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O.L.F.A
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ANNA
JÓKAI & L'ANGELO DI REIMS
ANNO V NN. 19/20
MARZO-APRILE/MAGGIO-GIUGNO 2001 FERRARA
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Galleria Culturale e Letteraria
Ungherese
ANNA JÓKAI
-
A cura di Melinda Tamás-Tarr Bonani -

Scrittrice ungherese, č nata
a Budapest il 24 novembre 1932, madre di due figli (Gábor 1955, Nóra 1957) giŕ
da piccola desiderava diventare una scrittrice, ma a causa di varie
circostanze, a 16 anni interruppe le prime esperienze narrative. Subito dopo la
maturitŕ (Liceo Femminile "Zrínyi Ilona" di Budapest) iniziň a
lavorare prima come ragioniera (1951-53) poi come istruttrice popolare e
relatrice artistica (1953-57). Soltanto nel 1956 riuscě ad ottenere
l'iscrizione alla Facoltŕ di Lettere dell'Universitŕ "Eötvös". Nel
1961 si laureň nell'indirizzo di docente di Ungherese- Letteratura e di Storia.
Dal 1961 al 1970 ha insegnato presso alla Scuola d'Obbligo di via Jázmin e dal
1970 al 1976 č stata docente presso il Liceo "Vörösmarty" di
Budapest.
Intorno all'etŕ di 33/34
anni iniziň la carriera di scrittrice. Nel 1968 uscě il suo primo romanzo
intitolato "4447" che in veritŕ č un numero di catasto di una
casa di periferia, poi nel 1969 pubblicň il volume di novelle col titolo "Senza
corda". Le sue opere furono subito con rapiditŕ inaspettata al centro
d'interesse dei critici e del pubblico di lettori. Da allora fino ad oggi č
un'autrice attiva nella vita letteraria. Dal 1976 vive da libera professionista.
Tra il 1986 e 1989 coprě il ruolo di vicepresidente, poi (dall'estate 1990 fino
all'anno 1992) di presidente dell'Associazione degli Scrittori Ungheresi, dal
1989 č membro presidenziale. Nel 1990 e poi dal 1998 č presidente del Sindacato
degli Scrittori, dal 1996 č anche presidente della Societŕ Amichevole del
Teatro Nazionale, č membro fondatore dell'Accademia Letteraria ed Artistica
"Széchenyi".
Ha ottenuto i seguenti
prestigiosi premi letterari per le sue opere: Premio József Attila (1970), Premio
SZOT (1974), Premio PAX (1980, Polonia), Premio Kossuth (1994), Premio Ereditŕ
Ungherese (1998), Premio Villaggio Tisza (1999), Premio Libro dell'Anno (1999),
Premio Letterario CET (1999). Lo scopo artistico della scrittrice č - come lei
professa apertamente - la ricerca delle domande e risposte sull'assenza eterna
delle condizioni difficili della vita quotidiana. La sua prosa parte dalle
tradizioni e si svolge secondo le esigenze della novitŕ, del nuovo contenuto.
Le sue opere contengono una critica tagliente ai sistemi dell'Europa orientale,
tra la descrizione di fatti crudeli ed il distacco filosofico. I suoi libri
sono stati pubblicati in varie lingue: in polacco, ceco, slovacco, sloveno,
tedesco, bulgaro, ucraino, russo. Le sue novelle sono presenti in innumerevoli
antologie straniere: ad es. "L'Angelo di Reims" ("The
Angel at Reims") nell'antologia "Oscar at the Window"
pubblicata in inglese nel 1980 a Minneapolis a cura del Prof. Albert Tezla, in
francese č stata pubblicata a Parigi nel 1996, ed č stata tradotta anche in
tedesco. (La versione italiana la potete leggere di seguito.)
Le sue opere sono: "4447"
(1968), "Dovere e pretendere" ["Tartozik és
követel"]
(1970), "Giorni" ["Napok"] (1972), "Fino alla morte" ["Mindhalálig"] (1974), "Il compito"
["A
feladat"]
(1977), "La scala a piuoli di Giacobbe" ["Jákob
lajtorjája"] (1982),
"Star insieme/Vita comune" ["Az együttlét"] (1987), "La povera
Anna Sudár" ["Szegény Sudár Anna"] (1989), - romanzi; "Senza corda" ["Kötél nélkül"] (1969), "La
palla" ["A
labda"] (1971),
"I nostri amati, i nostri amori" ["Szeretteink,
szerelmeink"] (1973), "L'angelo di Reims" ["A reimsi angyal"]
(1975), "I
segni del lamento" ["A panasz leírása"] (1980), "Venga a Lilliputh!" ["Jöjjön
Lilliputba!"] (1985), "Il giovine pescatore ed il lago" ["Az ifjú halász és a
tó"] (1992),
"Rosso e rosso" ["Vörös és vörös"] (1994) "Tre"
["Három"]
(novelle, saggi
1995), "Non temete!" ["Ne féljetek!"] (1998) - novelle; "Questo
sogno che cos'č?" ["Mi ez az álom?"] (1990), "Radice e ramo" ["A töve és a
gallya"] (1991),
"Baldoria degli uometti-secondo" ["Percemberkék
dáridója"] (1996),
- saggi; 3 sui drammi sono stati presentati nei teatri ungheresi. I suoi volumi
- quasi tutti - sono stati ripubblicati in piů edizioni, alcuni anche 5-4
edizioni.
Ora riportiamo la novella
intitolata "L'angelo di Reims" richiamando l'attenzione allo
stile narrativo frammentario dell'affermata scrittrice ungherese attraverso il
quale siamo testimoni delle condizioni di vita dei vari personaggi. I dialoghi,
i pensieri o semplicemente le comunicazioni narrative sembrano succedersi
illogicamente mentre in realtŕ non lo sono: come se fossero dei flash
improvvisi, mosaici di immagini, frammenti di conversazioni o pensieri che
trasmettono delle sensazioni d'angoscia sulle sorti misere dei personaggi
capitati volontariamente oppure involontariamente davanti alla cattedrale di
Reims. Nell'atmosfera apparentemente illogica si disegnano le crudeli
condizioni umane che purtroppo sono una triste realtŕ della nostra societŕ e
rimangono incise profondamente nella nostra mente e nella nostra anima. La
traduzione italiana č stata eseguita con la massima fedeltŕ per trasmettere
l'autenticitŕ dello stile e del linguaggio originale della scrittrice:
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Anna Jókai
L'ANGELO DI REIMS
Sta lŕ nell'angolo stretto
del portone con le ali ancora tese dal viaggio.
"Eccomi" - dice
alla statua dell'uomo mutilata lě accanto. E sorride civettando col musetto
come se si facesse scoprire dopo un lungo gioco a nascondino. L'uomo č offeso.
Sulla sua fronte si notano tre rughe profonde e non guarda neanche l'angelo.
Forse non lo sente neppure. Guarda avanti, sulla terra, socchiude le palpebre
gonfie, disperato. "Non ne posso piů" - dice nonostante che sia un
santo. La nicchia gotica si estende sopra di loro. Le dita affilate cercano la
ragione che si sta allontanando. Č giŕ l'autunno ma le trine di color giallo
son ancor piů freddo. Si rifugiano qua gli hippy; una scatola vuota di conserva
rumoreggia mentre sta rotolando giů dagli scalini; il pesce al pomodoro schizza
le pietre. Jean-Baptiste tira fuori la sua pipa, il fumo s'imbatte nel viso
dell'angelo. Louise ride. Piace a Jean-Baptiste: "Lo affumichiamo da qui."
Strofina le dita sporche nel piede dell'angelo. Il pomodoro brilla come sangue.
"Dov'eravamo ieri?" - chiede Louise e si copre con la maglietta
decorata coi fiori neri tirandola fino alle caviglie. "Non č
indifferente?" Jean-Baptiste si risiede accanto, toglie le calze e
strofina i piedi nudi contro gli spigoli della scala. "E dove andremo da
qui?" "Non domandarmi - risponde il ragazzo - a chi domanda la gente
gli risponde delle bugie". La ragazza alza le spalle e si stende sulla scala
al rovescio, con la testa in giů. "Questo č il nostro angelo - dice
improvvisamente -, guarda i capelli". Č vero, sulla fronte e dalle
orecchie le ciocche morbidamente cadono. Jean-Baptiste sta facendo le frange
sull'orlo dei pantaloni. "Noi non abbiamo l'angelo." "Io ho una
volta pianto" - dice Louise apparentemente in modo illogico. Il ragazzo
cerca qualcosa nel sacco rotto. Prende la bottiglia arancione a fibbia. L'offre
alla ragazza, beve un sorso. Č mattina, Jean-Baptiste fa la pipě dai piedi
dell'angelo che come un ruscello scorre in giů. "Anche noi creperemo"
- dice Louise. "Non ce ne accorgeremo." Jean-Baptiste intreccia i
capelli.. "Noi non produciamo dei dolori. Il nulla č contento di nulla. Tu
lo capisci?" Una macchina chiusa, una Mercedes passa davanti alla chiesa
poi scompare a sinistra. "Chi č intelligente? - chiede Louise - colui che
assume un atteggiamento senza scopo o chi nega ed inventa la scatola di latta a
quattro ruote?" "Porci - Jean-Baptiste sputa -, ma tu non
domandare." La macchina blů profondo ritorna dal lato destro e frena
davanti alla scalinata. La porta segreta s'apre ed il capo famiglia scende. La
bionda barba curata inghiottisce le labbra. Aiuta la moglie nel scendere. Anche
i capelli della moglie sono biondi, lineari, tagliati con precisione, tutte le
ciocche di capelli hanno la stessa lunghezza ed arrivano fino alla metŕ della
schiena. Anche le figlie sono bionde: due bambine. Indossano un cappello bianco
di cotone fissato con un nastro blů sotto il mento. I loro denti sporgono un
po' avanti, questo le dŕ un aspetto curioso. "Č pure questo" - dice
Klaus. S'incammina, la signora e le figlie si mettono in coda dietro di lui. La
barba di Klaus si sbandiera come uno scudo. Evitano Jean-Baptiste e Luoise,
pure gli sputi, la salsa e lo stagno della pipě mentre di nascosto gettano uno
sguardo verso loro. "Č triste. Ehi, che triste" - dice Hilde e
sistema il suo cappellino bianco. Jean-Baptiste e Louise fanno la linguaccia al
massimo della lunghezza, ed emettono dei suoni da pecora. "Perché hanno
fatto cosě?" - chiede Hilde. "Cosě esprimono il loro essere
animalesco - dice Klaus - e tutto il loro disdegno per ogni cosa che elogia la
grandezza dell'intelletto umano La scalinata della cattedrale su cui camminiamo
č un esempio pregnante del puro gotico…" La bimba piů piccola con cappello
bianco guarda Jean-Baptiste e Louise di nuovo con meraviglia. S'inciampa
nell'ultimo gradino della scalinata. Il padre se ne accorge e per avvertirla,
senza collera preme il pollice tra le costole della bambina. "Ahi! - grida
di dolore un attimo la ragazzina ed entra disciplinata nel buio. "Li
sterminiamo? Tutti questi?" - chiede Luoise. Sta lanciando delle carte
piccicose dal sacco. "Sciocca. Deridili. Lo vedi - indica verso l'alto -
anche quello ride di tutto". Con una mano raggiunge il ginocchio
dell'angelo, lo palpeggia intorno poi prendono il sacco, se lo trascinano
dietro sé perdendosi nella polvere.
Klaus guarda con gli occhi
socchiusi nella luce, chiude il libro di guida. "La ricchezza della navata
laterale gareggia con quella della trasversale - dice -. Sbrighiamoci, Hilde.
Ce ne sono ancora altre tre." "Klaus - la signora si ferma al fondo
della scalinata, le due figliole le sono accanto e leggermente si appoggia a
loro - qui ci dovrebbe essere un angelo. Un angelo qualunque… - continua
insicura nel silenzio - cosě dicono i libri." "Č un'affermazione
tradizionale. Si abbondano di angeli. Č la caratteristica della chiesa
medioevale" - risponde con tono professorale. "Ma questo č un altro
angelo… č particolare… " - dice Hilde e si regge al sottile collo delle
bambine. Klaus la guarda severamente. "Tutti gli angeli sono uguali. Č un
ornamento banale. Non ti capisco, Hilde." Hilde ritenta, fa un passo
indietro sulla scalinata. Le bambine non la seguono, si fermano. Klaus č giŕ
dalla macchina. Č spaventosa questa disgregazione, la sbrecciatura dello
spigolo. "Vengo, Klaus" dice e si siede nella macchina con la gonna
sistemata liscia. "Dove andiamo ora, lo sai?" "Non ti capisco,
Hilde" - ripete l'uomo. Infila le mani nei guanti traforati, accende il
motore. "Siamo arrivati da Metz ed andiamo attraverso Parigi direttamente
a Chartres. Č chiaro?" Le bambine stringono il nastro sotto il mento.
Hilde fa un cenno col capo, i suoi capelli le cadono sul viso mentre la vettura
balza un po' in avanti.
"Sono in ritardo"
- ansima la signora Chouchou e col bastone picchia il lastricato cinque volte.
"Sento che qui mi daranno qualcosa. Lo sento" Suole stare sempre
presso il portone laterale. Gli stranieri pensano che tenga la scatola d'argento
in nome della chiesa. "Cara Madonna mia, aiutami!" - dice all'angelo.
"Che giornata, cara Madonna mia! Tu riesci a sistemare tutto. Adesso dove
corro? Piuttosto al cinema? Cara Madonna mia - dice all'angelo con caparbietŕ -
ti chiedo soltanto due settimane di tempo sereno, cosě avranno voglia di
venire… Porta coloro che hanno e danno! Per te questo č niente. Vedi, io credo
in te, in cambio tu mi sistemi… Aiuta i tuoi fedeli e non i nemici, sii carina,
sii intelligente cara Madonna mia!…" alita un bacio sulla mano incrociata
in preghiera e lo passa sulle pieghe del vestito dell'angelo. "Il sorriso
non basta - dice con un leggero rimprovero - questo lo puoi ammettere." Si
appoggia sul bastone, osserva la via principale; il sole le raggiunge gli occhi,
la scatola d'argento lo riflette, suoni di Morse vibrano nell'aria. "Cosa?
- dice la vecchia - Devo andare dove sono esposti i gioielli
d'incoronazione?" Diventa piů agitata. "Potrň farlo. Ma se di nuovo
mi mentirai sarň arrabbiatissima" prima di scendere col bastone dŕ un
colpo ai gradini della scalinata. Nel cielo nuvole giganti s'accumulano e piove
per molte ore. Piove tanto forte come in primavera, cadono le gocce
diagonalmente, il guardiano della chiesa chiude il portone.
Dalla strada, con la cartella dei disegni, Marcello
corre su, sotto l'angelo e si appoggia al muro. La pioggia lo raggiunge anche
lě, l'acqua accumulata sulla pietra della statua raggiunge l'orlo del suo
cappello. Correrebbe via, cercando di proteggere la cartella dalla pioggia
sotto il grembiule a quadretti; guarda il cielo, ma invece di esso vede
l'angelo, improvvisamente vicinissimo. Si meraviglia. Il viso dell'angelo č
coperto dai sottili raggi d'acqua della pioggia, dalla cavitŕ delle orbite e
dall'angolo delle labbra le gocce cadono continuamente sul magro petto. "Č
bello - pensa Marcello e lo guarda incantato - sorriso eterno sotto le lacrime
eterne. Non lo dimenticherň" - promette a se stesso. Porta la cartella
strettamente sulla pancia mentre sta camminando sul viale alberato raffreddato.
Poi non piove piů. Ma il sole non torna, traspare leggermente dal grigio.
Arriva un pullman a forma di balena, davanti con una piccola ed unica porta
davanti. La porticina si apre, la guida scende. Fa un cenno con la mano. Tutti
scendono in fila indiana, le labbra della guida si muovono. Intima anche al
conducente a raggiungere la coda. Prende la chiave e chiude la porta con cura.
Gli altri aspettano mentre egli sistema la chiave nel fondo della sua cartella.
"Si puň andare piů dentro" dice la guida e gli obbediscono. Una donna
col fazzoletto sul capo, con una pesante corona di capelli č titubante sulla
soglia dell'entrata. Vorrebbe appoggiare la mano destra sulla fronte. La guida
subito si ferma accanto a lei, prende la sua mano destra dal gomito e la aiuta
cortesemente ad oltrepassare la soglia. Restano dentro a lungo. Una donna con
gli occhiali da sole legge uno stampato fotocopiato, ogni tanto scruta intorno,
cerca qualcosa e quando i due - la carta e l'oggetto - concordano emette un
urlo di vittoria. Tornando dietro passano quasi davanti all'angelo. La guida fa
cenno col capo, sussurra qualcosa alla donna con gli occhiali ed indica con
l'angolo della cartella l'ultimo punto della lista. La donna vergognandosi
conduce il gruppo indietro. Con una voce piacevole da contralto ripete tutto
quello che si deve conoscere della statua. Due persone prendono degli appunti.
La guida va avanti in fretta ed apre la porticina del pullman a forma di
balena. Sta lě finché tutti salgono uno dopo l'altro, le labbra si muovono di
nuovo. Allegramente trascina il conduttore sul pullman, salta su anche lui con
un movimento elastico, poi tutti salutano con la mano la piazza vuota. Sta
arrivando il tramonto e giŕ si percepisce che il grigio diventerŕ piů grigio
mentre la luce si ritira. Hriszto trascina due
piene valige e sulla schiena porta uno zaino di telo. - Magari arrivassi
soltanto fino alla chiesa - sta pregando - fino a quel misero tempio in rovina.
Mi siedo sulle scale tra i musoni arcaici, mi riprendo un po', poi via, andrň
alla stazione. Il pacco cade con un
tonfo sulla piastra del pavimento.
Hriszto prende il
fazzoletto, lo stende vi si siede sopra, chiude le ginocchia. Inumidisce con la
saliva il palmo della mano duro come la cinghia. Diventa agitato. Apre il telo
ceroso, cerca qualcosa. Si calma, sospira. "Ho sistemato le mie cose -
pensa soddisfatto - ogni tanto penso che esco dal tempo. Ciň nonostante ci sono
riuscito."
Maria lentamente sale sulla
scalinata. Una verde foulard di mussola vola dietro le spalle avvolge la
crocchia di capelli incanutiti. Sotto s'apre la gonna a pieghe come una
fisarmonica muta. Ha freddo, con le mani incrociate copre il collo, sembra come
se con la mano sinistra volesse strangolarsi, ma la mano destra volesse
impedirselo. "La gente porta con sé tutto - pensa, ma lei non ha
nient'altro che un sacchettino perlato con la chiusura nichelata - sempre tutto
in tutti i luoghi". L'angelo si confonde col muro, la donna lo guarda
incerta, ma vede soltanto il buio concavo. Hriszto pensa che Maria sia piů
giovane. La sciarpa di mussola ed il sacchettino perlato traggono in inganno.
S'avvicina e posa i suoi tesori sul gradino della scalinata. "La tecnica -
dice con orgoglio -, la radio. Sech Transitor. Verstehen? Six."
"Son venuta da casa -
pensa Maria -; mia figlia a casa tinge i suoi capelli finti. La figlia di mia
figlia rigetta i cibi nutrienti. Il padre di mia figlia guarda la tivů e beve
la birra".
"Magnetofono - dice
Hriszto e sistema le cose in modo febbrile -, Made in Japan. Frist Class…
"
Accende le piccole, sottili
torce, s'agita con le mani, ridacchia. Maria distratta fa cenno col capo.
"Peccato - pensa - ora č giŕ definitivo: non hanno chiuso il mondo. La mia
finestra č diventata opaca."
Hriszto mostra un paio di
forbici giganti schioccandole. "Perfetto… perrrfetto…" arrota la 'r',
salta balzando sulle lastre di pietra.
Maria vorrebbe alzarsi
quando accendono i riflettori laterali. L'uomo vede il viso della donna da
fronte, raccoglie le sue cose frettolosamente. L'angelo risplende ed il suo
sorriso si stende dall'ombra.
"L'angelo - dice Maria
sgomentando - l'angelo."
"'Ein' Engel - Hriszto
fa cenno con le mani - nur ein Engel." Indica il riflettore da duemila Watt:
"La tecnica… Ja… La tecnica, ja… Aber Engel…" - muove la testa
dispiaciuto. Ha fretta. Alle ventuno e venti il treno parte, prende la
coincidenza, a casa.
La donna resta ancora. Prova
a guardare dietro la statua. Poi si allunga, stira le dita dei piedi mutilate.
Questa luce č furba. Avanza dal basso verso l'alto.
"Che cosa sai tu?
" - chiede all'angelo. La provoca quel suo ininterrotto sorriso.
(1972)
© Traduzione dall'ungherese di Melinda Tamás-Tarr
Bonani
Da "A reimsi angyal" (válogatott
novellák), Szépirodalmi Kiadó, Budapest 1997
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ECO
DELLA SCRITTRICE:

Cara Melinda,
Con gioia ho preso la traduzione de "L'angelo di
Reims" e la sua pubblicazione sulla Sua rivista… Č bello, caro al mio
cuore, sapere che ha prestato attenzione ai miei lavori e che li ama! Circa
venti anni or sono uscirono in italiano in successione un articolo critico su
di me e delle novelle sulla pubblicazione (se scrivo bene) "Ungheria
oggi", ma si trattavasi di qualcosa alquanto ufficiale. Il mio romanzo
"Non abbiate paura" che ora trovasi alla XII edizione č il dono piů
grande della mia vita; lo scorso anno č stato pubblicato in polacco, ancora
prima in tedesco, e sono ora in corso le pubblicazioni in ceco ed in bulgaro. Č
un grande successo di critica e di pubblico. (Ha per "tema" la
senescenza, la morte; č, come si dice, un romanzo di debutto.) Richiamo la Sua
attenzione su di esso; toccherebbe probabilmente anche la Sua anima.
Mi congratulo per la Sua scelta di vita: non deve
essere facile restare ungherese, ancor meno nella bella Italia; ma sono
l'amore, la figlia e le nobili determinazioni ad aiutarla nella diffusione
della cultura della sua Patria. Perciň a Lei dobbiamo dire solo grazie , come
pure a suo marito che l'appoggia nel suo lavoro.
Spero ci si risenta ancora. Adoperi pure le mie
novelle come meglio crede!
La
saluto con affetto
Jókai
Anna
Budapest,
25 marzo 2001.
P.S.
Ecco in allegato un mazzetto di fiore:

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