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VITTORIA CORTI

DE CHIRICO ED APOLLINAIRE

 

De Chirico: "Tour", litografia, mm 125x160, "Calligrammi di Apollinaire", p. 70

 

In questo clima di sgombero dell'avvento del 2000 si sente il bisogno di riesaminare i personaggi più vistosi del secolo che sta per passare considerandoli da un punto di vista nuovo, con più distacco di quello che ci era consentito dalla loro presenza.

Così, la Mostra delle Opere Grafiche di De Chirico, alla Biblioteca Nazionale di Firenze, come dice nel catalogo la Direttrice Antonia Ida Fontana, "mette in luce un aspetto meno indagato e noto di De Chirico: la sua attività di illustratore di libri e di cartelle tematiche".

Per poter dire di conoscere veramente un'epoca, ossia per poterla rivivere, bisogna trovare il modo di respirare dentro la sua aria, insinuandosi dietro le quinte, mettendosi nei piedi del pubblico anonimo di allora, che non aveva voce, ma che non accettava tutta la propaganda che gli pioveva addosso, che sapeva, a volte, mantenere una faccia indifferente e, magari, ostile.

Questa mostra ci fa vedere una zona della produzione dell'artista che era rimasta in ombra, perché la gran macchina pubblicitaria che De Chirico teneva al suo servizio metteva alla ribalta solo l'opera maggiore, cioè la pittura. Ora abbiamo davanti una zona del suo lavoro più intima, più silenziosa e pensosa, insomma con un accento più sincero.

Nessuno ha mai dubitato che De Chirico fosse un grande personaggio. De Chirico non ci ha mai permesso di dubitarne. La sua era una presenza altisonante, continua. Voleva che i giornali si occupassero di lui, magari scandalisticamente.

Ci si ricorda ancora di quando affermò che Van Gogh non era nulla, e Pietro Annigoni era tutto. E gli infiniti processi per falsi?

 

De Chirico: "La petite auto", litografia, mm 155x158,

"Calligrammi di Apollinaire", p. 77

 

M'è capitato di sentir raccontare da Breddo (che era allora direttore dell'Accademia di Firenze) la vicenda di uno di codesti falsi che aveva coinvolto anche lui, in qualità di perito. Il quadro era sicuramente falso (sciatta la stesura dei colori e persino l'ammannitura della tela) ma la firma alla base del quadro era indiscutibilmente autentica: in un documento saldamente incollato a tergo un notaio aveva dichiarato: "sotto i miei occhi il pittore De Chirico ha firmato questo quadro". Il notaio aveva firmato e messo il suo timbro, e sotto c'era anche la firma della segretaria del notaio, il quale, interpellato, diceva che ogni volta che De Chirico lo chiamava era per farlo assistere alla posa della sua firma su qualche decina di pezzi. Lui autenticava la firma e lasciava al pittore la responsabilità di autenticare il quadro.

Questo dimostra che c'era nella vita di De Chirico una parte artificiale e che l'opera poteva risentirne. Per questo va tenuto conto della direzione che Paola Cassinelli ci indica di seguire nel suo saggio.

Le due fondamentali componenti della personalità di De Chirico ci vengono indicate nell'"educazione tedesca e nella cultura greca. Infatti la Grecia in cui De Chirico nacque nel 1888 era, non solo politicamente ed economicamente, un'appendice del mondo tedesco, ma anche culturalmente e spiritualmente. L'antichità classica era guardata con occhi teutonici. De Chirico studiò arte in Grecia sotto un artista tedesco e, nel 1906, si spostò a Monaco e l'agitazione delle avanguardie tedesche si combinò con la classicità greca.

Nella grafica, poi, più che i marmi greci si sente l'influenza della grafica di Dürer.

Due letterine di De Chirico ad Ottone Rosai, del 1919, da Milano ci mostrano che il personaggio non aveva ancora spiegato a pieno le sue ali, ma era fremente di passione, ancor più, di ambizione. Cerca Rosai perché lo sa amico cordialissimo dell'editore Vallecchi e di un funzionario delle Belle Arti a cui spera di vendere una natura morta.

"Spero di potermi far onore nella galleria di Vallecchi."

Ma intravede anche la possibilità di trascinare Rosai nella sua direzione:

"Ho avito molto piacere di sentire che hai dato un indirizzo classico alla tua arte: vedrai che tra poco detteremo legge in Europa."

Ma a Rosai i gessi dell'Accademia non dicevano nulla, era una diversa "classicità" quella che aveva in mente: far sentire l'anima dei suoi personaggi.

Ma Rosai gli mandò, poco dopo, il suo libro: "Il libro del Teppista" e De Chirico, che anche negli scritti aveva occhio pel disegno, gli scrisse:

"… È cosa buona, asciutta e ben disegnata".

Gli dice poi: "non mi chiamare maestro", ma di fatto s'impegna a fargli il maestro:

"…La pittura traversa un periodo di crisi e noi italiani dobbiamo lavorare con ardore e serietà, seguendo i principi dei nostri maestri antichi e dare a tutta l'Europa l'esempio d'un'arte severa e profonda: per questo bisogna tornare alla figura umana e disegnare molto e imporsi metodo e disciplina. Anche tu, insisti nella figura: è quella il gran problema, copia statue e gessi, vedrai quale fioritura di opere scaturisce da un tale lavoro."

E l'anno dopo, in occasione di una personale di Ro-sai, scrisse una recensione: (14 dicembre 1920, "Toscana della Sera" di Livorno) che approva il disegno di Rosai: classico e quindi capace di evocare anche quel che non si vede.

Il disegno mostrava la mano sinistra con la sigaretta tra l'indice e il medio. Scrisse De Chirico: "abbiamo visto a quella mano attaccarsi un cubito e al cubito attaccarsi il radio… e quello scheletro si rivestì di muscoli e di

Guillaume Apollinaire: "La colomba", una pagina dei "Calligrammi", 1918

nervi, e questi di carne e di pelle ed apparì un uomo, e infatti era un vero uomo quello che vedemmo nascere dalla mano di Ottone Rosai".

Nel discorso è notevole la percezione della verità e completezza del mondo di Rosai.

Ma le cose che meritano più attenzione nella esposizione della grafica di De Chirico sono quelle più lontane dai suoi quadri metafisici: sono le xilografie che illustrano i "Calligrammi" di Apollinaire.

Si direbbe che il visionario Apollinaire (che allora ben pochi consideravano grande poeta) non intimidisca per niente De Chirico e che anzi lo inviti a sfrenarsi, frantumando e intersecando immagini.

Non manca in De Chirico l'audacia inventiva, e l'osservatore è aiutato a percepirla anche dal fatto che di queste xilografie Domenico Viaggiano ne ha fatto degli ingrandimenti che evidenziano la vistosa prepotenza: le immagini sono afferrate, staccate dal loro ambiente e fatte vorticare.

Insomma, De Chirico ha di che farsi ammirare, ma i versi di Apollinaire hanno più slancio e leggerezza, più incanto.

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