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Les Français dans le Frioul

I Galli

La dominazione etrusca nell’Italia settentrionale s’era potuto stabilire senza grandi resistenza , ma non ebbe lunga durata e cadde sotto i colpi dell’invasione gallica.

Scendendo giù dai passi delle Alpi occidentali, questi Celti si allargarono nell’Italia settentrionale nel quinto secolo a.c.

Come gli Etruschi si erano fermati all’Adige così i Galli, in quelle prime invasioni fecero altrettanto. I Veneti rimasero padroni di Vicenza e da queste loro frontiere avanzare furono in grado di prestare ai Romani valido aiuto combattendo strenuamente quei terribili vicini, mentre altre truppe si erano inoltrate verso il centro d’Italia sino ad assalire Roma.

Soltanto in un tempo posteriore troviamo in potere dei Celti anche la regione delle Alpi Carniche. Infatti dalla Germania dove si stanziavano numerose tribù galliche, si infiltrarono nelle valli dell’odierna Carnia, della Corinzia e della Carniale. I Taurisci e i Carni dalla parte delle Alpi che vennero chiamate giulie, vennero a trovarsi vicino agli Istri e ai Giapidi, e si misero in grado di premere sui Veneti che abitavano nella pianura. Però, quando avrebbero potuto tentare una conquista di questa parte, questi galli si trovarono di fronte un avversario assai più bellicoso e più forte che non fossero i Veneti.

Finita vittoriosamente la seconda guerra punica, Roma ebbe le mani libere per assicurarsi il dominio dell’Italia settentrionale, ma proprio nel 186 a.c. i galli cisalpini penetrarono nella Venezia orientale e scesi al piano iniziarono ad edificare un castello a 12 miglia di distanza dal luogo dove poi sorse Aquileia. Il senato comandò al pretore della Gallia Lucio Giulio di non accettare il fatto compiuto. Il pretore trovò resistenza ma quando nel 183 a.C. il console M. Caio Marcello avanzò contro gli invasori; questi si arresero senza combattere: erano 12.000 armati e quasi tutti di armi rapite nei luoghi occupati. Furono loro tolte con tutto quello che avevano saccheggiato nelle campagne o portato con loro. Fecero però pervenire le loro proteste al senato il quale fese capire che avevano fatto male nell’occupare terre che non appartenevano loro, ma fece loro restituire quanto avevano portato con loro, purché ritornassero Oltralpi. Il popolo doveva valicare le alpi, perciò doveva riferire ai galli transalpini che non sarebbero stati trattati meglio in avvenire quelli che avessero tentato di valicarle. Lucio Fulvio Purpecione e Lucio Manlio Acidino furono incaricati di portare questa risposta al senato e di accompagnare gli invasori nel loro paese di origine. Il castello che avevano cominciato a costruire fu distrutto. Nel 179 a.c. 3000 Galli affacciatisi dalla finestra alle Alpi chiesero ospitalità e terre al senato romano ma ebbero per mezzo del console Lucio Fulvio un deciso rifiuto.

I Carni, gli Istri e i Giapidi mandarono al senato legati; in queste circostanze anche gli Aquilesi fecero sentire a Roma la necessità che la loro colonia venisse rinforzata poiché temevano che le audaci imprese di Cassio che intendeva condurre le legioni fino nell’Illirico, potessero mettere in pericolo le loro sorti col chiamare contro di loro nuova gente perciò nel 169 a.c. fu stabilito di condurre in oltre 1500 famiglie di coloni. Così la popolazione di Aquileia diventò di ben 15000 abitanti e la nuova colonia fu in grado di contribuire meglio all’assoggettamento definitivo dei popoli circostante.

Nel 129 a.c. il console C. Sempronio figo sgomino Carni, Taurisci, Giapidi, Liburni fino al Keka. Emilio Scannio trionfò "De Galleis Karneis", cioè delle popolazioni che abitavano nelle Alpi Carniche sin verso le Giulie, assicurando così la dominazione su tutta la Venezia orientale.

Nella primavera del 773 Carlo re dei Franchi, per l’invito di papa Adriano, scendeva in Italia, assediava Pavia e se ne rendeva padrone l’anno seguente. Cadeva anche Verona, il Desiderio e sua Ausa venivano fatti prigionieri in Francia mentre loro figlio Adelchi si rifugiava nel mezzogiorno. Carlo così poté proclamarsi re dei longobardi. Partito Carlo nella guerra contro i Sassoni, alcuni duchi longobardi pensarono fosse giunto il momento della riscossa. Vi fu una congiura contro Carlo e il capo dei congiurati era il duca del Friuli Rodgando. Vinti i Sassoni, Carlo, informato della congiura nel 776, mosse verso l’Italia: Rodgando morirà nella prima battaglia e gli altri non osarono muoversi. In ogni luogo egli tolse i duchi longobardi e li sostituì con conti franchi. Ma la repressione dovette essere particolarmente dura in Friuli. Nel 791 era già avvenuta per mano francese anche la conquista del territorio istriano.

 

Carlo Magno

Carlo Magno nel suo impero si occupa molto attentamente del ducato del Friuli. Ci stabilisce un duca di origine franca inserendo i primi elementi del regime feudale italiano.

Nell’ultimo ventennio del VIII secolo il Friuli fu una zona "calda" per la presenza degli eserciti di espansione.

Fino a Napoleone

Dopo la morte di Carlo Magno il Friuli ha qualche problema, ma tutto si risolve, Tutto affidato ad Everandro che porta una ventata di novità anche culturale.

Un esempio di influenza francese e tedesca : Porcia

 

PORCIA (la storia) risale ancora prima del Medioevo.

La storia dell’odierno paese si identifica con la storia dell’illustre famiglia di Porcia che fu una delle più antiche del Friuli: ebbe per capostipite Gabriele di Prata.

Il castello risale al Medioevo, intorno al 1000.

La famiglia aveva grande importanza perché Gabriele era avvocato delle chiese di Concordia e Geneda.

Dopo Gabriele Gueccello di Prata: e dopo di lui i due figli che si spartirono i beni del padre: Gabriele il castello di Prata, a Federico quello di Porcia e Brugnera.

"I Porcia" si imparentarono con alcune famiglie straniere, le principali del Friuli e della marca trevigiana: "Savorgnan, Polcenigo, Romano, Da Camino, Fogger".

Da questa famiglia vennero fuori molti letterati, umanisti e cardinali.

1809: battaglie fra Francesi e Austriaci e vittoria di quest’ultimi.

Ospiti al castello: Federico III e Carlo V (1532).

 

NAPOLEONE IN FRIULI

Nap-1.jpg (51233 byte)Le cause

Se ci inoltriamo in un’attenta ed approfondita analisi dei vari articoli che compongono il trattato che Napoleone stipulò a Campoformido con i rappresentanti dell’Austria, nell’ottobre 19797, non abbiamo alcuna difficoltà a rilevare che la matrice ideologica remota , il filo conduttore del trattato stesso sia da ricercarsi nello spirito innovatore politico-sociale, che aveva animato la Rivoluzione francese.

 

I fatti

1797

Napoleone, libero dalle insidie dei nemici italiani, nella primavera del 1797 riprende la guerra contro l’Austria che possedeva una potente armata, forte di 22.000 uomini al comando dell’Arciduca Carlo, che si era trasferito nella villa del Doge Ludovico Manin a Passariano mentre i suoi uomini si erano si erano accampati sulla riva sinistra del fiume Tagliamento e nei dintorni di Codroipo.

Bonaparte aveva invece dislocato le sue milizie, sotto il comando di Massena, Bernadotte, Serrurier, Guieu e Murat, in altre zone strategiche.

Disegno per la colonna commemorativa della battaglia del Tagliamento.

All’alba del 16 marzo 1797 Napoleone inizia l’avanzata alla testa delle sue truppe e in poche ore dopo aver raggiunto la riva destra del Tagliamento diede l’ordine di oltrepassare a guado il fiume. Nel caso di questa operazione, l’esercito austriaco dalla riva opposta oppose un’accanita resistenza con il fuoco delle artiglierie. Si determinò una mischia violenta e sanguinosa che si protrasse fino a sera. Alla fine l’esercito austriaco, costretto a ripiegare, si trincerò in una vasta prateria nei pressi di Goriezza di Codroipo dove tentò una ulteriore resistenza contro le armate di Bonaparte, ma fu nuovamente sconfitto.

Si ritirò verso Voline e Palmanova.

Il 18 marzo 1797 Napoleone entrò vittorioso a Voline e nello stesso giorno occupò Palmanova.

Martedì 21 Bonaparte occupò Gorizia.

Bonaoparte pensò più volte di sferzare un attacco direttamente all’Austria occupando Vianne ma non portò a termine l’impresa.

CAMPAGNA MILITARE DEL 1809Nap-2.jpg (31913 byte)

L’impero francese, alla fine del 1808, vantava ben 122 dipartimenti, compresi i territori d’oltre mare. Il Regno d’Italia, nato nel 1805 aveva come sovrano Napoleone con Viceré Eugenio de Beauharnais, figliastro dell’imperatore, che si occupava dell’amministrazione reale nel paese. Napoleone aveva annesso alla Francia il Piemonte, le Repubblica Ligure, il Ducato di Parma e Piacenza e la Toscana; il regno di Napoli, che era stato governato fino al luglio del 1808 da un fratello dell’imperatore, Giuseppe, è ora sotto il controllo di Gioacchino Murat, marito di Carolina Bonaparte.

Il colle di Napoleone a Osoppo

10-14 APRILE 1809

Nella campagna d’Italia del 1809 furono presenti truppe che, oltre che dall’Austria interna vera e propria; provenivano dalla Moravia, dalla Boemia, dall’Ungheria, dalla Stiria, dalla Carinzia, dalla Slavonia, e infine dai territori di confine corrispondenti alle attuali province croate di confine con la Boemia e sino alla Dalmazia.

Pianta della fortezza di Palmanova: i lavori fatti eseguira da Napoleone sono in nero.

Nap-3.jpg (42362 byte)Alle 5 del mattino del 10 aprile 1809 alcuni ufficiali austriaci consegnarono agli avamposti francesi della divisione Broussier, nei pressi di Pontebba, l’ultimatum che preannunciava l’inizio delle ostilità e dopo circa un’ora le truppe dell’Arciduca Giovanni d’Absburgo si mossero. A quel momento cruciale il Viceré Eugenio de Beauharnais giunse impreparato. In Friuli erano la divisione del generale Broussier, a copertura dei valichi settentrionali, tra il Felpa e il Tagliamento, e la divisione del generale Seras distesa tra Udine , Palmanova ed il corso dell’Isonzo. Le altre divisioni su cui Eugenio poteva contare erano quelle del generale Grenier, acquartierate nei pressi di Sacile, quelle di Barbou, presso Treviso, e del generale Fontanini, verso l’alto corso dell’Adige, a copertura del Tirolo: Cividale fu raggiunta dalla colonna principale dell’Arciduca già la sera del 10, mentre la brigata del maggiore generale Gavassini, passato l’Isonzo, giunse a Visco, presso Palmanova, verso le 12.00 Anche il corpo croato del feldmaresciallo Gylai passò tra Gorizia e Gradisca, e si diresse verso Romans e Visco, aggirò Palmanova, e puntò in direzione di Codroipo,. Nella mattina del 12 la colonna dell’Arciduca giungeva e si dirigeva verso il Tagliamento, mentre di fronte alle forze austriache gli uomini del generale Seras, raggiunto il Tagliamento verso le 14.00, si attardarono in operazioni di retroguardia, attraversando il fiume solo a notte inoltrata. Delle altre due colonne austriache la brigata Gavasini aveva iniziato il blocco delle forze francesi rinchiuse nella fortezza di Palmanoba, tranne il reggimento Kiesky, che roggiungse il corpo di Gylai a Codroipo, quando questo vi giunse nella tarda serata dell’11 aprile. Tra il 12 e il 13 aprile gli Austriaci prendevano tempo per recuperare le marce forzate dei giorni precedenti e si apprestavano a guadare il fiume che, nonostante le continue piogge , era traversabile in molto punti, il generale Granier, di fronte all’avanzata dell’avanguardia austriaca, agli ordini del feldmaresciallo Frimet, sgombrò i dintorni di Codroipo, ritornando sulla sponda destra del fiume e distruggendo alle sue spalle parte del ponte della Delizia. Questo movimento si rese necessario per preparare l’imminente sganciamento dei Francesi; Eugenio infatti poteva ora disporre anche della divisione Barbou attorno a Pordenone e della Severoli, in cammino tra Conegliano e Sacile, mentre la divisione Polly si era avviata da Mestre verso il Tagliamento e Lamarque e i suoi uomini erano appena usciti da Verona. La notte tra il 13 e il 14 Eugenio iniziò il ripiegamento delle sue truppe verso il Livenza, arrivando, nella serata del 14 , a disporre la divisione Severoli tra, Portobuffolé e Motta di Livenza, la divisione Serras a Brugnera, la Granier poco avanti a Sacile con un reggimento a Fontanafredda, la Barbou presso Fratta di Caneva ed infine la divisione Broussier nei dintorni di Polcenigo, tra il Gorgazzo e la Santissima. A completamento di questo schieramento il Viceré volle lasciare A Pordenone, come copertura, una forte retroguardia, formata da tre battaglioni del 35° reggimento di linea (divisione Serras), da alcuni squadroni dell’8° cacciatori a cavall0 e del 6° ussari e da quattro pezzi d’artiglieria, agli ordini del generale di brigata Sanuc. Quest’ultimo doveva controllare i movimenti degli Austriaci che, infatti, proprio nella serata del 14 aprile guadarono il Tagliamento e ripresero l’inseguimento dei Francesi.

Nap-4.jpg (47590 byte)IL COMBATTIMENTO DI PORDENONE

Osteria del Trattato a Campoformido (nella casa dove doveva essere firmata la pace) con lapide napoleonica.

Nella notte tra il 14 e 15 aprile , l’Arciduca aveva deciso di lanciare alcune veloci colonne di formazione all’inseguimento dei Francesi; infatti era stato informato dai suoi esploratori della presenza di una retroguardia a Pordenone, che intendeva accerchiare ed eliminare. Alcuni squadroni di cavalleria agli ordini di Volkmann furono mandati a S. Quirino, mentre una colonna di fanteria, cavalleria ed artiglieria si mosse rapidamente su Pordenone con il generale Wetzl. Giunti sul Cellina gli Austriaci divisero il grosso della colonna in marcia verso Pordenone in 3 colonne più piccole, Wetzel seguì la strada per Torre, il tenente Collenbach una strada secondaria tra Torre e Madonna della Santissima, il generale invece si mosse verso Rorai Grande. Una compagnia del 35 rgt si scontrò con Weltz; i Francesi si organizzarono per difendere gli accessi alla città, mentre Sahuc lanciava i suoi cavalieri per rallentare l’avanzata nemica, il generale francese sorpreso dall’armata si trovò in difficoltà; l’arrivo della colonna Volkmann tagliava la strada della ritirata verso Porcia. Nel frattempo i 3 battaglioni di frontiera del 35° erano riusciti a portarsi a Rorai Grande, dove contavano di opporre una miglior resistenza agli Austriaci. Gli altri reparti, comandati al colonnello Brissand tentarono un’ultima difesa di Rorai, per contrastare la superiorità della cavalleria nemica, alla fine furono costretti ad arrendersi. La perdita di circa 2.500 uomini fu un duro colpo per Eugenio, era evidente l’inferiorità numerica del suo esercito rispetto a quello dell’avversario.

LA BATTAGLIA DI CAMOLLINap-5.jpg (23677 byte)

Medaglia commemorativa della battaglia del Tagliamento

Il campo di battaglia del 16 aprile era il poligono di 5 lati formato dalle strade di Sacile-Fontanafredda, Fontanafredda-Porcia, Porcia-Palse-Tamai, Tamai-Brugnera, Brugnera-Sacile. Prese le mosse da Pordenone, con l’intento di operare offensivamente verso Sacile. All’alba del 16 aprile lo schieramento armato francese appariva ormai definitivo; era comandato da Seras, Severoli, Broussier, Berthier, Grenier, Barbou e il generale Sahuc. Invece la parte austriaca pose il suo quartiere generale a Cordenons, comandata da Volkmann; le truppe francesi cominciarono col muoversi verso Porcia, espugnarono Palse, a quel punto Seras puntò direttamente su Porcia stessa. Frimont effettuò alloera alcune rapide contromosse e riuscì a lanciare la sua cavalleria sulle truppe di Severoli in fase di manovra e spiegamento; gli Italiani dovettero ripiegare, con parte dei francesi di Seras, ma Nap-6.jpg (36588 byte)quest’ultimo seppe riprendere il controllo della situazione, lanciando un ulteriore su Porcia che ebbe pieno successo. I Francesi, appena entrati in paese, vennero attaccati dagli Austrici della Brigata Colloredo proveniente da Rorai Piccolo, allora il generale Grenier distaccò una sua brigata per lanciarla verso quella di Colloredo. Questi, dovette ripiegare, magli Austriaci si riportarono in avanti con le riserve proprie mentre Grenier e Seras intensificavano la loro offensiva. Si giunse quindi ad un feroce corpo a corpo per le strade di Porcia.

Monumento-ricordo delle guerre napoleoniche a Predil.

L’Arciduca Giovanni, intuito l’obiettivo del suo avversario lanciò il suo 9° corpo verso Fontanafredda; Broussier vene così bloccato nel suo movimento in avanti teso a sopportare l’avanzata di Grenier su Porcia e tutto lo schieramento della sinistra francese entrò in crisi; le truppe franco-italiche erano ormai sulla difensiva su tutto il fronte, comunque il corpo austriaco numeroso cominciò a i suoi frutti. Per evitare un disastro totale Eugenio fu a quel punto costretto ad ordinare un ripiegamento generale dei suoi uomini. Una parte della divisione Grenier ed il grosso delle truppe di Broussier, con la riserva della cavalleria del generale Sahuc, iniziarono una lenta e difficile ritirata in direzione di Sacile, mentre le divisioni di Senas Severoli cominciarono a ripiegare su Brugnera. Broussier e Grenier, pressati dagli Austriaci si difesero bene, ma giunsero logorati a Sacile, prendendo numerosi prigionieri e segnando di fatto la fine della battaglia e la vittoria austriaca.

Conseguenze nel XX secolo

Era intorno alla prima guerra mondiale quando si pensò di adattare le praterie della Comina e di Aviano ad un campo di aviazione militare. Questo campo (che ebbe poi negli anni, in diversi momenti, ruoli di grande importanza) venne costruito, nel giro di poco tempo, nella primavera ed estate del 1910. La data di inaugurazione si fissò per domenica 24 luglio, e per l’occasione venne chiamato il tecnico francese Léon Hermann, che però non giunse, in quanto il 10 luglio sfasciò a terra l’unico monoplano Blériot, causando diversi problemi. Il nome "Blériot", comunque, dovrebbe ricordarci che erano tempi in cui si raggiungevano buoni risultati nel settore dell’aviazione. Louis Blériot, infatti, era un famoso aviatore, un punto di riferimento per la costruzione di aerei durante la guerra del ‘15-18, e fu il primo a fare la traversata aerea della Manica, da Calais a Dover, nel 1909. Questo clima innovativo si fece sentire anche a Pordenone subito l’anno dopo. La nuova data per l’inaugurazione del campo venne fissata per il 7 agosto. Attorno alle reti della Comina si radunarono 30.000 persone, giunte per vedere, tra le cose, il volo inaugurale di Léon Cheuret, l’asso di Marsiglia appositamente scritturato che, in impeccabile abito da sera, si alzò con il "Farman". Il tutto avvenne tra gli applausi di una folla eccitata che al termine della celebrazione invase addirittura la pista. Il giorno dopo ci fu il banchetto di commiato a Léon Cheuret: nel frattempo era anche arrivato un telegramma di compiacimento ed augurio di Vittorio Emanuele III.

VILLE E I CASTELLI DEL FRIULI TESTIMONIANO DELLA PRESENZA FRANCESE IN FRIULI

Pal-dipi.jpg (45464 byte)Durante il corso della storia molti Francesi sono passati per il Friuli e molto spesso si sono fermati e hanno pernottato sulla terra friulana in importanti ville e castelli.

Quasi in ogni provincia si può trovare la presenza di famosi personaggi francesi che , o per affari, o per piacere, hanno sostato qui.

A sinistra la facciata del Palazzo Dipinto del castello di Spilimbergo

Partendo dalla provincia di Gorizia, possiamo notare la presenza francese in un clima non di piacere ma di rivolta : un avvenimento importante è la rivolta del 1385, per la quale alcuni villici vennero rinchiusi nelle carceri del castello di Trussio per aver tentato una resistenza armata contro il patriarca commendatario Filippo d’Alençon; la Rocca di Monfalcone, poi, punto bellico strategico, venne sempre tenuta efficiente fino al 1797, quando , per breve tempo, fu accupata dai Francesi, fino al Trattato di Campoformido.

Per quanto riguarda la provincia di Pordenone, nella storia fu molto rinomato il castello di Spilimbergo, che tra le molte persone autorevoli qui ospitate vanta anche Enrico III di Francia nel 1568 e Napoleone Bonaparte nel 1797 il quale venne ospitato anche nel castello di Valvasone nel 1782.

Nella provincia di Udine, il nome di Filippo d’Alençon viene nominato per quanto riguarda il castello di Strassoldo. Infatti egli fece distruggere il castello superiore degli Strassoldo in quanto avversi al suo partito. Viene menzionato il suo nome anche a riguardo dell’Abbazia di Rosazzo perché, durante le lotte che si accesero a causa della nomina del patriarca Filippo, l’abate si schierò con Cividale a favore del Patriarca e il monastero venne difeso dalle milizie mandate da Francesco da Carrara.