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Petőfi Sándor: Mi tormenta un pensiero

(Egy gondolat bánt engemet, 1846)
Mi tormenta un pensiero, 
morire in letto da solo,
consumarmi come un fiore, 
che mangia un oscuro verme,
consumarmi lento come una candela
lasciata sola in una stanza vuota.
Oh Dio! Non darmi una morte cosě!
Voglio essere un albero
che da bufera viene strappato,
voglio essere una roccia, 
che da monte a valle 
viene spinta giů da un tuono rimbombante.
Quando tutti i popoli in catena 
si alzano in piedi, pieni di rabbia,
avanzano con faccia rossa d'ira
e sulle bandiere queste parole sacre: 
Libertŕ del mondo!
Lo suonano dall'oriente all'occidente,
e combattono contro l'oppressore.
Lŕ voglio morire io, nel campo di battaglia,
lŕ she sgorghi il sangue dal mio giovane cuore,
e quando le ultime parole gioiose
mi lasciano le labbra,
che siano coperte dal metallico rumore,
dal suono della tromba e del cannone,
e passando sul mio cadavere
che corrino cavalli calpestandomi,
verso la vittoria finale.
Lŕ che si raccolgano le mie ossa perse,
e quando arriva il giorno del funerale,
in cui con bandiere e con musica ferale,
vengono sepolti in tomba comune
tutti gli eroi che sono morti per te,
santa libertŕ del mondo!

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Kosztolányi Dezső: Come qualcuno caduto tra i binari

(Mint aki a sínek közé esett, 1910)
Come qualcuno caduto tra i binari,
che rivede la sua vita che sfugge,
mentre fa ticchettio la ruota scottante,
passano tante immagini fulminee
e vede come non ha visto mai:
come qualcuno caduto tra i binari,
saluto la vita, che č diventata
lontana, estranea,
come qualcuno caduto tra i binari,
panorama matto, piacere perverso,
tra ruote e binari, il tempo romba sopra di me 
e la morte tuona da lontano,
per un attimo mi aggrappo a quello che č eterno, 
farfalle e sogni, terribili e dolci...
come qualcuno caduto tra i binari.
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József Attila: Saluto a Thomas Mann

(Thomas Mann üdvözlése 1937)
Come un bambino che riposare vuole,
arrivato al letto finalmente,
ti prega: resta e racconta,
(cosě della notte non ha paura)
e quando il suo piccolo cuore batte forte,
non sa neanche lui, cosa vuole,
la fiaba o che tu resti lŕ:
cosě ti preghiamo, siediti qui tra noi e racconta.
Ripeti ciň che hai detto, sebbene ci ricordiamo,
racconta che sei tra noi e noi siamo con te insieme,
noi che abbiamo la sorte del mondo nel cuore.
Tu lo sai, il poeta non mente mai,
dě la veritŕ, non solo il reale, 
racconta la luce, che ci illumini la mente,
perchč siamo nel buio se non siamo insieme.
Come Hans Castorp vedeva il corpo di madame Chauchat,
cosě ci vediamo illuminati dai raggi X ora.
La tua voce calda non č disturbata da alcun rumore,
raccontaci pure, cos'č bello, cos'č male,
dal lutto al desiderio alzando il nostro cuore.
Abbiamo appena seppellito povero Kosztolŕnyi*,
e l'umanitŕ č consumata da Stati mostruosi,
e noi chiediamo con orrore: cosa verrŕ ancora?
da dove arrivano queste ideologie perverse,
dove si prepara il veleno, che ci verrŕ dato,
e fino a quando potrai leggerci ancora?...
Si tratta di restare uomo chi č uomo,
e donne le donne, gentili e libere,
e tutti umani, perchč l'uomo č sempre di meno...
Accomodati, prego, e comincia la fiaba.
Ti ascolteremo e ci sarŕ a chi basterŕ guardarti,
perchč contento di vedere un europeo tra i bianchi.
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Nagy László: Chi porta l'amore

(Ki viszi át a szerelmet)
Se si spegne la mia esistenza,
il violino del grillo chi l'adora?
Sul ramo ghiacciato la fiamma chi la spira?
Sull'arcobaleno chi si adagia?
Chi rende morbido campo la roccia,
piangendo, mentre l'abbraccia?
Le crepe nella mura chi l'accarezza? 
E da bestemmie chi alza cattedrale 
per fedi sconvolte?
Se si spegne la mia esistenza,
l'avvoltoio chi lo scaccia via?
E sull'altra sponda del fiume
chi lo porta l'amore?
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Váci Mihály: Non basta ancora

(Még nem elég)
Non basta rabbrividire,
entusiasmar si deve,
non basta avere la fiamma,
si deve bruciare!
E non basta bruciare,
chi spada di lama frusciante 
vuole diventare,
il gelo deve sopportare.

Non basta sognare,
ci vuole un sogno gigante,
non basta sentire,
si deve riconoscere,
e non basta presentire
che epoca viene,
il nostro futuro lo devi sapere!

Il traguardo non basta vedere,
la strada buona ci vuole,
la via non basta trovare,
ci devi camminare!
Pure da solo, per primo,
avviarsi davanti,
ma non basta partire, 
invita anche gli altri!
Ma solo quello deve invitare
chi ha il coraggio di guidare!

Non basta desiderare,
si deve volere,
e non basta volere,
agire si deve!
Non basta la buona volontŕ,
ci vuole l'intelligenza!
Ma a che serve la fredda ragione?
ci vuole un'emozione,
non un sentimento comune
ma profonda ferita e passione.
Si deve cercare qualcosa
per cui vale la pena vivere, 
amare, sperare, soffrire!

Non basta - per il mondo!
Per la nazione si deve!
Non basta -  per la patria!
Per il popolo si deve!
Non basta per la giustizia!
Per la giustizia di quelli,
che da tanto tempo sono liberi
ma non capiscono ancora,
che non basta, non basta questa!
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Radnóti Miklós: Non posso saperlo

(Nem tudhatom ..., - 1944)
Per gli altri questo posto che significa,
non posso saperlo,
per me č la patria, questo piccolo paese,
il luogo della mia infanzia lontana e felice.
Come un ramo debole dal tronco dell'albero,
da esso sono cresciuto e spero che qua sarň anche sepolto.
Sono a casa. E se un cespuglio si china davanti a me,
conosco il suo nome, il suo fiore,
so chi cammina per la strada, e dove vŕ,
e so cosa potrebbe significare il dolore
di un tramonto rosso sulle mura delle case.
Per chi vola su un aereo, č solo una mappa,
e non sa Vörösmarty Mihály** dove abitava;
per lui che significa? Fabbrica e caserma,
ma per me: cavalletta, bue, campanile e mite casale;
nel binocolo egli vede campi e fabbriche,
ma io anche il lavoratore zelante,
bosco, frutteto, uva e tombe,
tra le tombe una vecchietta, che pian piano piange,
e quello che da sopra č una fabbrica o ferravia
che distruggere si deve, per me č la stazione,
e davanti il ferroviere, con bandiera rossa in mano,
da tanti bambini circondato, egli invia il segnale, 
e nel cortile della fabbrica ci gioca un cane.
E poi il parco: di vecchi amori conserva la traccia,
la mia bocca ricorda i baci al gusto di miele o fragola.
Sul marciapiede un giorno andando a scuola
per non essere interrogato salivo su una pietra.
Eccola qua, ma di sopra neppur essa si vede
non esiste apparecchio che la possa rilevare.
E' vero, siamo peccatori, noi come gli altri popoli,
e riconosciamo la nostra colpa, quando, come, dove,
ma ci sono anche innocenti, lavoratori o poeti,
e lattanti, in chi crescerŕ la ragione,
la conserveranno, nascosti in buie cantine,
finchč non arrivi la pace nel nostro paese,
risponderanno freschi loro alla nostra soppressa voce. 
Coprici con le tue grosse ali, nuvola della notte.

* e ** poeti ungheresi