
Giovanni S. Romanidis
IL PECCATO ORIGINALE
SECONDO SAN PAOLO
La traduzione è tratta da:
St. Vladimir's Seminary Quaterly,
vol. IV, nn. 1-2, 1955-1956.
Indice
Riguardo la dottrina del peccato originale comè contenuta nellAntico Testamento e chiarita dallunica Rivelazione di Cristo nel Nuovo Testamento, nel cristianesimo occidentale, specialmente in quello fondato sullo sviluppo dei presupposti scolastici, continua a regnare una grande confusione che, negli ultimi secoli, sembra aver guadagnato molto terreno nelle problematiche teologiche dell Oriente ortodosso. In alcune scuole questo problema è stato rivestito di unaurea di mistificante vaghezza a tal punto che perfino alcuni teologi ortodossi sembrano accettare la dottrina sul peccato originale vedendola semplicemente come un grande e profondo mistero di fede (cfr. Androutsos, Dogmatike, pp. 161-162). Questatteggiamento è divenuto certamente paradossale, particolarmente da quando tali cristiani, che non possono definire il nemico dellumanità [il Demonio], sono gli stessi che affermano illogicamente che in Cristo esiste la remissione di questo misterioso peccato originale. E sicuramente un opinione molto distante rispetto alla certezza con la quale san Paolo ha affermato che noi "non ignoriamo i pensieri" (noemata) del Demonio (1).
Se si mantiene vigorosamente e con fermezza che Gesù Cristo è lunico Salvatore ad aver portato la salvezza in un mondo bisognoso dessere salvato, si deve evidentemente sapere che è la natura del bisogno ad aver procurato tale salvezza (2). Sarebbe davvero sciocco esercitare dottori e infermieri a guarire malattie se nel mondo non esistesse alcuna malattia. Analogamente un salvatore che proclama di salvare delle persone che non hanno alcun bisogno di salvezza, è un salvatore soltanto per se stesso.
Indubbiamente una delle cause più importanti delleresia sta nel fallimento a capire lesatta natura della situazione umana descritta nellAntico e nel Nuovo Testamento per la quale gli eventi storici della nascita, degli insegnamenti, della morte e risurrezione e della seconda venuta di Cristo, rappresentano lunico rimedio. Il fallimento di tale comprensione implica automaticamente la distorta comprensione di quanto Cristo ha fatto e continua a fare per noi e della nostra conseguente relazione con Lui allinterno del Regno di salvezza. Limportanza duna definizione corretta sul peccato originale e sulle sue conseguenze non può mai essere esagerata. Qualsiasi tentativo di minimizzarla o di alterare il suo significato comporta automaticamente un indebolimento e, parimenti, un completo malinteso sulla natura della Chiesa, dei sacramenti e del destino umano.
In ogni indagine che voglia approfondire il pensiero di san Paolo e degli altri agiografi apostolici può esserci la tentazione desaminare i loro scritti con definiti presupposti, benché molto spesso inconsci, contrari alle testimonianze bibliche. Se ci si accosta alla testimonianza biblica, allopera di Cristo e alla vita della comunità primitiva con predeterminate nozioni metafisiche riguardo alla struttura morale di quello che i più definiscono "mondo naturale" e, di conseguenza, con idee fisse riguardo al destino umano e alle necessità dellindividuo e dellumanità in genere, dalla vita e dalla fede della Chiesa antica, si coglieranno indubbiamente solo gli aspetti che si adattano bene al proprio quadro di riferimento. Allora, se si desidera mantenere costantemente autentica la propria interpretazione delle Sacre Scritture, si dovrà necessariamente procedere a spiegare esaurientemente ogni elemento estraneo ai concetti biblici e, quindi, secondario e superficiale, intendendolo semplicemente come il prodotto dalcuni malintesi sulla dottrina di certi Apostoli, dun gruppo di Padri, o di tutta la Chiesa primitiva in genere.
Un approccio appropriato allinsegnamento neotestamentario di san Paolo riguardo il peccato originale non può essere trattato in modo fazioso. E incorretto, per esempio, sottolineare eccessivamente la frase di Romani 5, 12 "eph'ho pantes hemarton" per provare che esiste un certo sistema di pensiero riguardo alla legge morale e alla colpa senza prima stabilire il peso delle convinzioni di san Paolo riguardo ai poteri di Satana e alla vera situazione, non solo delluomo, ma di tutta la creazione. Sbaglia pure chi tratta il problema della remissione del peccato originale inserendo il pensiero di san Paolo in una struttura antropologica dualistica ignorando, al contempo, i fondamenti ebraici dellantropologia paolina. Similmente, un tentativo dinterpretare la dottrina biblica della caduta nei termini duna filosofia edonistica sulla felicità è già condannata al fallimento per il suo rifiuto di riconoscere non solo lanormalità ma, cosa più importante, le conseguenze della morte e della corruzione.
Un approccio corretto alla dottrina paolina sul peccato originale deve prendere in considerazione la comprensione di san Paolo:
1) sullo stato decaduto della creazione, inclusi i poteri di Satana, la morte e la corruzione;
2) sulla giustizia di Dio e la legge e, infine,
3) sullantropologia e il destino delluomo e della creazione.
Con ciò non si vuole suggerire che nel presente studio ciascun tema sarà trattato dettagliatamente. Tali temi, piuttosto, saranno affrontati solo alla luce del problema principale del peccato originale e della sua trasmissione secondo san Paolo.
San Paolo afferma energicamente che tutte le cose create da Dio sono buone (3). Allo stesso tempo, insiste sul fatto che non solo luomo (4) ma pure tutta la creazione è decaduta (5). Sia luomo che la creazione attendono la redenzione finale (6). Così, nonostante il fatto che tutte le cose create da Dio siano buone, il Diavolo diviene temporaneamente (7) "dio di questo secolo" (8). Un basilare presupposto di san Paolo è che, sebbene il mondo è stato creato da Dio come una realtà buona, esso si trova ancora sotto il potere di Satana. Il Demonio, comunque, non ha alcun ruolo assoluto poiché Dio non ha abbandonato la Sua creazione (9).
Secondo san Paolo, la creazione non è quanto Dio intendeva fosse "poiché la creatura è soggetta alla vanità non per volontà propria ma per causa di chi lha assoggettata" (10) Perciò la cattiveria può esistere, almeno temporaneamente, come un elemento parassita a fianco o allinterno di quanto Dio ha creato originalmente come buono. Un ottimo esempio di ciò è colui che vorrebbe fare il bene secondo l"uomo interiore" ma ne è impossibilitato per linsito potere del peccato nella carne (11). Benché la realtà creata sia buona e venga ancora mantenuta e governata da Dio, la creazione per se stessa è lontana dalla normalità o dalla naturalità se, per "normale", intendiamo la natura secondo loriginale e finale destino della creazione. Colui che governa questo mondo, contrariamente al fatto che Dio sostiene ancora la creazione e conserva per se un resto di essa (12), è il Demonio (13).
Cercare di rinvenire in san Paolo una certa filosofia naturale con un universo equilibrato da fisse e inerenti leggi ragionevoli secondo le quali luomo può vivere serenamente ed essere felice, significa fare violenza alla fede dellapostolo. Per san Paolo non esiste alcun mondo naturale con un sistema inerente di leggi morali, poiché tutta la creazione è stata sottoposta alla vanità e al cattivo dominio di Satana subendo il potere della morte e della corruzione (14). Per questa ragione tutti gli uomini sono divenuti peccatori (15). Non esiste alcun uomo che non sia peccatore semplicemente perché vive secondo la legge della ragione o la norma mosaica (16). La possibilità di vivere secondo la legge universale implica pure la possibilità dessere senza peccato. Tuttavia, per san Paolo, questo è un mito poiché Satana non rispetta le leggi della ragione che fanno vivere rettamente (17) e ha sotto la sua influenza tutti gli uomini che nascono sotto il potere della morte e della corruzione (18).
Che sia creduto o meno, il presente, reale ed attivo potere di Satana dovrebbe provocare il teologo biblista. Egli non può ignorare limportanza attribuita da san Paolo al potere demoniaco. Facendo diversamente non si comprende per nulla il problema del peccato originale e della sua trasmissione e si finisce pure per equivocare il pensiero degli scrittori del Nuovo Testamento e la fede di tutta la Chiesa antica. Riguardo al potere di Satana per opera del quale viene introdotto il peccato nella vita dogni uomo, santAgostino, per combattere il pelagianesimo, ha chiaramente mal interpretato san Paolo. Il potere di Satana, la morte e la corruzione dallo sfondo teologico doverano posti sono stati collocati in primo piano per rispondere alla controversia sul problema della colpa personale nella trasmissione del peccato originale. In tal modo, sanAgostino ha introdotto un falso approccio filosofico-moralistico che è estraneo al pensiero di san Paolo (19) e che non è stato accettato dalla tradizione patristica orientale (20).
Per san Paolo Satana non è semplicemente un potere negativo nelluniverso. E una realtà personale con volontà (21), pensieri (22) e metodi falsi (23), contro il quale i cristiani devono intraprendere unintensa battaglia (24) poiché possono essere ancora tentati da lui (25). Egli è dinamicamente attivo (26) e combatte per la distruzione della creazione senza attendere con semplice passività in uno spazio circoscritto per accogliere coloro che decidono razionalmente di non seguire Dio e le leggi morali inerenti ad un universo naturale. Satana è pure capace trasformare se stesso in angelo di luce (27). Ha a sua disposizione miracolosi poteri di perversione (28) e ha per collaboratori eserciti di poteri invisibili (29). Egli è "il bene di questo secolo" (30), colui che ha ingannato la prima donna (31). E lui che ha condotto luomo (32) e tutta la creazione nel sentiero della morte e della corruzione (33).
Il potere della morte e della corruzione, secondo Paolo, non è negativo ma, al contrario, positivamente attivo. "Il pungiglione della morte è il peccato" (34) che, a sua volta, fa regnare la morte (35). Non solo luomo ma tutta la creazione è stata assoggettata alla tirannia del suo potere (36) e ora attende la redenzione. Perciò la creazione stessa sarà consegnata dalla schiavitù della corruzione (37). Assieme con la distruzione finale di tutti i nemici di Dio, la morte lultima e probabilmente la maggior nemica sarà distrutta (38). Allora la morte sarà inghiottita dalla vittoria (39). Per san Paolo la distruzione della morte è parallela alla distruzione del Demonio e delle sue forze. La salvezza dalla prima significa la salvezza dagli altri (40).
E ovvio che le espressioni paoline riguardanti la creazione decaduta, Satana e la morte non offrono alcuno spazio a qualsiasi tipo di dualismo metafisico o a qualsiasi divisione mentale con la quale si farebbe di questo mondo un dominio intermedio quasi esso fosse, per luomo, una pietra di guado tra la presenza di Dio e il regno di Satana. Lidea di tre piani nella storia in cui Dio con i suoi seguaci e gli angeli occuperebbero quello superiore, il Demonio la base e luomo nella sua carne il piano intermedio, non trova alcun posto nella teologia paolina. Per Paolo tutte le tre realtà si compenetrano. Non esiste alcun mondo intermedio e neutro dove luomo possa vivere secondo la legge naturale ed essere giudicato per ricevere la felicità alla presenza di Dio o per meritare il tormento in abissi tenebrosi. Al contrario, tutta la creazione è dominio di Dio ed Egli non può essere contaminato dal male. Tuttavia, nel suo dominio esistono altre volontà che Egli ha creato le quali possono scegliere sia il Regno di Dio sia il regno della morte e della distruzione.
Contrariamente al fatto che la creazione di Dio è essenzialmente buona, il Demonio ha contemporaneamente e parassitariamente trasformato questa stessa creazione in un temporaneo regno per se stesso (41). Il Demonio, la morte e il peccato stanno regnando in questo mondo, non in un altro. Il regno delle tenebre e quello della luce si stanno facendo guerra nel medesimo luogo. Per questa sola ragione lunica vittoria possibile sul Diavolo è la risurrezione dalla morte (42). Non esiste alcuna fuga dal campo di battaglia. Lunica scelta possibile per ogni uomo è combattere attivamente il Demonio condividendo la vittoria di Cristo, o accettare le falsità del Diavolo volendo credere che tutto va bene ed è tutto normale (43).
La giustizia di Dio e la Legge
Secondo quantè stato detto, per san Paolo la creazione decaduta ha una natura non duplice. Ne consegue che non esiste alcun sistema morale di leggi inerenti ad un universo normale e naturale. Perciò quello che luomo accetta come giusto e buono, partendo dalle sue osservazioni sulle relazioni umane nella società e nella natura, non può essere confuso con la giustizia di Dio. La giustizia di Dio è stata rivelata unicamente e pienamente solo in Cristo (44). Nessun uomo ha il diritto di sostituire la propria concezione della giustizia a quella divina (45).
La giustizia di Dio, comè rivelata in Cristo, non opera secondo unobiettiva regola di condotta (46) ma, piuttosto, secondo le relazioni personali di fede e damore (47). "La legge non è fatta per il giusto ma per gli ingiusti e i disobbedienti, per gli empi e i peccatori..." (48). La legge non è un male ma un beneficio (49) pure spirituale (50). Tuttavia non è abbastanza perché possiede una natura temporanea e pedagogica (51). Essa devessere adempiuta in Cristo (52) e superata con un amore personale secondo limmagine dellamore di Dio rivelato in Cristo stesso (53). La fede e lamore in Cristo devono essere personali. Per questa ragione la fede senza lamore è vuota. "Se avessi tutta la fede, sì da trasportare le montagne, e poi mancassi damore non sarei nulla" (54). Similmente gli atti di fede privi damore non sono dalcun profitto. "Se pure disperdessi, a favore dei poveri, quanto possiedo e dessi il mio corpo per essere arso, ma non avessi lamore, non ne avrei alcun giovamento" (55).
Non esiste possibilità di vita, seguendo delle regole oggettive. Se, seguendo la legge, vi fosse stata qualche possibilità non ci sarebbe stato bisogno della redenzione in Cristo. "La rettitudine sarebbe stata data nella legge" (56) "Se fosse stata data una legge che avesse il potere di vivificare" (57). allora non sarebbe stata data ad Abramo la promessa della salvezza ma direttamente la salvezza stessa (58). La vita non esiste dove sussiste la legge. La vita è, piuttosto, lessenza di Dio "lunico che possiede limmortalità" (59). Perciò solo Dio può dare vita e lo fa liberamente secondo la propria volontà (60), alla sua maniera e al tempo che sceglie come più opportuno (61).
Daltra parte, è un grave errore attribuire alla giustizia di Dio la responsabilità della morte e della corruzione. In nessun luogo Paolo attribuisce a Dio linizio di questi eventi. Al contrario, la natura è stata sottoposta alla vanità e alla corruzione dal Diavolo (62) che, attraverso il peccato e la morte del primo uomo, si è inserito parassitariamente nella creazione della quale faceva già parte anche se, ancora, non ne era il tiranno. Per Paolo la trasgressione del primo uomo ha aperto la via allingresso della morte nel mondo (63); tuttavia questa nemica (64) non è certamente il frutto perfetto di Dio. Né può la morte di Adamo, o quella di ciascun uomo, essere considerata la conseguenza duna decisione punitiva da parte di Dio (65). San Paolo non suggerisce mai una simile idea!
Per giungere ai presupposti basilari del pensiero biblico è necessario abbandonare ogni schema giuridico di giustizia umana con il quale si attribuisce la punizione o la ricompensa secondo le oggettive regole della moralità. Avvicinandosi al problema del peccato originale con uno schema così ingenuo si dovrà credere che ogni lettore attribuisca ad una penalità comune unoffesa comune ragion per cui tutti condividono la colpa di Adamo (66). Questo, però, significa ignorare la vera natura della giustizia divina e negare il potere reale del Diavolo.
Le relazioni che esistono tra Dio, luomo e il Diavolo non seguono leggi e regolamenti ma si accordano alla libertà personale. Il fatto che esistano leggi che proibiscono luccisione non determina limpossibilità che tale evento non possa accadere una volta e neppure centinaia di migliaia di volte. Se luomo può trascurare losservanza di regole e disposizioni di buona condotta, sicuramente non ci si può attendere dal Diavolo losservanza di tali regole, visto che questultimo può aiutare luomo a prescinderne. La versione paolina del Demonio non coincide certo con quella di chi rispetta semplicemente delle leggi naturali ed esegue la volontà di Dio per sottrarsi alla punizione delle anime in inferno. Ben al contrario, il Demonio combatte Dio attivamente attraverso metodi in cui impiega la maggior falsità possibile cercando di distruggere le opere di Dio con tutta lastuzia e il potere in suo possesso (67). Così la salvezza per luomo e la creazione non può venire da un semplice atto di perdono su qualche giuridica imputazione di peccato, né può provenire dal pagamento di qualche soddisfazione al Diavolo (Origene) o a Dio (Roma). La salvezza può provenire solo dalla distruzione del Demonio e del suo potere (68).
Secondo san Paolo, è Dio stesso che ha distrutto "i principati e le potenze" inchiodando gli scritti dei decreti che erano contro di noi sulla croce di Cristo (69) "poiché è stato Dio che in Cristo ha riconciliato a se gli uomini non imputando loro le mancanze commesse" (70). Benché fossimo peccatori, Dio non sè rivolto contro di noi, ma ha proclamato la sua giustizia a coloro che credono in Cristo (71). La giustizia di Dio non è accordata a quegli uomini che producono opere dalla legge (72). Per san Paolo la giustizia e lamore di Dio non sono separati dallinosservanza di qualche dottrina giuridica despiazione. La giustizia di Dio e lamore di Dio, come sono stati rivelati in Cristo, sono la stessa cosa. Così, nella lettera ai Romani (3, 21-26) lespressione "amore di Dio" potrebbe essere molto facilmente sostituita da "giustizia di Dio".
E interessante notare che ogni volta in cui san Paolo parla della collera di Dio si riferisce sempre a quella che è rivelata a coloro che sono divenuti disperatamente schiavi, per loro propria scelta, alla carne e al Diavolo (73). Benché la creazione sia tenuta prigioniera nella corruzione, coloro che vivono senza la legge, adorando e vivendo erroneamente, sono senza scusa poiché "le invisibili perfezioni di Lui [Dio] fin dalla creazione del mondo, comprendendosi dalle cose fatte, si rendono visibili, quali la sua eterna potenza e la sua divinità" (74); "perciò Dio li abbandonò nelle concupiscenze dei loro cuori lasciando chessi disonorassero sconciamente i loro corpi a vicenda..." (75). E ancora: "Dio li abbandonò a sentimenti reprobi" (76). Tutto ciò non significa che Dio ha fatto divenire questi uomini quel che essi sono, quanto piuttosto che li ha abbandonati nello smarrimento totale della corruzione e del potere del Diavolo. Bisogna interpretare così anche altri simili passi (77).
Labbandono di Dio di un popolo già indurito nel proprio cuore contro le opere divine non è ristretto ai gentili ma riguarda pure i giudei (78). "Poiché, davanti a Dio, non sono giusti coloro che sentono parlare della legge ma saranno salvati solo quelli che la praticheranno" (79). "Coloro che hanno peccato nella legge saranno giudicati dalla legge" (80). I gentili, comunque, pur non essendo sotto la legge mosaica non sono scusati dalla responsabilità del peccato personale poiché essi "non avendo la legge sono legge a se stessi; essi mostrano lopera della legge scritta nei loro cuori e ciò lo attesta pure la loro coscienza e i loro pensieri per cui vicendevolmente ora saccusano, ora si difendono" (81). Allultimo giudizio tutti gli uomini, sotto la legge o meno, udenti o meno, saranno giudicati da Cristo secondo il vangelo predicato da Paolo (82) e non secondo un sistema di leggi naturali. Pure attraverso le invisibili realtà divine "le invisibili perfezioni di Lui [Dio] fin dalla creazione del mondo, comprendendosi dalle cose fatte, si rendono visibili, quali la sua eterna potenza e la sua divinità" non esiste alcuna cosa simile ad un corpo di leggi morali inerenti nelluniverso. I gentili che "non hanno la legge" ma che "fanno per natura le cose contenute nella legge" non rispettano un sistema naturale di leggi universali. Essi, piuttosto, "mostrano lopera della legge scritta nei loro cuori e ciò lo attesta pure la loro coscienza". Anche qui si può vedere la concezione paolina delle relazioni personali tra Dio e luomo. "Dio stesso le ha manifestate in loro" (83) ed è Dio che sta ancora parlando alluomo decaduto al di fuori della legge, attraverso la sua coscienza e nel suo cuore il quale, per Paolo, è il centro dei pensieri umani (84) e, nei membri del corpo di Cristo (85), il luogo in cui abita lo stesso Cristo e lo Spirito Santo (86).
Il destino delluomo e lantropologia
Prima diniziare il tentativo di determinare il significato del peccato originale, come già precedentemente precisato, è necessario osservare la concezione di Paolo sul destino delluomo e la sua antropologia.
Sarebbe un controsenso cercare di leggere nella teologia di Paolo una concezione del destino umano che accoglie come normalità le aspirazioni e i desideri di quello che qualcuno chiamerebbe l"uomo naturale". Per luomo naturale è normale cercare la sicurezza e la felicità nellacquisizione e nel possesso di beni oggettivi. I teologi scolastici occidentali hanno spesso utilizzato queste tendenze delluomo naturale come prova che, alla fine, luomo cerca istintivamente lAssoluto, possedendo il quale raggiunge lunico stato in cui è possibile una completa felicità visto che in tale stato è impossibile desiderare qualcosa di più e non esiste nulla di meglio. Questo tipo dapproccio edonistico sul destino umano è ovviamente possibile solo per coloro che ritengono la morte e la corruzione una realtà normale o, al più, la conseguenza duna decisione punitiva di Dio. In tal maniera costoro accettano che Dio sia la principale causa della morte finendo per attribuirgli realmente il peccato e i poteri della corruzione. Dio stesso diverrebbe sorgente del peccato e del male.
Per san Paolo non esiste alcuna realtà come normale in coloro che non sono posti in Cristo. Il destino delluomo e della creazione non può essere dedotto da osservazioni sulla vita delluomo e della creazione decaduta. In nessun passo Paolo incoraggia il cristiano a vivere una vita di sicurezza e di felicità secondo lo stile di questo mondo. Al contrario chiama il cristiano a morire a questo mondo e al corpo del peccato (87) e, pure, a soffrire per il vangelo secondo la forza di Dio (88). Paolo asserisce che "quanti vorranno vivere piamente in Cristo saranno perseguitati" (89). E certamente un linguaggio forte per chi cerca sicurezza e felicità (90). Non è possibile supporre che, per Paolo, le sofferenze senza amore siano considerate dei mezzi per raggiungere il proprio destino. Tale prospettiva sarebbe quella di chi punta al pagamento del proprio lavoro e non di chi ha relazioni personali di fede e damore (91).
San Paolo non crede che il destino umano consista semplicemente nel conformarsi a delle norme e delle regole naturali che rimangono apparentemente immutate dall inizio del tempo. La relazione tra la volontà divina e quella umana non comporta né una sottomissione giuridica né una sottomissione edonistica (come insegnano sant Agostino e i teologi scolastici) ma piuttosto una relazione damore personale. San Paolo asserisce che "siamo collaboratori di Dio" (92). La nostra relazione damore con Dio è tale che, in Cristo, non esiste alcun bisogno della legge. "Se vi lasciate condurre dallo Spirito non siete più sotto la legge" (93). I membri del corpo di Cristo non sono chiamati ad un livello di vita nel quale si eseguono impersonali ordinanze. Viene loro richiesto di vivere secondo lamore di Cristo rivelato in Cristo stesso con il quale non cè bisogno di legge alcuna poiché, tale amore, non cerca il proprio tornaconto (94) ma vuole donarsi ad immagine dellamore divino (95).
Lamore e la giustizia di Dio sono state rivelate una volta per tutte in Cristo (96) attraverso la distruzione del Demonio (97) e la liberazione delluomo dal corpo di morte e di peccato (98) in modo tale che luomo può ora divenire imitatore dello stesso Dio (99) il quale ci ha predestinati a divenire "conformi allimmagine del proprio Figlio" (100) che in nulla cercò di piacere a se stesso ma soffrì per gli altri (101). Cristo morì in modo che coloro che continuavano a vivere non vivessero per loro stessi (102), ma divenissero uomini perfetti, "nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo" (103). I cristiani non vivono più secondo i riferimenti di questo mondo (104), pur vivendo in questo mondo, ma hanno assunto la stessa mentalità di Cristo (105) cosicché in Cristo essi possono divenire perfetti (106). Luomo non ama più sua moglie seguendo i modelli di questo mondo ma deve amare sua moglie esattamente "come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei" (107). Il destino delluomo non è la felicità e lautosoddisfacimento (108) quanto piuttosto la perfezione in Cristo. Luomo deve divenire perfetto come sono perfetti Dio (109) e Cristo (110). Simile perfezione può essere assunta solo attraverso il personalistico potere dellamore divino ed altruistico (111), "che è vincolo della perfezione" (112). Questamore non devessere confuso con quello delluomo decaduto che cerca il proprio tornaconto (113). Lamore in Cristo non cerca il proprio interesse ma quello degli altri (114).
Divenire perfetti ad immagine di Cristo non si restringe al regno damore ma è inseparabile parte e forma la salvezza di tutto luomo come della creazione. Il corpo umile delluomo sarà trasformato per divenire "conforme" al "corpo glorioso" (115) di Cristo. Luomo è destinato a divenire, come Cristo, perfetto pure nel corpo. "Colui che risuscitò Gesù Cristo dai morti, farà rivivere anche i vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che risiede in voi" (116).
San Paolo afferma che la morte è il nemico (117) venuto nel mondo e riguarda tutti gli uomini a causa del peccato dun solo uomo (118). La sottomissione alla corruzione non riguarda solo lumanità ma tutta la creazione (119). Tale realtà, sotto il potere del Diavolo e della morte, è stata evidentemente provvisoriamente frustrata rispetto al suo originale destino. Nelle asserzioni paoline relative al primo e al secondo Adamo è erroneo rinvenire lidea che Adamo sarebbe morto anche se non avesse peccato. Questo, semplicemente perché il primo Adamo fu fatto (eis psychen zosan), espressione che nelluso paolino e nel suo contesto significa chiaramente immortale (120). Adamo avrebbe potuto essere stato creato naturalmente mortale, ma se egli non avesse peccato non sussisterebbe ragione di credere che non sarebbe divenuto immortale per natura (121). Ciò ha implicato certamente gli straordinari poteri che san Paolo attribuisce alla morte e alla corruzione.
Come abbiamo già detto, la legge, per san Paolo, non è solo buona (122) ma pure spirituale (123). Ciò è noto all"uomo interiore" (124). Tuttavia luomo anche se possiede la volontà per fare il bene secondo la legge, non può trovare la forza (125) perché è "carnale e soggetto al peccato" (126). Se egli stesso, secondo "luomo interiore", vuole fare il bene e non può, non è molto distante da chi fa il male e ha il peccato dimorante in sé (127). Così san Paolo si domanda: "Disgraziato che sono! Chi mi libererà da questo corpo di morte?" (128). Essere liberati da questo "corpo di morte" significa essere salvati dal potere del peccato dimorante nella carne. Così "la legge dello spirito di vita in Gesù Cristo mi ha liberato dalla legge del peccato e della morte" (129).
E fuorviante cercare dinterpretare questa frase paolina (130) secondo unantropologia dualistica che riferirebbe il termine sarkikos solo agli appetiti più bassi del corpo e specialmente ai desideri sessuali ad esclusione dellanima. Il termine sarkikos non viene utilizzato da san Paolo in tal senso. Altrove san Paolo ricorda alle persone sposate che essi non hanno autorità sui loro corpi e così non si devono privare gli uni agli altri, "salvo che, acconsentendo, per una volta diate voi stessi al digiuno e alla preghiera. Poi, però, siate come prima perché Satana non vi tenti a causa della vostra incontinenza" (131). Ai corinti dichiara chessi sono una lettera non scritta con inchiostro "ma con lo spirito del Dio vivente, non in tavole di pietra ma nelle tavole di carne del cuore en plaxi kardias sarkinais" (132). Cristo fu conosciuto secondo la carne (133) e "Dio fu manifestato nella carne" (134) San Paolo si chiede se, dopo aver piantato realtà spirituali tra i corinti, sia una grande cosa cogliere le sarkika (realtà materiali) (135). In nessuna parte Paolo usa laggettivo sarkikos per riferirsi esclusivamente alla sessualità o a quello che comunemente viene definito come desideri della carne contrari a quelli dellanima.
Sembra che san Paolo attribuisca un potere positivo di peccato alla sarx come tale solo nellepistola ai galati i quali, avendo iniziato nello Spirito, pensano dessere divenuti perfetti nella carne (136). Qui la sarx ha una volontà di desiderio contro il pneuma (137). "Le opere della carne sono manifeste e sono le seguenti: fornicazione, impurità, dissolutezza, lussuria, idolatria, venefizi, inimicizie, discordie, gelosie, risentimenti, contese, divisioni, sette, invidie, omicidi, ubriachezze, gozzoviglie e altre simili cose" (138). Molte di queste opere della carne (sarkos) hanno una partecipazione, e spesso uniniziativa, molto attiva dell intelletto, indicazione che in questo passo la sarx, per Paolo, è molto di più di quanto ammetterebbe una qualsiasi antropologia dualistica. In ogni evenienza, la carne come tale vista come una forza positiva di peccato basandosi sulla sopravvalutazione della lettera dove Paolo si infuria contro la leggerezza dei galati (139), non può essere isolata da altri riferimenti in cui il peccato dimora parassitariamente nella carne (140) e dove la carne stessa non solo non è cattiva (141) ma è quella realtà nella quale si è manifestato lo stesso Dio (142). La carne in quanto tale non è cattiva ma si è molto indebolita a causa del peccato e dellinimicizia dimoranti in essa (143).
Per comprendere lantropologia paolina non bisogna riferirsi allantropologia dualistica dei greci i quali hanno fatto una chiara distinzione tra lanima e il corpo quanto, piuttosto, allantropologia ebraica nella quale sarx e psyche (la carne e lanima) denotano entrambe lintera persona vivente e non soltanto una parte di essa (144). Così nellAntico Testamento lespressione pasa sarx (ogni carne) viene impiegata per indicare tutte le realtà viventi (145) tra le quali, a maggior ragione e particolarmente, luomo (146). Lespressione pasa psyche (ogni anima), viene utilizzata nella stessa maniera (147). Nel Nuovo Testamento entrambe le espressioni pasa sarx (148) e pasa psyche (149) vengono usate in perfetto accordo con il contesto vetero testamentario.
Vediamo dunque, che per san Paolo, essere sarkikos (150) e psychikos (151) significa esattamente la medesima cosa. "La carne e il sangue (sarx kai haima) non possono ereditare il regno di Dio" (152) poiché la corruzione non può ereditare lincorruzione (153). Per tale ragione un soma psychikon è "seminato nella corruzione ma risuscitato nellincorruzione; seminato nel disonore ma risuscitato nella gloria (154); seminato nella fragilità ma risuscitato nella forza". "Viene seminato un soma psychikon e viene risorto un soma pneumatikon. Esiste un soma psychikon ed esiste un soma pneumatikon!" (155) Sia il sarkikon che lo psychikon sono dominati dalla morte e dalla corruzione e così non possono ereditare il regno di vita. Questo può riguardare solo il pneumatikon. "Non è precedente il pneumatikon. (l elemento spirituale) bensì lo psychikon (quello animale). Il primo uomo, tratto dalla terra, è terrestre, il secondo uomo, tratto dal cielo, è celeste" (156). Questo primo uomo diviene eis psychen zosan (unanima vivente). Per Paolo ciò significa esattamente che diviene psychikon, e quindi soggetto alla corruzione (157) poiché "tratto dalla terra è terrestre..." (158). Tali espressioni non ammettono alcuna antropologia dualistica. Un soma psychikon "tratto dalla terra, terrestre o una psyche zosa "tratta dalla terra, terrestre" condurrebbero ad una grande confusione se li si collocasse in un contesto dove esiste un dualismo che pone una distinzione tra lanima e il corpo, tra il basso e lalto, tra il materiale e il puramente spirituale. Daltronde cosa dovrebbe essere una psyche zosa visto che proviene dalla terra ed è terrestre? Parlando della morte un dualista non potrebbe mai ammettere che un soma psychikon è seminato nella corruzione. Affermerebbe, semmai, che lanima lascia il corpo il quale è lunico ad essere seminato nella corruzione.
Né la psyche né il pneuma sono la parte intellettuale delluomo. Non abbiamo alcuna prova di ciò né citando I Cor 2, 11 (tis gar oiden anthropon ta tou anthropou ei me to pneuma tou anthropou to en auto?), né citando I Tes 5, 23 (Autos o Theos tea eirenes hagiasai hymas holoteleis, kai holokleron hymon to pneuma kai he psyche kai to soma amemptos en te parousia tou K. H. I. X. teretheie). Non si possono prendere queste espressioni isolandole dal resto degli scritti paolini per cercare di far parlare Paolo con un linguaggio dualistico tomista come fa, ad esempio, F. Prat ne La theologie de st. Paul, t. 2, pp. 62-63. Altrove, parlando contro la pratica di alcuni individui che pregano pubblicamente in lingue sconosciute, san Paolo dice: "Se io prego con un linguaggio sconosciuto prega il mio pneuma ma la mia mente rimane senza alcun frutto. Cosho, allora? Pregherò con il pneuma ma pregherò pure con la mente" Qui viene fatta unacuta distinzione tra il pneuma e il nous (la mente) (159). Perciò per san Paolo il regno del pneuma non appartiene alla categoria della comprensione umana. E in unaltra dimensione.
Per esprimere lidea dintelletto o comprensione tutti i quattro evangelisti utilizzano la parola kardia (cuore) (160). La parola nous (mente) è usata una volta sola da san Luca (161). San Paolo, invece, utilizza entrambi i termini kardia (162) e nous (163) per definire la facoltà dellintelligenza. Il nous, comunque, non può essere ritenuto come se fosse le facoltà intellettuali di unanima immateriale. Esso, piuttosto, è sinonimo di kardia che, a sua volta, è sinonimo di eso anthropon.
Lo Spirito Santo è inviato da Dio nel kardia (164) o nelleso anthropon (165), e Cristo deve abitare nel kardia (166). Il kardia e leso anthropon sono il luogo in cui dimora lo Spirito Santo. Luomo si diletta nella legge di Dio secondo leso anthropon ma esiste unaltra legge nelle sue membra che muove guerra alla legge del nous (167). Qui il nous è chiaramente sinonimo di eso anthropon che, a sua volta, è il kardia, luogo in cui abita lo Spirito Santo e Cristo (168).
Camminare nella vanità del nous con la dianoia ottenebrata rimanendo, quindi, alienati dalla vita di Dio attraverso lignoranza, è un risultato de "lindurimento del cuore dia ten perosin tes kardias" (169). Il cuore è la sede della libera volontà umana ed è qui che luomo viene accecato (170) e indurito (171) a causa della propria scelta o, viceversa, illuminato nella sua comprensione dalla speranza, dalla gloria e dalla forza in Cristo (172). E nel cuore che vengono colti i segreti umani (173) ed è qui che Cristo "darà luce ai luoghi nascosti nelle tenebre e manifesterà i consigli dei cuori" (174).
Sarebbe assurdo interpretare lutilizzo delle espressioni paoline eso anthropon e nous secondo unantropologia dualistica ignorando luso della parola kardia la quale è in perfetto accordo con gli scritti del Nuovo e dell Antico Testamento. Usando le parole nous e eso anthropon, Paolo ha certamente introdotto una nuova terminologia estranea alluso tradizionale ebraico ma non ha introdotto alcuna nuova antropologia basata sul dualismo ellenistico. San Paolo non si riferisce mai né alla psyche né al pneuma come ad una falcoltà dellintelligenza umana. La sua antropologia è ebraica, non ellenistica.
Sia nel Nuovo che nellAntico Testamento si trova lespressione to pneuma tes zoes (lo spirito di vita), mai to pneuma zon (lo spirito vivente) (175). Si trova pure psyche zosa (lanima vivente), mai psyche tes zoes (lanima di vita) (176). Il motivo è semplice: la psyche, o la sarx, vivono solo per partecipazione mentre il pneuma è esso stesso principio di vita, dono di Dio affidato alluomo (177). Inoltre, il pneuma "è il solo a possedere limmortalità" (178). Dio dona alluomo la propria vita increata senza distruggere la libertà umana. In tal modo, la persona non è una forma intellettuale modellata secondo unessenza predeterminata o secondo unidea universale di uomo. Il destino della persona non è quello di conformarsi ad uno stato dautomatica contentezza di fronte a Dio dove, per la completa autosoddisfazione e felicità, la volontà umana sia divenuta sterile ed immobile (come, ad esempio, nellinsegnamento neoplatonico di santAgostino e, generalmente, nel concetto sullumano destino da parte dei tomisti cattolico-romani). La personalità delluomo non consiste in unanima immateriale ed intellettuale che ha vita in se stessa e utilizza il corpo semplicemente come luogo da abitare. La sarx o la psyche sono la totalità delluomo mentre il kardia è il centro dellintelligenza. La volontà conserva un integra indipendenza e può scegliere se indurirsi davanti alla verità o divenire interiormente ricettiva allilluminazione divina. Il pneuma delluomo non è il centro della personalità umana, non è neppure la facoltà che regola le sue azioni quanto, piuttosto, la scintilla di vita divina donata alluomo come proprio principio vitale. In tal modo, luomo può vivere secondo il pneuma tes zoes o secondo la legge della carne che significa morte e corruzione. La vera personalità delluomo, comunque, benché creata da Dio rimane al di fuori dellessenza divina e mantiene una completa libertà. Questo significa che luomo può giungere a respingere latto creativo per il quale non è stato consultato, o ad accogliere lamore creativo di Dio vivendo secondo il pneuma, datogli per tale scopo.
"I desideri della carne portano alla morte, mentre i desideri dello spirito portano alla vita e alla pace" (179) Coloro che vivono secondo la carne avranno la morte (180). Coloro che mortificano i desideri della carne, attraverso lo spirito, avranno la vita (181). Lo spirito delluomo, privato dello Spirito vivificante di Dio, è particolarmente debole dinnanzi alla carne dominata dalla morte e dalla corruzione (182): "Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?" (183). Ma "la legge del pneumatos tes zoes (dello Spirito che dà vita) in Gesù Cristo ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte" (184). Solo coloro il cui spirito è stato rinnovato (185) dallunione con lo Spirito di Dio (186) possono combattere i desideri della carne. Solo coloro che hanno ricevuto lo Spirito di Dio ed ascoltato la Sua voce nella vita del corpo di Cristo sono abilitati a lottare contro il peccato. "Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio" (187).
Benché Dio abbia donato alluomo il principio di vita (lo spirito), egli può ancora partecipare fragilmente alle opere della carne. Per tale ragione è necessario che i cristiani si guardino non solo dalla fragilità della carne ma pure da quella dello spirito (188). Il battesimo, in cui avviene lunione tra lo spirito delluomo e quello di Dio, non garantisce magicamente limpossibilità di uneventuale separazione. Divenire nuovamente schiavi alle opere della carne può seriamente comportare lesclusione dal corpo di Cristo (189). Luomo riceve lo Spirito di Dio in modo che Cristo possa dimorare nel suo cuore (190). "Voi però non siete sotto il dominio della carne ma dello spirito dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi" (191). Se lo Spirito di Dio dimora nel corpo delluomo significa pure che egli è membra del corpo di Cristo. Essere privati del primo significa essere esclusi dallaltro. E impossibile rimanere in comunione soltanto con una parte di Dio. La comunione con Cristo, attraverso lo Spirito, è la comunione con lintera Divinità. Escludere una Persona significa escludere tutte le tre Persone.
"Le opere della carne sono manifeste..." (192) "Infatti i desideri della carne sono in rivolta contro Dio, perché non si sottomettono alla sua legge e neanche lo potrebbero. Coloro che vivono secondo la carne non possono piacere a Dio" (193). Sono così, le persone schiavizzate al potere della morte e della corruzione nella carne. Esse devono essere salvate da "questo corpo di morte" (194). Daltra parte coloro che sono stati seppelliti con Cristo attraverso il battesimo sono morti al corpo del peccato e vivono in Cristo (195). Nessuno vive più secondo i desideri della carne ma secondo quelli dello Spirito. "Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; contro queste cose non cè legge. Ora quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri" (196).
E chiaro che, per san Paolo, lunione dello spirito delluomo con lo Spirito di Dio nellesistenza damore del corpo di Cristo è vita e salvezza. Daltra parte, vivere aderendo ai desideri della carne dominata dai poteri della morte e della corruzione significa morire: "i desideri della carne portano alla morte" (197). San Paolo in tutte le sue epistole utilizza le categorie di vita e morte. Dio è vita mentre il Diavolo tiene le redini della morte e della corruzione. Lunità con Dio nello Spirito, attraverso il corpo di Cristo nella vita agapica, significa esistere veramente ricevendo salvezza e perfezione. La separazione dello spirito umano dalla vita divina nel corpo di Cristo comporta la schiavitù ai poteri della morte e della corruzione. Tali poteri sono adoperati dal Diavolo per distruggere le opere di Dio. La vita dello Spirito è unità e amore. La vita secondo la carne è disunione e dissoluzione nella morte e nella corruzione.
E assolutamente necessario afferrare il significato con il quale san Paolo utilizza i termini di sarx, psyche e pneuma per evitare la diffusa confusione dominante nel campo delle indagini sulla teologia paolina. San Paolo non parla mai in termini di anime razionali immateriali contrarie a dei corpi materiali. La sarx e la psyche sono sinonimi e formano, con il pneuma, lintero uomo. Vivere secondo il pneuma non è seguire glistinti più bassi delluomo. Vivere secondo la sarx o psyche significa seguire la legge della morte contrariamente a chi, vivendo secondo lo spirito, vive la legge della vita e dellamore.
Coloro che sono sarkikoi non possono vivere secondo il loro originario destino damore altruistico verso Dio e il prossimo, poiché sono dominati dal potere della morte e della corruzione. "Il pungiglione della morte è il peccato" (198). Il peccato ha regnato con la morte (199). La morte è lultimo nemico ad essere distrutto (200). Tanto in quanto luomo vive secondo la legge della morte, nella carne, non può piacere a Dio (201) poiché non vive secondo la legge della vita e dellamore. "Infatti i desideri della carne sono in rivolta contro Dio, perché non si sottomettono alla sua legge e neanche lo potrebbero" (202). La liberazione dai poteri della morte e della corruzione è venuta da Dio che ha inviato il proprio Figlio "in una carne simile a quella del peccato" per liberare luomo "dalla legge del peccato e della morte" (203). Ma benché la forza della morte e del peccato sia stata distrutta dalla morte e dalla risurrezione di Cristo, la partecipazione a questa vittoria può venire solo attraverso la morte a questo mondo con Cristo nellacqua del battesimo (204). È solo morendo nel battesimo e continuando a morire alla mentalità e ai costumi del mondo che i membri del corpo di Cristo divengono perfetti come Dio è perfetto.
Limportanza che san Paolo attribuisce al rifiuto della mentalità mondana per vivere secondo "lo spirito di vita" non può essere esagerata. Cercare di presentare la sua insistenza sul radicale rifiuto della mondanità in vista della salvezza come se fosse il prodotto dun entusiasmo escatologico, significa smarrire completamente la vera base del messaggio neotestamentario. Se la distruzione del Diavolo, della morte e della corruzione ha significato la salvezza e lunica condizione per vivere secondo loriginale destino delluomo, il significato dessere passati dal regno della morte e delle sue conseguenze a quello della vita nella vittoria di Cristo sulla morte stessa, devessere considerato molto seriamente. Per Paolo passare dalla morte alla vita significa essere in comunione con la morte e la vita di Cristo nel battesimo vivendo continuamente nel corpo di Cristo. La nuova vita nel corpo di Cristo, comunque, devessere costantemente contraddistinta da un quotidiano morire alla mentalità di questo mondo, dominato dalla legge della morte e della corruzione e posto nelle mani dal Diavolo. La partecipazione alla vittoria sulla morte non deriva semplicemente dal possesso duna magica fede e da un vago e generico sentimento damore verso lumanità (Lutero). La totale appartenenza al corpo di Cristo può essere realizzata solo morendo nelle acque del battesimo con Cristo stesso e vivendo secondo la legge dello "spirito di vita". I catecumeni e i penitenti hanno certamente la fede ma non sono ancora passati attraverso la morte del battesimo alla nuova vita. Non sono nella nuova vita neppure coloro che, dopo essere morti alla carne nel battesimo, non hanno perseverato permettendo, in tal modo, al potere della morte e della corruzione di prevalere sullo "spirito di vita".
Riguardo allinsegnamento paolino concernente la morte battesimale alla mentalità mondana è interessante notare lutilizzo che egli fa della parola soma per designare la comunione tra coloro che, in Cristo, costituiscono la Chiesa. Il termine soma in entrambi i Testamenti, a parte Paolo, è prevalentemente usato per designare una persona morta o un cadavere (205). NellUltima Cena, nostro Signore ha utilizzato la parola soma per designare, molto probabilmente, il suo passaggio attraverso la morte. Analogamente ha utilizzato il termine haima per mostrare il suo ritorno alla vita poiché, nellAntico Testamento, il sangue è un elemento designante la vita (206). In tal modo nellUltima Cena, come in ogni Eucarestia, cè la proclamazione e la confessione della morte e della resurrezione di Cristo. Secondo i presupposti rinvenibili nei discorsi paolini riguardo alla morte battesimale, è possibilissimo descrivere la Chiesa come il soma di Cristo non solo per linabitazione di Cristo stesso e dello Spirito nei corpi dei cristiani ma pure perché tutti i membri di Cristo sono morti al corpo del peccato nelle acque battesimali. Prima di condividere la vita di Cristo è necessario divenire un vero soma liberato dal Diavolo morendo alla mentalità di questo mondo e vivendo secondo lo "spirito" (207).
San Paolo non dice in alcun passo che lintero genere umano è considerato colpevole del peccato di Adamo ed è stato quindi punito con la morte. La morte è una forza cattiva entrata nel mondo attraverso lo stesso peccato radicato nel mondo e regna nella creazione a causa di Satana. Per questa ragione, benché luomo possa conoscere le cose buone attraverso la legge scritta nel suo cuore e possa operare quantè bene, ne è impedito a causa del peccato dimorante nella sua carne. Perciò non è lui che fa il male ma è il peccato che dimora in lui. A causa di questo peccato egli non può trovare la maniera per operare il bene. Deve quindi essere salvato da "questo corpo di morte" (208). Solo in seguito può fare il bene. Cosa vuole dire Paolo attraverso queste affermazioni? Unappropriata risposta può essere fondata solo quando si tiene in considerazione la dottrina paolina sul destino umano.
Se luomo fosse stato creato per una vita di completo amore altruista le sue azioni sarebbero state guidate sempre da un motivo esterno. Si sarebbero mosse sempre verso Dio e il prossimo, mai verso il soggetto agente. Così ci sarebbe stata una perfetta immagine e somiglianza di Dio. E ovvio che il potere della morte e della corruzione ha impossibilitato la persona a vivere una tale vita di perfezione. Il potere della morte nelluniverso ha portato con sé la volontà dellautoconservazione, la paura e linquietudine (209) che, a loro volta, sono la radice e la causa dell autoasservimento, dellegoismo, dellodio, dell invidia e daltri simili sentimenti. Poiché luomo ha paura di divenire insignificante, si sforza continuamente mettendosi alla prova, davanti a se stesso e agli altri, per mostrare che vale qualcosa. Ha sete di complimenti e paura dinsulti. Cerca il proprio successo ed è geloso di quello degli altri. Gli piacciono le persone come lui e odia coloro che lo odiano. Egli cerca la sicurezza e la felicità nella ricchezza, insegue la gloria e i piaceri fisici e immagina che il suo destino consista nellessere felice nel possesso della presenza di Dio. La fruizione egoistica di Dio viene immaginata a causa della sua introversa e individualistica personalità incline allerrore e allegocentrico desiderio di soddisfazione e felicità ritenute come proprio normale destino. Daltra parte egli può divenire premuroso su vaghi principi ideologici damore verso lumanità e continuare, poi, ad odiare i suoi vicini più prossimi. Queste sono le opere della carne delle quali san Paolo parla (210). Sotto ogni azione di colui che il mondo conosce come "luomo normale", esiste la ricerca della sicurezza e della felicità. Ma tali desideri non sono normali. Sono la conseguenza della perversione causata dalla morte e dalla corruzione, attraverso la quale il Diavolo invade tutta la creazione, dividendola e distruggendola. Questo potere è così grande che se luomo vuole vivere secondo il suo originale destino ne è impedito a causa del peccato che abita nella sua carne (211): "Chi mi libererà da questo corpo di morte?" (212).
Condividere lamore di Dio, senza qualche concessione per se stessi, significa pure condividere la vita e la verità di Dio. Lamore, la vita e la verità in Dio sono una cosa sola e possono essere fondate solo in Lui. Allontanarsi dallamore di Dio e del prossimo significa rompere la comunione con la vita e la verità divine, che non possono essere separate dal Suo amore. La rottura di questa comunione con Dio può essere consumata solo nella morte, poiché nulla di creato può continuare indefinitamente ad esistere per se stesso (213). Così, a partire dalla trasgressione del primo uomo, il principio del "peccato (il Diavolo) è entrato nel mondo ed attraverso la morte il peccato, e così la morte ha raggiunto tutti gli uomini." (214). Non solo lumanità ma tutta la creazione è stata soggetta alla morte e alla corruzione dal Diavolo (215). Poiché luomo è parte inseparabile della creazione, mantiene con essa una continua comunione ed è collegato con la procreazione allintero processo storico dellumanità, la caduta della creazione attraverso un uomo coinvolge automaticamente tutti gli uomini nella caduta e nella corruzione. E attraverso la morte e la corruzione che tutta lumanità e la creazione è tenuta prigioniera dal Diavolo venendo coinvolta nel peccato, perché è attraverso la morte che luomo decade dal suo originale destino che consisteva nellamare Dio e il prossimo senza alcun egoismo. Luomo non muore perché è colpevole per il peccato di Adamo (216). Diviene peccatore [e quindi mortale] perché è assoggettato al potere del Diavolo attraverso la morte e le sue conseguenze (217).
San Paolo dice chiaramente che "il pungiglione della morte è il peccato" (218), che "il peccato ha regnato nella morte" (219) e che la morte è "lultimo nemico ad essere distrutto" (220). Nelle sue epistole, è particolarmente ispirato quando parla della vittoria di Cristo sulla morte e la corruzione. Sarebbe veramente illogico cercare dinterpretare il pensiero paolino attraverso i presupposti:
1) che la morte è normale o che, al più,
2) è la conseguenza duna decisione giuridica divina di punire lintera umanità per un peccato;
3) che la felicità è lultimo destino delluomo e che
4) lanima è immateriale, naturalmente immortale e direttamente creata e concepita da Dio. Perciò essa sarebbe normale e scevra da difetti (scolasticismo romano).La dottrina paolina delluomo sullincapacità a fare il bene che la persona è in grado di riconoscere secondo l"uomo interiore", può essere capita solo se si prende seriamente in considerazione il potere della morte e della corruzione nella carne, che rende impossibile alluomo una vita secondo il proprio destino originale.
Il problema moralistico esposto da santAgostino riguardo la trasmissione della morte ai discendenti di Adamo come punizione per una trasgressione originale è estraneo al pensierio paolino. La morte di ciascun uomo non può essere considerata la conseguenza duna colpa personale. San Paolo non pensa come un filosofo moralista che cerca la causa della caduta dellumanità e della creazione nella rottura di oggettive regole di buon comportamento, rottura che esige la punizione di un Dio la cui giustizia è ad immagine della giustizia di questo mondo. Paolo pensa chiaramente alla caduta nei termini di una guerra personale tra Dio e Satana, nella quale Satana non è obbligato a seguire alcuna sorta di regole morali se può essergli di vantaggio. E per questa ragione che san Paolo può affermare che il serpente "ha ingannato Eva" (221) e che "non fu Adamo ad essere ingannato, ma fu la donna che, ingannata, si rese colpevole di trasgressione" (222). Luomo non è stato punito da Dio, ma reso prigioniero dal Diavolo.
Questa interpretazione è promossa dalla chiara insistenza paolina che "fino alla legge infatti cera peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la legge, la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato con una trasgressione simile a quella di Adamo" (223). E chiaro che Paolo nega qualche cosa come una colpa generale personale per il peccato di Adamo. Il peccato rimase comunque nel mondo, visto che la morte ha regnato pure su quelli che non avevano peccato oltre che in Adamo che aveva peccato. Qui il peccato significa evidentemente la persona di Satana, che ha regnato nel mondo attraverso la morte pure prima dellarrivo della legge. Questa è la sola possibile interpretazione del presente passo, poiché tale spiegazione è chiaramente sostenuta altrove negli insegnamenti paolini a proposito dei poteri straordinari del Diavolo, specialmente in Romani 8, 19-21. Le asserzioni di san Paolo dovrebbero essere prese molto letteralmente quando afferma che lultimo nemico ad essere distrutto sarà la morte (224) e che "il pungiglione della morte è il peccato" (225).
Da quanto è stato osservato la famosa espressione ephho pantes hemarton (226) può essere sicuramente interpretata in riferimento al termine thanatos che la precede il quale è lunica parola che si adatta al significato del testo. Riferire ephho ad Adamo è impossibile sia grammaticamente che esegeticamente. Simile interpretazione fu inizialmente introdotta da Origene che la assunse, evidentemente, poiché aveva determinati presupposti mentali: credeva nella preesistenza di tutte le anime. Per tale motivo Origene avrebbe facilmente affermato che tutte le anime hanno peccato in Adamo. Linterpretazione di ephho come "perché" fu introdotta in Oriente per la prima volta da Fozio (227). Egli affermò che in tal passo esistono due prevalenti interpretazioni Adamo e thanatos . Fozio, tuttavia, propendeva per dioti (perché) fondando le sue argomentazioni su unerrata interpretazione di II Cor 5, 4 dove, anche qui, ritenteva ephho con il senso di dioti. Tuttavia, in questo passo, è veramente chiaro che ephho si riferisce a skensi (ephho skenei ou thelomen ekdysasthai). Fozio cerca dinterpretare san Paolo in un contesto di leggi morali naturali e perciò cerca di giustificare la morte di tutti gli uomini a causa duna colpa personale. Afferma, quindi, che tutti gli uomini muoiono perché seguono i passi di Adamo (228). In ogni evenienza né lui né i Padri orientali accettano linsegnamento secondo il quale tutti gli uomini sono colpevoli per il peccato adamitico.
Anche con le sole considerazioni grammaticali non è possibile interpretare ephho con riferimento ad altra parola oltre che a thanatos. In ogni epoca la costruzione grammaticale della preposizione epi col dativo usata da Paolo, è sempre stata impiegata come pronome relativo per modificare il nome (229) o la frase (230) precedenti. Fare uneccezione in Romani 5, 12 ritenendo che san Paolo utilizzi unerrata espressione greca per intendere "perché" significa non considerare questa realtà. Linterpretazione corretta di tale passo, sia grammaticamente che esegeticamente, può essere ottenuta solo quando ephho è colto per modificare thanatos kai houtos eis pantas anthropous ho thanatos dielthen ephho (thanato) pantes hemarton "poiché della quale" (morte), o "sulla base della quale" (morte), o "per la qual (morte) ognuno ha peccato". Satana, essendo lui stesso principio del peccato, attraverso la morte e la corruzione coinvolge tutta lumanità e la creazione nel peccato e nella morte. Così, essere sotto il potere della morte, secondo Paolo, significa essere peccatore e schiavo del Diavolo, per lincapacità della carne a vivere secondo la legge di Dio, cioè secondo un amore altruista.
La teoria della trasmissione del peccato originale e della colpa non è sicuramente fondata in san Paolo, che non può essere interpretato né in termini giuridicisti né in termini dualisti i quali operano una distinzione tra una dimensione materiale e una seconda dimensione ritenuta pura e spirituale, parte intellettuale delluomo. Non bisogna meravigliarsi se alcuni studiosi biblici sono impotenti quando non possono trovare nellAntico Testamento qualche chiaro appiglio per sostenere quella che pretendono essere la dottrina paolina sul peccato originale nei termini di una colpa morale e di una punizione (231). Identica perplessità viene espressa da molti moralistici studiosi occidentali quando approfondiscono il pensiero dei Padri orientali (232). Di conseguenza, santAgostino è popolarmente ritenuto il primo e lunico antico Padre ad avere capito la teologia di san Paolo. Ma ciò è chiaramente un mito dal quale sia i protestanti che i cattolico-romani hanno bisogno dessere liberati.
Solo quando si capisce il significato della morte e le sue conseguenze si può capire la vita della Chiesa antica e, specialmente, il suo atteggiamento verso il martirio. Essendo già morti al mondo nel battesimo e avendo nascosto la loro vita con Cristo in Dio (233), i cristiani non potevano esitare di fronte alla morte. Erano già morti ma vivevano ancora in Cristo. Avere paura della morte significava essere ancora sotto il potere del Diavolo (II Tim 1, 7): "In Dio non abbiamo ricevuto uno spirito di timidezza, ma di forza, damore e di saggezza". Cercando di convincere i cristiani di Roma a non impedire il loro martirio, santIgnazio scrive: "Il principe di questo mondo vorrebbe rassegnarmi ad allontanarmi corrompendo la mia disposizione verso Dio. Perciò nessuno di voi che è in Roma lo aiuti" (234). La controversia ciprianense sul rinnegamento di Cristo durante i periodi di persecuzione è stata violenta, proprio perché la Chiesa capiva che era una contraddizione morire nel battesimo e poi negare Cristo per paura della morte e della tortura. I canoni della Chiesa, benché oggi generalmente non vengano considerati per illuminare la comprensione dellintima fede nella Chiesa antica, sono ancora molto severi verso coloro che rigettano la fede per paura della morte (235). Un tale atteggiamento verso la morte non è il prodotto duna frenesia escatologica e dun entusiasmo, quanto piuttosto dun chiaro riconoscimento di ciò che il Diavolo è, di ciò che i suoi pensieri sono (236), di ciò che sono i suoi poteri sopra lumanità e la creazione e di come vengano distrutti attraverso il battesimo e la mistagogica vita nel corpo di Cristo che è la Chiesa. Oscar Cullman si è seriamente sbagliato quando ha cercato di far dire agli agiografi neotestamentari che Satana e i demoni sono stati privati del loro potere e che ora "leur puissance nest quapparente" (237). Il maggior potere del Diavolo è la morte, che sarà distrutta solo nel corpo di Cristo, dove il fedele è impegnato continuamente nella lotta contro Satana sforzandosi di praticare un amore altruista. Questo combattimento contro il Diavolo e lo sforzo per praticare un amore altruista è concentrato nella vita eucaristica sociale della comunità locale. "Poiché quando vi riunite frequentemente epi to auto (nello stesso luogo) i poteri di Satana sono distrutti. La distruzione alla quale egli tiene è impedita dallunità della vostra fede" (238). Allora, se qualcuno non sente la chiamata dello Spirito in sé per la vita sociale dellamore altruista nellassemblea eucaristica, è evidentemente sotto linflusso del Diavolo. "Colui che non si riunisce con la Chiesa ha, con ciò, manifestato il suo orgoglio e condannato se stesso..." (239). Il mondo al di fuori della vita sociale damore nei sacramenti, è ancora sotto il potere delle conseguenze della morte e, perciò, è schiavo del Diavolo. Il Diavolo è stato già sconfitto dal momento in cui il suo potere è stato distrutto dalla nascita, vita, morte e risurrezione di Cristo. Questa sconfitta continua solo nel resto di coloro che sono stati salvati prima e dopo Cristo. Sia coloro che sono stati salvati prima di Cristo che coloro che sono stati salvati dopo di Lui lo debbono alla Sua morte e risurrezione. Essi fanno parte della Nuova Gerusalemme. Contro questa Chiesa il Diavolo non può prevalere e, per questo fatto, è già stato sconfitto. Tuttavia il suo potere al di fuori di coloro che sono stati salvati rimane lo stesso (240). Satana è ancora "il dio di questo mondo" (241) ed è per questa ragione che i cristiani devono vivere come se non vivessero nel mondo (242).
Lo studioso biblico non potrà mai essere obiettivo se il suo esame teologico viene influenzato o diretto da determinati pregiudizi filosofici. La moderna scuola di critica biblica lavora chiaramente in una falsa direzione quando vuole giungere all'essenziale forma originale del kerygma rimanendo allocuro dellessenza vetero e neotestamentaria riguardo allo stato decaduto dellumanità e della creazione, specialmente quando trascura gli insegnamenti sulla natura di Dio e su quella di Satana. Così nelle tendenze anti-liberali del moderno protestantesimo, viene accolto il metodo di critica biblica e, allo stesso tempo, si cerca di salvare quello che si ritiene essere lessenziale messaggio degli evangelisti. Daltronde gli studiosi di questa scuola in tutto il loro metodo pseudo scientifico di ricerca, mancano di giungere alle mie identiche conclusioni perché rifiutano ostinatamente di considerare seriamente la dottrina biblica su Satana, sulla morte e la corruzione. Per questa ragione la questione se il corpo di Cristo è risuscitato realmente o no, non viene ritenuta importante (cfr. E. Brunner, Il Mediatore). Quello che per loro è importante è la fede in Cristo quale unico salvatore della storia anche se, molto probabilmente, Egli non è storicamente risorto. Come si salva e da cosa vengono salvati gli uomini è, presumibilmente, una questione secondaria.
'); //-->E chiaro che per san Paolo la risurrezione fisica di Cristo significa la distruzione del Diavolo, della morte e della corruzione. Cristo è la primizia dei risorti (243). Se non esiste alcuna risurrezione non ci può essere assolutamente salvezza (244). Solo una vera risurrezione può distruggere il potere di Satana dal momento che la morte è una conseguenza dellinterruzione della comunione con la vita e lamore di Dio e, quindi, è la consegna delluomo e della creazione al Diavolo. E impreciso e poco profondo cercare di fare passare per biblica lidea che la questione sulla reale risurrezione fisica è di secondaria importanza. Al centro del pensiero biblico e patristico esiste chiaramente una cristologia nella quale si considera ununione reale con Dio condizionata dalla dottrina biblica su Satana, sulla morte, sulla corruzione e sul destino umano. Satana governa materialmente e psichicamente attraverso la morte. Anche la sua sconfitta deve dunque essere materiale e fisica. La restaurazione della comunione non deve coinvolgere solo latteggiamento mentale ma, cosa ben più importante, deve passare attraverso la creazione della quale luomo è parte inseparabile. Senza una chiara comprensione della dottrina biblica su Satana e sul suo potere è impossibile capire la vita sacramentale del corpo di Cristo. Proprio per questo la dottrina dei Padri riguardo la cristologia e la Trinità diviene uninsignificante speculazione affidata agli specialisti scolastici. Sia gli scolastici cattolico-romani che i protestanti sono innegabilmente eretici nelle loro dottrine sulla grazia e sullecclesiologia semplicemente perché non vedono che la salvezza è unicamente lunione delluomo con la vita di Dio nel corpo di Cristo dove il Diavolo viene ontologicamente e realmente distrutto nella vita agapica. Al di fuori della vita dunità con Cristo nei sacramenti e nellunione agapica non esiste alcuna salvezza, poiché il Diavolo domina ancora il mondo attraverso le conseguenze della morte e della corruzione. Le organizzazioni extra-sacramentali come il papato non possono essere viste come lessenza del cristianesimo perché giacciono chiaramente sotto l influenza di convenienze mondane e non hanno come loro unico scopo una vita damore altruista. Nel cristianesimo occidentale i dogmi della Chiesa sono divenuti oggetto desercizi "logico-ginnici" nelle classi di filosofia. La cosiddetta ragione naturale umana fa da base alla teologia rivelata. Gli insegnamenti della Chiesa riguardo alla Santa Trinità, alla cristologia e alla Grazia non sono accolti per quello che sono: espressione della continua ed esistenziale esperienza del corpo di Cristo che vive della stessa vita trinitaria attraverso la natura umana del Salvatore nella cui carne è stato distrutto il Diavolo e contro il cui corpo (la Chiesa) le porte della morte (Ade) non possono prevalere.
Oggi la missione della teologia ortodossa consiste nel portare un risveglio allinterno del cristianesimo occidentale. Per fare efficaciemente ciò il cristiano ortodosso deve riscoprire le proprie tradizioni e cessare, una volta per tutte, di assumere le corrodenti infiltrazioni della confusione teologica occidentale nella teologia ortodossa. E solo ritornando alla comprensione biblica di Satana e del destino umano che i sacramenti della Chiesa possono nuovamente divenire la fonte e la forza della teologia ortodossa. Il nemico della vita e dellamore può essere distrutto solo quando i cristiani possono confidenzialmente affermare: "Non siamo alloscuro dei suoi pensieri" (245). Una teologia che non può definire con esattezza i metodi e le falsità del Diavolo è chiaramente eretica perché è già stata ingannata dal Diavolo stesso. E per questa ragione che i Padri potrebbero asserire che quelleresia è un prodotto del Demonio.
- II Cor 2, 11.
- SantAtanasio, De incarnatione verbi Dei, 4.
- I Tim 4,4.
- Rom 5, 12.
- Rom 8, 20.
- Rom 8, 21-23.
- I Cor 15, 26.
- II Cor 4, 3.
- Rom 1, 20.
- Rom 8, 20.
- Rom 7, 15-25.
- Rom 11, 5.
- II Cor 4, 3.
- I Cor 15, 56.
- Rom 3, 9-12; 5, 19.
- Rom 5, 13.
- II Cor 4, 3; 11, 14; Ef 6, 11-17; II Tess 2, 8.
- Rom 8, 24.
- Col 2, 8
- Cfr. San Cirillo d'Alessandria, Migne, PG, t. 74, c. 788-789.
- II Tim 2, 26.
- II Cor 2, 11.
- I Tim 2, 14; 4, 14; II Tim 2, 26; II Cor 11, 14; 4, 3; 2, 11; 11, 3.
- Ef. 6, 11-17.
- I Cor 7, 5; II Cor 2, 11; 11, 3; Ef 4, 27; I Tes 3, 5; I Tim 3, 6; 3, 7; 4, 1; 5, 14.
- II Cor 11, 14; 4, 3; Ef 2, 2; 6, 11-17; I Tess 2, 18; 3, 5; II Tess 2, 9; I Tim 2, 14; 3, 7; II Tim 2, 25-26.
- II Cor 11, 15.
- II Tess 2, 9.
- Ef 6, 12; Col 2, 15.
- II Cor 4, 4.
- II Cor 11, 3; I Tim 2, 14.
- Ibid.
- Rom 8, 19-22.
- I Cor 15, 56.
- Rom 5, 21.
- Rom 8, 21.
- Rom 8, 20.
- I Cor 15, 24-26.
- I Cor 15, 54.
- Col 2, 13-15; I Cor 15, 24-27; 15, 54-57.
- II Cor 4, 3; Gal 1, 4; Ef 6, 12.
- I Cor 15, 1 e ss.
- Rom 12, 2; I Cor 2, 12; 11, 32; II Cor 4, 3; Col 2, 20; II Tess 2, 9; II Tim 4, 10; Col 2, 8; I Cor 5, 10.
- Rom 1, 17; 3, 21-26.
- Rom 10, 2-4; Fil 3, 8.
- Rom 3, 20; 5, 15 ss.; 9, 32.
- Rom 9, 30; 10, 10; I Cor 13, 1; 14, 1; I Tim 5, 8.
- I Tim 1, 9-10.
- I Tim 1, 18.
- Rom 7, 14.
- Gal 3, 24.
- Gal 5, 13.
- Rom 8, 29; 15, 1-3; 15, 7; I Cor 2, 16; 10, 33; 13, 1 ss.; 15, 49; II Cor 3, 13; Gal 4, 19; Ef 4, 13; 5, 1; 5, 25; Fil 2, 5; Col 3, 10; I Tes 1, 6.
- I Cor 13, 2.
- I Cor 13, 3.
- Gal 3, 21.
- Ibid.
- Gal 3, 18.
- I Tim 6, 16.
- Rom 9, 16.
- Rom 3, 26; Ef 2, 4-6; I Tim 6, 15.
- II Cor 11, 13; I Tim 2, 14.
- Rom 5, 12.
- I Cor 15, 26.
- San Gregorio Palamas, Kephalia Physica, 52, Migne, PG t. 150-A.
- F. Prat, La Theologie de saint Paul, Paris 1924, t. c. pp. 67-68.
- Rom 8, 20; I Cor 10, 10; II Cor 2, 11; 4, 3; 11, 3; 11, 14; Ef 2, 1-3; 6, 11-17; I Tess 2, 18; 3, 5; II Tes 2, 9; I Tim 2, 14; 5, 14; II Tim 2, 26.
- Col 2, 15; I Cor 15, 24-26; 15, 53-57; Rom 8, 21.
- Col 2, 14-15.
- II Cor 5, 19.
- Rom 3, 20-27.
- Rom 10, 3; Fil 3, 8.
- Rom 1, 18 ss.
- Rom 1, 20.
- Rom 1, 24.
- Rom 1, 28.
- Ad es. Rom 9, 14-18; 11, 8.
- Rom 9, 6.
- Rom 2, 13.
- Rom 2, 12.
- Rom 2, 14-15.
- Rom 2, 16.
- Rom 1, 19.
- Rom 1, 21; I Cor 4, 5 14-25; Ef 1, 17.
- Ef 3, 17.
- II Cor 1, 22; Gal 4, 6.
- Rom 8, 10; 8, 13; II Cor 4, 10-11; 6, 4-10; Col 2, 11-12; 2, 20; 3, 3; II Tes 1, 4-5.
- II Tim 1, 8; 2, 3-6; 6, 4-5.
- II Tim 3, 12.
- I Tim 6, 7-9.
- I Cor 13, 3.
- I Cor 3, 9.
- Gal 5, 18.
- I Cor 13, 4.
- Fil 2, 5-8.
- Rom 3, 21-28.
- Col 2, 15
- Rom 8, 24; 66.
- Ef 5, 1.
- Rom 8, 29.
- Rom 15, 1-3.
- II Cor 5, 15.
- Ef 4, 13.
- Col 2, 20.
- I Cor 2, 16; Fil 2, 5-8.
- Col 1, 28.
- Ef 5, 25.
- Fil 2, 20.
- Ef 5, 1.
- Rom 8, 29; I Cor 10, 33; 15, 49; II Cor 3, 13; Gal 4, 19; Ef 4, 13; 5, 25; Fil 2, 5-8; Col 1, 28; 3, 10.
- I Cor 13, 2-3.
- Col 3, 14.
- Fil 2, 20.
- Rom 14, 7; 15, 1-3; I Cor 10, 24; 10, 29; 11, 1; 12, 25-26; 13, 1 ss.; II Cor 5, 14-15; Gal 5, 13; 6, 1; Ef 4, 2; Fil 2, 4; I Tess 5, 11.
- Fil 3, 21.
- Rom 8, 11.
- I Cor 15, 26.
- Rom 5, 12.
- Rom 8, 20-21.
- I Cor 15, 42-49.
- Sant'Atanasio, De incarnatione Verbi Dei, 4-5.
- Rom 7, 12.
- v. 14.
- Rom 7, 22.
- Rom 7, 18.
- Rom 7, 14.
- Rom 7, 20.
- Rom 7, 24.
- Rom 8, 2.
- Rom 7, 13 ss.
- I Cor 7, 4-5. Vedi anche Rom 15, 27.
- II Cor 3, 3.
- II Cor 5, 16.
- I Tim 3, 16.
- I Cor 9, 11.
- Gal 3, 3.
- Gal 5, 16-18.
- Gal 5, 19-21.
- Gal 3, 1.
- Rm 7, 17-18.
- I Cor 9, 11; Rom 15, 27; II Cor 3, 3; 4, 11; 5, 16.
- I Tim 3, 16.
- Rom 7, 17-18; Ef 2, 15.
- Tresmontant, Essai sur la pensée hebraique, Paris 1953, pp. 95-96.
- Gen 6, 13-17; 7, 15-21; Sal 135, 25.
- Gen 6, 12; Is 40, 6; Ger 25, 31; 12, 12; Zac 2, 17.
- Gios 10, 28, 30, 32, 35, 37; Gen 1, 21, 24; 2, 7; 19; 9, 10, 12, 15; Lev 11, 10.
- Mat 24, 22; Mc 13, 10; Lc 3, 6; Rom 3, 20; I Cor 1, 23; Gal 11, 16.
- At 2, 43; 3, 23; Rom 2, 9; 13, 1.
- Rom 7, 14.
- I Cor 2, 14.
- I Cor 15, 50.
- Ibid.
- I Cor 15, 42-49.
- I Cor 15, 44.
- I Cor 15, 46-47.
- I Cor 15, 45.
- I Cor 15, 47.
- I Cor 14, 14-15.
- Mat 13, 15; 15, 19; Mc 2, 6; 2, 8; 3, 5; 6, 52; 8, 17; Lc 2, 35; 24, 15; 24, 38; At 8, 22; 28, 27; Gv 12, 40.
- Lc 24, 45.
- Rom 1, 21; 1, 24; 2, 5; 8, 27; 10, 1, 6, 8, 10; 16, 18; I Cor 4, 5; 7, 37; 14, 25; II Cor 3, 15; 4, 6; 9, 7; Ef 4, 18; 6, 22; Fil 4, 7; Col 2, 2; 3, 16; 4, 8; I Tes 2, 4; II Tes 2, 16; 3, 5; I Tim 1, 5; II Tim 2, 22.
- I Cor 14, 14-19; 2, 16; Rom 7, 23; 12, 2; Ef 4, 23; Tit 1, 15.
- II Cor 1, 22; Gal 4, 6.
- Ef 3, 16.
- Ef 3, 17.
- Rom 7, 22-23.
- Ef 3, 16-17.
- Ef 4, 17-18.
- Rom 1, 21.
- Ef 4, 18.
- Ef 1, 18-19.
- I Cor 14, 25.
- I Cor 4, 5.
- Tresmontant, Op. cit., p. 110.
- Ibid.
- Eccl 12, 7.
- I Tim 6, 16.
- Rom 8, 6.
- Rom 8, 13.
- Ibid.
- Rom 8, 9.
- Rom 7, 24.
- Rom 8, 2.
- Rom 7, 6.
- Rom 8, 9.
- Rom 8, 16.
- II Cor, 7, 1.
- Rom 11, 21; I Cor 5, 1-13; II Tes 3, 6; 3, 14; II Tim 3, 5.
- II Cor 1, 22; Gal 4, 6; Ef 3, 16-17.
- Rom 8, 9.
- Gal 5, 19.
- Rom 8, 7-8.
- Rom 7, 13-25.
- Rom 6, 1-14.
- Gal 5, 22-24.
- Rom 8, 6.
- I Cor 15, 56.
- Rom 5, 21.
- I Cor 15, 26.
- Rom 8, 8.
- Rom 8, 7.
- Rom 8, 1-11.
- Rom 6, 1-14.
- Cfr. Mt 5, 29; 10, 28; 14, 12; 26, 12; 27, 52; 58, 59; Mc 14, 18; 15, 43; 15, 45; Lc 12, 4; 23, 52; 24, 3-23; Gv 2, 21; 19, 31, 38, 40; 20, 12; At 9, 40; I Pt 2, 24; Gd 9.
- Westcott, Commentary on the Episte to Hebrews.
- L'uso paolino del termine soma non è sempre consistente. Tuttavia non viene mai utilizzato in un contesto dualistico per distinguere il corpo dall'anima. Al contrario, Paolo usa frequentemente soma come sinonimo di sarx (I Cor 6, 16; 7, 34; 13, 3; 15, 35-58; II Cor 4, 10-11; Ef 1, 20-22; 2, 15; 5, 28 ss.; Col 1, 22-24). Se la sua antropologia fosse dualistica non sarebbe logico utilizzare il termine soma per designare la Chiesa e kephale tou somatos (capo del corpo) per designare Cristo. Sarebbe molto più normale denominare la Chiesa con il termine di corpo e presentare Cristo come l'anima di tale corpo.
- Rom 7, 13-25.
- Ebr 2, 14-15.
- Gal 5, 19-21.
- Rom 7.
- Rom 7, 24.
- SantAtanasio, Op. cit., 4-5.
- Rom 5, 12.
- Rom 8, 20-22.
- Cfr. San Giovanni Crisostomo, Migne, P.G. t. 60, col. 391-692; Theophylactos, Migne, P.G. t. 124, c. 404-405.
- Cfr. Cirillo di Alessandria, Migne, P. G. t. 74, c. 781-785 e specialmente c. 788-789; Teodoreto di Ciro, Migne, P.G. t. 66, c. 800.
- I Cor 15, 56.
- Rom 5, 21.
- I Cor 15, 26.
- II Cor 11, 3.
- I Tim 2, 14.
- Rom 5, 13-14.
- I Cor 15, 26.
- I Cor 15, 56.
- Rom 5, 12.
- Amphilochia, heroteseis, 84, Migne, P.G. t. 101, c. 553-556.
- Ecumenius, extracts from Photius, Migne, P.G. t. 118, c. 418.
- Rom 9, 33; 10, 19; 15, 12; II Cor 5, 4; Rom 6, 21.
- Fil 4, 10.
- Cfr. Lagrange, Epitre aux Romains, p. 117-118; Sanday and Headlam, Romans, p. 136-137.
- A. Gaudel, Peché Originel in "Dictionaire de Theologie Catholique", t. XII, prèmiere partie.
- Col 3, 3.
- SanIgnazio, Epistola ai,Romani c. 7.
- Canone 10°, primo Concilio Ecumenico; 62° Canone apostolico; 1° Canone, Concilio di Angyra, 313-314; 1° Canone, Pietro d'Alessandria.
- II Cor 2, 11.
- O. Cullman, Christ et le temps, p. 142.
- SanIgnazio, Epistola agli Efesini, c. 13.
- Ibid. c. 5.
- Ef 2, 12; 6, 11-12; II Tes 2, 8-12.
- II Cor 4, 4.
- Col 2, 20-23.
- I Cor 15, 23.
- I Cor 15, 12-19.
- II Cor 2, 11.