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Gianmarco Dosselli

 

Gianmarco Dosselli nel suo studio

OPERE ON LINE DI G. DOSSELLI INSERITE NEL SITO DELL'AUTORE.
QUATTRO SONO LE SEZIONI: RACCONTI, ARTICOLI, POESIE E NOVELLE.
INDIRIZZO WEB http://members.xoom.it/dosselli/

SOLE E ACQUA AI FIORI

Edizione O.L.F.A. 1999, Ferrara, pp. 16

 Alessio formò il numero telefonico di Lia, che sapeva a memoria: aspettò fino all’ottavo squillo, quindi riattaccò quasi in preda allo sgomento. Si accese una sigaretta. Gli avevano detto di non più fumare per qualche tempo se non voleva farsi venire un tumore ai polmoni, ma lui non sapeva rinunciare. Fumare quanto voleva era la sua ‘medicina’ dal giorno in cui Lia gli si separò, dopo nove anni di matrimonio, in seguito a gravi dissapori; avevano ragione i genitori di lui quando si erano opposti, a suo tempo, perché giudicavano Lia non adatta all’impegno e alle responsabilità del matrimonio, ma Alessio si sentiva sicuro della sua scelta…

Ora come ora, egli si sentì invadere da un’ira belluina. Seduto scompostamente sulla poltrona di cuoio appartenuta al suo indimenticabile padre, scomparso recentemente per un tumore alla gola, si addormentò sfinito dalla stanchezza; si risvegliò, un’ora dopo, captando l’arrivo del fratello minore, Aldo. Questi pareva persino più giovane dei suoi ventidue anni: capelli colore miele, sciolti sulle spalle; i lineamenti angelici del viso e gli occhi di un azzurro ‘fantastico’. Diversamente, Alessio con i suoi quarant’anni, alto quasi due metri, pesava molto; oltre che essere un abile commerciante in tessuti era anche esperto di boxe e nuoto, e il suo fisico, lo dimostrava meglio di qualsiasi discorso esplicativo.

"Cristo, è terribile che io debba vederti depersonalizzato!" - disse Aldo, con tono implorante - "Troverai noioso, credo, rimanere inchiodato sulla poltrona a meditare chissà che cosa… Vuoi un panino?"

Aldo non si era mai sentito più a disagio in vita sua; mai si era trovato di fronte a un uomo che gli facesse affliggere. Stimava il fratello: per questo sentimento lo accettò con sé e con l’anziana madre nella modesta dimora, alle porte di Bergamo.

"Stavo pensando ai clienti…" - inventò Alessio, alzandosi, in un gesto di aberrazione. Ma a un tratto cambiò tono ed esclamò, con un sorriso stentato: "Sì, un panino mi ci vuole, grazie!"

Aldo divenne serio; quasi avesse letto nei pensieri del fratello.

"Che motivo hai per fingere, Alessio? Provi ardente desiderio la vicinanza di Lia. Convincila ancora, insisti! È utile che ritorniate assieme. Avete due ‘idoli’, due ‘amori’ ancora più abbandonati. Ed è quasi un anno, mi capisci? Trovo scocciante, penoso e triste che io veda loro raramente solo per chiedere "Come state, nipotini?" e vedermeli, poi, sottratti di colpo da tua moglie!"

Notando che Alessio restava indifferente, l’altro continuò:

"Erano state stupende quelle ore quotidiane in cui Davide e Marianna giocavano con me: mai mi stancavo e, quardarli, provavo tanto tenerezza."

Alessio gli lanciò un ‘mezzo sorriso’, pareva fosse imbarazzato dal commento di Aldo, ma si protese in avanti, ebbe un ‘esitazione e disse:

"Durò ai bambini che zio Aldo aspetta con pazienza. E… con Lia ne riparlerò. Seppur a forza d’argani farò modo di convincerla che dovremmo ancora riunirci, ritrovare l’armonia di una volta e l’ilarità, e a vivere le domeniche, con tu e mamma, tra picnic, scarpinate e pesca. Terrò banco."

"Coraggio…" - mormorò Aldo.

*****

Marianna: un dolce viso di otto anni, occhi grandi e brillanti, splendide treccine bionde; Davide, il sempre sorridente cinquenne, desto e babelico, e che all’asilo eludeva le maestre quando queste decidevano per una ‘amorosa’ sculacciata. Due fratellini, due ‘gioielli’, ed erano da poco al dipartimento di pediatria. Il maschietto aveva un compito arduo: salvare la sorellina afflitta da leucemia mieloide acuta. Le aveva donato una speranza di vita. L’unica risorsa per sottrarre lei al declino inevitabile era stato il trapianto del midollo osseo. A Davide avevano prelevato sangue midollare sano, utile a riequilibrare i globuli bianchi cresciuti in maniera abnorme nel midollo della sorellina. I medici avevano seguito la trasfusione con esito positivo anche se occorrerà un mese per vederne gli effetti. Recentemente erano state eseguite prove accurate di compatibilità tra i fratellini; occorreva affrettare perché le condizioni della bambina si erano aggravate. E i medici comunicarono ai genitori l’intenzione di effettuare il trapianto dopo che le chemioterapie avevano rivelato i loro limite per salvare la bambina.

*****

Aldo protestò, replicando al fratello di rimanere per pranzo prima che percorresse ancora altri quaranta chilometri che lo separavano da casa all’ospedale pediatrico. In quel mentre, la madre arrivò dalle compere. Aldo le ne andò incontro aiutandola a trasportare le borsine come e le rivolse un sorriso; la donna rimase sorpresa al solo notare gli occhi lucidi di Aldo e il suo viso incerto. Ne chiese la ragione, ma fu proprio Alessio a troncare tutto.

"Temo il ritorno della nebbia per stasera. Perciò è mia intenzione partire subito per Milano e deciderò se fermarmi stanotte in qualche motel" - disse con tonalità quasi brusca.

Alessio giocherellava imbarazzato con il cinturino dell’orologio, mentre salutava con il solito tono impaziente.

Si era in novembre. La nebbia era ancora un timido velo grigiastro che si dissolveva sotto la sferza dei fari della Ford di Alessio. Tanta strada, molti rischi: così quasi sempre per raggiungere i figli.

Percorrendo il corridoio ospedaliero con passo sicuro, Alessio notò Lia che usciva dalla stanza del figlio. Lei voltò appena la testa…

"Mi consideri degno di starti accanto? Oppure hai paura di qualcosa inspiegabile?" - le chiese con una bella voce grave.

Lei si voltò stizzita. Il suo viso, di una bellezza volgare e un po’ sfiorita, si trasformò in un sorriso burlesco.

"Sono venuta per i figli, non per udire i tuoi supplizi!"

"Proprio nulla! Neppure il caso dei nostri figli ti rende pentita d’avermi lasciato?" incalzò lui.

"Tu non sei un essere umano! Sei una macchina, un robot, un uomo privo di idee…"

"Vorrei molto essere espansivo, protettivo e affettuoso. Imparerò codeste qualità purché possa riavermi i figli. Ho bisogno di loro, loro di me."

"Sono incubi per il disperato padre privato dei figli. Non conosco compassione verso la tua persona, perciò finiscila! Vai a miagolare da qualche altra parte!"

"Posso definirti una sgualdrina!"

"Accetterei qualsiasi titolo tra la tua serqua di male parole. Gradirei, pure, la tua improbità grazie ai vantaggi che posseggo. Ho l’affidamento dei bambini. Tu, ora come ora, sei spinto da un motivo: la vendetta. Hai il timore che i figli trasferiscano l’affetto al mio nuovo compagno."

"Chi?! Quella specie di bardassa! Ma che cosa sai amare? Che ha lui?"

"Rappresenta il meglio di te stesso!" - sbottò lei.

Lo strepito aveva attirato l’attenzione di alcuni passanti. Nonostante il cuore improbo, Alessio cercò tuttavia di ottenere la calma, e la donna capì che non era più il caso che si cerchi altre parole invettive e se ne andò. A sua volta, lui raggiunse la stanza riservata del figlio…

"Ciao papà. Come sta Marianna? L’ho salvata?"

"Certo, mio piccolo grande eroe…" - sussurrò. Due lacrime gli scesero lungo le guance. "Ora sta riposando" - concluse reclinando il capo contro il petto del figlio.

"Che cos’hai? Hai incontrato la mamma? Non ti vuole più? Vi voglio tanto bene… quel tipo che sta con mamma non mi piace, lo odio… lo ucciderò…"

"Vacci piano, piccolo!" - lo canzonò e gli passò un braccio intorno al collo. "Non meditare queste sciocchezze. Goditi la serenità. Ti prometto una cosa: ci ricomporremo" - gli assicurò, ma sapeva che non sarebbe stato capace.

Davide fece un sorrisetto. Il padre gli parlò degli amici e compagni d’asilo, dei suoi giocattoli, di zio Aldo e nonna Elena…

Le ore passavano, scorrevano in fretta e Alessio vedeva avvicinarsi, con ansia, la fine della visita. Lia ritornò al figlio, ma solo per un bacio. Alessio cercò di nascondere il suo disappunto dell’ultima diatriba.

Un po’ sconcertato, perché la mamma non aveva osato osservare, Davide dichiarò il suo dispiacere e la pregò di ritornare a casa con lui; per tutta risposta ella si girò di colpo e squadrò l’uomo da capo a piedi, indi gli lanciò un’occhiata sarcastica e confermò la sua intenzione di rimanere a Milano per cinque giorni, in un albergo. Alessio non se la prese: le augurò la buona permanenza.

Dopo la visita dedicata a Marianna, Alessio ritornò alla macchina; aveva fatto tardi della sera, e si era già fatto buio. Sulle strade le automobili sparirono una dopo l’altra in un fitto muro di nebbia.

Alessio procedeva alla velocità ridotta, poi s’impaurì, rallentò e notò l’ingorgo giusto in tempo. Ciononostante, un’altra auto urtò contro la ruota posteriore della sua Ford; l’auto colpevole rimbalzò e finì capovolta nella corsia di sorpasso. Alessio balzò giù per aiutare il conducente rimasto illeso a uscire dalla vettura attraverso il tettuccio: stavano per allontanarsi, quando notarono un altro veicolo che stava per investirli. Fuggirono, ma invano: l’auto speronò quella capovolta, che veniva spinta in avanti e colpì i due. Alessio andò a sbattere contro il guardrail.

"Stato di coma da contusione cranica e facciale" - dissero i medici; e, nonostante le cure del caso, Alessio morì il giorno dopo.

Con i suoi occhi ridonerà la vista a qualcuno e con i suoi reni allevierà le sofferenze di qualche altro sfortunato; per rispettare la chiara volontà espressa più volte da Alessio, i familiari diedero via libera ai medici per l’esportazione degli organi. In passato, Alessio aveva posseduto un elevato senso di umanità e altruismo e aveva espresso il desiderio di donare i propri organi.

Ogni giorno, Davide attendeva con angoscia l’arrivo del papà e Marianna piangeva: a loro, tutto era taciuto. Dolore, rabbia e ansietà, in-vece, tenevano banco nei cuori di Aldo e della anziana madre che provava attimi di rilassamento solo alla vicinanza del figlio rimastole. Lia, alla notizia della morte del marito, ebbe solo un attimo di sbigottimento, ma non provò nessun trauma morale; aveva ‘ereditato’ un sospiro in più: avrebbe affrettato e facilitato l’intenzione alle nuove nozze. Il suo partner era un businessman veronese, conosciuto a una festa..

*****

Arrivò Natale. Passò. Venne il nuovo anno. Le nevi di febbraio lasciarono posto alle piogge di marzo.

Davide e Marianna godevano ottima salute. Sapevano già dell’affezionato papà; erano stati molti giorni di solitudine e lacrime per loro, mentre erano stati giorni di fatica per la madre, a indurli all’autocontrollo.

La primavera era prossima. Faceva ancora freddo e Aldo si era tirato su il colletto foderato di lana. I bambini erano ansiosi dell’attesa dello zio, puntuale a loro due volte la settimana. La cognata gli aveva ‘spalancato’ la porta, senza preamboli. Che fosse stata la morte del marito a sedare la tracotanza nei confronti di Aldo?

L’abitazione era ubicata nella parte vecchia di Bergamo, un palazzo quasi sordido dall’ingresso stretto: Arrivato al secondo piano, suonò. Lia aprì, senza un briciolo di sorriso, e lui entrò subito accolto dai nipotini che volevano mostrargli un disegno: andò nella loro cameretta dai mille colori e arredata come amerebbero tutti i bambini. Lia tentò seguirli, ma cercò di non pensarci, anzi, preferì gettarsi subito a capofitto nel lavoro culinario.

"Zio Aldo, io sarò un grande dottore!" - esclamò Davide, raggiante. "Mamma mi ha detto che potrei diventare un uomo della medicina perché ho salvato Marianna; farò guarire molti bambini malati di leucemia."

"Magnifico!" - approvò lo zio.

"E io sarò una brava crocerossina" - intervenne la bambina.

Poi, a un tratto, dimentico dalla discussione accalorata, Davide si accostò ancora più allo zio, che stava ginocchioni e gli mise le braccia intorno al collo.

"Zio… la mamma mi ha detto che presto lasceremo la casa per abitarci a Verona" - nn nodo di lacrime gli strinse la gola -. "Io e Marianna non vogliamo andarci. Non vogliamo quell’uomo, né promesse, né sfarzo. Desideriamo restare in questa città e con te e nonna, e vicini a papà quando porteremo fiori sulla tomba. Vogliamo restare vicini ai nostri amici e alle tante belle cose che abbiamo visto. Zio Aldo, se ci vuoi be-ne… aiutaci! Convinci mamma a lasciare quell’uomo."

Aldo si commosse; si allentò il colletto della camicia e il nodo della cravatta. Avrebbe voluto stringere i nipoti, ma si trattenne, si era sempre imposto di mantenere un contegno dignitoso e di non lasciarsi andare ai sentimentalismi.

"Perché non rispondi, zio?" - il bambino era stranamente agitato, ma lo zio gli porse una mano: la sua stretta era calda e sicura.

"Farò qualsiasi cosa per voi" - sentenzi; il cuore gli martellava.

Ritornò nella stanza del salotto quando i bambini gli ottemperarono a una decisione di mai muoversi dalla loro cameretta. Lia stava ancora sfaccendando in cucina; il cognato le si recò accanto.

"Diserti tre cose: la casa, l’amore dei figli e il rimpianto per Alessio; addizionandole significherebbe che sei solo fatta per far piacere a quel bacherozzolo stretto in cintola! I bambini sono contrari a quello che fai!"

Lia era imbronciata e si mise contro di lui, con uno scatto d’ira.

"Loro si comportano secondo la propria indole. Sono dotati di fantasia impressionabile, quindi non ‘intascano’ intelletto e non possono valutare le mie ragioni."

"Ma li allontaneresti dalla società dove hanno sempre appreso concetti. E degli amici? Distruggeresti, per caso, la loro moralità e la loro psiche? Neppure tu, allora, valuti le loro ragioni!"

"E che cosa dovrei fare, secondo te? Vivere qui, eternamente, per soddisfare le esigenze dei figli intanto che sono piccoli… Poi, sarò già carnesecca in menopausa!"

"Capisco come una donna provi ardente desiderio di un uomo, ma non afferro quella pretesa di trovarti la cuccagna tramite quel tale. Davide e Marianna, sai bene, sono bambini che hanno concetto; forse, avrebbero volentieri abbracciato l’idea a un nuovo padre se tu avesti concepito il criterio, ma la tua irrazionalità li ha portati a crearvi dei contrasti senza tregua! E c’è dell’altro… quell’uomo non ha mai riversato sui tuoi figli l’amicizia né simpatia, e tu questo lo sai. Per loro è un babàu!" - concluse con voce incontrollabile.

"Vorresti impedire me…"

"Non intendo impedirti!" - la interruppe - "Devi solamente rifarti con correttezza. Lascia quell’uomo, ti supplico. Trovatene un altro più corretto, più umano, più amico per i tuoi figli"

"Taci! Che cosa è tutto questo anfanare? Io sono padrona delle mie decisioni! Sono cosciente; so quello che sto per fare. Non sono una prostituta, perciò smettila di dileggiarmi. I miei figli saranno in grado di risolvere situazioni difficili e complesse e, una volta abituati in un nuovo ambiente, non avranno il dissidio tra il patrigno."

"Sei tutta decisa di farlo! Uccidi i tuoi figli e due volte Alessio!!"

"Vattene! Non farti più vedere… Non rivedrai mai più i tuoi nipotini! Quel tuo modo irruente mi ricorda Alessio."

"Vipera!"

"Lia afferrò la caraffa piena di acqua e gliela getto in faccia. Aldo si asciugò col rovescio della mano le gocce trasparenti che gli scorrevano sul viso. Vide una fiammata di odio brillare negli occhi della donna, eruttata da una logorante tensione interiore come lava dal cratere vulcanico. Non contenendosi più, Aldo si ‘armò’ e la minacciò con il coltello da pane. Lia abbassò lo sguardo sul coltello e fece un passo indietro.

"Mio cognato vorrebbe uccidermi? No… non ne sarai capace!"

"Errore…"

La colpì; Lia stramazzò a terra. Per un istante, Aldo restò impassibile a osservarla mentre il sangue sgorgava dalla ferita.

Il volto della donna era inondato di sudore, ma un sorriso le aleggiava nelle labbra. Poi, un tremito convulso scosse il capo nell’istante in cui un lamento disperato le usciva dalle labbra. Gli occhi le si chiusero lentamente, come l’ultima luce del giorno. La vita abbandonò il suo corpo!

Aldo dovette fare un verso animalesco per tornare in sé.

Ignari del fattaccio accaduto, i bambini venivano fatti uscire dal terribile luogo; solo Marianna chiese della mamma: non ottenne risposta dallo zio. E, durante il viaggio in taxi i bambini incominciarono a preoccuparsi e a interrogarsi; non una parola allo zio perché questi pareva un uomo in estasi.

Nonna Elena, al solo apparire dei nipotini, inarcò di colpo le sopracciglia. Fissò il figlio, con espressione perplessa.

"Miei prediletti, andate in salotto e guardatevi un cartone animato" - diede loro ordine lo zio.

"Ma noi non vogliamo i cart…"

"Ve lo ordino!" - li ammonì, un po’ seccato e senza obiezioni.

Ammutolito, osservò l’allontanare sorpreso dei nipotini, sentendosi morire.

"Che cosa è successo? Perché sono qui?!" - domandò preoccupata la donna.

"Coraggio, mamma! Stai per perdere l’altro figlio…" - aveva una strana voce, bassa e roca, come se le parole uscissero dal fondo della gola - "Spetta te ad accudire alla vita di Davide e Marianna. Vado a costituirmi ai carabinieri. Ho ucciso Lia."

La donna emise un grido. Le mani sulla bocca.

"Dirai a bimbi che zio Aldo supplica perdono. Perdonami pure tu, mamma. Ti voglio molto bene." gli sentì le lacrime pungere sotto le palpebre abbassate.

La povera donna lo osservò col cuore che pareva andare in struggimento, poi chinò verso il viso dell’ormai perduto figlio.

"I bambini sono come fiori, e i fiori per essere belli e vivaci hanno bisogno di sole e acqua. Io sono ‘sole e acqua’, Davide e Marianna sono ‘fiori’ che, d’ora in poi, non conosceranno la malerba. Addio mamma… prega Dio per me, per Alessio e per la vita dei bambini" - concluse.

E, Aldo, si avviò spedito verso la porta.

(1982)

 

ULTIMO ATTO DI AMORE

ed altri racconti

Edizione O.L.F.A. 2000, Ferrara, pp. 52

 

CONFESSIONE PALESE

Una lampada illuminava la stanza; un paio di porte-finestre alte e ampie si affacciavano su quella che sembrava essere una stretta terrazza. Lì, Carlo, terminò bere il cognac.

Rientrando, poco dopo, nel locale, accese a caso il televisore; voleva uno spettacolo per distrarlo da cattivi pensieri a indirizzo del capo reparto. Ma la prima immagine che apparve era il viso di un giovane che egli riconobbe: il fratello Sandro. Carlo ne fu sorpreso; il fratello negli studi televisivi di "Videouno!" "Ma che è? Un ospite di riguardo?", si chiese tra sé.

Lo stavano intervistando. Secondo l’intuito di Carlo, la trasmissione doveva essere da poco iniziata. Notava, nel video, uno striscione rosso con scritte che incitava l’opinione pubblica a combattere il flagello della droga.

"… e posso confessartelo che sono anni che mi faccio; allora c’erano alcuni miei poveri amici e un cugino legittimo.", commentava Sandro. "Prima pian piano qualche buco e poi ci sono finito dentro. Ora ne sto uscendo, ma trovo un’infinità di ostacoli e di situazioni che mi impediscono, che mi fanno sempre più capire e vivere una situazione di emarginazione veramente schifosa."

"Per esempio?" gli domandò il conduttore e l’ideatore del programma di interesse pubblico, un giovane che indossava pantaloni blu jeans e una giacca color sabbia. Non aveva un’aria professionale, in quel mentre.

"Ti parlerò della mia situazione col mondo del lavoro. Pensa che mi sono adeguato, naturalmente, ai lavori più duri, rischiosi, dove il datore, o per bisogno o perché se ne frega, non ti chiede se sei un bravo ragazzo, capisci? Comunque, drogato o no, puoi lavorare con marocchini, senegalesi, e tutta la razza schiava afro-asiatica. Prima avevo come datore di lavoro uno zio; poi lui mi ha rotto e me ne sono andato. Spesso per non assentarmi dal lavoro dovevo bucarmi ai servizi per poter tirare avanti. Spendevo più di quel che prendevo e mi facevo due, tre volte il giorno."

"Ora dove vivi?"

"Alcuni amici mi invitano a casa propria, nonostante il rimbrotto dei loro genitori."

"Ti sei allontanato dalla famiglia?"

"Io non ho famiglia. Mamma e papà sono morti; ho solo un fratello maggiore, scapolo come me. Non lo vedo da anni. Non so più nulla di lui né di dove sia. Siamo sempre stati litigiosi, ma gli volevo bene! Per lui ero un insopportabile, un individuo scapestrato e imbecille nato."

"Ora che ne sei fuori o quasi, hai cercato un lavoro adeguato, meno rischioso?"

"Pensa che ho fatto varie analisi, visite mediche approfondite dalle quali risultava la mia validità e integrità fisica, per conto di aziende metalmeccaniche e ferriere, capisci? Era tutto okay per l’assunzione ma siccome mi chiamo tal del tale o ero un drogato la porta mi è stata chiusa in faccia, anche se avevo superato tutte le prove necessarie. La gente è prevenuta; lo sai che spesso sono solo come un cane?"

"Hai alcuni amici. E che tipo di rapporto sei riuscito a instaurare?"

"Ti dirò che anche da questo lato ho sempre avuto un rapporto particolare e difficile! L’unico tra i veri amici che avevo è sempre stato rifiutato da altri. Con lui ho ricominciato a drogarmi, quasi per gioco. In effetti le prime volte era anche bello; poi è diventata una dipendenza schifosa…"

"E questo tuo amico?"

"Ora non ci vediamo più; ci siamo persi, non mi andava; era diventato brutto, molto brutto, irriconoscibile. Ora come ora ho compagni più che amici, e non mi va altra gente perché ha sempre una tremenda ossessione di compromettersi, capisci? Sono un drogato o ex, fa come te ne pare!"

"Sei mai stato ricoverato in ospedale?"

"No, per fortuna! Vedi, sono molto rari i reparti dove siamo trattati da persone e non dobbiamo subire angherie e frustrazioni che non ci fanno molto bene."

"In fin dei conti dici che se ne vuoi uscire non puoi certo contare sugli altri…"

"Come stanno le cose adesso sì, assolutamente. Perché anche se c’è il metadone che mi ha aiutato particolarmente, dopo c’è il vuoto, nulla. Sento l’esigenza veramente di un qualcosa, una struttura che possa far cambiare la gente nei nostri confronti, dandoci la enorme possibilità reale di una uscita dal tunnel che m’opprime ma che forse ora è l’unico mezzo di comunicazione che ho, che mi rimane, visto il resto."

"Che cosa intendi per mezzo di comunicazione? E ha chi? I telespettatori vogliono chiarezza…"

"Perché parlo con l’ero, è assurdo, lo so, ma parlo a me stesso, riesco a trovare la tranquillità che vorrei trovare in un altro modo, ma molte volte mi è veramente impedito. Pensa che non ho manco la possibilità di spostarmi troppo perché le forze dell’ordine mi bloccano ovunque e spesso accadono delle cose incresciose, veramente mostruose."

"Adesso come stai?"

"Abbastanza bene. Spero che qualcosa migliori, soprattutto che la gente capisca la difficile situazione psicologica che ognuno di noi deve affrontare, per uscirne, visto che rimane solo."

"E… quali episodi incresciosi? Ti va parlarne?"

"Okay. Non ho problemi e voglio raccontartelo. Sono entrato in carcere tre volte ed è molto duro, credimi. Soprattutto se entri anche senza avere nessuna responsabilità. Tanto ti conoscono come drogato e come tale per forza devi rubare o cose del genere; quindi appena succede qualcosa vengono a cercarmi. Pensa che una volta hanno fermato me e un amico senza alcuna accusa precisa, solo perché ci hanno trovato in macchina assieme: nove giorni al carcere di Verziano! Dentro era orribile perché prima mi facevo e lì niente, anche se ne circola molta e quando stavo male mi davano pastiglie che non sapevo nemmeno cosa potessero essere."

"Tu hai parlato di metadone. Hai detto che dopo quello non c’è più nulla. Tu come lo vivi ora?"

"Sono tre settimane che non mi buco; vado al Centro a prendere il metadone, sono sceso a quindici milligrammi, una dose che non ti dà sballo e quindi fisicamente ne sono uscito, però per me il metadone è diventato un punto di riferimento: finisco di sgobbare e vado subito al Centro, perché so che c’è il metadone."

"Ti dà assuefazione psicologica?"

"Che vuol dire assuefazione?"

"Adattamento e abitudine all’uso…"

"Sì, infatti quando dicevo che dopo il metadone non c’è più nulla, volevo dire che il metadone non basta, anzi, è pericoloso anche lui se da solo, capisci? Per uscire veramente ci vogliono spazi che non siano il centro né lo squallido bar né il carcere, ma un qualcosa che ti dia una prospettiva."

"Notato che l’eroina continua a uccidere - fece il presentatore, ora, rivolto ai telespettatori -, il nostro ospite lancerà un appello a tutti i giovani che si drogano, o che comunque tentano la strada cattiva. Ascoltiamolo…"

"Amici telespettatori; sono morti in dieci per droga nella nostra provincia, ne l’anno è concluso" ammise Sandro, assumendo una seria espressione in viso attraverso la telecamera. "L’elenco è perciò provvisorio. L’allarme nel frattempo si diffonde. Si intrecciano convegni e conferenze, specie se c’è appena scappato il morto. Si è fatto, insomma, un gran parlare di droga, ma l’eroina, terribile strumento di esaltazione e morte, punge sempre più le vene degli italiani, corrode famiglie, esistenze, coscienze, amicizie, amore, fa esplodere anche debolezze e contraddizioni, e proficua un congruo finanziamento alla mafia! Credete a me. Capitevi, amici; discutetevene… Vivete la vostra vita, eliminate la droga dal vostro corpo, dalla vostra coscienza. Capitevi, in nome di Dio, capitevi! Aiutatevi… Che cosa dire dell’eroina, del metadone, del drogato in quanto uomo, persona che vive le sue angosce, contraddizioni, illusioni, conflitti, insicurezze, solitudine? E’ venuto il momento di chiedersi chi e quanti hanno rifiutato l’approccio generico al problema droga, hanno indetto davvero qualcosa: capito, ascoltato, agito."

"Prima di andare in onda, mi dicesti che hai perso una amica, uccisa dalla droga…"

"Sì, la cara Andreina. Era una pasticcera, grassottella; mi era stata così simpatica. E’ morta per una dose eccessiva di sostanze stupefacenti; il suo corpo è stato scoperto in un appartamento disabitato e sul pavimento c’erano un laccio emostatico, una siringa piccola, un cucchiaio. Povera amica; si era separata da circa otto mesi per convivere con un suo collega poi, questi, l’abbandonò perché la trovava più brutta che insopportabile."

"Puoi continuare…" lo incoraggiò il conduttore.

"Oh, certamente! Della droga si parla ormai da anni; negli ultimi tempi tuttavia, il problema è dibattuto non solo dagli addetti ai lavori, ma anche dalla gente comune. I motivi di questo fenomeno sono essenzialmente due: il dilagare della droga coinvolge, direttamente o no, un numero sempre più crescente di persone; in secondo luogo, mai come in questo istante il tossicodipendente è uscito dalla mitologia e costituisce una presenza fisica nelle strade e nelle piazze, sulle panchine e nei bar, negli ospedali e nelle carceri… Quindi anche chi non aveva o non voleva avere nulla a che fare con loro, si trova oggi dì faccia a una nuova realtà, diversa, troppo diversa per non suscitare la curiosità, fastidio, spesso repulsione. Molti perciò sono convinti di conoscere il fenomeno droga, o per lo meno di saperne quanto basta: capelli lunghi, barba, occhi strani o a scancio, abbigliamento trasandato, sono elementi caratteristici del drogato tipo, che è senza dubbio anche un delinquente in quanto già o lo è diventato per procurarsi il bisogno. Questo atteggiamento purtroppo non cambia neppure quando il drogato è un parente o un amico. I genitori che si sforzano di capire e gli amici che cercano di mantenere i rapporti saldi esistono, ma rappresentano una esigua minoranza, spesso ostacolata, oltretutto, dalla comunità e dalle sue strutture. Infatti, la politica seguita fino a ora dalla forza pubblica è stata di repressione nei confronti di noi drogati ufficialmente riconosciuti, di coloro che frequentano il loro ambiente in qualità di operatori, ovverosia volontari, assistenti e così via; di tutti i ragazzi che per modo di vestire o atteggiamento ricorda la tradizionale figura del drogato. Si arriva al paradosso che mentre gli esperti teorizzano il reinserimento del drogato nella società moderna come soluzione del problema, in pratica i proprietari dei locali pubblici sono sollecitati ad allontanare capelloni e drogati, pena la chiusura del locale o frequenti perquisizioni come è ultimamente avvenuto nel bar dove frequento tutt’ora. Questi interventi, presentati come prevenzione contro il dilagare della tossicodipendenza, in realtà hanno come unico risultato la chiusura degli spazi sociali e l’emarginazione da un lato del drogato, dall’altro dei giovani che, per il loro strano aspetto, vengono giudicati tali. Questi ultimi vengono a costituire un’area sempre vasta di potenziali tossicodipendenti, da come intuisco, con una cultura e dei valori propri che si contrappongono nettamente a quelli dell’ambiente che li rifiuta. I primi, cacciati da casa, - ed è altrettanto un mio caso - abbandonati a sé stessi, non possono far altro che restare nel giro, in breve tempo quello dell’eroina diventa il loro mondo, l’unico in cui hanno qualcosa da fare, l’unico che capiscono e accettano, l’unico da cui sono accettati. Per questo motivo la terapia di disintossicazione, da sola, non risolve il problema, e non perché il soggetto sia irrecuperabile, quanto perché i suoi amici si bucano e, simultaneamente, egli non ha altri amici. Si crea quell’adattamento mentale molto più difficile da vincere di quella fisica. Ciò, non significa solo che il drogato è un debole che cede alla prima nuova offerta di roba, bensì che non ha alternative vere. Gli operatori stessi, sociosanitari, sono a volte vittime dei luoghi comuni riguardanti la figura del drogato e non instaurano con lui il rapporto umano di cui avrebbe bisogno."

"Bravo, Sandro! Ti sei espresso bene, direi… con professionalità. Doveva essere il commento di uno speaker, ma hai fatto tutto tu. Dobbiamo concludere il programma; hai un ultimo commento?"

"Sì… ho una gran voglia di rivedere e riabbracciare mio fratello Carlo; essere ancora con lui, da bravo ragazzo. Solo con lui, sarei in grado di ritornare coerente e capace di stare al mondo. Sento questa capacità…"

Sandro pareva tutto pallido, e quando la telecamera inquadrò in primo piano il suo viso, Carlo poté notare un muscoletto sulla tempia che gli tremava visibilmente. Con una improvvisa decisione, Carlo spense il televisore. Scartabellò l’elenco telefonico alla ricerca di tale emittente televisiva. Al primo squillo una voce di donna si presentò quale rappresentante della redazione giornalistica.

"Ho appena assistito a un vostro programma in diretta; se non le dispiace, desidererei parlare con il ragazzo che è stato intervistato poco fa. Sono suo fratello; avvisatemelo…"

Attesa. Un minuto e mezzo. E Sandro non si lanciò con un pronto, chi mi vuole?, ma semplicemente con un commosso…

"Fratello mio, sei proprio tu?"

"Sì…" sussurrò Carlo: il suo viso era diventato come pietra a esaurimento delle lacrime. Sembrava che non guardasse niente in giro, nemmeno la stanza, e che potesse essere colpito da un infarto da un momento all’altro. "Ti voglio bene anch’io. Passerò a prenderti… e verrai a stare da me."

"Grazie. La tua presenza riempie da sola il mio mondo. Grazie…"

La passione che vibrava nella sua voce indusse a inginocchiarsi e mimare il segno della croce.

 

 

DESTINO INDECENTE

 

Il tempo pomeridiano domenicale si presentava bello dopo un rapido acquazzone del mezzogiorno abbattutosi sulle Prealpi. In un paese lacustre, nello stesso campo, ma solo come partenza e arrivo, si svolgevano due gare: trial e motocross. Il trial era la prima gara. Una folla, composta gran parte di giovani amatori, era posta ai lati perimetrali del percorso…

Stefano era uno dei trentasei iscritti tra piloti concorrenti. La gara si svolgeva su percorsi segnati, contraddistinti da ostacoli spettacolari per difficoltà come i profondi guadi, massi e tronchi d’alberi, impervie mulattiere. Il tempo non necessitava; nella gara ne usciva vittorioso chi superava le difficoltà senza mettere i piedi a terra per aiutarsi.

Stefano si trovò a percorrere un tracciato piuttosto tecnico, impegnativo, non tutti di facile accesso. Uno del quale rappresentava una ripida salita con serpeggiamento fra gli alberi e nel quale risultava facile perdere di aderenza e riscivolare all’indietro. L’altro tracciato prevedeva un salitone stavolta sul brecciolino, finora disertato da molti e che Stefano, invece, riuscì a superarlo tra non molte difficoltà. Guidò quasi sempre in piedi, sulle pedane, per poter bilanciare ottimamente i pesi e tenersi in equilibrio in ogni situazione. Si piazzò con onore al terzo posto.

Leo, amico d’infanzia di Stefano ai tempi dell’asilo infantile, e tuttora inseparabili, gli complimentò per quel podio che era sempre una conquista importante; altri complimenti per l’ottima scelta della moto, studiata con criteri particolari: il telaio con baricentro molto basso e il motore straordinariamente protetto da un ferroso guscio da permettere al pilota di destreggiarsi in situazioni di instabilità di equilibrio, con un ottimo controllo del mezzo. Considerazioni tecniche a parte, la moto offriva altri vantaggi: innanzitutto la facilità di guida, la bassa velocità e l’assenza quasi generale di inutili rumori, tipici delle consorelle da fuoristrada.

Tra non molto la seconda gara: il motocross. E, Leo partecipava; questi era pronto alla linea di partenza con sessantasette avversari.

Lo starter rimase con la bandierina sospesa in aria e, quando tutto sembrava pronto, l’abbassò con energia. Il rombare dei motori, macchine preparate senza imposizioni particolari, mandò nell’aria il peggio di una buriana. L’animo del pubblico spettatore si rallegrò; una manciata di ragazzi gridava in segno di ovazione.

A differenza del trial, il cross è la specialità del fuoristrada più conosciuta; consiste in una gara vera e propria di velocità dove la pista è formata da un anello in terra battuta, costellato di salite e discese ripide, curvoni e strettoie. La corsa si divide in due manches, i migliori piazzamenti disputano poi la manche finale che laurea il vincitore.

I voli erano attimi più snob per ogni concorrente.

Le pozzanghere non mancavano, ed erano poche, formatesi con la pioggia recente; nel percorso esisteva un punto pericoloso che le autorità non avevano accennato a rimediare, Le vie tortuose dei campi impedivano i concorrenti ad accelerare, poi, dopo il crinale di una duna, la libera velocità…

La gara terminò senza che Leo tagliasse il traguardo per il fatto che, mentre attraversava un ponticello in sterrato reso viscido dalla pioggia, perdette equilibrio e cadde rovinosamente.

La gente accerchiava gli arrivati… qualcuno spintonava e sbalzava a cavalcioni su un amico… Nell’aria espandevano bestemmie, grida d’emozioni, mormorii,…

Leo riuscì a mantenere la calma per la gara non conclusa; l’ausilio consolatorio di Stefano lo fece stare ancora bene. Prima di salutarsi definitivamente, Leo incaricò l’amico di fare tappa a Borno, sito nel cuore della Valle Camonica, la successiva domenica, per un favore, un immenso piacere… Stefano accettò, anche se non seppe quale favore si trattasse perché l’altro non glielo volle spiegare.

La domenica dell’appuntamento partì che era quasi l’alba. Dopo due ore di strada col suo unico mezzo di trasporto, ossia la stessa moto da cross, Stefano sostò più volte sul bordo erboso che arrivava fino allo strapiombo di massi sulla nota valle per ammirare dal parapetto di legno lo splendido panorama.

Erano quasi le dieci quando s’incamminò in direzione della chiesa. C’era tutto il paese, perché per i montanari la messa festiva era come un tacito appuntamento e arrivavano dalle frazioni più lontane intere famiglie rivestite a festa: i bambini con i capelli lucidi, le signore con gli abiti a fiori e i corpetti ricamati, gli uomini un po’ a disagio nelle giacche scure. Dietro la chiesa una casetta indipendente, e in quella casetta ci stava Leo e sua moglie Lara.

Senza casco e divisa da crossista, Leo si rivelava un fusto, con aria intellettuale, occhiali da vista modello lusso montatura stile Franklin e capelli corti; diverso, invece, Stefano dall’amico: alto e snello, dalle ossa sottili, con folti capelli scuri che gli scendevano fino sulla nuca.

Stefano veniva accolto con troppi strani sorrisi dalla coppia amica; ma la meraviglia dell’ospite era tutta sul tipico abbigliamento da mezzo-barbone dell’amico: uno scettico qualunque non abbinerebbe Leo a una casa linda, profumata e ricca di colori. Nessuna minutaglia sparsa; una ricca raccolta di Cd, un divano manoso nuovo, uno maestoso salotto bar e una mobilia antiquata ma lustrata a nuovo: così era in effetti la casa.

"Accomodati, lupacchiotto - gli scherzò Leo, poi dibattendosi da una specie di torpore, si tirò su -. Sai, se ti interessa, un mio amico ha una piccola piantagione costituita da settanta piante di papaverum somniferum…"

"Tralascia - lo interruppe Stefano con tono longanime e prese un’aria un tantino delusa -! Non credo si tratti di quel favore che mi dicesti la settimana scorsa…"

"Vero, amico mio! Il favore è un altro, ma sarà agghiacciante! Sai?… ho sempre avuto una prestazione scadente… Sono così misero fisicamente, madrenatura."

"Ho sempre saputo. Ma sai bene, non ci sono cure ormoniche che possono risolvere questo problema. Ci sono invece delle protesi che si innestano al membro…"

"No… no! Non afferri il mio concetto. Poi, che mi vieni a dire! Sono cose, si trattano di surrogati che finiscono per mettere a disagio la coppia" - borbottò; ma il suo borbottare era scherzoso; i suoi occhi erano colmi di collera, rivolta però contro sé stesso.

"Di che cosa si tratta, Leo?"

"Oligospermia, anomalie cromosomiche: sono termini scientifici che un maschio non vorrebbe mai udire in riferimento alla propria salute. In parole povere significano un’alterazione, una riduzione o addirittura un annullamento della capacità riproduttiva, della idoneità, cioè a mettere al mondo dei figli."

"Tu sterile! Credo di capire… Vorresti che io, a tua moglie, facessi concepire un figlio! Se fosse così… ti è venuta la volta al cervello! La tua proposta sarebbe assurda, banale!" - ringhiò.

"Per Dio!" - Leo era un po’ imbarazzato, osservando l’amico fraterno che lo scrutava con sguardo strano. "Non ti riconosco più! Pentiresti, soffriresti se un bambino fatto con sangue tuo diventasse mio figlio? Non è più Medio Evo questo; è l’anno di adulteri, di more uxorio, di scappatelle, di incesti e di frutti del peccato."

"Non oserei tanto! Tua moglie non sarebbe d’accordo."

"Lara è d’accordo: è portata a questo sacrificio."

"Sei impazzito! Se non fossi arrivato sin quassù sarebbe stato meglio per me e per voi."

Leo lo spintonò senza complimenti. Aprì e chiuse la bocca parecchie volte. Finalmente parlò. Le parole gli sfuggivano tra uno spasimo e l’altro del respiro ansimante, come il suono di una armonica rotta, e negli occhi aveva un’espressione trascurabile.

"Periodo di vita sempre nero su di me! Sono stanco… Io esigo un figlio! Da quella porta d’ingresso, attesi mesi e mesi che qualcuno entrasse e facesse miracolo per me. Mai persona indescrivibile, forestiera o rude ha varcato la soglia o che facesse al caso mio. Ma ecco tu, Stefano; ti ho scelto come vera speranza al mio caso."

"Per amor di Dio, Leo, rifletti! C’è sempre un rimedio per persone come te. Mai udito parlare di fecondazione artificiale? Esistono centri per la raccolta dello sperma che viene direttamente iniettato nelle femmine fertili…"

"Ma chiudi quel becco! Parli come un libro enciclopedico. La legge dovrebbe proibire gli scempi del genere!"

"Invece proibisce solamente scempi del tuo genere!"

"Hai ragione, Stefano. Lo ammetto pure io. Ma, cosa potrebbe costarti questo impegno tra di noi? Ti chiedo una supplica… Stammi a sentire; ho cinque fratelli, tutti sposati, e ciascuno ha una media di due figli. Me ne vergognerei se loro venissero a sapere come sono io in realtà… Anche non vorrei che tutto il sobborgo sappia della mia sterilità: un uomo tale potrebbe ancor essere lo zimbello; è già accaduto più di una volta. Questi abitanti sono zingari, gaglioffi e ignoranti. Allora… - soggiunse, con una voce sorprendentemente calma - ti decidi fecondare l’ovulo?"

"Hai detto fecondare l’ovulo! Se fossi sterile anch’io, alla fine mi sono divertito a scopare tua moglie."

"Lara, cara… devi perdonarmi. Ti voglio bene. Sì, il mio amore è eterno…" - le disse il coniuge; nella sua voce si sentiva vibrare inconfondibilmente la cocente passione. "In questo istante ti obbligo a… Dio mio! Dio mio!" - continuò a gemere tra sé. "Non voglio… Non voglio che s’intreccino in una relazione, ma devo lasciarli fare… Dammi la forza, ti supplico!"

"Leo… rinuncia!" - supplicò l’amico.

"Taci! Ma come sei fatto? Ti vedo lucido e razionale come un dotto. Ricordo, una volta, eri il peggiore della compagnia e facevi sadismi anche per dispetto. Picchiavi chi ti rompeva l’anima! Adesso… ti vedo un angelo che fa pipì! Sei un bambino che piange, che incomincia ad aver paura della gente che gli circonda."

"Ho desiderio vederti punito con mani, piedi e testa infilati in una gogna - ammise quietamente Stefano -. Se volessi, potrei regalarti anche cinque figli però… ho un ma tremendo. Credi che io ne sarei felice nella vita sapendo di aver lasciato alle spalle un figlio da me prodotto e che sta sotto il tuo tetto? Non voglio vivere in una specie di rimorso. Temo possa accadere che un giorno avrò desiderio incontrarlo, accarezzarlo, amarlo, e poi dirgli sai che sono io il tuo vero padre! Potrei esserne capace!"

Leo scoppiò in singhiozzi che aumentarono d’intensità.

"Dai, cialtrone, fatti un figlio, che cosa aspetti!, così ammettono sempre i miei fratelli… e io li rispondevo Abbiate pazienza: verrà quel giorno…" - disse quasi tutto d’un fiato, e chinò il capo, poi subito lo sollevò per cercar aria ai suoi polmoni.

La tesissima atmosfera durò molti minuti: il pianto di uno sciagurato, la rigidezza dell’altro, il calvario della ragazza.

"Fammi dono, Stefano…"

Era ancora la supplica ardente di Leo; e poiché Stefano aveva già i nervi a fior di pelle, gridò:

"Va bene! Goderò all’amore! Darò un figlio…"

Iniziò a denudarsi, rapidamente, e andò avanti e indietro per la stanza, nervoso, senza mostrare il minimo imbarazzo per la propria generale nudità e Leo non poté fare a meno di ammirare la perfezione di quel corpo sodo e conturbante.

Anche Lara a sua volta prese a spogliarsi, dopo che ebbe dato uno sguardo al compagno. Ella si distese sopra un morbido tappeto blu.

Stefano osservò il corpo femminile, in quella posizione supina che rappresentava altrettanto un bollente e invitante desiderio. In meno di un amen, i due corpi s’intrecciarono come due iniziali. Gli parve che sotto la camicetta di seta semisbottonata, tutto il corpo di lei gli si fosse rivelato. Il calore della sua mano giungeva il seno e l’inondava interamente.

"No, così no! - gli gridò Leo attento - Sono un uomo geloso, bellimbusto!"

Lara si rivelò davanti a quell’astruso partner una divina creatura. Le mani maschili scesero a stringerle prima i fianchi, poi i glutei colmi e armoniosi. Nel momento culminante, Lara disse qualcosa di inudibile; sentiva sommersa da un crescente desiderio senza perplessità ed ebbe come una scarica elettrica e il suo corpo cominciò a vibrare per il piacere e avvolgeva il ragazzo in una spirale di desiderio. Le braccia virili robuste ammestava quel corpo; i seni turgidi e nitidi si schiacciarono caldi e morbidi contro il torace, mentre il lungo gemito di lei le sfuggiva dalla gola.

La visione amorosa era insopportabile, e Leo fuggì a sfogarsi nell’altra stanza. Sei minuti dopo, Stefano lo raggiunse; si era solamente rivestito di pantaloni e calze.

"E’ fatta!"

"Io ti ringrazio…" - balbettò Leo; finse di gioire, ma abbassò lo sguardo per non svelare la sua fedele gelosia - ci solleverà anche un po’ il morale; io e lei stiamo attraversando un periodo critico."

In effetti, lei per il lavoro, lui perché s’annoia. Leo non lavorava da otto mesi e passava il tempo al caffè chiacchierando con la gente, o recandosi a pescare al torrente… mentre sua moglie aveva da abbrancare a dei lavori a domicilio.

Leo andò incontro alla moglie; la vide già rivestita, seduta a capo chino, forse, intenta a piangere o sommersa da un senso di vergogna.

"Vorrei che mi perdonassi e che tacessi su quanto è accaduto" - le disse con affetto, sollevandole il mento con un dito, in modo che ella fosse obbligata a incontrare il suo sguardo.

"Mandalo via, e fai modo che tu non lo veda mai più! - sentenziò diabolicamente, Lara - Solo così, la nostra vita sarà serena. Se avrò quel bambino, il tuo amico dovrebbe per noi essere un inesistente!"

Ma Stefano captò quel discorso, e si sentì scuotere da un brivido lungo e incontrollabile; infine, preso da sgomento e inquietudine lanciò alla coppia imprecazioni minacciose che terminavano con un… lo rivedrò questo bambino!

******

Sei anni e mezzo dopo.

La piazza di Borno aveva una faccia floreale e il monumento ai caduti di guerra era abbellito di corone di gladioli, rose e orchidee. Era la festa dell’anniversario della Liberazione. Stefano stava percorrendo un po’ smarrito una stretta via, dove dietro l’angolo dovrebbe esserci l’abitato di Leo. La casa era chiusa.

Stefano rientrò nella piazza alla fine di una manifestazione pubblica, vagabondò senza ragione guardando i negozi e ammirando la propria immagine riflessa nelle vetrine ed esaminando i cartelloni pubblicitari. Il caos di quelle viuzze era tutto umano; nonni, giovani, coppiette, famiglie… Ecco, a Stefano gli interessava una famiglia in particolare, sperando di imbattersi in essa.

Sì, l’incontro per caso avvenne: lui, Leo, precocemente invecchiato, qualche calvizie in evidenza; lei, Lara, più prosperosa e dai bei capelli color del sole; l’altro, il rampollo dai capelli castani.

Nessuna reazione di stizza, solo sorpresa: Leo e Lara si comportarono correttamente e acconsentirono colui, vero padre, a scrutare meglio il bambino non più di profilo, ma di tutto il viso, in primo piano; non voleva credere a quello che stava vedendo! Il bambino aveva una certa somiglianza con la sua. Stefano si scosse da una immobilità che lo fece fermo per qualche secondo, poi uno sguardo verso quel che era stato un suo potenziale amico.

"Permetti che gli regali, almeno, un robot?"

Una volta ottenuto un ammutolito consenso, Stefano acquistò presso una bancarella il giocattolo e glielo porse, con un sorriso, al bimbo.

"Come ti chiami, piccolo?"

"Matteo."

"Ti piace questo robot? Te lo regalo."

"Grazie, molto gentile."

"Scusate, signore, ce ne dobbiamo andare!" - annunciò Leo, come trattare con uno sconosciuto; era bianco in viso, forse apatia come era solito averla.

Stefano socchiuse le palpebre. Un senso, un desiderio appagato. Finalmente, lo ho visto e toccato!

 

 

ULTIMO ATTO D'AMORE

Una domenica di ottobre: fuori era ancora giorno, ma il cielo aveva già i colori della sera. Il tempo congiurava a deprimere il morale a Matteo. Il freddo pungeva più di quanto fosse logico aspettarsi alla fine di ottobre.

Il ragazzo era indeciso se incontrare Anna, la sua ragazza. La madre non disse le sue rimostranze: aveva imparato a tacere dopo gli ennesimi rimbrotti "lanciati" dal figlio. Alla fine, dopo cinque minuti di meditazione, preferì sfidare il freddo pur di rivedere la sua "amata", affetta da miocardite dilatativa, una affezione mortale e, quindi, dovrebbe essere operata ancora prima di Natale, con un nuovo cuore di chissà quale donatore.

Matteo uscì da casa portandosi nell’animo tutte le sensazioni strane e confuse, allegria, entusiasmo, inquietudine. Si era tirato su il colletto foderato di lana e aveva infilato le mani inguantate in tasca. I suoi stivaloni affondarono nella neve, caduta recentemente, e lasciarono orme che sembravano avere doppia misura della normale.

Il ventiquattrenne Matteo era un ragazzo dal fisico possente; quattro anni fa non poté godersi gli applausi e le grida dei suoi sostenitori, alla vittoria del suo primo incontro come pugile dilettante: era sordo e muto fin dalla nascita. Spinto dalla necessità di aiutare in qualche modo la sua numerosa famiglia che viveva in condizioni non troppo disagiate, Matteo aveva tentato la difficile strada dell’affermazione sportiva, unica via di scampo da quando nessun datore di lavoro accettava un operaio affetto da una menomazione come la sua. (Così, come tutti i pugili professionisti, sono spesso uomini senza istruzione provenienti da famiglie povere che accettano gravi rischi nella speranza di intascare quelle ingenti borse che in realtà solo pochi riescono a ottenere.)

Né ci si può pertanto stupire se il tasso di disoccupazione dei sordomuti ancor oggi resta scoraggiante. A volte, Anna, insegnava allo sfortunato fidanzato una serie di parole elementari come "papà", "palla", "pino", "mamma",… e lei ascoltava con crescente sconforto come queste semplici parole venivano di continuo pronunciate nel modo errato. Ma Anna replicava, magari per una trentina di volte e per infinite settimane, a correggere con dolcezza… fino a quando egli riuscì a pronunciare le parole, a una a una, nel modo quasi perfetto. Per un uomo sordo perlinguale, imparare a parlare è infinitamente più difficile che imparare a leggere le labbra.

Raggiunta l’abitazione della ragazza, Matteo bussò; fu lei stessa venirgli ad aprire. Anna era un sogno di ragazza; tutti i giovani del paese si sarebbero innamorati di lei se non fosse per quel crudo destino in suo possesso!

"An-na, mi-a dol-ce An-na…"

Riusciva a stento a pronunciare le parole; e mentre le sussurrava, comprese, alla morsa che gli stringeva il cuore, di amarla e di volerla…

"Non è il caso che tu soffra ancora per la mia malattia!"

La voce della ragazza era poco più di un sussurro, ma egli capì le sue parole osservando i movimenti delle labbra e, senza esitare, le consegnò un piccolo involucro, e in quello vi era un anello con verga. Stupefatta, lo mise al dito e lo contemplò a lungo prima di "protestare" pacatamente per i soldi sperperati da chi non era lavoratore salariato. Certo… erano stati soldi miseramente guadagnati per "scandire" quattro pugni sul ring… e riceverli, altrettanto, in viso!

E, sul ring, Matteo ritornò a metà novembre. Aveva, anzitempo, firmato una specie di "contratto" per sostenere un incontro (categoria pesi medi) al Palasport di Salò. Il suo avversario vantava ben sedici vittorie consecutive per k.o. Matteo sembrava certo di vincere. Come disse al suo manager: "Lo pie-ghe-rò."

Il combattimento ebbe inizio… Al sesto round, l’arbitro notò i tre rapidi pugni alla tempia che avevano stordito Matteo, ma non sospese l’incontro. Prima del settimo round, l’arbitro si radunò nell’angolo di Matteo e chiese, mimando, a lui se se la sentiva di proseguire… Pochi secondi dopo, altri due pugni mandarono il pugile sordomuto al tappeto, il lato sinistro del corpo paralizzato!

Perché uccidere così un uomo! In questi tempi già tanto pieni di violenza, non è qualcosa di molto disgustoso che esista questo brutale sport? L’umanità non uscirà più dallo stato barbaro?

Mentre lo sfortunato veniva trasportato d’urgenza al policlinico cittadino e, prima ancora che perdesse del tutto la propria conoscenza, balbettò più volte a coloro che poterono ascoltarlo, di donare il suo cuore alla amatissima Anna.

E’ così che il "grande uomo" sordomuto sapeva che stava per finire nel numero del più! Sapeva, in meno di un amen, che era eternamente spacciato… e, cinque giorni dopo, ancora privo di conoscenza, moriva per estese lesioni al cervello ed il suo cuore veniva trapiantato nel petto di Anna, come ultimo atto di amore.

Sul ring, la morte è la minaccia più grave, ma non è l’unica. Tanti pugili sono rimasti fisicamente o mentalmente minorati, e i più presentano segni di perdita o atrofia del tessuto cerebrale. Questo genere di danno può portare alla "dementia pugilistica", caratterizzata da andatura strascicante, difficoltà di pronuncia e incapacità di meditare. Purtroppo, il ring pugilistico non conosce e non conoscerà mai il calo dei combattenti!

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