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Suppellettili liturgiche romano-orientali
(terza parte)


Il turibolo

E' un oggetto molto utilizzato. L'utilizzo di profumazioni era un costume molto diffuso e radicato nell'Impero romano. Non tardò molto a entrare anche nella liturgia cristiana. In tal modo, il turibolo, il cui scopo è quello di espandere del profumo, ha cominciato ad essere utilizzato piuttosto presto. Nei mosaici ravennati della basilica di san Vitale (VI sec.) se ne scorge uno sorretto da un chierico. Il turibolo usato nel cristianesimo orientale ha dimensioni molto più contenute rispetto a quello utilizzato in Occidente, dal momento che, a differenza di quest'ultimo, nell'incensazione viene tenuto con una sola mano. Alle catenelle sono saldati dodici sonagli il cui allegro suono vuole allegoricamente ricordare la predicazione evangelica dei dodici apostoli nel mondo. Le resine profumate da bruciare nel turibolo in Oriente non si limitano al semplice incenso, dal momento che l'incenso puro viene utilizzato solo nelle liturgie funebri. L'incenso è normalmente aromatizzato con profumazioni di fiori ed erbe. Tra i molti, esistono incensi alle rose, ai fiori di Cipro, al gelsomino, al cedro, al giglio, incensi con profumazioni dolci e incensi con profumazioni secche. Normalmente è scelta una buona qualità d'incenso e le modalità d'incensazione sono molto discrete. In tal modo, il profumo si espande senza disturbare alcuno. Così, nonostante il frequente uso del turibolo, non si creano le tossi secche e gli atteggiamenti infastiditi visibili nelle chiese occidentali quando i fedeli si spazientiscono solo a scorgere da lontano il fumo di un turibolo presso l'altare.
Il turibolo serve per profumare l'altare, i santi doni (il pane e il vino destinati a divenire Eucarestia), le icone, le persone e ogni oggetto. Il profumo ha il valore di un omaggio e non dev'essere mai disgiunto da un profonda considerazione e da un atteggiamento di rispetto verso chi viene profuso.

 

Lo zeon

Lo zeon è dell'acqua benedetta bollente conservata in un piccolo bricco chiamato anch'esso con lo stesso nome. Poco prima della comunione del sacerdote l'acqua viene versata nel calice assieme al vino precedentemente consacrato. Se, per la mentalità liturgica occidentale, questo gesto annacquerebbe il vino al punto da alterarne la sostanza e da pregiudicare la validità della consacrazione, in Oriente non si pensa così. Il vino con lo zeon (l'acqua bollente) è sangue caldo che dà la vita, è un segno intensamente simbolico. Il prete e i fedeli si comunicano, quindi, ad un'Eucarestia calda, il cui calore, come recita la preghiera di benedizione, è "fervore di fede, pieno di Santo Spirito".

 

Il dicerio e il tricerio

Sono dei particolari candelabri sui quali vengono fissate delle candele. Sono usati solo nella liturgia pontificale. Il vescovo li utilizza per benedire il popolo, mentre, con essi, il diacono e l'ipodiacono accompagnano il vescovo alla sua cattedra.
Al momento del Santo Dio (Aghios o Theos), il vescovo si affaccia dal santuario attraverso la porta centrale e, da lì, benedice per tre volte i presenti con il dicerio e il tricerio invocando l'aiuto di Dio.
Il dicerio e il tricerio vogliono significare l'umanità e la divinità di Cristo e la trinità divina. Implicano, quindi, la confessione nel Dio trino e unico e nel Cristo uomo-Dio. Sono stati sicuramente introdotti nella liturgia a seguito delle controversie trinitarie e cristologiche dei primi secoli cristiani.

Nella figura sottostante: vescovo benedicente con dicerio e tricerio.