Community
 
Aggiungi lista preferiti Aggiungi lista nera Invia ad un amico
------------------
Crea
Profilo
Blog
Video
Sito
Foto
Amici
   
 
 

Missale mixtum secundum regulam beati Isidori, dictum Mozarabes (1500)Il canto mozarabico

Il canto mozarabico è proprio alla liturgia della penisola iberica. Occupa un posto di primaria importanza nella storia della musica occidentale assieme ai canti delle altre liturgie latine che componevano un repertorio completo e ben specifico oggi denominato gregoriano, ambrosiano, ecc. Il termine più comunemente utilizzato è quello di canto mozarabico dove il termine "mozarabico" designa anche i cristiani della penisola iberica sotto la dominazione musulmana (mozarabico significa "arabizzato"). Tuttavia questo canto non dev'essere considerato solo come un canto composto dai cristiani che praticavano liberamente la loro religione sotto l'occupazione musulmana. Esso è generalmente chiamato "canto visigotico" o "canto ispanico". Praticamente tutti i manoscritti dell'epoca primitiva a noi pervenutici (una quarantina in tutto) sono stati scritti negli scriptoria dei regni cristiani del nord della penisola tra il IX e l'XI secolo.

Il canto mozarabico, con la sua liturgia, nasce dall'evangelizzazione delle province romane della Spagna e s'afferma sotto il regno dei Visigoti (466-711). Si riscontra bene la vitalità della paleocristianità ispanica se si osserva il ruolo dei suoi vescovi (Osius di Cordova che visse più di cent'anni dal 300 al 302) e se si constata la versione biblica latina, la Vetus Hispana, della quale si servivano i fedeli per recitare i salmi della Bibbia e leggerne le i brani durante gli uffici divini. I canti e l'eucologio della liturgia mozarabica traevano parole e ispirazioni da questa antica versione biblica.

I Santi Padri della Chiesa visigotica, secondo la Cronaca De Viris illustribus Sant'Isidoro di Siviglia (+ 636) e Sant'Ildefonso di Toledo (+ 667), arricchirono l'antica liturgia con nuovi canti e l'adattarono alla nuova epoca. Per San Leandro di Siviglia (+ 599) i vescovi Giovanni e Braulio di Saragozza (morti rispettivamente nel 618 e nel 631), Eugenio di Toledo (+ 657) e molti ancora, testificarono d'aver composto delle melodie liturgiche. In effetti uno degli aspetti più incredibili del lavoro dei padri visigoti, i cui scritti si pongono tra l'antichità cristiana e il primo medioevo, è l'utilizzo di frasi prese al di fuori del libro dei salmi. Una volta che queste venivano rimaneggiate (per facilitare la loro musicalizzazione) servivano a elaborare i testi dei canti liturgici. Il canto ispanico, con la sua liturgia, è stato così praticato sia dai mozarabi che dai cristiani dei regni del nord. Certamente oggi si ammettono delle varianti, delle tradizioni proprie e delle pratiche differenti ma esiste, comunque, una certa uniformità in questa liturgia giunta fino a noi.

La riforma della liturgia romana e l'azione intrapresa dai carolingi per impiantarla in tutto il loro impero, non produsse alcun effetto nella penisola iberica ad eccezione dei territori della Marca Ispanica a nord-est, territori controllati da Carlomagno. In quel periodo da Roma provennero pesanti accuse contro la Chiesa mozarabica riguardanti la presunta eterodossia di alcune sue preghiere e canti che non sarebbero stati conformi agli usi della Chiesa universale. La Chiesa ispanica rigettò vigorosamente queste faziosità opponendosi, piuttosto, alle innovazioni che provenivano da Roma e mostrando che gli usi ispanici e i suoi iniziatori erano rispettabili quanto lo stesso papa Gregorio Magno. Tuttavia alla fine dell'XI secolo, a causa della nuova politica dei re di Castiglia proiettata al di là dei Pirenei attraverso alleanze matrimoniali, si cominciò a modificare la volontà dei vescovi cercando di smuovere la loro fedelà all'antica tradizione costi quel che costi. Fu così che nel 1081, durante un concilio convocato a Burgos dal re Alfonso VI, si decise di rimpiazzare il canto ispanico con quello gregoriano.

Lungo tutto il periodo della veemente controversia che nacque tra la Roma carolingia e le chiese ispaniche, le diligenti abbazie delle regioni di Castiglia e Léon ebbero il tempo di copiare un buon numero di codici liturgici con una bella notazione visigotica. I neumi con un tratto fine e ondulato e una calligrafia molto curata, indicano una rimarcabile ricchezza semiologica. La soppressione del canto ispanico sopravvenne al momento in cui le "scholae" ecclesiastiche cercavano di fissare esattamente la melodia nello scritto, dal momento che precedentemente era indicata solo approssimativamente nella notazione neumatica in campo aperto. Tuttavia queste nuove tecniche diastematiche non si utilizzarono che per la scrittura del canto gregoriano. Gli studiosi furono obbligati nell'arco di qualche anno, ad apprendere un nuovo repertorio. Si può ben immaginare la fredda accoglienza riservata dalle comunità cristiane della Penisola ai preti di altre regioni che pronunciavano bizzarramente il latino, cantavano dei canti sconosciuti e imponevano delle preghiere ben più austere e concise. Si deve comunque osservare che la sostituzione della liturgia ispanica con quella gregoriana è stata veloce e brutale solo per quanto riguarda la messa e l'ufficio divino ma non lo è stata similmente per le altre ufficiature liturgiche. Le chiese ispaniche continuarono dunque a celebrare alcune ufficiature, come il battesimo, il matrimonio, i funerali, nella forma tradizionale e qualcuno dei canti che accompagnavano queste celebrazioni (ce ne sono pervenuti venti in tutto) sono stati copiati in notazione diastematica per farli cantare più facilmente.

La resistenza all'introduzione del nuovo rito prese la piega d'un conflitto aperto in alcuni monasteri come quello di Sahagun (Léon) dove monaci sostenitori della tradizione contestarono vivacemente i riformatori. La resistenza non durò molto ad eccezione di Toledo. Al momento in cui il concilio di Burgos sopprimette ufficialmente il canto mozarabico, Toledo, l'antica capitale del regno dei visigoti, era ancora occupata dai musulmani. Poco tempo dopo, nel 1085, essa fu conquistata dal re Alfonso VI. I mozarabi di Toledo rifiutarono la lex romana e continuarono a praticare l'antico rito mozarabico. Essi non lo poterono fare nella cattedrale, che era allora sotto l'autorità d'un monaco francese, Bernard de Cluny, ma nelle chiese parrocchiali. Le comunità cristiane della resistenza al nuovo rito portarono sempre dei nomi mozarabici e, per diversi secoli fino alla fine del XV, perseverarono celebrando l'antica liturgia ispanica e utilizzando i manoscritti con i neumi non diastematici.

Alla fine del XV secolo, il cardinale di Toledo, il francescano Jiménez de Cisneros, che diede particolare vigore alla riforma della chiesa spagnola, decise di legalizzare i riti dei mozarabi. Per tal fine fece costruire una cappella dedicata al "Corpus Christi" affinché i preti vi potessero celebrare la liturgia secondo il rito ispanico per le comunità mozarabiche. Cisneros arredò generosamente la cappella, pubblicò il Messale e il Breviario mozarabico (1500 e 1502) e fece copiare i libri per l'ambone o i grandi libri per il coro affinché l'insieme dei preti potesse cantare le vecchie melodie. La musica di questi libri corali fu improntata alla tradizione orale ed è molto difficile vedervi le tracce musicali di canti copiati da antichi codici e da canti neumatici in campo aperto. Tuttavia ad alcune melodie, in particolare ai recitativi, è possibile ipotizzare un'origine molto antica. Ancora recentemente tali canti risuonavano sotto le volte della cattedrale toletana, ultimo ricordo della tradizione d'una vivace chiesa locale.

 


Siti di argomento simile: