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O.L.F.A

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ANNO III NN. 9/10 LUGLIO-AGOSTO/SETTEMBRE-OTTBORE 1999 FERRARA

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Melinda Tamás-Tarr Bonani

L’UOMO NELLA DISUMANITÀ

(In memoriam l’arciprete Ferenc Ományi Kálló, ispirata da una vera storia familiare)

Vetrina dedicata allo zio, l'arciprete Ományi Kálló Ferenc

presso il Museo della Storia Militare di Budapest.

 

Accadde a Budapest, nella capitale d’Ungheria il 28 ottobre 1944. Erano circa le otto di sera…

Una macchina Buick si fermò improvvisamente sotto il numero civico 23 di via Márvány, dove abitava mio zio, babbo Feri. Più esattamente era uno zio di mia madre: il cugino di mia nonna materna.

La targa dell’automobile era stata accuratamente coperta da uno straccio, nessuno poté leggerla. Un uomo scese dalla vettura e si dileguò sotto il portico buio. Indossava un cappotto di pelle. Con passi energici si avvicinò alla porta e suonò il campanello.

"Chi è?" - chiese la governante.

"Abbiamo bisogno urgente del sacerdote, presto! Si tratta di un moribondo…" - disse l’uomo in modo convincente.

Lo zio disse alla governante di aprire e di far entrare lo sconosciuto: la sua porta era sempre aperta per tutte le persone bisognose. Fece così anche in quel momento, nonostante fosse molto malato: non voleva abbandonare una persona morente senza avergli somministrato l’estrema unzione.

Lo sconosciuto, una volta introdottosi nella stanza, cambiò subito atteggiamento e aggredì lo zio dicendogli: "Forza, deve seguirmi immediatamente al comando per essere sottoposto a interrogatorio."

Nel buio dell’autunno, la figura dell’uomo con il capotto di pelle si materializzò; mio zio, con passi pesanti e molto affaticato, fu costretto a seguire questo individuo, e nel gran silenzio della sera, senza più scambiarsi una parola, fu caricato sulla vettura dove c’erano altre tre persone in attesa. La Buick partì bruscamente ed imboccò la strada verso i monti di Buda per scomparire definitivamente, con il suo passeggero, nella scura nebbia serale.

L’atmosfera era agghiacciante. Portarono lo zio ad un interrogatorio. Egli non tornò più a casa… Quest’uomo cinquantenne, ancora giovane ed energico nonostante l’aspetto fisico fragile, in quel momento malato, fu torturato e bombardato di domande.

"Nomi! Nomi! Chi erano i tuoi collaboratori?… Parla! Nomi delle organizzazioni opposte!… con chi hai contatti?… I nomi degli ebrei nascosti! Dove li hai nascosti? A chi hai dato falsa fede col battesimo? Forza, sputa il rospo! Chi sono? Vogliamo i nomi del tuo gruppo!… Accidenti… Parla!… Non hai mica perso la lingua! Quando predichi sai far tuonare la voce! Parla-a-a-a-a…, porca miseria…!!!" Era già passata la mezzanotte, poi passarono anche le ore successive, ma lo zio non rispose, restò muto come una tomba. Così arrivò la mattina successiva: era la domenica, la Festa di Cristo Re, e i nazisti lo fecero risalire in macchina e si diressero verso Hűvösvölgy. In fondo alla via Hidegkút, sulla radura, si fermarono e gli ordinarono di scendere ed allontanarsi. Lo zio conosceva bene il significato di quest’ordine. Fece appena qualche passo nel disperato tentativo di fuggire, quando gli altri quattro occupanti della macchina gli spararono a sangue freddo. Babbo Feri cadde a terra, ma non morì subito. Uno degli assassini gli si avvicinò e gli sparò il corpo mortale.

Il giorno dopo una telefonata anonima avvertì il pronto soccorso dell’ospedale presidiale: "Se vi manca il vostro prete, andate a cercarlo a Budakeszi! Lo troverete lì!…" - e senza aggiungere altro si interruppe la conversazione.

Questo tipo d’informazione era ben conosciuta da tutti, non c’era bisogno di alcuna altra spiegazione: Ferenc Ományi Kálló, arciprete castrense dell’ospedale presidiale di via Királyhágó di Budapest, era stato assassinato… Aveva telefonato uno degli omicidi nazisti. Così facevano ogni volta che qualcuno veniva ucciso da loro.

Il 29 ottobre trovarono il suo cadavere crivellato di colpi in un fossato. Fra le mani stringeva la croce strappata dal suo rosario. Era morto in modo brutale, una fine immeritata: era morto per amore del suo prossimo.

Lo zio era conosciuto come una persona buona, un uomo semplice, pronto ad aiutare la gente senza distinzione di razza, di religione, di fede politica. Per lui non esisteva il soldato nemico, per lui tutti i feriti ed i perseguitati erano persone bisognose di aiuto. Era dotato di una generosità enorme, di un cuore grande: aiutò tutti dividendo perfino il suo stipendio ed il suo cibo. In tutta la sua vita fu il prete dei poveri, degli oppressi, dei deboli e degli umiliati. Chi bussò alla sua porta la trovò sempre aperta. E fu così anche la sera che i nazisti vennero a prelevarlo con l’inganno.

Babbo Feri era un soldato di Cristo e si batté con forza contro la guerra, contro le sue brutalità, contro i suoi crimini, contro le assurdità razziali. Nascose ebrei e disertori per salvarli. Intorno alla sua persona nacque un gruppo d’opposizione, denominato "Gruppo di Kálló". Egli fu soprannominato "La signora". La parola d’ordine di questa sua organizzazione era "Ama lei Petőfi?” (Sándor Petőfi, giovane, gran poeta rivoluzionario che combatté per la libertà contro gli Asburgo negli anni 1848/49.) La risposta era: "Come se fosse mio fratello."

Il "Gruppo di Kálló" combatté pacificamente contro il fascismo e la guerra, distribuendo manifesti pacifisti tra i soldati e nascose gente per salvarla dalla morte. Lo zio fu il discepolo dell’amore di Cristo ed era solito dire: "Io sono un sacerdote, insegno l’amore di Cristo, i suoi comandamenti." Babbo Feri condusse una vita da povero: chi non lo conosceva di persona, non poteva immaginare di trovarsi di fronte ad un prete di alto rango, ad un arciprete!

Egli combatté con le sue prediche, con i manifesti segreti distribuiti tra i feriti ed ebbe anche contatti con alti funzionari militari e con oppositori di sinistra; fece parte organica del Fronte Magiaro. In quei tempi era veramente difficile essere un vero cristiano e magiaro, ma lui lo fu. Fu lo zio di tutti, babbo Feri, che non si piegò davanti alle atrocità del nazismo, per questo venne perseguitato e ucciso.

In quel periodo oscuro e vergognoso della nostra storia era solito dire: "Il mio dovere di sacerdote è quello di portare la pace fra i popoli, di esiliare la guerra. Io non ho famiglia, non ho figli. Se mi uccideranno vorrà dire che mi troverò in mano il biglietto per il treno rapido per il Paradiso, senza coincidenza…" E ancora spesso disse sottolineando: "Nel mondo esiste solo l’Uomo, senza distinzioni di fede religiosa od altro: solo l’Uomo – né ebreo, né cristiano -, esclusivamente soltanto l’Uomo."

Babbo Feri, però, non avrebbe mai immaginato che, in Ungheria dopo l’inferno tedesco del nazismo, sarebbe arrivato un altro inferno ugualmente brutale; dall’inferno nero noi Magiari siamo passati a quello rosso, a quello dei comunisti.

Lo zio morì dodici anni prima della rivoluzione magiara oppressa dai carri armati sovietici, che segnò l’inizio di altre grandi sofferenze ed ingiustizie per i successivi trentatré anni… Ed ora, oltre all’Adriatico, nei Balcani si ripete la stessa atrocità dell’odio razziale… La pulizia etnica… È un’altra nera pagina della nostra storia, del nostro presente, alle soglie del nuovo secolo…

 

Questo racconto l’abbiamo riportato in Sua memoria, in occasione del 55° anniversario dalla sua morte e per il 105°anniversario della sua nascita che avverranno rispettivamente il 28 ottobre e l’8 dicembre prossimo. È stata raccontata la sua triste storia perché il suo sacrificio non sia stato vano, per ricordarlo ai posteri, affinché la sua generosità incondizionata, i suoi sacrifici ed il suo martirio, siano un esempio per tutti!… Tra le vie di Buda c’è anche una che porta il suo nome: "Via Arciprete Kálló" e nel Museo della Storia Militare di Budapest si trovano gli indumenti sporchi di sangue - l’abito talare, biancheria - che indossò nel momento del suo assassinio…

I 6 fratelli Kálló ( a sinistra seduto è lo zio Feri) - dall'archivio fotografico familiare

Lo zio, Ományi Kálló Ferenc (archivio fotografico familiare)

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