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LA STRUTTURA DELLA CHIESA

 

| I canoni | L'episcopato | Chierici e laici | Il monachesimo |

I canoni

Oggi il criterio permanente di riferimento per la struttura della Chiesa, oltre agli scritti Neotestamentari, sono i canoni (regole e decreti) stabiliti nei primi sette Concili ecumenici; i canoni di alcuni Concili locali o provinciali, la cui autorità è stata riconosciuta da tutta la Chiesa; i cosiddetti canoni apostolici (alcune regole della Chiesa in Siria risaltenti al IV secolo) e i "canoni dei Padri", o parti estratte da eminenti ecclesiastici aventi un consistente rilievo canonico.
Una collezione di questi testi fu fatta nel nomocanone romano-bizantino, attribuito nella sua forma finale al patriarca San Fozio (IX sec.). La Chiesa romano-bizantina come le Chiese ortodosse moderne, ha adattato i principi generali di questa normativa alla sua particolare situazione, e le Chiese autocefale si governano secondo dei loro particolari statuti benché tutte accettino gli antichi canoni come comune riferimento canonico.
Gli stessi canoni non rappresentano un sistema fisso di leggi o un codice. Essi, piuttosto, danno un’ampia visione sulla Chiesa, sulla sua missione e i vari ministeri nelle quali si esprime; essi mostrano pure un’evoluzione della struttura ecclesiastica, ossia la progressiva centralizzazione nel quadro dell’impero romano cristiano. Per l’odierna Chiesa ortodossa, solo quando i canoni riflettono l’originale autocomprensione della Chiesa hanno un valore normativo. In tal modo quei canoni che riflettono la natura della Chiesa come Corpo di Cristo possiedono un’autorità indiscutibile; altri canoni, quando sono riconosciuti come il prodotto d’una particolare contingenza storica, possono essere soggetti a cambiamenti ad opera di un’autorità conciliare; altri ancora sono semplicemente caduti in disuso. L’utilizzo e l’interpretazione dei canoni è comunque possibile solo alla luce della comprensione della natura della Chiesa. Questa dimensione teologica è l’ultimo criterio attraverso il quale è possibile distinguere la sostanza permanente nei canoni dagli elementi contingenti e storici.

 

L'episcopato

La comprensione ortodossa della Chiesa è basata sul principio, attestato nei canoni e nell’antica tradizione cristiana, che ogni comunità cristiana locale, raccolta attorno al proprio vescovo mentre celebra l’Eucarestia, realizza localmente l’intero Corpo di Cristo. "Dov’è presente Cristo, è presente la Chiesa cattolica", scriveva Sant’Ignazio d’Antiochia attorno al 100. La teologia ortodossa moderna sottolinea che l’ufficio del vescovo è il più alto tra i ministeri sacramentali e che, comunque, non esiste un’autorità divinamente stabilita al di sopra del vescovo nella sua comunità o diocesi. Né le Chiese locali, né i loro vescovi, comunque, possono o devono vivere isolati gli uni dagli altri. La pienezza della vita ecclesiale, realizzata in ogni comunità locale è vista allo stesso modo in confronto ad altre Chiese locali presenti o passate. L’identità e la continuità è manifestata nell’atto dell’ordinazione dei vescovi, atto che richiede la presenza di diversi altri vescovi per poter costituire un’azione conciliare e testimoniare la continuità della successione e tradizione apostolica.
Il vescovo è primariamente custode della fede e, come tale, centro della vita sacramentale per la comunità. La Chiesa ortodossa conserva la dottrina della successione apostolica, ossia l’idea che il vescovo deve essere in diretta continuità con la linea iniziata dagli apostoli di Cristo. La tradizione ortodossa - com’è stata particolarmente espressa nella medioevale opposizione al papato romano - distingue l’ufficio di "Apostolo" da quello di vescovo. Il primo, infatti, non è che un testimone storico universale di Cristo e della sua Resurrezione mentre il vescovo è compreso nei termini d’una responsabilità sacramentale e pastorale nei riguardi d’una comunità o Chiesa locale. La continuità tra i due è una continuità nella fede, piuttosto che nella funzione. Questo concetto ortodosso sulla dottrina della successione apostolica è stato recentemente esposto in occasione dei frequenti incontri e consultazioni tra ecclesiastici ortodossi e anglicani. Gli ortodossi hanno sempre sottolineato l’unità della fede come requisito iniziale per riconoscere, dalla loro parte, la "validità" degli ordini anglicani.
Non può essere ordinato o esercitare il suo ministero alcun vescovo senza essere in unità con i suoi confratelli, cioè essere membro di un concilio episcopale, o un "sinodo". Dopo il Concilio di Nicea (325), i cui canoni sono ancora validi nella Chiesa ortodossa, ogni provincia dell’Impero romano ebbe il proprio sinodo di vescovi che agivano come un’unità totalmente indipendente per la consacrazione di nuovi vescovi e come tribunale ecclesiastico. Nella Chiesa ortodossa contemporanea queste funzioni sono compiute dal sinodo di ogni Chiesa autocefala. Nell’antica chiesa il vescovo della capitale d’una provincia agiva in qualità di presidente del sinodo ed era generalmente chiamato metropolita. Oggi questa funzione è adempiuta dal primate locale che alcune volte è patriarca (nelle Chiese autocefale di Costantinopoli, Alessandria, Antiochia, Gerusalemme, Russia, Georgia, Serbia, Romania, e Bulgaria), altre arcivescovo (Cipro, Grecia) o metropolita (Polonia, Repubbliche Ceca e Slovacca, America). I titoli di arcivescovo e metropolita sono evidentemente utilizzati come distinzioni onorifiche.
Generalmente, anche se non sempre, la giurisdizione d’ogni sinodo autocefalo coincide con i confini nazionali – le eccezioni sono numerose in Medio Oriente (ad esempio la giurisdizione di Costantinopoli sopra le isole greche, la giurisdizione di Antiochia sopra alcuni stati arabi, ecc.) – e riguardano anche le diocesi nazionali della diaspora ortodossa (ad esempio l’Europa occidentale, l’Australia, l’America) che frequentemente sono sotto l’autorità delle loro madri Chiese. Quest’ultima situazione porta ad un’anticanonica sovrapposizione di giurisdizioni ortodosse basate tutte su origini etniche. Parecchi fattori, dovuti a contingenze storiche medioevali, hanno contribuito a formare il moderno nazionalismo ecclesiastico nella Chiesa ortodossa. Questo ha determinato l’utilizzo della lingua vernacolare nella liturgia e la successiva identificazione della religione con la cultura nazionale. Alcune volte tale identificazione ha aiutato la Chiesa a sopravvivere ad avverse condizioni politiche, ma ha pure impedito l’espansione missionaria e l’acquisizione d’una specifica identità cristiana nei fedeli.

 

Chierici e laici

La forte sottolineatura della comunione ecclesiale e del culto, come principi-base della vita della Chiesa, ha impedito lo sviluppo del clericalismo. L’antica pratica cristiana d’avere il laicato come partecipante alle elezioni episcopali non è mai scomparsa in Oriente. Nei tempi moderni è stata ripristinata in diverse Chiese. Il Concilio di Mosca del 1917-18 la reintrodusse in Russia anche se gli eventi rivoluzionari ne impedirono il pieno funzionamento. I vescovi sono eletti da riunioni clerico-laicali in America e in altre parti del mondo ortodosso.
I chierici dei primi gradi dell’Ordine, i preti e i diaconi, sono generalmente uomini sposati. L’attuale legislazione canonica ammette l’ordinazione di uomini sposati al diaconato e al presbiterato, verifica che essi siano stati sposati solo una volta e che la loro moglie non sia stata vedova o divorziata. Queste disposizioni riflettono il principio generale di assoluta monogamia, che la Chiesa Ortodossa considera come strettamente normativo per i candidati al presbiterato. Diaconi e preti non possono sposarsi dopo la loro ordinazione. I vescovi, comunque, sono scelti tra i chierici non sposati o tra i preti rimasti vedovi. L’episcopato non sposato fu definito così a partire dal VI secolo quando i monaci rappresentavano l’elite del clero. L’attuale decremento del numero dei monaci nella Chiesa Ortodossa ha creato seri problemi in alcune Chiese nelle quali è difficile trovare nuovi candidati all’episcopato.
Oltre ad essere ammessi, in alcune zone, alla partecipazione attiva all’elezione episcopale, i laici ortodossi hanno spesso incarichi nell’amministrazione della Chiesa e nell’educazione teologica. In Grecia la maggioranza dei teologi d’un certo livello sono laici. Il laico preparato riceve la benedizione episcopale per poter predicare in chiesa.

 

Il monachesimo

La tradizione del monachesimo orientale risale al III-IV secolo dell'era cristiana. Ai suoi inizi era essenzialmente un movimento contemplativo che cercava l'esperienza di Dio in una vita di continua preghiera. Il carattere contemplativo è rimasto la caratteristica essenziale del monachesimo in tutti i tempi. Il cristianesimo orientale non ha mai conosciuto la presenza di ordini religiosi il cui fine fosse missionario o educativo, organizzati con precisione per diffondersi universalmente, come nel caso del Cristianesimo occidentale. La stessa divisione tra vita attiva e vita contemplativa non esiste in Oriente, dal momento che si ritiene che il contemplativo non dissoci da se stesso l'azione ma, anzi, sappia dirigerla con più saggezza e prudenza. Negli stessi primi secoli cristiani ciò non esisteva al punto che i monaci erano anche missionari.
Il fatto che la preghiera abbia una funzione centrale e principale nel monachesimo, non significa che quest’ultimo abbia un carattere singolo e uniforme. Il monachesimo eremitico (solitario), favorisce la pratica personale e individuale della preghiera e dell'ascetismo, ed è spesso più impegnato rispetto alla vita "cenobitica" (comune) nella quale la preghiera è principalmente quella comune e liturgica. Le due forme di monachesimo sono nate in Egitto e sono coesistite nell'impero romano-bizantino, in tutta l'Europa orientale diffondendosi pure in Occidente: il monachesimo irlandese aveva radici egiziane e San Cassiano, che scrisse le regole monastiche per i monaci occidentali, fu discepolo di San Giovanni Crisostomo!
A Costantinopoli il grande monastero Studion divenne modello per numerose comunità cenobitiche. (vedi nella sezione di Storia: La Chiesa nell'Impero costantinopolitano). È comunque nel quadro eremitico o nella tradizione esicasta (= della quiete spirituale) che si sono elevati i più noti mistici romano-bizantini: San Simeone il Nuovo Teologo, San Gregorio Palamas, ecc. Una delle maggiori caratteristiche della tradizione esicasta è la pratica della "preghiera di Gesù" o della continua invocazione del nome di Gesù, alcune volte in rapporto ritmico con il respiro. Questa pratica si è diffusa largamente anche nella Russia medioevale e moderna e non è semplicemente ristretta ai circoli monastici, dal momento che, pure in Grecia, viene praticata da laici.
Le tradizioni cenobitiche costantinopolitane sono state importate nelle terre slave. Nella Russia del nord hanno estesamente lavorato molti monaci come missionari e pionieri d’una nuova civiltà.
Nell'impero romano-bizantino, come in altre aree del mondo cristiano-ortodosso, i monaci furono spesso gli unici ad avere un'alta integrità morale e spirituale. In tal modo essi avevano il rispetto del popolo e la stima degli intellettuali. I famosi staretz russi del XIX secolo divennero padri spirituali di Dostoyevsky, Gogol, e Tolstoy e ispirarono molti filosofi religiosi nella ricerca d'una non illusoria esperienza religiosa.
Oggi il più famoso centro del monachesimo ortodosso è il Monte Athos (Grecia), nella cui regione vivono più di mille monaci di diversa nazionalità raggruppati di molte comunità. Tale regione è una repubblica monastica.