Melinda Tamás-Tarr Bonani
DA PADRE A FIGLIO
C.Q.L.N., 1997. pp. 82,48
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(La nuova edizione sarà realizzata in un unico volume.)
INTRODUZIONE
Che cosa è la fiaba? La "Nuovissima Enciclopedia Generale De Agostini" così la definisce: la fiaba è "narrazione popolare nella quale predominano il meraviglioso e il fantastico e che ha per protagonisti esseri sovrannaturali (fate, streghe, maghi, orchi, ecc.). I caratteri essenziali della fiaba sono: un notevole sviluppo narrativo, la mancanza di una chiara intenzione morale e satirica (e per questo aspetto si differenzia dalla favola, con la quale ha in comune l’etimologia, dal latino fabula, e soprattutto la sua popolarità…" Ma talvolta si usa favola per fiaba. Prima di approfondire la questione della fiaba fermiamoci un attimo per riguardare l’origine ed il significato della parola "favola".
Favola deriva dal latino fabula (come si legge anche nella definizione dell’enciclopedia suddetta), che a sua volta viene dal verbo fari (dire, raccontare). Dapprima, presso i Romani, la parola indicò una narrazione di fatti inventati, rappresentati sulla scena. In seguito si chiamarono fabulae, racconti brevi e fantastici, i cui protagonisti erano spesso animali (talvolta anche uomini e piante), e che avevano lo scopo di suggerire insegnamenti morali. Un racconto di questo tipo, breve e scritto con l’intento di insegnare qualcosa, si chiama anche "apologo".
Nel Medioevo fabula si abbreviò in faula, da cui nacque il vocabolo fola nel duplice significato di fantasticheria e falsa notizia, frottola. Da favola deriva il termine favolista che significa (tutti lo sappiamo) scrittore, narratore di favole. La favola, dunque, è tanto antica quanto la storia dell’uomo; e dell’uomo costituisce uno specchio mirabile, ponendone in luce vizi e virtù. Attraverso le favole possiamo ricostruire una galleria di tipi e di difetti umani, e imparando a conoscere gli altri, possiamo anche scoprire certe debolezze, che non sospettavamo, proprio dentro noi stessi…
Anche il termine fiaba deriva dal latino fabula, divenuto flaba nel latino parlato e successivamente fiaba. Quindi favola e fiaba hanno la stessa origine, solo che per fiaba si intende un racconto che narra vicende fantastiche con personaggi creati dalla fantasia, dotati tutti di straordinari poteri, capaci di fare incantesimi, prodigi e magie di ogni genere. Anche nelle fiabe, come nelle favole, compaiono spesso animali parlanti, ma quasi sempre sono protagonisti donne ed uomini, principesse e principi, trasformati in animali per qualche malvagio incantesimo. Ma essi (ad esempio per la costanza di una fanciulla innamorata o il coraggio di un giovane ardimentoso)
finiscono per avere la vittoria sui malvagi. E tutto si risolve con la punizione dei cattivi seguita naturalmente da matrimoni, grandi festeggiamenti e pranzi che non finiscono più.Come sono nate le fiabe? Ecco un esempio che riguarda le fiabe popolari ungheresi: in tempi lontani quando non c’erano ancora le lampade elettriche, nel filatoio il fuoco del camino faceva un po’ di luce; e lì, le lavoratrici si riunivano mentre lavoravano qualcuna tra loro e raccontava qualche fiaba. Era il loro divertimento raccontare ed ascoltare le fiabe durante il faticoso lavoro quotidiano. In esse i protagonisti ottengono sempre un notevole miglioramento di vita: ad esempio le povere ragazze diventano principesse, regine; pure i maschi poveri, manifestano i loro desideri, i loro sogni di miglioramento nella vita quotidiana. I poveri buoni sempre vincono contro i cattivi ricchi. Le favole e leggende popolari, quindi, sono nate come racconti orali e sono state tramandate. Non conoscendo precisamente le loro autrici ed autori si definiscono popolari. Poi per fortuna alcuni scrittori le hanno raccolte e trascritte per salvarle e ricordare per sempre. Grazie a loro ora le conosciamo e possiamo leggere nei libri le fiabe da raccontare ai nostri figli.
Come è la struttura della fiaba? Ricorriamo all’aiuto di Vladimir Propp, studioso russo, che alle fiabe e alla loro struttura dedicò tre delle sue opere fondamentali, divenute famose nel mondo.
Secondo Propp, tanto tempo fa accadeva qualcosa che era molto simile a ciò che viene narrato nelle favole: nelle società primitive i ragazzi prima di essere ammessi a far parte del mondo degli adulti venivano sottoposti a difficili prove (proprio come i protagonisti delle fiabe che prima di sposarsi devono cimentarsi in molte straordinarie imprese). I giovani erano obbligati a partecipare alle cerimonie religiose e sociali, cosiddetti riti iniziatici o di iniziazione, durante il periodo di prova e di preparazione alla loro vita di adulti.
Propp oltre alle sue ricerche sulle radici storiche della fiaba ha cercato anche di individuare gli elementi costanti, stabili che ricorrono in ogni racconto fiabesco e ne costituiscono, per così dire, l’ossatura portante o struttura. Tali elementi sono le funzioni dei personaggi, che nel sistema di Propp sono trentuno: allontanamento, divieto, infrazione, investigazione, delazione, tranello, connivenza, danneggiamento (o mancanza), mediazione, consenso dell’eroe, partenza dell’eroe, l’eroe messo alla prova dal donatore, reazione dell’eroe, riconoscimento dell’eroe, smascheramento del falso eroe o dell’antagonista, trasfigurazione dell’eroe, punizione dell’antagonista, nozze dell’eroe.
Naturalmente non tutte compaiono necessariamente in ogni fiaba: nella successione obbligatoria avvengono dei salti, delle aggregazioni e sintesi, che però non contraddicono la linea generale. Ogni "funzione" può comprendere il suo contrario: il "divieto" può essere rappresentato da un "ordine" positivo.
Oltre la teoria antropologica sono state formulate altre teorie circa l’origine delle fiabe, considerate avanzi di antiche mitologie (teoria mitica) o, più precisamente, dei miti solari dell’India (teoria indianista), oppure ricondotte ai sogni (teoria psicanalitica).
I primi e più cospicui esempi di raccolte di fiabe letterariamente rielaborate vengono dall’Oriente ("Pañcatantra", "Mille e una notte"). In Occidente, invece, la fiaba fu del tutto inesistente come genere autonomo sia presso i Greci che presso i Romani. Nel medioevo fu oggetto di trasmissione orale, finché, a partire dal quattrocento, acquistò il massimo rilievo nella letteratura europea, attraverso le fiabe drammatiche di Shakespeare ("Sogno d’una notte di mezza estate", "La tempesta") e più tardi di C. Gozzi, di F. Fouqué, di A. Platen, di H. Ch. Andersen, e così via, mentre nella sua normale forma narrativa veniva presentata da G. Basile e portata alla migliore elaborazione artistica da Ch. Perrault. Ma fu merito precipuo dei fratelli Grimm quello di sottolineare l’importanza dell’origine popolare della fiaba e di promuovere raccolte sistematiche di fiabe secondo precisi criteri di fedeltà al dettato originale.
Bibliografia:
Il nuovo leggere, Zanichelli, Bologna 1992; Nuovissima Enciclopedia Generale De Agostini
; Gianni Rodari: Grammatica della fantasia, Torino, Einaudi
PRESENTAZIONE
Il patrimonio delle fiabe popolari ungheresi è immenso: il solo elenco dei suoi tipi riempie due grossi volumi. Come tutti ragazzi ungheresi, anch’io sono cresciuta con queste fiabe raccontate ogni sera dai miei genitori, poi conosciute anche nei banchi di scuola.
Nella didattica della letteratura ungherese e nella pedagogia già a partire dalla scuola materna si sottolinea l’importanza della conoscenza delle fiabe nazionali. Durante l’educazione e l’insegnamento della madrelingua, il linguaggio di queste opere popolari hanno un forte contributo nello sviluppo estetico del linguaggio quotidiano dei ragazzi.
Nelle scuole pubbliche ungheresi le favole, leggende, ballate popolari occupano un posto di rilievo nella didattica delle materie letterarie.
La raccolta consapevole e sistematica di queste opere iniziò dal secolo scorso. Fino a quei tempi esse erano trasmesse soltanto oralmente, la gente semplice le raccontava mentre si riuniva a lavorare in gruppo. Della stessa favola o leggenda esistono diverse versioni: vi erano dei narratori che secondo la loro fantasia hanno tolto oppure hanno aggiunto eventi alla trama di base, addirittura l’hanno rielaborata, modificata.
Questo volume lo dedico a mia figlia, Alessandra, con la speranza che avvicinandosi al mondo fiabesco magiaro si interesserà sempre di più anche della civiltà della patria d’origine materna, che anche a lei non può essere estranea perché oltre all’identità italiana ha anche quell’ungherese. Ella non deve mai dimenticare questo fatto importante e ha l'obbligo d'essere consapevole ed orgogliosa d'avere una doppia responsabilità civica che certo sarà per lei un vantaggio; ciò le arricchirà senz'altro la personalità, la visione di vita, la sua mentalità…
Le favole e le leggende sono da me elaborate in lingua italiana; ho ritenuto opportuno lasciare i nomi ungheresi in forma originale e nelle note ho segnalato i nomi corrispondenti in italiano.
Oltre a mia figlia, che ha oggi quasi dodici anni, offro con un grande affetto questa raccolta a tutte le persone, dai ragazzi agli adulti, a cui piacciono le favole e da loro traggono volentieri i messaggi contenuti…
Ferrara, Luglio 1997
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Melinda Tamás-Tarr Bonani]
PREFAZIONE
La fiaba popolare può essere definita "la madre di tutti i racconti": nasce infatti prima della scrittura, come racconto orale tramandato di generazione in generazione.
Nasce insieme alla leggenda (che ha un sostrato storico), al mito (che ha un funzione prettamente religioso), alla saga (racconto epico delle antiche letterature nordiche che ha per lo più come protagoniste famiglie eminenti), al proverbio (che raccoglie e simboleggia la saggezza di un popolo), ma è più "potente" di tutti questi perché riesce ad assumere aspetti sempre diversi ripetendo e variando i "motivi del meraviglioso" (S. Thompson), che donano alla fiaba la sua "proprietà più segreta" (I. Calvino).
Inoltre, come disse Kafka nelle "Conversazioni con Gustav Janouch", "tutte le fiabe sono uscite dalle profondità del sangue e della paura", quindi la loro potenza suggestiva è talmente alta che ne assicura nel tempo, modulata dalle varie versioni orali, l'originaria forte emozione, che ha l'essenziale funzione di preparare il bambino all'impatto con la vita, in analogia con i riti d'iniziazione ancor oggi praticati presso certe culture cosiddette "primitive".
Ma per assolvere a questo compito la fiaba dev'essere in primis lineare, semplice; illuminante è a questo proposito un'osservazione del grande psichiatra per l'infanzia Bruno Bettelheim: "Le fiabe non potrebbero esercitare il loro impatto psicologico se non fossero in primo luogo e soprattutto opere d'arte totalmente comprensibili per il bambino, come nessun'altra forma d'arte…" E prosegue acutamente lo studioso: "Il loro significato più profondo è diverso per ciascuna persona, e diverso per la stessa persona in diversi momenti della sua vita". Non solo dunque nei fanciulli, ma anche negli adulti le fiabe possono produrre il grande piacere dell'ansia affrontata e dominata con successo.
La fiaba popolare è altresì detta "tradizionale" perché chi narra non vuol proporre qualcosa di nuovo e personale, ma trasmettere ciò che ha ricevuto da altri e che proviene da tempi remoti: da questa lontananza acquista autorità.
Le fiabe permettono di "affrontare in maniera esemplare il problema della circolazione culturale delle forme letterarie, dall'oralità alla scrittura e, viceversa, dalla scrittura all'oralità (C. Lavinio). Storie narrate da fonti orali anonime o illetterate possono essere infatti raccolte da grandi autori (es. i fratelli Grimm o I. Calvino), mentre fiabe letterarie possono passare poi alla tradizione orale e popolare, perdendo via via i legami col testo scritto (es. alcune fiabe di Andersen).
Le fiabe, orali o scritte, hanno una struttura rigida: ruolo dei personaggi e sviluppo dell'intreccio si ripetono secondo schemi ricorrenti, acutamente analizzati dal Propp che individuò le ormai celebri trentuno "funzioni" che portano il suo nome.
All'inizio, nel copro e nel finale (che raramente, al contrario della favola, contiene una morale esplicita) è frequente l'uso di formule fisse ("C'era una volta…", "E vissero tutti felici e contenti"), proverbi, modi di dire, rime e filastrocche che hanno lo scopo di far ricordare meglio la fiaba sia al narratore che all'ascoltatore.
Le sequenze narrative sono organizzate per lo più secondo un ordine cronologico; inoltre vi sono frequenti sequenze dialogiche e descrittive.
Occorre leggere in modo non superficiale il testo narrativo-fantastico, così che dal gioco dei personaggi e dallo sviluppo delle vicende sia possibile comprendere i valori della civiltà d'origine delle fiabe, valori spesso collegati al mondo contadino, e metterli a confronto con quelli di oggi.
Certamente i lettori conosceranno già molte fiabe, sentite raccontare o lette nella fanciullezza e oltre: la "Mille e una notte", Perrault, i fratelli Grimm, Andersen, Afanasjev, Basile, Calvino... Queste raccolte da Melinda Tamás-Tarr Bonani dalla tradizione popolare della sua Patri d'origine, l'Ungheria, hanno il pregio della novità (anche se un paio di esse, "La guardiana delle oche che divenne regina" e "I tre desideri" le possiamo ritrovare, in differenti versioni, in altri Paesi) e vanno apprezzate per quanto hanno di fantastico, di interessante, di originale.
Vanno lette autonomamente: se poi, da soli, approderete a qualche conclusione di carattere morale o a qualche salutare riflessione, tanto meglio; ma prima di tutto leggetele e fatele leggere ai vostri bambini, perché, come tutte le altre fiabe del mondo, hanno soprattutto la funzione di "divertire", nel senso etimologico di "distogliere" la mente dalle preoccupazioni della frenetica e superficiale vita quotidiana in cui siamo immersi. E Dio sa quanto bisogno oggi ci sia di un sano e costruttivo "relax".
Notevole è la differenza tra le fiabe, racconti di fatti meravigliosi e fantastici in cui si trovano come protagonisti maghi, fate, orchi, streghe, personaggi umili accanto a re, regine, principi e principesse, e le leggende (la cui etimologia risale al gerundivo del verbo latino
legěre, letteralmente vuol dire "cose da leggere", "che devono essere lette"), narrazioni di fatti in cui l'elemento storico è mescolato con l'elemento fantastico, meraviglioso, talora con intenti educativi o religiosi, per spiegare l'origine di una città, di un'usanza, di un culto, talora come mezzo per esaltare e tramandare gloriose imprese delle età passate e la fama dei loro protagonisti, celebrando altresì il popolo cui essi appartengono.E il popolo ungherese - dal quale Melinda Tamás-Tarr Bonani narra nella seconda parte
[…] alcune delle più belle leggende - è particolarmente ricco, come tutti i popoli del centro e dell'est europeo, di racconti in cui verità storica ed elementi fantastici, elaborati e arricchiti e variati da generazioni di narratori, si alternano e si fondono in un suggestivo, ricco, indissolubile intreccio.In conclusione, queste fiabe e leggende popolari magiare costituiscono una lettura utilissima vuoi per alimentare la fantasia di bambini e di adulti, vuoi per apprendere cose nuove sul popolo d'origine della nostra brava Autrice.
[Marco Pennone]
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