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O.L.F.A
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DANIELA RAIMONDI
TRE RACCONTI
Dall'antologia "ALMANACH 2000", Edizione O.L.F.A., Ferrara, 2000, pp. 164, L. 41.000 (costo di realizzazione)
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LA DONNA DI URIKI
È scesa la notte ed il buio ha inghiottito di nuovo il villaggio. Da tre ore ho finito tutto il mio lavoro: ho chiuso le bestie nel recinto, il grano è stato macinato ed ho dato acqua alle verdure dietro la capanna. Queste erano piene di vermi grassi e biancastri che rosicchiavano le foglie nuove, le più tenere, e quando li staccavo dalle piantine si arrotolavano guizzanti alle mie dita. I polli hanno fatto gran festa quando glieli ho gettati in pasto.
Senza un uomo intorno ho dovuto imparare a riparare il tetto dopo la stagione delle piogge, a ricostruire ad ogni primavera il recinto per gli animali e persino a far partorire le bestie; ma ora che le mie figlie si sono sposate non ho più molto da fare. Non ho nemmeno quarant’anni e altre donne della mia età hanno ancora bambini nella pancia ed un marito a cui badare. Non io. Il destino ha voluto che Uriki se ne andasse un mattino di quindici anni fa per non tornare più. Quel giorno lo vidi sparire all’orizzonte fra le foglie dei banani ma il mio sangue non mi disse che quella sarebbe stata l’ultima volta: il cielo era quello di sempre, respiravo l’aria di sempre, gli odori non erano diversi da sempre. Il mondo intero era quello di sempre. Niente mi premonì che invece la mia vita non sarebbe più stata la stessa. Nemmeno un segno mi indicò che la mia angosciosa attesa sarebbe cominciata quel lontano giorno di quindici anni fa.
Quindici lunghi anni sono passati ed io invecchio da sola in questa lurida capanna. Un giorno ho osservato la mia immagine riflessa nello specchio, ma non ho più riconosciuto quel volto secco e duro che vedevo davanti a me. Quando vado al fiume a prendere acqua ascolto con terrore il rumore dei miei passi: sono passi carichi di solitudine, passi da uomo. Risuonano stanchi e calpestano pesanti questa terra arida e rossa come il fuoco che il deserto divora lentamente, di anno in anno. Una terra ormai abbandonata dal grano e dal canto delle cicale, che aspetta solo di coprire le nostre ossa con la sua polvere bruciata che il deserto trascinerà con sé nelle notti di vento e di bufera. Non ho nemmeno quarant’anni, ma ho i seni vuoti, senza più latte, e i miei fianchi hanno scordato il dolce peso di un uomo che ti abbraccia e ti regala vita.
Nei primi anni senza Uriki non riuscivo a dormire senza il profumo della sua pelle e mi svegliavo di soprassalto al minimo fruscio della notte. Allora scattavo in piedi come una gazzella e mi precipitavo alla porta della capanna sussurrando il nome del mio uomo con la voce che mi tremava nel petto. Tutto il giorno lavoravo come in preda all’affanno per ritardare il momento della sera e poter dormire senza pensare all’amore che mi era stato negato, ma lui non è mai tornato. Poi, un mattino di qualche anno fa, una donna del villaggio è corsa da me e con un sorriso sulle sue labbra sottili mi ha detto che Uriki era stato visto ad un mercato di bestiame al lato estremo delle nostre terre, a più di sette giorni di cammino dal nostro villaggio. Dicono fosse con una donna giovane che indossava gli abiti di un’altra tribù, che questa tenesse un bambino per mano ed avesse il ventre ingrossato da un’altra gravidanza. Risposi con orgoglio che lo avrei creduto solo quando lo avessi visto con i miei occhi, ma rimasta sola mi accasciai al suolo, abbracciata al mio dolore. Da quel giorno ho smesso di aspettarlo, ma la mia solitudine si è fatta ancora più amara. Ci sono stati degli uomini che mi avrebbero voluta, però dissi loro che solo se mi riportavano il cadavere di Uriki avrei potuto coricarmi con un altro. Da mio padre ho imparato l’orgoglio, da mia madre il pudore e dalla mia solitudine ad accettare il mio destino.
Ci fu un tempo però in cui piansi di nuovo per amore. Lo conobbi quando una delle mie figlie prese marito: dovetti comprare dei capretti per la festa e mi indicarono un pastore che viveva sulle montagne vicino al lago. Quando i nostri sguardi si incrociarono mi sembrò di rinascere ma abbassai subito lo sguardo, stordita dalla vergogna. Il pastore uccise il capretto davanti a me, mentre lo aiutavo a tenere ferma la bestia che scalpitava terrorizzata. Il pugnale gli aprì la larga ferita nel collo, le nostre mani si toccarono e furono bagnate dallo stesso sangue che corse caldo e vivo fra le nostre dita. Dopo qualche giorno lui mi venne a cercare al villaggio. Mi parlò e riconobbi nella sua voce la mia stessa voce; quando mi guardò riconobbi la stessa mia anima dentro ai suoi occhi. Tremai dentro, fino alle ossa, ma nulla trapelò alla superficie. Gli parlai con tono duro, piena di orgoglio:
- Sono la donna di Uriki.
Sentii queste mie parole scandire implacabili la mia sentenza. Lui mi fissò come nessun altro uomo mi ha mai fissata. Ci fu un lungo attimo di silenzio, poi rispose:
- Tu sai che stai facendo uno sbaglio. Sai che tuo marito non tornerà, ma pagheremo tutti e due per questo tuo assurdo orgoglio.
Non risposi nulla, perché temevo di cedere e di gettarmi nelle sue braccia per gridargli di non andare via, di non lasciarmi sola, mai più, mai più, mai più … Invece non dissi nulla. Lo sentii uscire ed aspettai in silenzio di sentire i suoi passi allontanarsi dalla mia vita. Tre volte tornò per chiedermi in moglie, e tre volte gli strappai il cuore a pezzi, ma mentre lo facevo maledicevo mio padre e mia madre. Mentre lo respingevo maledicevo la mia stessa vita.
Ormai sono passati tanti anni e tutto è sepolto fra le macerie dei ricordi. Ho imparato ad amare il silenzio ed adesso la vita mi scorre vicina come un fiume calmo, senza più toccarmi nè ferirmi; ma a volte, sola nel letto, sento il mio sangue in tumulto pulsare con forza nelle mie vene ed in me c’è una sete che nessun’acqua può calmare. Allora mi alzo e nell’oscurità della notte lascio il villaggio in silenzio, come una ladra. Quando raggiungo lo spazio eterno del deserto corro a perdifiato. Corro lontano dalla mia prigione, dalla mia disperazione. Corro dove nessuno possa vedere riflessa sulla sabbia bianca quest’ombra che non ha più vita. Corro fino a stremarmi, fino a cadere esausta sulla sabbia ancora calda.
Sotto il cielo immenso solo i morsi freddi della luna mi baciano la pelle. Sento che il dolore mi preme forte sulle tempie, mi gonfia il petto ed incalza feroce nella mia gola. E allora il mio grido si alza improvviso nel nero scalpore della notte e brucia come un fulmine la statica tranquillità del cielo. Per le mie mani non mi basta il mondo, ma io attendo, teneramente attendo, abbandonata a quelle chiare dune come al corpo di un’amante. Attendo che il mio grido si sciolga piano nel vento dell’Africa e, malinconico e lieve, si trasformi in un canto. Un canto che si perda lontano, al di là del dolore, al di là dei miei sogni, al di là dell’attesa. Lontano, si, sempre più lontano…
LA FOTOGRAFIA
Dicono che i nostri primi ricordi risalgono all’età dei tre anni e che fino a quell’età non abbiamo memorie. So che non è vero: quando morì Erasmo avevo si e no due anni e mezzo, eppure la disperazione di quei giorni mi è rimasta inchiodata negli occhi e mi ha aperto una ferita che forse non si è mai rimarginata. A volte penso che questa mia tristezza senza tregua e i labirinti di paure in cui mi sono sempre dibattuto siano germogliati il giorno in cui morì mio fratello.
Quando arrivò mio padre a casa di nonna Anna stavo giocando nel cortile. Papà mi sorrise e mi arruffò i riccioli, ma intuii che era successo qualcosa di terribile. Entrò in casa per parlare con i nonni, e tutto d’un tratto non avevo più voglia di giocare. Dopo qualche minuto lo seguii: li trovai che piangevano tutti, tutti tranne papà. Lui era come distante, diverso dal solito; non capivo. Gli prendevo la mano per rassicurarmi che quell’uomo di pietra fosse ancora il mio babbo e lui me la stringeva forte, ma senza guardarmi. Bisbigliavano tutti e cercavano di parlare un linguaggio segreto che mi sfuggiva. Mi ricordo che ebbi paura, per la prima volta nella mia vita, e scoppiai a piangere e a chiamare la mamma. La nonna allora mi prese in braccio e mi asciugò le guance con il palmo della mano, mentre lei tirava su col naso.
Tornammo a casa, papà ed io, in silenzio. Faceva freddo. Attraversammo la piazza del paese e ricordo che la gente ci guardava con un’espressione strana, quasi con vergogna, improvvisamente ammutoliti al nostro passaggio. Papà camminava rigido, con un passo lungo e veloce che mi faceva correre e inciampare continuamente. Mi aggrappavo al suo braccio per paura di cadere, così lui mi sollevò per aria e mi caricò a cavallo sulle spalle. Ci incamminammo sul sentiero che portava alla nostra cascina lasciandoci alle spalle anche l’ultima casa del paese. L’impazienza di vedere la mamma mi gonfiava il petto. Papà non diceva una parola; io gli circondavo la testa e gli stringevo il viso con le mani per tenermi in equilibrio, quando all’improvviso le sentii bagnate di lacrime.
Arrivati a casa volai fra le braccia di mia madre per rassicurarmi che tutto era bello e sereno e che il mondo era ancora quello di sempre. Solo allora vidi Erasmo: stava ad occhi chiusi disteso sul tavolo della cucina che era stato coperto da un lenzuolo bianco e ricamato. Non capivo perché dormisse in un posto tanto strano, tutto vestito di bianco e con quei quattro candeloni agli angoli. Fissai pieno di ansia la mamma che mi teneva stretto fino a farmi soffocare. Lei non piangeva, ma aveva gli occhi gonfi e quando mi parlava la voce le usciva incerta dalla bocca perdendosi nell’aria. Impaurito mi accoccolai sul suo grembo per un periodo interminabile, e finalmente riuscii ad addormentarmi.
Mi svegliarono dei colpi sordi di martello: ero nel letto grande dei miei genitori, ero solo, ed era buio. Una striscia di luce scivolava sottile da sotto la porta che portava in cucina. Balzai dal letto, mi ci avvicinai e la socchiusi piano. Un bagliore improvviso mi accecò: intorno al tavolo c’erano tutte le persone che conoscevo, tutte tranne mio padre. Erano vestiti di nero. Le donne tenevano i rosari fra le dita e recitavano una cantilena monotona e triste. Un uomo si nascondeva dentro un grande panno scuro che celava una strana macchina sorretta da lunghe gambe di metallo. Sentii di nuovo i colpi di martello: provenivano dalla stalla. Poi entrò mio padre con sotto il braccio una cassetta di legno inchiodata semplicemente, appena più grande delle cassette che riempivamo di frutta da vendere al mercato. Alla vista della cassetta la mamma emise un urlo soffocato, portandosi un fazzoletto alla bocca. Spalancai gli occhi, incapace di muovermi. Tutti stavano in silenzio, senza più muoversi: gli uomini fissavano il pavimento, le donne piangevano, alcune si stringevano intorno alla mamma. Nonna Anna si avvicinò e mise sul fondo della cassetta un cuscino bianco di seta. Fu a quel punto che successe. La mamma prese fra le braccia il mio fratellino e lo baciò sulla fronte, ancora e ancora. Era pallida, sfigurata. Le sue mani tremavano tanto che temevo facesse cadere Erasmo per terra; non sembrava nemmeno più la mia mamma. La vidi posare mio fratello nella cassetta. Trattenni il respiro, terrorizzato. Anche mio padre baciò Erasmo e gli toccò piano le dita della manina. Poi, incomprensibilmente, vidi con orrore che papà chiudeva la cassa con un coperchio e che cominciava ad inchiodarla, battendo forte con il martello.
- NOOOOOOOO!!!!!!
L’urlo mi uscì feroce dall’anima, pieno di disperazione. Mi precipitai nella stanza e mi buttai sulla cassa: cercavo di aprirla, graffiavo il legno con le unghie, mi smaniavo per fare in fretta, ma il primo chiodo era già ben saldo nel legno. Gridai isterico:
- Non c’ha l’aria, non c’ha l’aria! Aprite, aprite!! Erasmo non c’ha l’aria!!!
Mio padre si fermò di colpo, incapace di reagire. Mia madre corse verso di me, ma per tenermi a bada ebbe bisogno dell’aiuto della nonna perché mi svincolavo dalla sua stretta e calciavo come un matto.
Da quel giorno iniziai a soffrire di incubi che dovevano perseguitarmi per anni. Ancora oggi, ormai vecchio, ho terrore dei posti chiusi e se alla sera mangio troppo mi sveglio nel mezzo della notte coperto di sudori freddi, con un martello che mi batte impietoso nella testa.
La mattina dopo il funerale mia madre mi svegliò prima dell’alba. Era quasi Natale ed eravamo sotto zero: la stanza era gelida e lunghi coni di ghiaccio pendevano fuori dalla finestra. Io non volevo lasciare il mio letto caldo, ma la mamma mi prese fra le braccia e mi portò di corsa davanti al fuoco del camino per vestirmi.
- Dove andiamo? – Chiesi con una voce impastata dal sonno e stropicciandomi gli occhi.
- Andiamo a prendere una cosa molto importante: la fotografia di Erasmo. Sai, è come un disegno del tuo fratellino, ma più bello di un disegno: è come se fosse ancora….. beh, è proprio come lui, e lo potremo guardare sempre, ogni volta che ci viene voglia. Sarà come se stesse qui con noi.
Uscimmo di casa che albeggiava e ci incamminammo verso il bosco di pioppi che dovevamo attraversare per raggiungere il fiume. La prima luce del giorno tingeva il mondo d’azzurro; il ghiaccio aveva ricoperto campi e alberi di cristallo scintillante e la terra scricchiolava sotto i nostri piedi. Eravamo imbacuccati con vari strati di maglioni di lana e cappotti spessi un dito, e camminavamo forte per combattere quel freddo polare; ricordo che il nostro fiato caldo che volava al cielo sembrava essere l’unica cosa viva nel bosco impietrito dall’inverno. Di tanto in tanto guardavo in alto, verso mia madre, ma lei aveva la testa ed il viso coperti da una sciarpa di lana scura e vedevo solo i suoi occhi chiari e alcuni riccioli ribelli.
Ci volle una buona mezz’ora prima per raggiungere l’argine. Il fotografo abitava dall’altra parte del fiume; attraversammo il ponte di barche sul Po e il villaggio spuntò all’improvviso dietro una curva. Arrivammo al negozio che ancora non erano le otto, ma mia madre non aveva dormito per il dolore e consumata da un’ansia disperata fremeva per l’impazienza di ritrovare l’immagine di Erasmo nel trucco magico di un cartoncino di carta in bianco e nero.. Il fotografo ci vide per caso attraverso il vetro appannato della finestra della cucina sovrastante la bottega, quando era ancora in pigiama e teneva in mano una tazza di caffè fumante e zuccherato. Mancava più di un’ora all’apertura ma dovemmo fargli pena, seduti come eravamo su quel gradino ghiacciato, intirizziti dal freddo, soli come due cani randagi. Si coprì con il tabarro e scese per aprirci la porta. Ci portò nel retrobottega dove la fotografia di Erasmo stava ancora appesa a un filo ad asciugare. Mia madre l’accolse senza respirare, con una trepidazione infinita e con la santità con cui si tocca una reliquia. Ci fu un attimo di assoluto silenzio. Nessuno parlava. Di colpo gli occhi della mamma si fecero più grandi. Guardai il fotografo: il pover’uomo aveva gli occhi lucidi e fissava con profonda pietà il volto della mamma, improvvisamente illuminato d’amore.
Lasciammo il negozio per tornare a casa, ma appena usciti dal paese la mamma si fermò per accarezzare l’immagine del suo bambino, facendo molta attenzione affinché i suoi baci non sciupassero la carta. Camminavamo sì e no duecento metri e lei già non resisteva più; così ci fermavamo di nuovo e lei ritoglieva dalla borsa il ritratto di Erasmo per rimirarselo avidamente. Ci mettemmo un tempo infinito per arrivare alla nostra cascina; io morivo dalla fame, ma prima di farmi da mangiare la mamma corse a prendere il suo ritratto di nozze. Aprì la cornice e sostituì la sua fotografia con quella di mio fratello. La mise poi in bella vista sulla credenza e da quel giorno lei non si separò mai più da quell’immagine: di sera se la portava in camera da letto e ogni mattina la rimetteva in cucina. Compì questo rituale tutti i giorni, immancabilmente e per tutta la sua lunga vita. Quando sessant’anni dopo si ammalò gravemente ed entrò in ospedale, non dimenticò di portare con sé il suo prezioso ritratto.
Spirò dopo pochi giorni. Una giovane infermiera dai capelli rossi e il viso pieno di efelidi mi aiutò a liberare il suo comodino. Mi ritrovai fra le mani la fotografia di Erasmo. Fissai quell’immagine a lungo, incapace di riporla nella borsa assieme alle altre cianfrusaglie senza valore. Chissà poi perché avevano scelto un nome tanto strano per un bambino. La giovane infermiera mi si avvicinò scuotendomi da quei pensieri. Rimirò incuriosita quella vecchia fotografia d’altri tempi, tutta ingiallita. In un primo momento non osò farmi domande, ma visto che non mi decidevo a metterla via non resistette alla tentazione, e finì per chiedermi timidamente chi fosse quel neonato gracile con i pugnetti chiusi, che sembrava quasi dormire su quel bel cuscino ricamato di seta bianca.
Dall'Osservatorio Letterario NN. 15/16 Lu.-Ago./Sett.-Ott. 2000
IL RIMORSO
Quando commise il peccato non si sentì diverso. Poco dopo, steso sul letto accanto a lei, l’aveva osservata a lungo con lo sguardo esultante del vincitore. Lei giaceva silenziosa ed inerte, mostrando senza più vergogna quel suo corpicino imperbe e dai seni appena abbozzati. Lo fissava con occhi assenti. Lo fissava docile, con la stessa arrendevolezza di un cane che ti riconosce come padrone e ha bisogno di te anche se lo prendi a calci, purché dopo tu lo possa accarezzare ancora. Erano ormai complici in quello strano gioco di piacere e di paura. Erano vittima e carnefice, padrone e schiava, amanti e nemici, legati da un segreto che lui aveva architettato da mesi, minuziosamente e senza alcuna fretta.
Aveva cominciato ad osservarla da lontano mentre giocava con le amiche. Più tardi le aveva parlato con dolcezza ed un pomeriggio l’aveva portata con sé dietro la complice oscurità delle persiane chiuse. L’aveva seduta sulle ginocchia, l’aveva coccolata sussurrandole parole dolci e segreti proibiti. L’aveva plasmata come una bambola di creta fresca e finalmente lei si era arresa, morbida e leggera, a quelle sue strane carezze. Il piacere dell’attesa era stato intossicante, estremo, irrinunciabile.
Quando commise il peccato lui non si sentì diverso, ma lei cominciò a non andare a scuola a non giocare e a mangiare sempre meno. Scoppiava a piangere per niente e passava ore davanti allo specchio a spazzolarsi in silenzio i lunghi capelli biondi. Poi si truccava dietro una maschera un po’ tragica che la faceva assomigliare ad una geisha giapponese e restava a fissare a lungo la propria immagine, con stupore.
L’uomo continuò a vederla per più di un anno, fino a che un giorno gli assistenti sociali gliela portarono via quella sua bella bambina bionda, quel suo prezioso giocattolo proibito. Decisero che la causa del suo profondo malessere era quella famiglia disastrata: una madre semi-analfabeta con otto figli ancora piccoli da tirar su, fra le botte del marito alcolizzato e i pochi soldi che le passava lo Stato. La portarono via in un tiepido giorno di sole. Lei raccolse in silenzio i suoi quattro stracci in una piccola valigia rossa e sua madre le disse addio sulla soglia di casa, a braccia conserte.
L’uomo non seppe più niente di lei. Si sposò, ebbe tre figli e quasi si dimenticò della sua esile bambola di porcellana. La rivide per caso quindici anni dopo in una città di mare dove si era recato per affari, ma fece fatica a riconoscerla. Era magrissima e sciupata, sembrava già vecchia: i capelli biondi le cadevano senza vita sulle spalle e indossava un vestito corto ed attillato che sembrava fatto di plastica nera. Camminava incerta sui tacchi a spillo, come ubriaca. L’uomo la chiamò trovando a malapena la voce per pronunciare il suo nome. Lei lo osservò in silenzio poi gli rise in faccia, ma con una risata agghiacciante che sembrava il pianto di un bambino. Le aveva dato dei soldi, si era offerto di aiutarla, aveva voluto sapere dove abitasse, ma come unica risposta lei aveva afferrato le banconote e si era allontanata verso una macchina che aveva costeggiato lì vicino. Era tornato a casa sconvolto e non era riuscito a pensare ad altro. Fu allora che sentì per la prima volta, implacabile e feroce, il primo sussurro del rimorso.
Tutto iniziò esattamente quella sera. All’inizio sentì all’orecchio un respiro leggero, quasi un lamento di dolore, ma più tardi divenne un ansimare faticoso e carico d’angoscia, che iniziò a tormentarlo e piano piano non lo fece più dormire. Andò dal medico, seguì i suoi consigli e partì con la famiglia per una località tranquilla dove avrebbe potuto dimenticare quella strana fobia. Non servì a nulla e tornò in città più sconvolto di prima. A quei tempi riusciva ancora a funzionare sul lavoro, però appena si trovava circondato dal silenzio quel respiro doloroso cominciava di nuovo a sussurrargli il suo rancore sordo; poi piano piano finiva per riempirgli la testa ingigantendosi fino a rimbombare nella stanza e farlo urlare di disperazione. Provò dei tranquillanti ma anche i farmaci non servirono a nulla. Ormai il rimorso lo seguiva dappertutto, regolare come i suoi passi sul marciapiede, angoscioso come un incubo senza risveglio, ritmico come il battere di un martello.
Dopo qualche mese perse il lavoro e iniziò a bere. Cominciò a parlare da solo e a implorare fra le lacrime affinché quei sospiri infernali smettessero di tormentarlo. Fu tutto inutile. Giorno dopo giorno il respiro si impadronì della sua vita. Giunse al punto di sentirlo ovunque, a qualsiasi ora e senza nessun segnale di premonizione. Fu allora che cominciò a fuggire. In preda all’angoscia correva a nascondersi nel fragore della folla o si immergeva nel frastuono assordante di una stazione; cercava sollievo nelle grida isteriche dei luna park, nella musica assordante delle discoteche o nei vagoni strapieni della metropolitana. Disperato sentì che l’unico modo per tornare a vivere era trovarla e implorare il suo perdono. Tornò a perlustrare gli angoli più sordidi di quella città di mare. Camminò per ore ed ore sotto la pioggia circondato dalle voci roche delle prostitute e accecato dai fari inquisitori delle macchine dei clienti, ma di lei nessuna traccia.
Un anno dopo vendette la casa per pagare i debiti. La moglie se ne andò con i figli e all’improvviso l’uomo si ritrovò solo. Finì per vivere fra i drogati ed i travestiti nei bassifondi della città. Beveva sempre di più e ogni tanto lo si sentiva urlare ai topi grassi delle fogne o agli spacciatori d’eroina che gli lanciavano insulti osceni e poi ridevano di lui.
In una fredda alba di febbraio si ritrovò a camminare nella piazza di un mercato. Si trascinò fra i resti della verdura marcia e le carte colorate che pubblicizzavano arance di Sicilia e manghi tropicali. Piccoli sacchetti di plastica volavano nel cielo, fragili rondini a strisce rosse e gialle che tremavano nel vento gelido dell’inverno. Lo raggiunse il suono di un organo, lo seguì, vide la chiesa: la porta era aperta e una musica triste volava nell’aria ad abbracciare le prime ombre di luce che si riversavano sul mondo. Quella melodia gli entrò nel cuore, dolorosamente. Entrò vacillando sulle gambe malferme e fu sopraffatto dall’odore dell’incenso. Di colpo si accorse che il respiro aveva cessato di tormentarlo; chiuse gli occhi, e sentì crescergli dentro un’illusione. Sentì uno struggimento profondo salirgli dall’anima e delle lacrime scorrere libere sul suo viso sporco. Tremò. Vide una donna alzarsi dal confessionale ed avvicinarsi all’altare. Per un attimo sentì l’alito della speranza corrergli come un’onda calda sulla pelle. Barcollando si avvicinò al confessionale; si inginocchiò e nascose il viso fra le mani cercando di frenare i singhiozzi che gli salivano convulsamente alla bocca. Finalmente si calmò e mormorò piano:
"Padre, mi perdoni, perché ho peccato…."
Seguì un’estenuante momento di silenzio. Poi da dietro i piccoli fori sullo schermo di legno sentì nascere una voce leggera. No: era un suono diverso, conosciuto e familiare. Era un respiro affannoso e pieno d’angoscia. Un respiro che lo raggiunse implacabile, terribile e doloroso come un’eterna condanna.
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