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La Chiesa nel periodo
dei Concili Ecumenici (323-843)


| La costituzione della Chiesa imperiale | La lotta contro le eresie |
1. Nicea - La sconfitta dell'arianesimo
2. Costantinopoli - L'insegnamento attorno al Santo Spirito
3. Efeso - La vittoria sul nestorianesimo
4. Calcedonia - Il trionfo della Cristologia Ortodossa
5 e 6. Costantinopoli - La conferma di Calcedonia - La vittoria sul monotelitismo
La Disputa sulle Sante Icone
7. Nicea - La Vittoria degli iconofili e il trionfo finale dell'Ortodossia

 

La costituzione della Chiesa imperiale

Nel 312 ebbe luogo un evento che trasformò completamente la situazione esteriore della Chiesa. Mentre cavalcava per la Francia alla testa del proprio esercito, l'Imperatore Costantino vide nel cielo una croce luminosa di fronte al sole. Un'iscrizione accanto alla croce diceva: In questo segno vincerai. Come risultato di tale visione, Costantino divenne il primo imperatore romano ad abbracciare la fede cristiana. Da quel giorno in Francia ebbe inizio una catena di eventi che portò alla fine del primo periodo della storia della Chiesa, e che portò alla creazione dell'Impero cristiano di Costantinopoli. Costantino resta come uno spartiacque nella storia della Chiesa. Con la sua conversione, l'età dei martiri e delle persecuzioni giunge alla fine, e la Chiesa delle Catacombe diviene la Chiesa dell'Impero. Il primo grande effetto della visione di Costantino fu il cosiddetto 'Editto' di Milano, che egli promulgò assieme al suo co-regnante Imperatore Licinio nel 313, che proclamava la tolleranza ufficiale della fede cristiana. E anche se al principio Costantino non offrì altro che tolleranza, in breve rese chiaro che intendeva favorire il cristianesimo la di sopra di tutte le altre religioni tollerate nell'Impero romano. Teodosio, entro cinquant'anni dalla morte di Costantino, condusse questa politica alla sua logica conclusione: con la sua legislazione fece del cristianesimo nono solo la più altamente favorita, ma la sola religione riconosciuta nell'Impero. La chiesa era ora pienamente ufficiale. 'Non avete il permesso di esistere,' avevano detto un tempo le autorità romane ai cristiani. Ora fu il turno del paganesimo di essere soppresso.

La visione della Croce condusse pure Costantino, nel corso della propria vita, a due ulteriori conseguenze, altrettanto fondamentali per il successivo sviluppo del cristianesimo. Dapprima, egli decise nel 324 di muovere la capitale dell'Impero Romano a est dall'Italia alle sponde del Bosforo. Qui, sul sito della città greca di Bisanzio, costruì una nuova capitale, a cui diede il proprio nome, 'Constantinoupolis'. Le motivazioni di questo spostamento furono in parte economiche e politiche, ma anche religiose: l'antica Roma era troppo profondamente contaminata da associazioni pagane per formare il centro dell'Impero cristiano che egli aveva in mente. Nella Nuova Roma le cose sarebbero state differenti: dopo la solenne inaugurazione della città nel 330, egli prescrisse che a Costantinopoli non si sarebbero mai compiuti riti pagani. La nuova capitale di Costantino ha esercitato un'influenza decisiva sullo sviluppo della storia ortodossa.

In secondo luogo, Costantino convocò il primo Concilio Generale o Ecumenico della Chiesa cristiana a Nicea nel 323. Se l'Impero Romano doveva essere un Impero cristiano, allora Costantino desiderava vederlo fermamente basato sulla singola fede ortodossa. Fu il compito del Concilio di Nicea di elaborare il contenuto di tale fede. Nulla avrebbe potuto simbolizzare più chiaramente la nuova relazione tra Chiesa e Stato rispetto alle circostanze esteriori del raduno di Nicea. L'Imperatore stesso presiedeva, 'come un messaggero celeste di Dio', così come si espresse uno dei presenti, Eusebio, vescovo di Cesarea. Alla conclusione del concilio i vescovi cenarono con l'Imperatore. 'Le circostanze del banchetto,' scrisse Eusebio (che era incline a farsi impressionare da tali cose), 'erano splendide oltre ogni descrizione. Distaccamenti di guardie del corpo e di altre truppe circondavano l'ingresso del palazzo con spade sguainate, e nel mezzo gli uomini di Dio procedevano senza timore nei più interni degli appartamenti imperiali. Alcuni furono compagni di tavola dello stesso Imperatore, altri di reclinavano su divani disposti su entrambi i lati. Si sarebbe potuto pensare a un'immagine del regno di Cristo, a un sogno piuttosto che alla realtà." Le cose erano certamente cambiate dal tempo in cui Nerone usava i cristiani come torce viventi per illuminare i suoi giardini nella notte. Nicea fu il primo di sette concili generali; e questi, come la città di Costantino, occupano una posizione centrale nella storia dell'Ortodossia.

I tre eventi - l'Editto di Milano, la fondazione di Costantinopoli e il Concilio di Nicea - segnano l'entrata della Chiesa nella "maggiore età".

 

I PRIMI SEI CONCILI (325-681)

La lotta contro le eresie

La vita della Chiesa nel primo periodo imperiale è dominata dai sette concili generali. Questi concili ebbero un duplice ruolo. Dapprima, resero l'organizzazione visibile della Chiesa chiara e articolata, cristallizzando la posizione delle cinque grandi sedi (o Patriarcati, come si giunse a chiamarle). In secondo luogo, cosa più importante, i concili definirono una volta per tutte l'insegnamento della Chiesa sulle dottrine fondamentali della fede cristiana - la Trinità e l'Incarnazione. Tutti i Cristiani sono d'accordo nel considerare queste cose come 'misteri' che vanno al di là della comprensione e del linguaggio umani. I vescovi, quando formulavano definizioni ai concili, non immaginavano di avere spiegato il mistero; cercavano appena di escludere alcuni modi falsi di parlarne e di spiegarlo. Per evitare che il popolo deviasse nell'errore e nell'eresia, eressero una barriera attorno al mistero; e questo fu tutto.

Le discussioni ai concili a volte sembravano astratte e remote, eppure erano ispirate da un principio molto pratico: la salvezza dell'uomo. L'umanità, come insegna il Nuovo Testamento, è separata da Dio a causa del peccato, e non può con i propri sforzi abbattere il muro di separazione creato dal proprio peccato. Dio ha pertanto preso l'iniziativa: si è fatto uomo, è stato crocifisso, ed è risorto dai morti, liberando così l'umanità dalla prigionia del peccato e della morte. Questo è il messaggio centrale della fede cristiana, ed è questo messaggio di redenzione che i concili si preoccuparono di salvaguardare. Le eresie erano pericolose e richiedevano una condanna, poiché sbilanciavano l'insegnamento del Nuovo Testamento, erigendo una barriera tra gli esseri umani e Dio, e rendendo così impossibile agli esseri umani il raggiungimento della piena salvezza.

San Paolo espresse questo messaggio di redenzione in termini di condivisione. Cristo ha condiviso la nostra povertà affinché noi potessimo condividere le ricchezze della sua divinità: 'Il Signore nostro Gesù Cristo, da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà' (2 Corinzi 8, 9). Nel Vangelo di San Giovanni si trova la stessa idea in forma leggermente differente. Cristo dichiara di avere reso i suoi discepoli partecipi della gloria divina, e prega che possano raggiungere l'unione con Dio: 'E la gloria che tu hai dato a me, io l'ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità' (Giovanni 17, 22-23). I Padri greci presero questi testi e altri simili nel loro senso letterale, e osarono parlare della 'deificazione' (in greco, theosis) dell'umanità. Se gli esseri umani devono condividere la gloria di Dio, dicevano, e se devono 'unirsi perfettamente con Dio', ciò significa di fatto che devono essere 'deificati': gli esseri umani sono chiamati a divenire per grazia ciò che Dio è per natura. In tal modo Sant'Atanasio ha riassunto lo scopo dell'Incarnazione dicendo: "Dio è divenuto uomo perché noi potessimo divenire dio".

Ora perché questo 'divenire dio', questa deificazione, sia possibile, Cristo il Salvatore deve essere pienamente Dio e pienamente umano. Nessuno che sia meno di Dio può salvare l'umanità; perciò per salvarci Cristo deve essere Dio. Ma solo se Egli è veramente umano, come noi, allora noi uomini possiamo partecipare a ciò che Egli ha fatto per noi. Si forma un ponte tra Dio e l'umanità attraverso il Cristo incarnato che è allo stesso tempo divino e umano. 'vedrete il cielo aperto', promise il nostro Signore, 'e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell'uomo' (Giovanni 1, 51). Non solo gli angeli usano quella scala, ma la razza umana.

Cristo deve essere pienamente Dio e pienamente uomo. Ogni eresia a sua volta ha minato alle radici qualche parte di questa vitale affermazione. O Cristo veniva reso minore di Dio (arianesimo); o la sua umanità era così divisa dalla sua divinità da divenire due persone invece di una (nestorianesmo); oppure non era presentato come veramente umano (monofisismo, monotelitismo). Ogni concilio ha difeso questa affermazione. I primi due, tenuti nel quarto secolo, si sono concentrati sulla prima parte (che Cristo debba essere pienamente Dio) e hanno formulato la dottrina della Trinità. I quattro concili successivi, tenuti nei secoli quinto, sesto e settimo, si sono dedicati alla seconda parte (la pienezza dell'umanità di Cristo) e hanno anche cercato di spiegare come l'umanità e la divinità possono unirsi in una singola persona. il settimo concilio, in difesa delle Sante Icone, sembra all'inizio piuttosto distante dagli altri, ma come i primi sei si occupava in ultima analisi dell'Incarnazione e della salvezza umana.

 

1. Nicea - La sconfitta dell'arianesimo

L'opera principale del Concilio di Nicea nel 323 fu la condanna dell'arianesimo. Ario, un prete di Alessandria, sosteneva che il Figlio è inferiore al Padre, e, tracciando una linea di divisione tra Dio e la creazione, poneva il Figlio tra le cose create: una creatura superiore, è vero, ma nondimeno una creatura. La sua motivazione, indubbiamente, era di proteggere l'unicità e la trascendenza di Dio, ma l'effetto del suo insegnamento, nel rendere Cristo inferiore a Dio, era di rendere impossibile la nostra deificazione umana. Solo se Cristo è vero Dio, rispose il concilio, può unirci a Dio, poiché nessuno se non Dio stesso può aprire agli esseri umani la via dell'unione. Cristo è 'uno in essenza' (homoousios) con il Padre. Non è un semidio o una creatura superiore, ma Dio nello stesso senso in cui il Padre è Dio: 'Dio vero da Dio vero,' proclamò il concilio nel Credo che vi fu promulgato, 'generato, non creato, coessenziale al Padre'.

Il Concilio di Nicea si occupò anche dell'organizzazione visibile della Chiesa. Fece particolare menzione di tre grandi centri: Roma, Alessandria e Antiochia (Canone VI). Stabilì anche che la sede di Gerusalemme, pur rimanendo soggetta al Metropolita di Cesarea, ricevesse il posto d'onore successivo a queste tre (Canone VII). Costantinopoli naturalmente non venne menzionata, poiché non fu ufficialmente inaugurata come nuova capitale fino a cinque anni più tardi; continuò a essere soggetta, come prima, al Metropolita di Eraclea.

 

2. Costantinopoli - L'insegnamento attorno al Santo Spirito

L'opera di Nicea fu ripresa dal secondo Concilio Ecumenico, tenuto a Costantinopoli nel 381. Questo concilio espanse ed adattò il Credo Niceno, sviluppando in particolare l'insegnamento sul Santo Spirito, di cui affermava che è Dio proprio come il Padre e il Figlio sono Dio: 'che procede dal Padre, che insieme con il Padre e con il Figlio è adorato e glorificato'. Il concilio cambiò pure le decisioni del Sesto Canone di Nicea. La posizione di Costantinopoli, ora capitale dell'Impero, non poteva più essere ignorata, e le fu assegnato il secondo posto, dopo Roma e al di sopra di Alessandria. 'Il Vescovo di Costantinopoli avrà le prerogative d'onore dopo il Vescovo di Roma, poiché Costantinopoli è la Nuova Roma' (Canone III).

Dietro alle definizioni dei concili stava l'opera dei teologi, che diedero precisione alle parole impiegate dai concili. Fu il conseguimento supremo di Sant'Atanasio di Alessandria di estrarre tutte le implicazioni della parola chiave nel Credo Niceno: homoousios, uno in essenza o sostanza, coessenziale o consustanziale. Complementare alla sua opera fu quella dei tre Padri Cappadoci, i Santi Gregorio di Nazianzo, noto nella Chiesa Ortodossa come Gregorio il Teologo (?329-?90), Basilio il Grande (?330-79), e il fratello minore di quest'ultimo, Gregorio di Nissa (morto nel 394). Mentre Atanasio sottolineava l'unità di Dio - Padre e Figlio sono uno in essenza (ousia) i Cappadoci evidenziavano la trinità di Dio: Padre, Figlio e Santo Spirito sono tre persone (hypostasis). Mantenendo un delicato equilibrio fra la trinità e l'unità in Dio, essi diedero pienezza di significato al classico sommario di dottrina trinitaria, tre persone in un'essenza. Mai prima di allora o da quel tempo la Chiesa ha avuto quattro teologi di tale statura nell'arco di una singola generazione.

Dopo il 381 l'arianismo cessò rapidamente di essere un problema attuale, eccetto in certe parti dell'Europa occidentale. L'aspetto controverso dell'opera del concilio era situato nel suo terzo Canone, che creava problemi sia a Roma che ad Alessandria. La vecchia Roma si chiedeva dove avrebbero avuto fine le pretese della nuova Roma: Costantinopoli non avrebbe potuto pretendere in breve tempo il primo posto? Roma scelse pertanto di ignorare il Canone offensivo, e non fu che al tempo del Concilio Laterano (1215) che il Papa formalmente riconobbe la pretesa di Costantinopoli al secondo posto. (Costantinopoli era a quel tempo nelle mani dei Crociati, e sotto a guida di un Patriarca latino.) Ma il canone fu allo stesso modo una sfida ad Alessandria, che fino ad allora aveva occupato il primo posto in Oriente. I successivi settant'anni videro un aspro conflitto tra Costantinopoli ed Alessandria, conflitto in cui per un certo tempo la vittoria arrise a quest'ultima. Il primo maggior successo fu al Sinodo della Quercia, in cui Teofilo di Alessandria ottenne la deposizione e l'esilio del Vescovo di Costantinopoli, San Giovanni Crisostomo, o Giovanni 'dalla bocca d'oro' (?334-407). Un fluente ed eloquente predicatore - i suoi sermoni devono essere spesso durati un'ora o più - Giovanni espresse in forma popolare le idee teologiche esposte da Atanasio e dai Cappadoci. Uomo di vita severa e austera, era ispirato da una profonda compassione per i poveri e da un ardente zelo per la giustizia sociale. Di tutti i Padri è forse il più amato, e quello le cui opere sono lette più diffusamente.

 

3. Efeso - La vittoria sul nestorianesimo

Il secondo grande successo di Alessandria fu ottenuto da nipote e successore di Teofilo, San Cirillo di Alessandria (morto nel 444), che provocò la caduta di un altro Patriarca di Costantinopoli, Nestorio, al terzo Concilio Generale, tenuto in Efeso (431). Ma ad Efeso c'era in gioco qualcosa di più della rivalità di due grandi sedi. Le questioni dottrinali, quiescenti dal 381, emersero ancora, incentrandosi ora non sulla Trinità, ma sulla persona di Cristo. Cirillo e Nestorio concordavano nel sostenere che Cristo è pienamente Dio, uno della Trinità, ma divergevano nelle loro descrizioni della sua umanità e nel loro metodo di spiegare l'unione del divino e dell'umano in una singola persona. Essi rappresentavano differenti tradizioni o scuole di teologia. Nestorio, cresciuto alla scuola di Antiochia, sosteneva l'integrità dell'umanità di Cristo, ma distingueva così enfaticamente tra l'umanità e la Divinità da sembrare in pericolo di concludere, non con una persona, ma con due persone coesistenti nello stesso corpo. Cirillo, protagonista dell'opposta tradizione di Alessandria, iniziava dall'unità della persona di Cristo piuttosto che dalla diversità della sua umanità e Divinità, ma parlava dell'umanità di Cristo in modo meno vivido di quello degli antiocheni. Entrambi gli approcci, se portati troppo a fondo, potevano condurre all'eresia, ma la Chiesa aveva bisogno di entrambi per formare un quadro completo ed equilibrato. Fu una tragedia per la cristianità che le due scuole, invece di equilibrarsi a vicenda, entrassero in conflitto.

Nestorio portò al culmine la controversia rifiutandosi di chiamare la Vergine Maria 'Genitrice di Dio' (Theotokos). Questo titolo era già accettato nella devozione popolare, ma a Nestorio parve che implicasse una confusione tra l'umanità di Cristo e la sua Divinità. Maria, secondo la sua argomentazione - e qui il suo 'separatismo' antiocheno è evidente - va chiamato soltanto 'Genitrice dell'uomo' o al più 'Genitrice di Cristo', poiché ha partorito solo l'umanità di Cristo, non la sua divinità. Cirillo, sostenuto dal concilio, rispose con il testo 'Il Verbo si è fatto carne' (Giovanni 1,14): Maria è genitrice di Dio, poiché 'ella ha partorito il Verbo di Dio fatto carne'. Ciò che Maria ha partorito non è un uomo unito a Dio da tenui legami, ma un a persona singola e indivisa, che è allo stesso tempo Dio e uomo. Il nome Theotokos salvaguarda l'unità della persona di Cristo: negarle questo titolo è come separare il Cristo incarnato in due, spezzando il ponte tre Dio e l'umanità ed erigendo nel mezzo della persona di Cristo un muro di partizione. Da ciò possiamo vedere che a Efeso non furono coinvolti solo titoli devozionali, ma il messaggio stesso della salvezza. Lo stesso primato che la parola homoousios occupa nella dottrina della Trinità, la parola Theotokos lo detiene nella dottrina dell'Incarnazione.

Alessandria conseguì un'altra vittoria in un secondo concilio tenuto a Efeso nel 449, ma questa riunione - così parve a una gran parte del mondo cristiano - spinse la posizione alessandrina troppo lontano. Dioscoro di Alessandria, successore di Cirillo, insisteva che in Cristo vi è una sola natura (physis); il Salvatore proviene da due nature, ma dopo la sua Incarnazione vi è soltanto 'una natura incarnata del Verbo di Dio'. Questa è la posizione comunemente definita 'Monofisita'. È vero che Cirillo stesso aveva usato questo linguaggio, ma Dioscoro omise le dichiarazioni equilibranti che Cirillo aveva fatto nel 433 come concessione agli antiocheni. A molti parve che Dioscoro stesse negando l'integrità dell'umanità di Cristo, anche se questa è quasi certamente una interpretazione ingiusta della sua posizione.

 

4. Calcedonia - Il trionfo della Cristologia Ortodossa

Solo due anni più tardi, nel 451, l'Imperatore Marciano convocò a Calcedonia una nuova riunione di vescovi, che la Chiesa di Costantinopoli e l'Occidente considerarono come il quarto concilio generale. Il pendolo ora tornò a oscillare in una direzione antiochena. Il concilio, respingendo la posizione monofisita di Dioscoro, proclamò che, mentre Cristo è una singola e indivisa persona, Egli non è "da" due nature ma "in" due nature. I vescovi acclamarono il Tomo di San Leone il Grande, Papa di Roma (morto nel 461), in cui la distinzione tra le due nature è chiaramente espressa, anche se l'unità della persona di Cristo vi è ugualmente enfatizzata. Nella loro proclamazione di fede essi dichiararono la loro fede in 'uno e lo stesso Figlio, perfetto nella Divinità e perfetto nell'umanità, veramente Dio e veramente uomo... riconosciuto in due nature senza confusione, senza cambiamento, senza divisione e senza separazione; la differenza tra le nature non è in alcun modo rimossa a causa dell'unione, ma piuttosto si mantiene la peculiare proprietà di ciascuna natura, ed entrambe si combinano in una persona e in una ipostasi'. La Definizione di Calcedonia, si può notare, si rivolge non solo ai monofisiti ('in due nature senza confusione, senza cambiamento'), ma anche ai seguaci di Nestorio ('uno e lo stesso Figlio... senza divisione e senza separazione').

Ma Calcedonia fu di più di una sconfitta per la teologia alessandrina: fu una sconfitta per le pretese alessandrine al dominio supremo in oriente. Il Canone XXIII di Calcedonia confermò il Canone III di Costantinopoli, assegnando alla Nuova Roma il posto di onore dopo quello della Roma Antica. Leone respinse questo Canone, ma l'oriente da quel momento ha sempre riconosciuto la sua validità. Il concilio liberò pure Gerusalemme dalla giurisdizione di Cesarea e le diede il quinto posto tra le grandi sedi. Il sistema noto in seguito tra gli ortodossi con il nome di Pentarchia era ora completo: in esso cinque grandi sedi nella Chiesa erano tenute in particolare onore, e un ordine definito di precedenza fu stabilito tra loro: in ordine di rango, Rome, Costantinopoli, Alessandria, Antiochia, Gerusalemme. Tutte e cinque vantavano fondazione apostolica. Le prime quattro erano le città più importanti dell'Impero Romano; la quinta fu aggiunta perché si trattava del luogo dove Cristo aveva sofferto sulla Croce ed era risorto dai morti. Il vescovo di ciascuna di queste città ricevette il titolo di Patriarca. I cinque Patriarcati divisero tra loro in sfere di giurisdizione l'intero mondo conosciuto, a parte Cipro, a cui il Concilio di Efeso accordò l'indipendenza che ha mantenuto fin d'allora.

Quando si parla del sistema ortodosso della Pentarchia vi sono due possibili malintesi che bisogna evitare. Dapprima, il sistema dei Patriarchi e Metropoliti è una questione di organizzazione ecclesiastica. Ma se guardiamo alla Chiesa dal punto di vista non dell'ordine ecclesiastico ma del diritto divino, allora dobbiamo dire che tutti i vescovi sono essenzialmente uguali, per quanto umile o esaltata sia la città sulla quale ciascuno di loro presiede. Tutti i vescovi condividono egualmente la successione apostolica, tutti hanno gli stessi poteri sacramentali, tutti sono divinamente assegnati quali insegnanti della fede. Se sorge una disputa dottrinale, non è abbastanza che i Patriarchi esprimano la loro opinione: ogni vescovo diocesano ha il diritto di partecipare a un concilio generale, di parlare, e di esprimere il proprio voto. Il sistema della Pentarchia non sovverte l'essenziale uguaglianza di tutti i vescovi, né priva qualsiasi comunità locale dell'importanza che Ignazio le aveva assegnato.

In secondo luogo, gli ortodossi credono che tra i cinque Patriarchi un posto speciale spetti al Papa di Roma. La Chiesa Ortodossa non accetta la dottrina dell'autorità papale esposta nei decreti del Concilio Vaticano del 1870, e oggi insegnata nella Chiesa Cattolica Romana; ma allo stesso tempo l'Ortodossia non nega alla Santa e Apostolica Sede di Roma un primato di onore, assieme al diritto (a certe condizioni) di agire come corte di appello per controversie da ogni parte della cristianità. Si noti che abbiamo usato il termine 'primato', non 'supremazia'. Gli ortodossi considerano il Papa come il vescovo 'che presiede nell'amore', per adattare una frase di Sant'Ignazio: lo sbaglio di Roma - così credono gli ortodossi - è stato di trasformare questo primato o 'presidenza d'amore' in una supremazia di potere esteriore e di giurisdizione.

Questo primato di cui Roma gode ha origine da tre fattori. Primo, Roma era la città in cui San Pietro e San Paolo furono martirizzati, e dove Pietro fu vescovo. La Chiesa Ortodossa riconosce Pietro come il primo tra gli Apostoli: non dimentica i celebrati 'testi petrini' nei Vangeli (Matteo xvi 18,19; Luca xxii, 32; Giovanni xxi, 15-17) - anche se i teologi ortodossi non hanno di questi testi una comprensione simile a quella dei moderni commentatori cattolici romani. E anche se molti teologi ortodossi direbbero che non solo il Vescovo di Roma ma tutti i vescovi sono successori di Pietro, allo stesso tempo la maggior parte di loro ammette che il Vescovo di Roma è il successore di Pietro in un senso speciale. In secondo luogo, la sede di Roma derivava il suo primato anche dalla posizione occupata dalla città di Roma nell'Impero: era la capitale, la città principale del mondo antico, e tale in qualche misura continuò a essere anche dopo la fondazione di Costantinopoli. In terzo luogo, anche se vi furono occasioni nei quali i Papi caddero nell'eresia, durante i primi otto secoli di storia della Chiesa la sede romana fu nel complesso nota per la purezza della sua fede: altri Patriarcati vacillarono durante le grandi dispute dottrinali, ma Roma in gran parte rimase solida. Sotto gravi pressioni nelle lotte contro gli eretici, la gente sentiva di potersi rivolgere con confidenza al Papa. Non solo il Vescovo di Roma, ma ogni vescovo, è stabilito da Dio come insegnate della fede; eppure, dato che la sede di Roma aveva in pratica insegnato la fede con una straordinaria lealtà alla verità, era soprattutto a Roma che tutti si appellavano come guida nei primi secoli della Chiesa.

Ma come per i Patriarchi, così è anche per il Papa: il primato assegnato a Roma non abbatte l'uguaglianza essenziale di tutti i vescovi. Il Papa è il primo vescovo della Chiesa - ma è il primo tra uguali.

Efeso e Calcedonia furono una roccia di Ortodossia, ma furono anche una grave pietra di inciampo. Gli ariani erano stati gradualmente riconciliati e non formarono uno scisma duraturo. Ma fino a oggi esistono cristiani che appartengono alla Chiesa Assira dell'Est (frequentemente, anche se in modo fuorviante, chiamati 'Nestoriani') che non possono accettare le decisioni di Efeso, e che considerano non corretto chiamare Theotokos la Vergine Maria; e fino a oggi esistono anche Non-Calcedoniani che seguono gli insegnamenti monofisiti di Dioscoro, e che respingono la Definizione di Calcedonia e il Tomo di Leone. La Chiesa Assira dell'Est si trovava quasi interamente al di fuori dell'Impero di Costantinopoli, e lasciò poche tracce nella storia dell'Impero. Ma un gran numero di Non-Calcedoniani, particolarmente in Egitto e in Siria, erano sudditi dell'Imperatore, e furono fatti ripetuti per quanto fallimentari tentativi di riportarli in comunione con la Chiesa di Costantinopoli. Come spesso accade, le differenze teologiche furono rese più amare da tensioni culturali e nazionali. L'Egitto e la Siria, entrambi in larga parte paesi non greci per lingua e costumi, risentivano il potere della Costantinopoli greca, sia in questioni religiose che politiche. E così lo scisma ecclesiastico fu rinforzato dal separatismo politico. Se non fosse stato per questi fattori non teologici, le due parti avrebbero forse potuto raggiungere una comprensione teologica dopo Calcedonia. Molti studiosi moderni sono inclini a pensare che la differenza tra 'Non-Calcedoniani' e 'Calcedoniani' fosse basilarmente di terminologia, e non di teologia. Le due parti comprendevano il termine 'natura' (physis) in modi differenti, ma entrambe si preoccupavano di affermare la stessa verità di base: che Cristo il Salvatore è pienamente divino e pienamente umano, eppure Egli è uno, e non due.

 

5 e 6. Costantinopoli - La conferma di Calcedonia - La vittoria sul monotelitismo

La Definizione di Calcedonia ebbe come supplemento due concili posteriori, entrambi tenuti a Costantinopoli. Il quinto Concilio Ecumenico (553) reinterpretò i decreti di Calcedonia da un punto di vista alessandrino, e cercò di spiegare, in termini più costruttivi di quelli usati da Calcedonia, come le due nature di Cristo si uniscono per formare una singola persona. Il sesto Concilio Ecumenico (680-81) condannò l'eresia dei monoteliti, che sostenevano che, anche se Cristo ha due nature, dato che Egli è una singola persona, ha solo una volontà. Il Concilio replicò che se Egli ha due nature, allora deve avere anche due volontà. I monoteliti, sembrava, volevano sminuire la pienezza dell'umanità di Cristo, poiché la natura umana senza una volontà umana sarebbe incompleta, una mera astrazione. Poiché Cristo è vero uomo così come vero Dio, Egli deve avere una volontà umana così come una volontà divina.

Durante i cinquant'anni prima della riunione del sesto Concilio, Costantinopoli dovette confrontarsi con un improvviso e allarmante sviluppo: il sorgere dell'islam. La cosa più impressionante dell'espansione musulmana era la sua rapidità. Quando il Profeta morì nel 632, la sua autorità si estendeva appena oltre l'Hejaz. Ma entro quindici anni i suoi seguaci arabi avevano preso la Siria, la Palestina e l'Egitto; entro cinquant'anni erano sotto le mura di Costantinopoli e quasi catturarono la città; entro cent'anni avevano spazzato l'Africa del Nord, avanzando verso la Spagna e forzando l'Europa occidentale a combattere per la propria vita alla Battaglia di Poitiers. Le invasioni arabe sono state chiamate 'un'esplosione centrifuga, che spingeva in ogni direzione piccoli corpi di razziatori a cavallo, in cerca di cibo, saccheggio e conquista. I vecchi imperi non erano in grado di resistervi. Costantinopoli perse i suoi possedimenti orientali, e i tre Patriarcati di Alessandria, Antiochia e Gerusalemme passarono sotto controllo degli infedeli; all'interno dell'Impero Cristiano d'Oriente, il Patriarcato di Costantinopoli era ora senza rivali. Da questo momento in avanti Costantinopoli non fu mai libera per lungo tempo dagli assalti musulmani, e anche se sopravvisse per altri otto secoli, alla fine soccombette.

 

La Disputa sulle Sante Icone

Le dispute riguardo alla Persona di Cristo non cessarono con il concilio del 681, ma si estesero in forma differente nei secoli ottavo e nono. La controversia era centrata sulle Sante Icone, le pitture di Cristo, della Madre di Dio, e dei santi, che erano custodite e venerate sia nelle chiese che nelle case private. Gli iconoclasti, or distruttori di icone, sospettosi di ogni forma d'arte religiosa che rappresentava esseri umani o Dio, pretendevano la distruzione delle icone; la parte opposta, gli iconoduli, o veneratori di icone, difendevano vigorosamente il posto delle icone nella vita della Chiesa. La lotta non era un mero conflitto tra due concezioni di arte cristiana. Erano coinvolte questioni più profonde: il carattere della natura umana di Cristo, l'attitudine cristiana verso la materia, il vero significato della redenzione cristiana.

Gli iconoclasti possono essere stati influenzati dall'esterno da idee ebraiche e musulmane, ed è significativo che tre anni prima del primo scoppio di iconoclasmo nell'Impero di Costantinopoli, il califfo musulmano Yezid ordinò la rimozione di tutte le icone nei suoi domini. Ma l'iconoclasmo non fu semplicemente importato dall'esterno; all'interno della stessa cristianità era sempre esistita una visione 'puritana', che condannava le icone perché vedeva in ogni immagine una latente idolatria. Quando gli imperatori isaurici attaccarono le icone, trovarono ampio sostegno all'interno della Chiesa.

La controversia iconoclasta, che durò all'incirca 120 anni, si divide in due fasi. Il primo periodo si aprì nel 726 quando l'Imperatore Leone III iniziò il suo attacco alle icone, e terminò nel 780 quando l'Imperatrice Irene sospese la persecuzione. La posizione iconodula fu sostenuta dal settimo e ultimo Concilio Ecumenico (787), che si riunì, come aveva fatto il primo, a Nicea. Le icone, proclamò il concilio, si devono custodire nelle chiese e onorare con la stessa venerazione relativa mostrata ad altri simboli materiali, come la 'preziosa e vivifica Croce' e il Libro dei Vangeli. Un nuovo attacco alle icone, iniziato da Leone V l'Armeno nell'815, continuò fino all'843 quando le icone furono nuovamente reinsediate, questa volta in modo permanente, da un'altra imperatrice, Teodora. La vittoria finale delle Immagini Sacre nell'843 è nota come 'il Trionfo dell'Ortodossia', ed è commemorata in una funzione speciale celebrata nella 'Domenica dell'Ortodossia', la prima domenica di Quaresima. Il principale difensore delle icone nel primo periodo fu San Giovanni Damasceno (?675-749), nel secondo San Teodoro Studita (759-826). San Giovanni fu in grado di operare più liberamente in quanto dimorava in territorio musulmano, fuori della portata del governo di Costantinopoli. Non fu l'ultima volta che l'islam agì in modo non intenzionale come protettore dell'Ortodossia.

Una delle caratteristiche distintive dell'Ortodossia è il posto che essa assegna alle icone. Una chiesa ortodossa oggi ne è piena: a divisione del santuario dalla navata dell'edificio vi è uno schermo solido, l'iconostasi, interamente ricoperto di icone, mentre altre icone sono poste in santuari speciali tutto intorno alla chiesa; e forse le mura sono ricoperte di icone affrescate o a mosaico. Un ortodosso si prosterna davanti a queste icone, le bacia e accende candele di fronte a loro; il prete le incensa, ed esse vengono portate in processione. Che cosa significano questi gesti e azioni? Che cosa significano le icone, e perché Giovann Damasceno e altri le ritengono importanti?

Considereremo in primo luogo l'accusa di idolatria, che gli iconoclasti muovevano agli iconoduli; quindi il valore positivo delle icone come mezzo di istruzione; e infine la loro importanza dottrinale.

(1) La questione dell'idolatria. quando un ortodosso bacia un'icona o si prosterna di fronte ad essa, non è colpevole di idolatria. L'icona non è un idolo ma un simbolo; la venerazione mostrata alle immagini è diretta non alla pietra, legno e vernice, ma alla persona raffigurata. Ciò era stato evidenziato ben prima della controversia iconoclasta da Leonzio di Neapoli (morto attorno al 650): Noi non facciamo obbedienza alla natura del legno, ,a riveriamo e facciamo obbedienza a Colui che fu inchiodato alla Croce... Quando i due pali della Croce sono uniti assieme io adoro la figura a causa di Cristo che è stato inchiodato alla Croce, ma se i pali sono separati io li getto via e li brucio.' Dato che le icone sono solo simboli, gli ortodossi non le adorano, ma le riveriscono o le venerano. Giovanni Damasceno distingueva con cura tra l'onore relativo di venerazione mostrato ai simboli materiali, e l'adorazione dovuta a Dio solo.

(2) Le icone come parte dell'insegnamento della Chiesa. Le icone, disse Leonzio, sono 'libri aperti che ci fanno ricordare di Dio'; sono uno dei mezzi che la Chiesa impiega per insegnare la fede. Chi manca di istruzione o di tempo per studiare opere di teologia ha solo da entrare in una chiesa per vedere sulle pareti, svelati di fronte ai propri occhi, tutti i misteri della religione cristiana. Se un pagano vi chiede di mostrargli la vostra fede, dicevano gli iconoduli, portatelo in chiesa e mettetelo di fronte alle icone. In questo modo le icone formano una parte della Santa Tradizione.

(3) Il significato dottrinale delle icone. Qui giungiamo al vero cuore della disputa iconoclasta. Posto che le icone non siano idoli, posto che siano utili per istruzione; ma come si può dire che siano non solo ammissibili, ma necessarie? È essenziale avere icone? Gli iconoduli sostenevano di sì, poiché le icone salvaguardano una completa e appropriata dottrina dell'Incarnazione. Iconoclasti e iconoduli erano d'accordo nel sostenere che Dio non può essere rappresentato nella sua natura eterna: 'nessuno ha mai visto Dio' (Giovanni 1, 18). Tuttavia, continuavano gli iconoduli, l'Incarnazione ha reso possibile un'arte religiosa per rappresentazione: Dio può essere dipinto perché è divenuto umano e ha preso carne. Si possono fare immagini materiali, sosteneva Giovanni Damasceno, di Colui che ha preso un corpo materiale:

Nell'antichità il Dio incorporeo e incircoscritto non era affatto raffigurato. Ma ora che Dio è apparso nella carne e ha vissuto tra gli uomini, io faccio un'immagine del Dio che può essere visto. Io non adoro la materia, ma adoro 'il Creatore della materia, che per me è divenuto materiale e si è degnato di dimorare nella materia, e che attraverso la materia mi ha portato alla salvezza. Non smetterò di venerare la materia attraverso la quale la mia salvezza ha avuto luogo.

Gli iconoclasti, ripudiando tutte le rappresentazioni di Dio, non riuscirono a prendere l'Incarnazione in piena considerazione. Essi caddero, come hanno fatto tanti puritani, in un tipo di dualismo. Considerando la materia come una contaminazione, volevano una religione libera da ogni contatto con quanto è materiale; essi pensavano infatti che ciò che è spirituale debba essere non-materiale. Ma questo vuol dire tradire l'Incarnazione, non lasciando posto all'umanità di Cristo, al suo corpo; significa dimenticare che anche il nostro corpo, così come la nostra anima, deve essere salvato e trasfigurato. La controversia iconoclasta è pertanto strettamente connessa alle prime dispute sulla persona di Cristo. Non fu una mera controversia sull'arte religiosa, ma sull'incarnazione, sulla salvezza umana, sulla salvezza dell'intero universo materiale.

Dio ha preso un corpo materiale, provando in tal modo che la materia può essere redenta: 'Il Verbo si è fatto carne e ha deificato la carne, disse Giovanni Damasceno. Dio ha 'deificato' la materia, rendendola 'portatrice di spirito'; e se la carne è divenuta un veicolo dello Spirito, allora lo possono divenire - benché in modo differente - il legno e la pittura. La dottrina ortodossa sulle icone è legata alla credenza ortodossa che tutta la creazione di Dio, materiale e spiritual, deve essere redenta e glorificata. Nelle parole di Nicolas Zernov (1898-1980) - ciò che dice dei russi è vero per tutti gli ortodossi:

[Le icone] per i russi non furono meri dipinti. Erano manifestazioni dinamiche del potere spirituale dell'uomo di redimere la creazione attraverso la bellezza e l'arte. I colori e le linee [delle icone] non intendevano imitare la natura; gli artisti miravano a dimostrare che uomini, animali e piante, e tutto il cosmo, possono essere riscattati dal loro presente stato di degradazione, e restaturati alla giusta 'Immagine'. Le [icone] erano pegni della prossima vittoria di una creazione redenta sopra a quella caduta... La perfezione artistica di un'icona non era solo un riflesso della gloria celeste - era un esempio concreto di materia restaurata alla sua originale armonia e bellezza, che serve come veicolo dello Spirito. Le icone erano parte del cosmo trasfigurato.

 

7. Nicea - La Vittoria degli iconofili e il trionfo finale dell'Ortodossia

La conclusione della disputa iconoclasta, la convocazione del settimo Concilio Ecumenico, il Trionfo dell'Ortodossia nell'843, segnano la fine del secondo periodo della storia ortodossa, il periodo dei sette concili. Questi sette concili sono di immensa importanza per l'Ortodossia. Per i membri della Chiesa Ortodossa, il loro interesse non è meramente storico ma contemporaneo; riguardano non solo gli studiosi e i membri del clero, ma tutti i fedeli. 'Anche i contadini analfabeti,' disse Dean Stanley, 'per i cui corrispettivi in Spagna e Italia, i nomi di Costanza e Trento sono probabilmente sconosciuti, sono ben coscienti che la loro Chiesa è posta sulla base dei sette concili, mantengono una speranza di poter vivere per vedere un ottavo concilio generale, che possa rettificare i mali del tempo presente.' Gli ortodossi spesso definiscono se stessi 'la Chiesa dei Sette Concili'. Con questo non vogliono dire che la Chiesa Ortodossa abbia cessato di pensare in modo creativo dal 787. Piuttosto, vedono nel periodo dei concili la grande era della teologia; e accanto alla Bibbia, sono i sette concili che la Chiesa Ortodossa prende come proprio modello e guida nel cercare soluzioni ai nuovi problemi che sorgono in ogni generazione.