Intervista

(27 agosto 2001)

di Luca Orsenigo a Paolo Coluccia,

in occasione della pubblicazione del libro

La Banca del tempo. Un’azione di solidarietà e di reciprocità,

Bollati Boringhieri Editore, Torino 2001,

per un articolo su Il Gazzettino del Nord/Est e per Il Corriere on-line.

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Qual è l’esigenza di una BdT?

L’esigenza di far nascere una BdT è molto soggettiva, varia a seconda delle necessità di un gruppo di persone che decide di mettersi insieme per scambiare beni, servizi e sapere senza l’utilizzo del denaro.

A chi viene l’idea, chi porta l’idea?

Certamente l’idea viene portata da qualcuno. Può essere un individuo che ne ha sentito parlare, che ha letto qualche articolo, che è venuto a contatto con questi sistemi, che per la loro natura sono molto diversi nel mondo.

Ne parla alle persone che conosce, quindi alla propria rete di amicizie, conoscenti e parenti, ai quali espone i principi generali della BdT, vale a dire la possibilità di mettere a disposizione degli altri ciò che si sa fare e comunicare al gruppo quali possono espressamente essere lo proprie necessità.

Lo strumento è un bollettino cerca-trova contenente le richieste e le offerte.

Poi si aspetta che qualcuno cominci a chiedere a qualcun altro servizi e prestazioni varie.

Possono essere scambiati anche oggetti?

Si, si possono scambiare oggetti e piccoli beni. Nei sistemi di scambio non monetari sparsi per il mondo ciò che si scambia di più sono proprio gli oggetti e i beni: infatti, si utilizza quasi dappertutto, come mezzo di scambio al posto del denaro, un’unità di conto, una moneta fittizia, riferita al tempo ma anche alla moneta nazionale.

In questo modo si dà la possibilità di scambiare in modo più semplice beni e non solo prestazioni e servizi.

Il modello di BdT a cui faccio riferimento a livello teorico e pratico è quello completo di ogni genere di scambio, proprio fatto da un gruppo di persone che posseggono delle capacità, che hanno dei piccoli beni che non usano per sé (che vanno dai prodotti in surplus dell’orto a beni dismessi, non più usati, per esempio, un computer obsoleto sostituito da uno nuovo, che a qualcuno può ancora essere molto utile).

Conteggiando con una unità di conto fittizia è molto più facile scambiare oggetti. Con il rapporto al tempo sarebbe ed è più complicato.

Se scambio un oggetto, posso chiedere un servizio a qualcuno?

Si, in quanto l’utilizzo di un’unità contabile, una moneta fittizia (chiamiamola così), rapportata al tempo o anche alla moneta nazionale corrente, permette facilmente di quantificare i "valori" di beni, servizi e sapere. Ma il tempo resta sempre un riferimento per eccellenza.

Qui a Martano c’è stata un’esperienza che utilizzava un’unità di conto chiamato mistòs (soldo), con la quale si conteggiava in un primo momento in riferimento alla lira (una lira=un mistòs) e successivamente in riferimento al tempo, dove 10 mistòs equivalevano ad un’ora di tempo.

Inoltre, l’esperienza associativa puntava ad immettere un’innovazione tra i soci, quella di uscire fuori dalla logica di valutazione mercantile, dando pertanto alla prestazione ricevuta un valore di "riconoscenza", fosse esso un oggetto o sapere ricevuto.

Questo è stato un concetto molto complesso da intendere, perché l’unico esempio razionale era ed è l’economia di mercato, che si avvale del medium per eccellenza chiamato denaro, nel senso che in quella sfera il denaro riesce a dare un valore per così dire "esatto" di un valore per chi vende e per chi compra, mentre negli scambi di una Banca del tempo, che si poggiano sul comportamento della reciprocità e della relazione sociale, lo scambio di beni, servizi e saperi è uno strumento per accrescere le relazioni sociali e soprattutto non per ottenere o soddisfare rispettivamente benefici ed interessi economici.

Si riteneva che con questa forma aggregativa si poteva e si doveva uscire al di fuori dei soliti canoni dell’economia di mercato, vale a dire, si cercava di instaurare nel circuito di scambio della BdT il valore del riconoscimento per quanto ricevuto, nel senso che un bene o un servizio poteva avere un valore oggettivo, per esempio un’ora di tempo, ma era importante considerare che questo scambio creava anche legame sociale tra i due soci e da questi trasferito a tutta l’associazione, che in ogni caso doveva essere quantificato soggettivamente a seconda di come veniva percepito dal ricevente.

La finalità, pertanto, non era strettamente economica, ovvero non si voleva costruire un’economia alternativa, ma c’era l’esigenza di innovare nell’ambito della relazione sociale e culturale, oltre che economica. L’innovazione poggiava sul concetto di reciprocità generalizzata.

Ma era una rivoluzione?

Non esattamente! Io parlo di innovazione. Le rivoluzioni rompono con la continuità sociale ed iniziano, nel bene o nel male, una nuova epoca, un nuovo corso. Le innovazioni invece entrano, si installano, si incuneano, contagiando, nel periodo storico che si attraversa.

Questo si deve tener chiaro, per quanto riguarda proprio le necessità che stanno alla base di una BdT. Non si vuole rivoluzionare nulla con una BdT, né capovolgere alcunché; l’economia ha uno spazio sociale determinante per i rapporti tra gli individui, regola molte situazioni interindividuali. La reciprocità si basa sul dono.

Il dono, quindi, riprendendo il principio di dono legato alla concettualizzazione antropologica, quindi dello scambio sociale e della fondazione di legami e relazioni sociali, è qualcosa che non permette a chicchessia di poter scambiare in questi termini, diciamo ideali. Non tutti lo comprendono, per molti è da evitare, perché si crea obbligo, dipendenza sociale.

Comunque alcuni sociologi ritengono che questi sistemi rappresentino una rottura del "pensiero unico", dell’immaginario economico dominante che è l’economia di mercato.

Questi sistemi di scambio non monetario, come le BdT, sicuramente l’attuano questa rottura, proprio perché inseriscono un’innovazione sociale e rompono, anche se molto limitatamente, gli schemi standardizzati degli scambi intermediati dal denaro.

C’è dunque un’esigenza etica?

L’etica è un concetto improprio in questi ambiti: non conviene sovraccaricare queste esperienze, perché l’etica ispiratrice di una BdT potrebbe far intendere che una BdT voglia "regolamentare" l’economia.

La BdT, invece, secondo me, ma anche secondo chi ha scritto l’introduzione al mio libro cioè Serge Latouche, vuole essere il ritorno dello spirito del dono in una società modernizzata, dove però la socialità secondaria, cioè quella strutturale, e l’economia nel suo insieme hanno la loro esplicita importanza.

Siamo di fronte ad un innesto, l’innovazione è un innesto, cioè su una pianta di base noi possiamo far crescere una pianta con nuovi frutti.

Quando parliamo di dono in questo contesto non ci riferiamo al dono unilaterale, quello del volontariato, quello caritatevole; ci riferiamo al concetto antropologico del dono descritto ampiamente da Marcel Mauss nel suo Saggio sul dono, principio alla base di ogni relazione sociale, anche di tipo economico. Egli, infatti, riteneva che il dono, l’interscambio di beni tra individui fosse alla base di tutti i rapporti sociali, sia economici sia culturali.

Lo stesso concetto viene ripreso dall’antropologo Malinowskj, che descrive il cerchio del Kula, nel quale è individuato, con una serie di baraccialetti e di collanine che viaggiano in senso orario e antiorario, di mano in mano, da isola ad isola, da villaggio a villaggio, il nascere del legame sociale: questo è il principio che sta alla base delle loro relazioni sociali e del transito di merci tra le varie popolazioni del Pacifico occidentale.

Dunque, questi concetti sono alla base dello scambio sociale e dello scambio economico vero e proprio. Non è vero, pertanto, che l’economia nasce dall’utilitarismo, con la comparsa dell’homo oeconomicus rivolto solo ed esclusivamente al raggiungimento dell’utile. Il concetto dell’utilitarismo è molto recente, di due o tre secoli fa: certamente l’economia come scambio sociale è molto più antica e non poggia sul raggiungimento dell’utile, anche se da qualche tempo non è altro che questo.

La BdT rompe i rapporti di forza della società?

Li può rompere, ma li può lasciare intatti, almeno nel momento che non funziona. Se la BdT non funziona significa che i rapporti di forza di una società sono accettati da tutti gli individui.

Quindi, la stessa razionalità economica di mercato e la stessa razionalità strumentale (sociale o politica) vengono accettate così come sono dagli individui. Vuol dire che ci si sente bene in quella determinata situazione. Ù

Una BdT, secondo me, non è un obbligo che esista, non deve esistere per forza, oppure non deve necessariamente avere successo, fa solo parte della volontà individuale e di un gruppo che la fonda. Si ha bisogno della BdT quando si ha un problema socioeconomico da risolvere.

Il problema quale può essere?

Può essere di ordine economico o di ordine sociale: ci possono essere delle società ricche che mancano di socialità e possono esserci società ricche di socialità che mancano di benessere economico.

Il processo di modernizzazione ha portato nelle società occidentali l’arricchimento, la ricerca e il raggiungimento della proprietà, si sono messi i paletti intorno alle proprie ricchezze, al proprio benessere, alla proprietà "privata" e quindi il proprio comportamento sociale si è individualizzato. Ne è venuta fuori una società priva di relazioni sociali, spesso rivolta principalmente ai consumi e all’opulenza.

Ha perso l’anima?

Io rifuggo termini legati all’etica e all’immaginario religioso. Io cerco di essere laico fino in fondo, proprio nel senso etimologico del termine (laòs=popolo), "popolare", poiché cerco di riscoprire qualcosa che è proprio dell’umanità, e perciò di un popolo.

Le relazioni di prossimità, che nel bene o nel male, hanno avuto sempre un certo successo, nelle popolazioni più povere o in difficoltà sono molto evidenti. Pensiamo al buon vicinato, ai rapporti interparentali, alla famiglia allargata: si riusciva a sopperire anche e soprattutto a necessità economiche, mediante l’auto-aiuto, la mutualità.

Queste forme di reciprocità le ritroviamo ancora oggi, tra le popolazioni strette da difficoltà economiche.

Il nostro problema, invece, è un altro: viviamo in una società orientata all’opulenza, alla ricchezza, alla capacità di consumo e di accumulo. Conseguenza di questo è la mancanza di legame sociale, l’individualizzazione, la competizione esasperata contro tutti.

C’è nella BdT un sottofondo ideologico in controtendenza?

Può essere, ma non bisogna sovraccaricare, come dicevo più sopra, la BdT di ambizioni di carattere ideologico. La BdT si pone solo la piccola ambizione di poter strutturare a livello locale le buone relazioni di un gruppo di individui, utilizzando buone pratiche, finalizzate anche al soddisfacimento di un bisogno economico, materiale, oltre che sociale.

E’ l’azione di un piccolo gruppo di persone da preferire?

Esistono diverse tipologie di BdT. Certamente un gruppo limitato di persone nel numero (inizio il mio libro dicendo che è sufficiente mettere insieme 10-15 persone per far partire una BdT) facilita la coesione, ma può non bastare. Fino a 70-80 unità grossi problemi di gestione non ce ne sono.

Quando il gruppo aumenta considerevolmente bisogna avere le idee chiare e gli strumenti idonei, almeno per quanto riguarda l’aspetto gestionale e organizzativo, soprattutto per le finalità sostanziali che ci si pone, altrimenti potrebbe sembrare un controsenso la meticolosità della contabilizzazione degli scambi se non si ha una proposta sociale.

Io cerco di dare su questo uno spunto innovativo nel mio libro, quello che la gestione della contabilità degli scambi, oltre che ad evitare furbizie e raggiri, rappresenti una giustificazione, trovi una giustificazione propositiva e qui trovo l’idea molto originale ed innovativa, anche riguardo ai rapporti umani concettualizzati sul principio della solidarietà. Voglio dire che, se un gruppo di persone riesce a scambiare e quindi a creare un suo beneficio economico e delle sue possibili relazioni sociali e quindi riesce a vivere una buona qualità della vita, all rapporto e dalla comunicazione sociale molto ampi, è anche giusto che si preoccupi di finalizzare questa sua azione sociale ed economica anche al miglioramento sociale ed economico del resto della comunità nel suo insieme.

Cosa voglio dire con questo? Parto dal significato etimologico della parola "comunità". La parola comunità significa "cum munus", "con dono", cioè vivere insieme con gli altri e migliorare se stessi e l’intera comunità. Se un gruppo sociale, una BdT riesce a scambiare un certo numero di ore può mettere da parte, accantonare, una percentuale sul valore totale degli scambi, e creare un fondo comune da destinare ad utilità sociali nella propria comunità. Immaginiamo, per fare un esempio reale, che in una città di 1.000.000 di abitanti, 300 persone creino una BdT e si riesca a concretizzare una certa quantità di ore di scambi e si possa prelevare da questa una parte, quasi un’autotassazione, una percentuale del beneficio socio-economico dell’azione dei soci della BdT, in linea con il principio della re-distribuzione, e che venga destinata, diciamo, da un monte di 10.000 ore annue, (che con due o trecento iscritti è facile cumularle, anche con tre o quattro BdT cooperanti), una percentuale del 10%. Questo fa intuire facilmente quante ore possono essere destinate allo sviluppo della comunità locale, intervenendo, per esempio, su strutture pubbliche abbandonate, apertura di biblioteche ed altre azioni di pubblica utilità.

L’idea della BdT è applicabile nella scuola?

L’idea è applicabile in qualsiasi contesto se ne senta il bisogno e la necessità. Ma non può essere una forzatura, un obbligo. Non si dona per forza! Occorre spontaneità. Sono state fatte delle sperimentazioni nelle scuole. Non ritengo che si siano raggiunti grandi risultati.

E’ importante, però, individuare e gettare lo stimolo del dono nelle nuove generazioni, tra quelli che saranno i protagonisti della società del futuro, soprattutto dell’idea della reciprocità (tutti hanno qualcosa da dare e tutti hanno bisogno di qualcosa da ricevere), poiché la società del futuro non potrà più tanto reggersi su dei rapporti di forza che si sono strutturati nella burocrazia del potere, pubblico o privato.

Il futuro del mondo e del sistema sociale, sia a livello locale sia a livello globale, non potrà che poggiare sul principio di associazione. Ci si associa attorno ad un’idea per un fine, su un principio che pone nuove regole di relazione e di comportamento, che possono anche sembrare o rasentare l’irrazionale, specialmente nei confronti del principio che regola l’economia di mercato (infatti, io che do qualcosa, una prestazione o un servizio, senza chiedere denaro posso essere considerato irrazionale guardando dall’ottica dell’economia, ma non dall’ottica dello scambio non monetario delle BdT, perché in questi sistemi c’è già a monte un patto che regola gli scambi senza l’intermediazione del denaro).

Quanto rientra, dunque, in un sistema locale il problema della globalizzazione?

Il concetto di globalizzazione è in ogni caso legato al concetto di locale. Non esiste un’azienda che venda i propri prodotti a livello globale che non risponda a delle necessità strutturali a livello locale. Globalizzazione e localizzazione sono due idee che viaggiano insieme. A volte però ci facciamo prendere dal timore che la globalizzazione sia un principio negativo e che invece il locale, il nostro piccolo mondo, sia positivo.

Oggi c’è questa immagine, siamo bombardati dall’immagine che fa intravedere solo aspetti negativi del mercato globale, nel cosiddetto "villaggio globale", e quindi di un mercato unico, e quindi della standardizzazione di un’idea di sviluppo proveniente dalla modernizzazione legata all’occidente del mondo. Il vero guaio non è il mercato globale, ma che la mondializzazione rischi di significare solo occidentalizzazione del mondo.

C’è un tentativo in atto, dominante, in questo periodo storico, con cui si cerca di affermare che il nostro pensiero occidentale sia l’unico modello socio-economico. Questo è un aspetto negativo della globalizzazione, che poi in sostanza si rivolge principalmente ai mercati finanziari e ai prodotti di consumo.

Il mio concetto di globalizzazione (in positivo), considera, invece, che una serie di diversità locali, in una struttura di rete, possano migliorare considerevolmente gli ambiti di comunicazione globale. Ma, per andare verso questa direzione concettuale, occorre sempre agire nella salvaguardia delle diversità. E questo vale anche nella comunità, nella stessa BdT.

Come dice nel suo libro "Unità nella disuguaglianza"?

In maniera più esatta, "Uguaglianza nella diversità".

Riprende così il pensiero cattolico?

Non esattamente, non faccio riferimento al cattolicesimo, anzi ritengo che la religione cattolica abbia abusato molto del concetto di uguaglianza, anche nei confronti di Dio, cosa, secondo me, piuttosto improbabile. Il concetto di diversità non è sinonimo di disuguaglianza o contrario di uguaglianza. Diversità è il contrario di univocità e si sposa benissimo con il concetto di "parità".

Il concetto di diversità parte già a livello di individui singoli. Anche i gemelli monozigoti sono individui diversi. Ogni individuo è diverso. Ogni gruppo, ogni comunità, ogni località, ogni città, regione, nazione sono entità diverse culturalmente e politicamente.

Questo non significa che esista una dispersione di principi e di concetti generali a cui sia necessario sempre fare riferimento, rapportarsi, ma è anche vero che ciascuno interpreta i principi generali partendo dal proprio punto di vista.

Questo non vuol dire che questa diversità porti al caos: può portare al conflitto, che significa interscambio di vedute sulle idee, ma non al contrasto, che segue invece la logica del "combatto per affermare la mia soggettività" spacciandola per oggettività.

Poiché ciascuno parte da una situazione soggettiva, ciò che per tanti secoli si è spacciato per oggettività, altro non è che la soggettività imposta da qualcuno.

E’ il principio della democrazia?

Il principio della maggioranza è l’espressione tipica della concertazione democratica. Nel momento in cui due individui che si combattono, due fazioni che sono avversarie, capiscono che rischiano di autodistruggersi non possono far altro che scegliere la via democratica, ovvero la scelta di decidere a maggioranza.

La democrazia è una delle forme più evolute per vivere insieme, per superare contrasti e conflitti. Ma non è qualcosa di diretto nel vivere sociale, in quanto vige la delega.

Questo non avviene nei SEL e nelle BdT. Ogni iscritto alla BdT partecipa direttamente con la sua azione alla vita del gruppo, influenza il gruppo. E’ un autore, non un semplice attore, del suo comportamento sociale basato sulla reciprocità.

Può essere quindi una rivoluzione, una rivoluzione sociale?

Io parlo preferibilmente di una nuova dimensione sociale dell’individuo, non di una rivoluzione sociale. Io prediligo la parola innovazione, che può avere due significati. Si può innovare partendo da un’idea nuova, si può innovare anche andando a guardare alla tradizione. Se si dovesse intendere una rivoluzione il reimmettere nella nostra società (la società post-moderna, per intenedersi) la reciprocità ci si illuderebbe, non si farebbe per nulla una rivoluzione, perché lo spirito del dono affonda nei tempi, dall’epoca pre-moderna al primitivo neolitico andando, se si vuole andare a ritroso, cioè per quasi tutta la storia sociale degli uomini.

Quindi, dove si potrebbe vedere la rivoluzione. Innoviamo, dicevo, mediante una nuova idea o con un’idea ripresa dal nostro passato, dalla nostra cultura più arcaica, ma non trasportandola così com’è, tale e quale come è stata concepita nella società passata, ma adattandola al mondo contemporaneo.

Non si può tornare indietro nei tempi passati, per fare questo occorrerebbe inventare una "macchina del tempo" più che una "banca del tempo"! Le idee riposte nella nostra cultura possono aiutarci a trovare delle soluzioni per le difficoltà attuali; infatti una BdT nasce soltanto se si desidera superare certe difficoltà socio-economiche, non nasce per soddisfare la volontà di un assessore o quelle di un gruppo che scorge nella BdT una buona idea da calvalcare e magari mettersi in vetrina. Sono quasi tutte fallite queste BdT che sono nate con questi presupposti.

Una BdT può nascere per delle esigenze pratiche, e anche in questo caso le difficoltà di tenuta sono tante. Alla sua base c’è il bisogno e può anche essere il luogo ideale per la comunicazione sociale, da cui scaturiscono varie esigenze, come la riscoperta di sé, ovvero delle proprie capacità latenti e spesso sconosciute anche a noi stessi. Su questo principio i SEL francesi hanno un adagio: "La nostra ricchezza scaturisce dalla nostra capacità, dal nostro dinamismo e non dalle somme depositate sul nostro conto in banca".

La modernità ha inculcato l’idea della ricchezza come possesso, chi nasce ricco deve morire ricco, anche se si tratta di ricchezze solo materiali e non di qualità individuali legate alla capacità e alla creatività. Questo genere di individuo che punta solo al possesso materiale di ricchezze vive male ormai la sua vita sociale.

La BdT può portare l’individuo a ricercare tutte le sue capacità intrinseche, che forse non ha mai sentito veramente dentro di sé e quindi può dedicarsi alla cura della sua creatività, da mettere in campo mediante piccole attività che un sistema di scambio può qualificare, che forse non avrebbero "successo" nel sistema economico mediato dal denaro.

E sono tantissime le capacità individuali che non emergono in un sistema basato soltanto sull’economia di mercato, perché non hanno un valore, un’utilità, ma possono invece essere importanti in una BdT, perché possono costituire importanti rapporti sociali ed economici sani tra i soci.

I risultati di un’esperienza di scambio locale di questo genere non saranno mai molto tangibili all’esterno, ma sono racchiusi nell’intimità di un rapporto interindividuale, interfamigliare e di buone relazioni di un gruppo.

Infatti, chissà quante BdT "informali", cioè non costruite "artificialmente" (perché, occorre ammetterlo, la BdT è comunque una costruzione artificiale di socialità!), spontanee esistono a nostra insaputa. Qui si svolge spontaneamente un’importante azione sociale ed economica, con comportamenti basati sulla reciprocità, strutturata da piccoli doni che vanno e vengono, che a volte possono dire poco all’esterno, ma che in ogni caso sono molto importanti in quel tessuto sociale.

Certo non producono frastuono, celebrità… pensi a questo libro che potrebbe anche avere una grande fortuna editoriale, ma che se non riuscisse a rendere l’importanza dell’idea del dono in chiave post-moderna, che chiunque potrebbe accogliere nel suo piccolo luogo con un comportamento semplice, cioè un’azione interindividuale, di relazione con gli altri suoi pari, per produrre scambio e comunicazione sociale, ovvero legame sociale e qualità della vita, sarebbe piuttosto effimero come risultato. Se questo libro non riuscirà a rendere chiare queste possibilità non avrà raggiunto lo scopo per cui è stato scritto.

Il mio modello di BdT è perciò la BdT che nasce spontaneamente in un gruppo locale, quasi a fondamento di un "nuovo settore", quello della spontaneità sociale e dell’informalità, sempre presente nelle società (anche in quella attuale), ma per niente considerato e valorizzato.

Ho esposto questo pensiero qualche tempo fa in una rivista pugliese, nel cui articolo esprimevo il mio punto di vista riguardo alla problematica degli aiuti forniti dalla gente locale pugliese ai profughi dei paesi dell’Est durante il periodo degli sbarchi di massa, avvenuti negli anni 1993-1994 e seguenti. E’ stato l’esempio di una ri-emersione della spontaneità e del dono, materializzata nella possibilità di venire incontro a chi in quel preciso momento aveva bisogno.

Quando entriamo nell’idea di venire incontro agli altri, in maniera spontanea ed informale, abbiamo raggiunto una concettualizzazione ideale dello strumento della BdT, che può anche rispondere ad una struttura artificiale, quale può essere la formalizzazione in associazione, mediante la quale è possibile raggiungere altri scopi e fini. Ma quello che è importante capire, e ciò vale soprattutto per le nuove generazioni (e qui l’idea può essere trasferita nell’ambiente scolastico), è che l’idea della BdT stimola lo scambio sociale e la reciprocità, la relazione interindividuale e l’incontro con gli altri.

Su questo, le prospettive del futuro del mondo – i giorni nostri possono darci un momento di riflessione – non sono molto confortanti. Ma c’è in noi la necessità di avere la speranza, di puntare ogni nostra chance verso l’attuazione concreta dello spirito associativo.

Usciamo da un’epoca che si è strutturata nella burocratizzazione. Come dal Rinascimento si uscì da un’epoca di sudditi, noi usciamo da un’epoca di subordinati. Ora stiamo andando verso una società strutturata in rete, fatta di associati, di piccole comunità locali relazionate sul modello cibernetico. Può essere una comunità locale chiusa in se stessa, ma se relazionata ed interconnessa, può far parte di un universo globale. L’importante è capire che il principio che lega la comunità e la globalità è quello della diversità, che rappresenta l’unica ricchezza di base, sia a livello culturale, sia a livello sociale ed economico.

Oggi cominciamo forse a capire, o soltanto ad intuire, che il progetto modernizzatore dell’Occidente, fondato su principi razionalistico-burocratici pubblici e privati, non regge più. Oggi si ha bisogno di un allineamento della società verso il basso, anche per quanto riguarda le ricchezze prettamente finanziarie in mano a pochi soggetti (non sarebbe il caso di individuare, osserva Caillé, un limite per la ricchezza, così come si fa per la soglia della povertà?), salvaguardando in ogni caso la parità degli individui, dei gruppi, delle istituzioni e delle nazioni.

Penso che per questo oggi stia emergendo nella letteratura sociologica specialistica il concetto di rete. La società non è più letta come una struttura funzionale, ma come un complesso sistema che si differenzia in continuazione con sottosistemi autoreferenziati, come una rete informazionale. In essa ogni istituzione pubblica o privata, ecclesiastica o associativa ha una sua valenza e specificità, una sua logica e un suo codice per comunicare.

Se si capiscono, nel loro insieme agiscono in modo concertato, ma possono solo farlo se concepiscono e salvaguardano la propria ed intrinseca diversità, e quindi si rispettano nella dignità e nella parità. Forse non sarà possibile che vengano omologate nel loro insieme intorno ad un progetto sociale univoco, ma potranno sicuramente agire in modo complementare.

Questo rappresenta la sfida della società del futuro, del nostro mondo occidentale.

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