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la Repubblica - Mercoledì, 13 marzo 1991 - pagina 10
di ATTILIO BOLZONI

I DELITTI DI PALERMO
OMICIDI POLITICI, SOPRA LA CUPOLA NIENTE

Mattarella, Reina, La Torre la maxi istruttoria non fa luce Dieci volumi, una settantina di capitoli, quasi ventimila fogli di allegati Nella colossale requisitoria si disegna la Sicilia infame degli anni Settanta e Ottanta si sfiorano i grandi manovratori si spiegano i collegamenti Ma tutto resta solo e sempre contesto, lo sfocato sfondo di delitti che fecero tremare l' Italia

PALERMO Il grande intrigo siciliano raccontato intorno a tre cadaveri, intorno a tre uomini politici uccisi nella città di Palermo tra il marzo del ' 79 e l' aprile dell' 82. Un romanzo nero con mille protagonisti, tante storie che si intrecciano, tanti fili che diventano invisibili dietro cupole o commissioni mafiose cancellate da blitz e inchieste giudiziarie, che si perdono forse per sempre alle spalle del governo di Cosa nostra. La requisitoria sui delitti eccellenti è una straordinaria indagine poliziesca su dodici anni di misteri, ma è anche la resa ufficiale dello Stato italiano davanti a tre omicidi. Ecco cosa scrivono i giudici di Palermo sulla morte di Piersanti Mattarella, di Pio La Torre, di Michele Reina: Le fonti di prova faticosamente acquisite non sono state in grado di indicare con concreta precisione la specifica causale dei delitti. Nel colossale dossier si disegna la Sicilia infame di quegli anni, si intuiscono gli enormi interessi in gioco, si sfiorano i grandi manovratori, si spiegano i collegamenti, i contatti, gli intrecci. Ma tutto resta solo e sempre contesto, lo sfuocato sfondo di omicidi che hanno fatto tremare l' Italia. Nelle 1687 pagine di requisitoria si ricostruisce come mai prima il perverso rapporto mafia e politica ma si arriva ad una sola conclusione: Le persone vittime degli omicidi avevano recato o potuto recare gravi pregiudizi ad una pluralità disomogenea di centri di imputazione di interessi illeciti. Che tradotto significa più o meno questo: non solo Cosa nostra aveva l' interesse di uccidere i tre uomini politici, non solo Cosa nostra ne ha tratto vantaggio. Anche molti personaggi del Palazzo, anche i nemici che quegli uomini avevano dentro e fuori i loro partiti. Ma i giudici di Palermo in questo campo non si spingono, loro riferiscono solo fatti, testimonianze, episodi. Siamo stati dei cronisti dicono queste sono le carte, adesso sarà l' opinione pubblica a giudicarle e a giudicarci. Dieci volumi per tre delitti, una settantina di capitoli, quasi ventimila fogli di allegati, una miniera di storie inedite rese pubbliche ieri nel primo pomeriggio nella cancelleria del bunker dove una volta lavorava Giovanni Falcone. In un centinaio di pagine la sintesi, le conclusioni dell' imponente istruttoria. IL DELITTO MATTARELLA. La parte della requisitoria dedicata alla morte del presidente della Regione Siciliana comincia così: In primo luogo va detto che la circostanza che gli esecutori materiali del delitto siano stati due esponenti dei movimenti eversivi di destra, quali Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini, non significa affatto che la causale dell' omicidio sia di matrice terroristica. Aggiungono i magistrati: Si deve necessariamente incentrare l' indagine sulla personalità e sull' attività della vittima per tentare di individuare quali interessi illeciti possano esserne stati danneggiati o minacciati e quali gruppi criminali possano avere deciso di attuare una reazione omicida. Nel dossier si elencano tutte le piste seguite. Dagli appalti per la costruzione di sei scuole a una speculazione su un terreno verde nel cuore della città, dalla rivoluzione voluta da Mattarella nella macchina burocratica regionale al suo ruolo nella Democrazia cristiana siciliana. Tutte piste che non hanno portato all' individuazione di precise responsabilità politiche. Il nome che ricorre di più in queste pagine è quello dell' ex sindaco Vito Ciancimino. E scrivono allora i giudici: In questo quadro complessivo i singoli comportamenti posti in essere dal presidente Mattarella assumono valore non tanto in sé, quanto perché rivelatori di una linea di condotta coerentemente tesa a un profondo rinnovamento della vita pubblica e a una gestione più efficiente e corretta dei pubblici poteri. La requisitoria ricorda anche che, in quegli anni, Santi Mattarella era uno dei candidati alla vicesegreteria nazionale della Dc, che diventava sempre più importante il suo ruolo nel partito, che stava lavorando su una linea di rinnovata disponibilità al confronto, anche in sede locale, con il Pci. COSA NOSTRA ORDINA L' OMICIDIO. L' assassinio del presidente fu deciso nell' ambito del vertice di Cosa nostra, tanto da non suscitare né immediatamente, né due o tre mesi dopo alcuna significativa reazione dentro l' organizzazione... l' omicidio però non fu discusso nella sede formale della commissione (il governo della mafia siciliana ndr), tanto che boss come Stefano Bontade, Salvatore Inzerillo e Rosario Riccobono erano all' oscuro della decisione di commettere il delitto. Una fazione di mafia ha ordinato l' uccisione del presidente della Regione scatenando di lì a pochi mesi una sanguinosissima guerra con altri clan che avrebbe fatto in due anni più di mille morti solo a Palermo. L' ordine partì dal gruppo dei corleonesi, determinato a conquistare con le armi l' assoluta egemonia su Cosa nostra. IL DEPISTAGGIO DI DON VITO. Nella montagna di fogli che ricostruiscono le indagini sul delitto Mattarella ci sono alcune pagine dedicate al ruolo che avrebbe avuto l' ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino. E' raccontato un episodio veramente strano con don Vito nei panni di confidente dell' allora questore di Palermo Vincenzo Immordino. Tutto comincia con un appunto steso da Giovanni Ferrara, dal 1980 al 1983 capo del centro del Sisde di Palermo. Poche righe sulla morte del presidente della Regione Mattarella, ucciso su ordine dei clan siculo-americani vicini a Michele Sindona, ucciso materialmente da un terrorista di sinistra assoldato dalle famiglie Spatola, Gambino, Inzerillo e Di Maggio. Insomma, una pista rossa per un classico delitto mafioso. Come sapeva queste cose lo 007 di Palermo? Me le ha raccontate il questore Vincenzo Immordino, è stata la risposta di Giovanni Ferrara ai giudici palermitani. E aggiunse ancora il funzionario dei servizi segreti: Immordino mi ha riferito queste notizie durante un incontro notturno molto riservato a bordo di una Dyane... quella notte abbiamo girato per quattro ore in lungo e in largo per le vie di Palermo. Secondo lo 007 il questore Immordino avrebbe appreso questi particolari da Vito Ciancimino. Il questore ha smentito parola per parola il racconto del funzionario del Sisde ai giudici: Se fosse stato così avrei informato subito il procuratore della Repubblica.... Intanto il funzionario del Sisde ha continuato a sostenere la sua verità. E il questore ha continuato a smentire decisamente ogni particolare. Chi dei due ha mentito? IL CASO REINA. L' assassinio del segretario provinciale della Dc Michele Reina è stato deciso dai vertici di Cosa nostra e dà l' avvio a quella nuova strategia di terrorismo mafioso che comincerà a delinearsi nel corso del 1979 con gli assassinii del capo della squadra mobile Boris Giuliano e del giudice Cesare Terranova.... Ma subito dopo i magistrati descrivono la situazione politica creatasi a Palermo alla fine degli anni ' 70: Il sostegno fornito dai partiti della sinistra ai governi delle amministrazioni locali si traduceva nella simultanea riduzione del potere di contrattazione e quindi della capacità di pressione delle lobbies politico-mafiose. E ancora: I nuovi equilibri politici avevano quindi ostruito i canali privilegiati attraverso i quali Cosa nostra aveva in precedenza veicolato e pilotato i propri rilevanti interessi all' interno del circuito politico istituzionale. E' in questa delicatissima fase che muore il segretario provinciale democristiano Michele Reina. Perché? Come si stava muovendo Reina? Pur restando fedele alla linea politica seguita dalla sua corrente (era vicino a Salvo Lima, ndr) aveva conquistato al suo ruolo di segretario provinciale spazi di autonomia gestionale... dopo la sua elezione aveva contribuito insieme al segretario regionale Rosario Nicoletti alla formazione della giunta Scoma, che rappresentava il primo momento di attuazione della politica di apertura alle sinistre.... La requisitoria spiega anche che aveva cercato di respingere le pressioni mafiose sull' amministrazione comunale. UN OMICIDIO ESEMPLARE. Ma la morte di Michele Reina non serve solo a fermare un pericolo immediato per gli affari dei boss. E' un messaggio per tutto il Palazzo. L' omicidio assolve a una funzione di esemplarità nei confronti di quei settori del ceto dirigente locale che avevano iniziato a coltivare il progetto di emancipare la politica e l' amministrazione dalla tutela mafiosa surrogando progressivamente il sostegno elettorale proveniente dalle lobbies politico-mafiose con quello offerto da nuove aree sociali e, soprattutto, quelle rappresentate dai partiti della sinistra. E' un terribile segnale anche per Santi Mattarella, un segnale, scrivono ancora i giudici, non raccolto dal Presidente. E qui la requisitoria parla di Vito Ciancimino, del suo grande peso al Comune di Palermo, dei suoi legami con il clan dei corleonesi, gli stessi mafiosi che avevano deciso di far fuori prima gli uomini dello Stato e poi i boss dell' ala moderata dell' organizzazione. Riportano i giudici nella loro requisitoria: E' inequivocabile che l' omicidio di Reina fu un delitto di Cosa nostra e che la decisione operativa fu assunta dai componenti del gruppo dei corleonesi... è proprio l' assenza di reazioni al vertice di Cosa nostra che rassicura la base e i quadri intermedi dell' organizzazione, diffondendo la certezza che l' esecuzione del delitto era stata decisa al massimo livello e che la situazione era sotto controllo. LA PISTA NERA. I killer neri sono stati ingaggiati dai corleonesi per disorientare i boss della vecchia guardia. Ad assoldare Giusva Fioravanti e Gilberto Cavallini sarebbe stato Pippo Calò grazie ai suoi contatti romani con la banda della Magliana. In cambio dell' esecuzione dell' omicidio di Piersanti Mattarella (ma le indagini continuano sui neri anche per il delitto Reina), la mafia aveva promesso ai terroristi soldi, armi e aveva preparato anche un piano per far evadere Pierluigi Concutelli dal carcere dell' Ucciardone. LE SOFFIATE DELLA MAFIA. Un intero capitolo riguarda i depistaggi nel corso delle tre indagini. Quattro i personaggi indicati come depistatori e calunniatori. Il primo è il pentito Giuseppe Pellegriti, l' uomo che due anni fa accusò Salvo Lima come mandante dell' omicidio di Santi Mattarella. Un altro pentito in questo elenco è il catanese Filippo Lo Puzzo. Più spazio i giudici riservano a altri due calunniatori: il neofascista Angelo Izzo e Benedetto Galati, l' ex fattore di Michele Greco, l' uomo sospettato di avere venduto ai carabinieri il papa (cioè di aver favorito la cattura del boss) per duecento milioni. Galati era un confidente dei carabinieri, in uno dei suoi numerosi colloqui con il capitano Pascali raccontò tante cose anche sull' omicidio di Mattarella. Prima accusò due mafiosi di avere partecipato con lui alla spedizione, poi disse di avere bruciato l' auto utilizzata per la fuga. Per i magistrati le sue dichiarazioni sono state giudicate fallaci: l' auto dei killer di Mattarella non fu mai bruciata, fu trovata in un vicolo subito dopo l' omicidio. LA LOGGIA P2. Le indagini hanno scoperto una miriade di legami tra i boss della mafia e i fratelli delle logge segrete. Collegamenti che portano alla strage di Bologna e all' attentato al treno 904, collegamenti che saranno esaminati nello stralcio dell' inchiesta. Ma qualcosa c' è già anche nelle 1687 pagine di questa requisitoria. C' è ad esempio la testimonianza di una donna, Nara Lazzerini, una signora che frequentava Licio Gelli. La donna ha raccontanto che tra gli amici del Venerabile, oltre l' europarlamentare Salvo Lima e il deputato Luigi Gioia, c' era anche il cardinale Salvatore Pappalardo. L' arcivescovo su questa presunta amicizia è stato ascoltato dai giudici e ha categoricamente smentito di avere mai conosciuto né a Palermo né altrove Licio Gelli o uomini della sua corte.