Suppellettili
liturgiche romano-orientali
(seconda parte)

Hexapteryga e croceQuesti oggetti si trovano dietro all'altare nell'area del santuario. La croce e gli hexapteriga hanno un'asta in legno o in metallo che li eleva da terra.
La croce è un elemento indispensabile verso la quale si indirizza lo sguardo del celebrante. E' nota anche nelle liturgie occidentali e rimanda alla crocefissione e risurrezione di Cristo. Non si deve dimenticare che, per il Cristianesimo, la croce è un segno di vittoria sulla morte, non un patibolo. Il Cristo che vi è rappresentato non ha un'espressione straziata o tragica (come si rinviene spesso nell'arte religiosa moderna) ma è serenamente addormentato perché la sua tragedia è già illuminata dall'evento della sua resurrezione. La croce è dunque il segno della vittoria e della forza di Dio. Non meraviglia, quindi, la sua presenza presso l'altare sul quale si celebra il mistero della redenzione di Cristo.
Gli hexapteryga sono ignoti alle liturgie cristiane d'Occidente. Simboleggiano i serafini (angeli adoranti) dalle sei ali. Anticamente questi oggetti venivano sollevati e sostenuti da due suddiaconi o accoliti al momento dell'anafora eucaristica (preghiera consacratoria) (vedi figura a destra). Oggi, al momento dell'anafora, rimangono a fianco della croce, dietro l'altare. Dei serafini si accenna lungo tutto il corso della Divina Liturgia. Essi sono pure chiamati "esseri incorporei". Gli oggetti che li rappresentano simbolicamente indicano che tutta la Divina Liturgia è una continua dossologia (glorificazione) a Dio alla quale non partecipa solo la comunità dei cristiani riunita in chiesa ma tutto il mondo celeste. La presenza di Dio, degli angeli e dei santi si unisce a quella dei cristiani, il mondo di quaggiù comunica misteriosamente ma realmente con quello che lo trascende. Gli hexapteryga provengono dal protocollo imperiale, cioé dai ventagli che allora venivano utilizzati. Infatti, alcuni testi ne parlano come se fossero dei ventagli, e tutt'ora li può utilizzare il Diacono per scacciare insetti, mosche, ecc. dai Santi Doni. Compaiono nelle liturgie pontificali. In esse vengono portati in processione al piccolo e al grande Introito della Divina Liturgia.
Artophorion o tabernacolo
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Il pane eucaristico il Giovedì Santo, durante la Divina Liturgia di S. Basilio il Grande, viene riposto in un tabernacolo, appoggiato sull'altare o in un luogo del Santuario. In Oriente questa Eucarestia non è destinata ai fedeli ma ai malati che ne hanno bisogno. Pur credendo nella presenza misteriosa ma reale di Cristo nel Sacramento dell'Eucarestia, l'Ortodossia non ha mai adorato il Sacramento del pane e del vino come succede in Occidente. Quest'atteggiamento, comune a tutti durante i primi secoli, si spiega dal momento che, nel Vangelo, Cristo dice ai suoi discepoli: "Prendete e mangiate", non "prendete e adorate". La ragione dell'esistenza dell'Eucarestia è quella di nutrire i cristiani. L'Eucarestia è un mezzo, non un fine. Perciò il VII Concilio Ecumenico ha condannato l'adorazione eucaristica sostenuta da alcune correnti ereticali del tempo (gli iconoclasti). Le controversie eucaristiche nell'Occidente latino medioevale hanno spinto la Chiesa di Roma a percorrere un'altra strada. Si è così sviluppato un culto verso l'Eucarestia (sacramentalismo) in una forma precedentemente sconosciuta. La riforma cattolica, a seguito della controversia luterana, ha ulteriormente ampliato questa nuova prassi. In tal modo, ancora oggi, se l'Occidente cattolico non vede attribuire onori esterni all'Eucarestia è tentato di credere che vi sia sotteso un atteggiamento protestante, ossia la negazione del valore sacramentale. L'Ortodossia, ponendosi all'esterno di questi atteggiamenti, conserva l'antica posizione.