:: parole

 

Pollock

Intervista 1951

Intervista 1944

La mia pittura 1947-48

Commento al film di Namuth

 

Dicono di lui

Lee Krasner

Robert Motherwell

Peggy Guggenheim

Ed Harris

 

Recensione (parziale) del film di Harris

 

 

 

 

 

Pollock

 

Da un'intervista di William Wright per la stazione radio di Sag Harbor (1951)

 

Per me l'arte moderna non è altro che l'espressione degli ideali dell'epoca in cui viviamo […] Penso che nuove esigenze richiedano nuove tecniche. E gli artisti moderni hanno trovato nuovi modi e nuovi mezzi per affermare le loro idee. Mi sembra che un pittore moderno non possa esprimere la nostra epoca, l'aviazione, l'atomica, la radio, nelle forme del Rinascimento o di un'altra cultura passata. Ogni epoca ha la propria tecnica […]abbiamo mezzi meccanici per rappresentare gli oggetti della natura: il film, la foto. L'artista moderno, mi pare, lavora per esprimere un mondo interiore; in altri termini: esprime l'energia, il movimento e altre forze interiori.

[…]

Penso che non si debba cercare [qualcosa nell'arte moderna], ma guardare passivamente - cercare di ricevere quello che il quadro ha da offrire e non avere un soggetto o una aspettativa preconcetta.

[…]Non utilizzo il caso, perché nego il caso.

 

 

Da un'intervista di Howard Putzel, in "Arts and architecture", febbraio 1944

 

L'idea di una pittura americana autonoma, che qui da noi era così diffusa negli anni '30, mi pare assurda, come sarebbe assurda l'idea di creare una scienza matematica o fisica puramente americana. In altre parole il problema non esiste; o, se esiste, si è risolto da solo: un Americano è un Americano e la sua pittura sarà naturalmente segnata da questo fatto, che lui lo voglia o no. Ma i problemi fondamentali della pittura contemporanea sono indipendenti da ogni nazionalità.

 

Dichiarazione apparsa con il titolo La mia pittura, in "Possibilities", New york, inverno 1947-48

 

[…]

Quando sono nel mio quadro, non sono cosciente di quello che faccio. Solo dopo una specie di "presa di coscienza" vedo ciò che ho fatto. Non ho paura di fare dei cambiamenti, di distruggere l'immagine ecc. perché un quadro ha una vita propria. Tento di lasciarla emergere. Solo quando perdo il contatto con il quadro il risultato è caotico. Altrimenti c'è armonia totale, un rapporto naturale di dare e avere e il quadro riesce.

 

Commento al film di Hans Namuth e Paul Falkenberg, 1950-51

 

[…]

Voglio esprimere i miei sentimenti, non illustrarli. La tecnica è semplicemente un mezzo per arrivarci.

 

 

Dicono di lui

 

Lee Krasner

 

[…] ho visto crescere i suoi quadri. Molti, molti di quelli più astratti, nascevano da immagini più o meno riconoscibili: teste, parti del corpo, creature fantastiche. Una volta ho chiesto a Jackson perché non smetteva di dipingere dopo aver raggiunto una data immagine. Mi ha risposto: "Voglio velare l'immagine. " Ecco cos'era la sua pittura.

 

Robert Motherwell

 

Credo che fosse più sensibile al ritmo che a qualsiasi altro elemento espressivo. In effetti non è sbagliato affermare che le sue opere maggiori sono attraversate da un ritmo intenso e violento, condizionato solo da un innegabile rispetto per la superficie piana del supporto: la sua è un'arte virile, lirica, misurata, sebbene nasca da un istinto primitivo e originale, come una danza celtica. Per me, il ritmo significava anche questo.

[…]Pollock era un uomo essenzialmente passivo che a volte, e a un prezzo emotivo il cui solo pensiero mi sgomenta, superava la passività con una attività convulsa, che diventava metafisica quando si mescolava con la sua sensibilità pittorica. Nessun artista può fare di più. Quelli che agiscono così sono eroi, e Pollock è tra questi. Non è un eroe intimamente americano come Gary Cooper, ma un eroe moderno e internazionale, come gli avvenimenti hanno dimostrato. Il che è tanto più eroico, dato il luogo e l'epoca.

 

Peggy Guggenheim

 

Dal 1943 al 1947 - anno in cui lasciai l'America - mi dedicai a lui. Era fortunato perché sua moglie, Lee Krasner, lei stessa pittrice, si prendeva molta cura di lui: rinunciò anche a dipingere per un certo periodo perché Pollock aveva preteso che si dedicasse interamente a lui. Quando perdetti Max [Ernst, con cui era stata sposata, NdElisa], diventò lui il mio nuovo protetto. La mia relazione con Pollock era unicamente quella mecenate-artista e Lee ci faceva da intermediaria. Pollock aveva un carattere difficle, beveva troppo e poteva diventare molto sgradevole, addirittura infernale. Ma Lee mi faceva notare, quando mi lamentavo di lui, che aveva anche dei lati angelici, ed era vero. Per me era come un animale in trappola, che non avrebbe mai dovuto lasciare il Wyoming dove era nato.

 

Ed Harris

 

Una cosa che ho imparato sull'arte di Pollock che, sono sicuro, qualsiasi studente d'arte sa già, ma che per me è stata come una rivelazione, è che Jackson credeva veramente e viveva secondo questo motto: 'Non uso il caso, perché nego il caso'. Non si può neppure cominciare ad approssimare l'opera di Pollock a meno che ciascun colpo di spatola, ciascun gocciolamento, ciascun getto, ciascuna scossa, ciascun schizzo e ciascun spruzzo non abbiano un'intenzione precisa.

 

Recensione del film Pollock diretto da Ed Harris

 

Il film in sè non è male. Ma non sono sicuro che aumenti il numero di coloro che capiscono Pollock o l'Espressionismo Astratto. Ciò che segue sono le impressioni di uno storico dell'arte - che sospetto siano diverse da quelle che avrebbe un critico cinematografico riguardo la medesima produzione.

Sembra essersi creata all'interno di Hollywood un'incapacità, davanti a personalità artistiche, di evitare una certa quantità di clichè propri del Romanticismo ottocentesco. Di solito questo si riassume nell'espressione micidiale di "sindrome dell'orecchio tagliato". In mezzo a questi stereotipi troviamo l'artista che "lotta" (parola ripetuta a oltranza nel film), la meschinità dei cirtici e dei mercanti d'arte (le persone più spregevoli che appaiono sullo schermo sono Peggy Guggenheim e Clement Greenberg), e la normalità in mezzo a individui creativi affetti da alcolismo, disfunzioni sessuali e autodistruzione (tutto recitato perfettamente). Poichè Pollock, più della maggior parte dei suoi colleghi, si adatta a questi stereotipi, il film di Harris parla di questo, e di poco altro.[…]

Ed Harris ha vinto la sua scommessa e ha avuto la possibilità che era stata negata a molti altri: ha sceneggiato la vita di Pollock, ci ha fatto un film, e ha ottenuto due nomination all'Oscar. Ma la "lente di rimpicciolimento" della cinepresa è riuscita per lo più a registrare i clichè: lo spregevole ubriacone, la pisciata nel caminetto, la vernice sul pavimento, il tavolo rovesciato, la brutalità del mondo artistico, il matrimonio tumultuoso, l'incidente d'auto… tutto ciò che il pubblico sa del mito universale di Pollock è qui - quasi sempre col cast giusto, ben filmato, decentemente recitato, e diretto in modo eccentrico. Ma cosa offre di più al pubblico - che non sia un'impressione falsata della vita vera ottenuta con omissioni arbitrarie, dell'arte con riproduzioni tremende, e della reputazione di Pollock, quando lascia che lo spettatore se ne vada chiedendosi come mai questo disastro di uomo sia reputato il più grande artista d'America?

(NdR: ho perso la fonte di questo articolo, appena la ritroverò aggiornerò questa pagina col nome dell'autore)

 

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