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O.L.F.A
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ANNO V NN. 21/22 LUGLIO-AGOSTO/SETTEMBRE-OTTOBRE 2001 FERRARA
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GLI AMORI NON SI SPIEGANO…

Castello di Vajdahunyad a Vársoliget di Budapest
Foto: Fabrizio Galvagni
Gli amori non si spiegano; al massimo si possono raccontare. Non saprei spiegarvi come mi sono innamorato dell'Ungheria, proprio non saprei.
Però vi posso raccontare di quando, alla fine di aprile, ci sono tornato per la quinta volta; e con tutta la "tribù": Flavia, mia moglie (anche per lei era la terza volta), i nostri tre figli Alessandro, Tommaso e Massimiliano, e Lisa, la sua ragazza.
Non sto a raccontare i travagli della preparazione - documenti, bagagli, biglietti - che un po' di fastidio e di fatica pure li procurano. Ma non appena il treno ha passato Drava, tutto è svanito per incanto. Avevo promesso a Melinda che la prima cosa che avrei fatto appena passato il confine sarebbe stato di recare i suoi saluti alla terra magiara. E così è stato. In quella stupenda mattina del ventisette aprile, il treno procedeva allegro fermandosi, passato il confine croato, a quasi tutte le stazioni: un'occasione stupenda per osservare cose e persone, per respirare l'atmosfera stessa della quotidianità di questo stupendo Paese.
L'attesa però era per il Balaton che in verità non avevo mai avuto modo di godermi in maniera soddisfacente; le altre volte che c'ero passato o era buio, o era nuvolo, o ero…a seimila metri di quota. È vero che, giusto un mese prima, ero stato a Balatonfüred con alcuni miei studenti, ma era un giorno fosco e uggioso e del lago si vedeva ben poco. Questa volta invece è stato a dir poco fantastico: una giornata di sole e soprattutto limpidissima; il lago ci si è presentato in tutto il suo splendore e ci ha accompagnato da Balatonberény fino a Balatonvilágos, permettendoci di far conoscenza per la prima volta con la sagoma del Badacsony, che tante volte compare nelle guide dell'Ungheria, e con la penisola di Ti-hany. Noi Italiani, e in particolare noi Lombardi, siamo giustamente orgogliosi dei nostri laghi; quando si parla del Balaton - credo che sia un luogo comune - lo si fa di solito con una certa sufficienza, con mille distinguo e mille "ma"; sono quindi rimasto favorevolmente meravigliato, complice come s'è detto la giornata limpidissima e il cielo azzurro, nel notare che il Balaton non ha proprio nulla da invidiare nemmeno al lago di Garda o agli altri laghi lombardi.
Ma l'emozione vera la si ha arrivando a Budapest: il treno corre sull'Összekötő híd percorrendo un lungo giro e quasi abbracciando la cittŕ da sud (un'occhiata, quasi un colpo d'occhio, all'isola di Csepel…) prima di entrare trionfalmente alla stazione
Keleti.Ecco, siamo arrivati: dall'ultima volta che sono arrivato a Budapest in treno, nel settembre del 1992, la stazione è stata pulita e forse anche restaurata; oggi sembra più grande, più ariosa, sicuramente più accogliente. Cerchiamo con lo sguardo il signor László; dovrebbe, per farsi riconoscere, sventolare una bandierina canadese. Lo troviamo senza difficoltà. Dopo i saluti e i convenevoli, gli spiego nel mio modestissimo ungherese, che la mia conoscenza della sua lingua non mi permette di comunicare con disinvoltura; lui mi fa i complimenti, dice che parlo bene; ma sono complimenti. Del resto non abbiamo altri strumenti per comunicare. Così, a forza di nem értettem, di beszéljen lassabban, legyen szíves e di ismételje meg, aiutandomi con un po' di fantasia e di intuizione, siamo riusciti a dirci quel che ci dovevamo dire.
Sistematici nell'appartamento di Tölgyfa utca, consumato un pasto frugale, siamo partiti alla scoperta della città, a partire da Vörösmarty tér. Non è però un resoconto di quanto abbiamo visto (e rivisto) nei quattro giorni della nostra permanenza che voglio raccontare, quanto piuttosto lo spirito che, almeno per quel che mi riguarda, ha animato questa visita: quel che s'è visto, sono infatti un po' le "solite" - si fa per dire! - cose: i miei figli non c'erano mai stati e per loro tutto era nuovo. Io e mia moglie invece abbiamo preferito guardare dietro le cose, gli edifici, i monumenti e cogliere gli aspetti più nascosti, la gente, la quotidianità; è come se avessimo voluto "respirare" la città.
Il momento di maggiore intensità, il "picco lirico" di questa visita, lo si è toccato quella sera stessa: ci siamo recati a cena in un localino, conosciuto "tre visite fa", nel 1993: si chiama Favorit Vendéglő, dovrebbe essere in Reáltanoda utca (percorrendo Kossuth u., il Danubio alle spalle, la traversa a destra subito prima dell'Astoria, cinquanta metri e poi ancora a destra…); ebbene: lì si mangia splendidamente, all'ungherese, il vino è buono e i prezzi davvero modici.
Ma torniamo al "picco lirico": la prima sera - dicevo - usciti dal Favorit sazi e soddisfatti, in quello stato d'animo di beatitudine e di grazia che si prova dopo una bella cenetta, quando i problemi della vita sembrano lontani, passeggiando per Kossuth utca, immersi nella tiepida sera budapestina, con le colline di Buda avvolte nelle ultime luci del crepuscolo, mentre i ragazzi ci precedevano di un venti passi guardando le vetrine, mia moglie mi ha abbracciato e mi ha detto: - Lo sai che non mi sembra di essere una straniera? Ho come l'impressione di essere a casa mia.
E così è stato anche nei giorni successivi, visitando (ci siam dovuti tornare due volte, perché ai figli è piaciuta moltissimo) l'isola Margherita, percorrendo Váci utca, godendoci Szentháromság tér, viaggiando in metro, esplorando i mercati coperti o (altra passione giovanile) il Westende.
Il guaio è che il tempo a Budapest corre veloce e, senza che quasi ce ne accorgessimo, ci siamo ritrovati alla stazione degli autobus in Erzsébet tér, pronti per rientrare.
D'accordo: non era certamente un addio: - Tornerete, tornerete! - sembrava dirci la città - Non potete non tornare…
E però partire lascia sempre un filo di nostalgia.
Alessandro Manzoni, lasciando Parigi per rientrare a Milano nel giugno del 1810, scriveva: La Francia non si può vedere senza provare un affetto che assomiglia all'amore di patria, e non si può abbandonare senza che al ricordo di averla abitata non si confonda qualcosa di melanconico e di profondo, come un impressione di esilio…
Di tal genere, se non tali appunto, erano i miei pensieri mentre, avvicinandosi il confine austriaco, mi apprestavo a lasciare l'Ungheria. -
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Fabrizio Galvagni]
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