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O.L.F.A
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ANNO IV/V - NN. 17/18 NOVEMBRE-DICEMBRE/GENNAIO-FEBBRAIO 2000/2001 FERRARA
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COCKTAIL DELLE MUSE GEMELLE___________Lirica - Musica -Pittura ed altre Muse
ZIO ALESSANDRO
Sándor Lénárd in Italia

Sándor Lénárd (1912-1972)
Sì, proprio lui.
L'uomo dai tanti mestieri e tanti nomi che si firmava Alexander Lenard, Alessandro Lenard, Alexander Lenardius o Sándor Lénard. Ognuno di questi nomi si riferisce ad una persona diversa: Alexander è lo scrittore inglese, amico di Robert Graves oppure il poeta di lingua tedesca dalla voce fine, malinconica e classicheggiante. Lenardius è il famoso latinista, traduttore di Winnie ille Pu, la versione latina della storia di Milne. Alessandro è il dottore romano, pubblicista di libri scientifico-divulgativi. E Sándor? È naturalmente l'autore di due romanzi autobiografici in ungherese che raccontano la vita quotidiana del dr. Alexander, il medico tedesco dei coloni in una valle sperduta nel sud del Brasile.

Dona Emma
Ma Zio Alessandro?
Era dopo la guerra. Lenard era arrivato a Roma nel 1938, fuggendo da Vienna dopo l'Anschluss, per iniziare una nuova vita. Scrive in "Storie romane" ("Római történetek", trad.it. Magda Zalán):
"Incominciare una nuova vita! Chi non ha deciso una volta almeno di volere iniziare una nuova vita? Solitamente ci si entusiasma all'idea di una nuova vita dopo la predica domenicale. O quando il medico ti avverte che questa volta i risultati dell'esame del sangue sono negativi. Oppure quando dice "adesso è guarito però stia attento la prossima volta!" Oppure quando decidi di prendere lezioni d'inglese o di smettere di fumare... Ma per la nuova vita - e quest'ultimi lo sanno bene - ci vuole ben altro: un intervento più doloroso. Non bastano nemmeno un paio d'anni in galera o in un monastero. Se vuoi iniziare una nuova vita prendi la tua valigetta e va' in un paese sconosciuto. Per maggior sicurezza non portare con te denaro, perché col denaro si finisce prima o poi col ricomprarsi la vecchia vita: acquisterai di nuovo i tuoi libri preferiti, gli amati spartiti, ti metterai a scrivere lettere ai vecchi amici, arrederai la tua stanza come ti piaceva.… Avrai la scrivania con la lampada come a casa, userai lo stesso inchiostro di

Keine blume blüht wie sie
prima, prenderai la stessa medicina, aspetterai la fioritura della stessa pianta che avevi una volta. Sulla parete il ritratto dei tuoi genitori, ti seguiranno i tuoi vecchi diari. Dagli oggetti che una volta ti accompagnavano e ti erano fedeli servitori, risorgerà la tua vecchia vita e soffocherà quella nuova.
Se vuoi iniziare una nuova vita devi finire prima la vecchia. Devi morire per rinascere. Devi imparare balbettando la nuova lingua e, con le nuove parole, le nuove metafore, devi imparare nuove poesie se vuoi citare un verso. Devi imparare che la farmacia ha un odore diverso. Altre sono le parole gentili, altri sono i tabù. Devi gridare in un modo diverso se ti pestano un piede. Se hai fame ti sogni altri cibi. Se guadagni denaro saranno nuove cifre a dirtene il valore.
All'età di ventott'anni è già difficile iniziare una nuova vita. Si hanno già le radici, si è già imparato qualcosa, forse si è già arrivati a qualcosa. Si ha un capitale: gli amici, la fiducia dei bottegai, una lingua di cui si conoscono tutti i segreti e con la quale sembra di poter descrivere perfettamente il mondo conosciuto. Se uno è filosofo ha già pronte le basi del suo sistema. Se è un poeta già ha trovato la propria voce. Se fa il calzolaio ha già i suoi contatti. Le ferite si rimarginano più lentamente di quando aveva diciott'anni. Nelle vene già gli si formano piccole macchie sclerotiche e le cornee ormai sono meno elastiche. Ha già superato i grandi amori, o almeno così crede, è affezionato alle proprie abitudini, agli scrittori preferiti, alle passeggiate preferite. Non è bello ricominciare da capo."

Dona Emma
Eppure doveva ricominciare da capo. Pur essendo medico, non poté avviare la pratica, visse con mestieri di fortuna, misurando la pressione sanguigna in farmacie, visitando pazienti bisognosi di iniezioni, facendo traduzioni e correzioni di testi medico-scientifici. Questo periodo della sua vita, dal '38 al '43 è raccontato nel romanzo autobiografico "Storie romane". Lo scrittore tace invece del periodo seguente che comprende i tempi della Resistenza quando, assieme alla giovane moglie Andrietta, la Diana del romanzo, aiutava partigiani e ufficiali alleati nelle missioni e nella fuga, tace sugli anni della dopoguerra, fino all'emigrazione in Brasile nel 1951. A parte di alcuni piccoli episodi, gli eventi di questi anni non vengono menzionati in nessuna delle sue opere.

Felce
Nell'immediato dopoguerra, con l'aiuto dei suoi ex compagni della Resistenza, iniziò a collaborare ai giornali
"rossi". Pubblicò articoli di divulgazione medica ne "L'Italia Socialista" e ne "Il Mondo", condusse una rubrica di consigli grafologici ne "La Settimana" e raccontò le favole udite da suo padre alle lettrici di "Noi Donne", firmando,
Fiore
appunto, come Zio Alessandro.
I punti fermi della sua vita, le risorse a cui attingeva nei momenti di
disperazione erano la sua madrelingua, l'ungherese, il ricordo della sua infanzia e di suo padre. Le favole di Zio Alessandro sono quelle di Jenő Lénárd,
Dona Emma
favole orientali incantate che raccontano di Nasreddin Hodja, dell'elefante e i sette ciechi o del saggio Mehmed Bey, che, dispensati i sui consigli, sorseggia il suo caffé, lo stesso caffé che per Lénárd è sempre stato il simbolo della pace e del benessere perduti con l'infanzia e mai più riconquistate, nemmeno nella casa invisibile nella valle di Dona Irma, nel sud del Brasile.

Autoritratto
Era un uomo di eccezionale cultura: un bravissimo medico, sconosciuto scrittore-poeta, bravo filologo amatoriale, eccellente latinista che parlava e scriveva in tredici lingue, musicista e disegnatore. Le sue liriche le ha scritto in tedesco, mentre le opere di prosa in ungherese. Riportiamo qui anche alcune sue illustrazioni.
Note:
Molti testi delle opere, la bibliografia, articoli e scritti vari su Lenard, fotografie e disegni si trovano al sito web del Seminario Lenard, all'indirizzo
: http://www.mek.iif.hu/kiallit/lenard/[Zsuzsa Vajdovics]
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___________SAGGISTICA___________
BILINGUISMO
Questo saggio ha motivazioni molto personali: sono madre di due bambini bilingui, Elisa e Michele, e con lo studio del loro linguaggio ho tentato di portare alla luce la complessità e insieme la naturalezza con cui due culture, due lingue, due modi di pensare diventano un insieme organico.
Credo fermamente nella mia scelta (nella maggioranza dei casi giudicata positivamente, ma a volte avversata) di educare i miei figli in due culture, quindi bilingui, di passare a loro il mio bagaglio culturale che comprende le tradizioni, i racconti, i giochi, i ricordi che sono accessibili mediante la lingua ungherese - e solo nel corso degli anni si vedrà se questa impresa avrà avuto successo e in quale misura.
Cercherò di riproporre alle domande che toccano le particolarità dell'essere bilingue:
Per rispondere a queste domande descriverò i fenomeni considerati bilingui presenti in un corpus di dati che consiste della trascrizione di 13 ore di registrazioni audio del linguaggio spontaneo di Elisa e Michele.
Analizzerò il corpus sia da un punto di vista Il mio lavoro mira ad una descrizione sincronica di un determinato stadio dello sviluppo linguistico di Elisa (5 anni 9 mesi) e Michele (4 anni 3 mesi), soffermandosi soprattutto sulle peculiarità del loro comportamento linguistico, in altre parole su caratteristiche del discorso bilingue quali le interferenze, la commutazione di codice, la scelta di lingua, le strategie di compensazione, e sulle regolarità del loro occorrere nelle varie situazioni.
Il bilinguismo è un fenomeno molto frequente, secondo alcuni studiosi costituisce la norma: Romaine (1989) pone l'accento sul fatto che, a livello mondiale, nella maggioranza delle comunità linguistiche è di uso quotidiano più di una lingua, quindi il ruolo dell'eccezione toccherebbe al monolinguismo. Secondo le stime di Grosjean (1982) metà della popolazione mondiale è bilingue, e il fenomeno del bilinguismo è presente in ogni paese del mondo.
È naturale che nelle comunità monolingui o che si definiscono tali esso rimane sempre un'eccezione.
Tentiamo ora di capire che cosa si intende per bilinguismo: le definizioni sono tante e riflettono approcci teorici anche molto differenti.
Tra le definizioni basate sulla competenza linguistica troviamo ai due estremi di un continuum da una parte Bloomfield, per il quale bilinguismo è "conoscere due lingue come un madrelingua", dall'altra Haugen che scrive: " il bilinguismo inizia quando il parlante è in grado di produrre enunciati completi e sensati nell'altra lingua".
Un approccio più pragmatico è quello di Mackey che semplicemente considera il bilinguismo come l'uso alternato di due o più lingue. Questa posizione è sostenuta anche da Grosjean che precisa come criterio il fatto che l'uso di due o più lingue sia quotidiano e necessario nella comunicazione di tutti i giorni. Possiamo cogliere la profonda differenza tra le due visioni anche nell'appassionato rifiuto da parte di Auer delle posizioni di chi vede nel bilinguismo una questione di competenze.
Esistono categorie di bilinguismo basate sul modo e sul tempo in cui vengono apprese le due lingue: dalla nascita in famiglia, nella prima infanzia o oltre. Kovac, per esempio, chiama bilingui gli individui esposti a due lingue dalla nascita, gli altri casi vengono definiti biglottismo o poliglottismo. De Houwer (1990), che con molto rigore si è posta il problema di questa definizione nel caso dei bambini divenuti bilingui nella primissima infanzia in situazioni differenti (dalla nascita oppure nei primi anni di vita), propone il termine bilingual first language acquisition (letteralmente: acquisizione di L1 bilingue). Nelle discussioni sul modo di divenire bilingui si contrappongono i concetti di acquisizione (acquisition) e apprendimento (learning): per esempio, il titolo eloquente dello studio di Kassai-Barratt (1992)
Találkozás az idegen nyelvvel iskoláskor előtt: elsajátítás vagy tanulás? (Incontro con la lingua straniera prima dell'età scolastica: acquisizione o apprendimento?) rende l'idea della difficoltà di dare una definizione soddisfacente a questo processo.Ai soggetti che esaminerò sono applicabili tutte le definizioni presentate: essi dispongono di una com-petenza comunicativa in ambedue le lingue, le usano quotidianamente, alternandole, sono cresciuti in am-biente bilingue dal momento della nascita.
Dobbiamo accennare alla distinzione tra i tipi di bilinguismo infantile secondo il contesto sociale e familiare dell’individuo coinvolto. Romaine (1989) presenta una rassegna esauriente delle possibili situazioni in cui avviene l'acquisizione delle lingue del bambino bilingue.
Quali sono le caratteristiche che distinguono il linguaggio dei bilingui da quello dei monolingui?
Ecco il primo punto importante: il bilinguismo, inizialmente è stato studiato dall'ottica dei monolingui, avendo per modello il parlante monolingue, o meglio il parlante monolingue ideale. Il bilingue ideale quindi si dovrebbe comportare come due monolingui in una persona: in base alle esigenze comunicative dovrebbe scegliere uno dei codici (lingue) ed attenersi scrupolosamente ad esso, usandolo secondo le norme standard ad esso riferite e cambiare codice solo se cambia anche la situazione comunicativa. Per esempio De Houwer (1990), nella sua ricerca sul linguaggio di una bambina bilingue arriva alla conclusione che i due codici sono separati ed entrano sempre in funzione in base a quanto richiede il contesto comunicativo, come "due parlanti monolingui in uno".
La sintesi di un approccio diverso si trova nelle parole di Georges Lüdi all’apertura del 2o Congresso sul bilinguismo tenutasi all'Università di Neuchâtel del 1984, in cui si manifesta il comune impegno dei partecipanti di guardare al parlante bilingue come ad un'unità organica non divisibile in parti monolingui, spesso, sottinteso, incomplete, e di studiare il bilinguismo come un argomento a sé stante.
Gli studiosi aderenti a questo filone affermano che il bilingue non può essere considerato come "due monolingui in una persona": anche se egli effettivamente dispone di un repertorio linguistico "doppio". Nell'interazione comunicativa esistono delle situazioni in cui è più o meno consentito, o almeno è compreso l’utilizzo quasi-contemporaneo dei due codici: sono i casi in cui tutti i partecipanti sono bilingui e dispongono degli stessi repertori linguistici. A tale proposito si parla di "parlare bilingue" che consiste di un terzo codice che contiene elementi sia da una lingua (L1) sia dall'altra (L2), e inoltre ha caratteristiche che non appartengono a nessuno delle due. Negli studi che si inquadrano in questo filone - di essi si trova un'ottima rassegna in Romaine (1989) - si evidenzia la rivalutazione di quello che un tempo aveva il nome spregiativo di "mixed language" - lingua mista: "ci sono sempre maggiori prove che questo modo misto di parlare copre delle funzioni importanti nelle comunità in cui viene usato, quindi non è casuale.
Segue questa direzione anche l'approccio di Grosjean che sarà applicato al presente studio: la persona bilingue non viene considerato come un insieme costituito di due metà monolingui più o meno perfette, bensì come un'unità qualitativamente differente dai monolingui.
È illuminante la similitudine utilizzata dallo studioso: confrontare le competenze del bilingue con quelle dei monolingui è come se paragonassimo la prestazione di un ostacolista con quella dello sprinter e del saltatore. Seguendo questa visione ho scelto di non fare riferimento né al grado della competenza linguistica né alla questione della separatezza dei due codici nel mio lavoro, ma di procedere con un’analisi basata su una concezione olistica.
Nonostante queste premesse non voglio però eludere la questione della norma linguistica: nei casi simili al nostro, cioè dove manca completamente la presenza di una comunità bilingue, l'input che i bambini bilingui ricevono contiene una normatività implicita in quanto è consciamente modellato sulle regole d’uso in vigore presso la comunità dei parlanti monolingui, pertanto è ovvio che il bilingue ambisca alla perfezione del monolingue in ambedue le sue lingue, motivato non tanto da obiettivi pratici quanto da spinte emotive generate dalla duplice appartenenza ad ambedue le culture e ad ambedue i popoli. Il bilingue perciò si paragona - prima di tutti egli stesso - con le norme linguistiche vigenti. Di conseguenza, pur condividendo l'idea espressa negli studi che guardano alla competenza linguistica dell'individuo bilingue come ad un'unità organica a sé stante, non sempre potrò evitare il confronto con la competenza dei monolingui…
1) continua
[Zsuzsa Vajdovics]
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