dimorano.

Ovviamente in una società orientata ecologicamente dovrebbe essere superfluo parlare di educazione ambientale…

(3) Riprendendo le parole di A. Leopold, la "conservazione della natura" si può definire come il momento di osservazione, studio, pianificazione e azione locale per la tutela degli ecosistemi e la crescita di una nuova/antica integrazione e armonia fra esseri umani, territorio, piante e animali. Questo nuovo modo di intendere e correlare scienza, etica, politica e pratica, è la disciplina chiamata "Biologia della conservazione".

(4) Con il termine "biodiversità" si intende, in modo generale, tutta la diversità che caratterizza gli esseri viventi sul pianeta, la varietà tra le specie e tra gli ecosistemi dove esse dimorano.

(5) Per semplicità si è parlato di reti ecologiche fra aree protette anche se sarebbe ecologicamente più giusto parlare di reti ecologiche fra ecosistemi, e anch'essi frammentati dall'antropizzazione, considerando quindi tutto il territorio nella sua complessità. E’ assodato infatti che non sempre parchi e riserve naturali proteggono i più importanti ecosistemi presenti nel territorio o li proteggono solo parzialmente.

Rimane comunque centrale, per svariati motivi di carattere naturalistico e sociale, la funzione di parchi e riserve naturali, principalmente per il fatto che le leggi istitutive delle aree protette pongono come prioritarie nella gestione dei territori protetti le leggi della natura e non quelle dell’economia che continuano ad essere vigenti nel resto del territorio (con tutti i problemi ambientali che ben si conoscono).

(6) "Bioregione" è il termine coniato in America all’inizio degli anni ‘70, e ormai usato comunemente per definire un territorio omogeneo dal punto di vista naturalistico e culturale. "Bioregionalismo" significa semplicemente vivere in un luogo in armonia con la natura. I "bioregionalisti" pensano se stessi principalmente come appartenenti ad una montagna o a un bacino fluviale. La rete della vita, la comunità intera di rocce, piante, animali e esseri umani, è il loro fondamentale punto di riferimento

(7) Per "pianificazione ecologica" intendo personalmente la scelta degli esseri umani di vivere e svolgere attività in un dato territorio rispettando la natura. Qualsiasi intervento non segua questo principio non farà che deteriorare e impoverire la natura e di conseguenza gli esseri umani stessi. In questo contesto il concetto di rete ecologica è basilare perché evidenzia l’importanza della conservazione di tutto il territorio e la necessità di salvaguardare l’esistenza in vita di piante e animali, ponendo, nella pianificazione, i fattori naturalistici sullo stesso piano di quelli sociali, culturali e economici. Quindi in questa che definirei democrazia naturalistica, uno dei compiti principali dei tecnici che lavorano nelle aree protette dovrebbe essere quello di dare voce alle componenti non umane del territorio, rocce, piante e animali e far rispettare i loro diritti.

Al di là di qualsiasi tipo di approccio metodologico, fondamentale nella pianificazione ecologica sarà la ricerca di base "sul campo", allo scopo di avere come punto di partenza una conoscenza profonda del territorio da pianificare. Attualmente infatti per motivi metodologici e di rapidità si tende molto ad usare i mezzi informatici e le foto satellitari per indagini che risultano così molto speditive ma spesso non rispecchianti del tutto la realtà locale.

Considerando la natura un processo dinamico in continua evoluzione, altro punto essenziale della pianificazione ecologica sarà di non considerare mai terminato il processo pianificatorio ma di lasciare spazio a continui aggiustamenti in sintonia a quanto accade nel mondo reale (per esempio considerando l’evoluzione e i cambiamenti nel tempo e nello spazio delle formazioni vegetali).

(8) La costituzione di reti ecologiche locali può avere anche funzioni sociali, cultuali e economiche oltre a quella naturalistica. Innalzamento della qualità della vita al di fuori delle aree protette, creazione di posti di lavoro per opere di rinaturalizzazione di aree degradate, creazione di itinerari naturalistici e servizi agrituristici, maggiore conoscenza del territorio. In questo senso è importante il coinvolgimento della popolazione locale nel processo di pianificazione ecologica. Infatti molti interventi possono essere facilitati dal recupero del sapere tradizionale, a volte più preciso di frettolosi studi scientifici. Tutto ciò può anche portare ad un aumento del senso di relazione e di attaccamento degli abitanti con la propria terra, ormai spesso dimenticato.

(9) Le considerazioni di carattere botanico e faunistico riportate in questo articolo sono state in gran parte riprese dagli studi citati e altri ancora effettuati dai tecnici Anna Guidi e Corrado Battisti (si veda la bibliografia allegata).

(10) Fin’ora il termine "reti" è stato usato solo in ambito "naturale" anche se in effetti è anche ampiamente usato in ambito "socio-culturale". Si parla infatti di reti per la circolazione di informazioni fra aree protette, scuole e associazioni e reti di musei. Esistono anche altri tipi di reti come la Rete Italiana Ecovillaggi e la Rete Bioregionale Italiana (di cui fa parte l’autore di questo articolo).

(11) Il parco come "serbatoio" genetico significa, per esempio, che questo è il luogo migliore per tutelare la vegetazione autoctona e gli ecotipi locali, in modo da poterli anche "esportare" verso l’esterno, tramite la realizzazione di specifici vivai e interventi di riforestazione. Dal punto di vista scientifico gli studi nell’area protetta delle dinamiche ecologiche di vegetazione e fauna potranno servire come fonte di informazioni per la corretta gestione anche delle aree esterne. Infine nelle aree più integre di parchi e riserve, e ciò vale anche per le aree Wilderness, (termine di origine americana, traducibile con "natura selvaggia") il visitatore potrà cercare di ritrovare quel senso di appartenenza alla natura ormai quasi del tutto dimenticato ma sicuramente fonte di benessere psico-fisico e di rivivere emozioni perdute di intimo contatto con la natura allo scopo di ritemprare la sua spiritualità ecologica.

A questo proposito va encomiato il lavoro più che decennale dell’Associazione Italiana Wilderness che promovendo nei territori di diversi Comuni d’Italia la creazione di aree Wilderness, si occupa, come da lei stessa dichiarato, di "luoghi dell’anima". In queste aree prevale la cultura del "non fare" più che lo sfruttamento commerciale-turistico della natura, come purtroppo ormai accade in molte aree protette italiane in nome di un non bene definito sviluppo compatibile.

(12) Per esempio l'agricoltura biologica molto avvantaggiata dalla presenza di microambiti naturali come le siepi che favoriscono al presenza di molti uccelli che si nutrono di insetti nocivi, regolano il microclima locale e la presenza di acqua nel suolo.

(13) Non si dimentichi che spesso è meglio non intervenire e aspettare che il processo di rinaturalizzazione del territorio avvenga spontaneamente. I tempi sono più lunghi ma il risultato certamente migliore e molto meno costoso…

(14) "Secondo questa concezione indiana ogni elemento della natura possiede una forma divina, ogni cosa compreso l’uomo è parte di una rete di rapporti spirituali che avvolge tutta la realtà. L’uomo in quest’ottica non è il signore dell’universo ma una creatura che si sente parente di tutti gli altri esseri." (Rudolf Kaiser, op cit.)

(15) In realtà anche in occidente mistici e poeti di ogni epoca hanno espresso, quasi sempre inascoltati, questa visione globale della vita e della Terra. Famosa infatti è l’affermazione di S. Tommaso: "La suprema bellezza è l’integrità e l’armonia della totalità del cosmo". Attualmente invece molti occidentali insoddisfatti della vita e di quello che purtroppo spesso si può definire come l’arido sapere razionalistico e scientifico, cercano una via di fuga nella saggezza delle popolazioni orientali quanto in quella dei nativi americani.

(16) Con il termine "religione" si intende, in questo caso, qualcosa di non separato dalla vita quotidiana come accade spesso ai nostri giorni. Per gli antichi popoli neolitici la religione era la vita e la vita stessa, in tutti i suoi molteplici aspetti, era religione.

(17) In effetti, tornando su un argomento già trattato, interessanti spunti di riflessione si possono avere studiando le culture dei nativi americani che per certi versi possono ricordare quelle ormai scomparse dei nostri antichi antenati europei cacciatori-raccoglitori del Paleolitico Superiore, agricoltori neolitici, fino alle popolazioni dell’Età del Ferro (in alcuni paesi del Nord Europa come la Germania e i paesi scandinavi, l’Età del Ferro continuò fino anche al 1000 d.C.). Lo stesso si può fare con lo studio della cultura orientale che per certi versi rappresenta una evoluzione continua e non interrotta come da noi in Europa, di antiche idee neolitiche locali.

 

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