
IL MONACHESIMO ORTODOSSO
L'intimo senso spirituale del monachesimo ortodosso si rivela nel sentimento della gioiosa tristezza (dal greco harmolipi). Questa paradossale espressione denota uno stato spirituale nel quale un monaco, nella sua preghiera, si addolora per i peccati del mondo e, allo stesso tempo, ha esperienza della gioia spirituale che nasce dal perdono di Cristo e dalla sua risurrezione. Un monaco muore solo per vivere veramente, si dimentica solo per trovare il suo io vero in Dio, diviene ignorante della conoscenza mondana solo per raggiungere la reale saggezza spirituale che è possibile acquisire unicamente nell'umiltà.

Il refettorio di un monastero cenobitico
Con lo sviluppo del monachesimo nella Chiesa apparì un
modo particolare di vita che, comunque, non determinò una nuova
morale. La Chiesa non ha una raccolta di regole morali per i
laici e un'altra per i monaci e non divide neppure i fedeli in
classi a seconda dei loro obblighi verso Dio. La vita cristiana
è identica per tutti. Tutti i cristiani hanno in comune il fatto
che "il loro essere e nome viene da Cristo" (1). Ciò significa che il vero
cristiano deve seppellire sotto terra la sua vita e la sua
condotta in Cristo, cosa particolarmente dura da praticare nel
mondo.
Quanto è difficile nel mondo viene coltivato con dedizione nella
vita monastica. Nella sua vita spirituale il monaco cerca
semplicemente di fare quello che ogni cristiano dovrebbe cercare
di compiere: vivere secondo i comandamenti di Dio. I principi
fondamentali del monachesimo non sono diversi da quelli della
vita di ogni fedele. Ciò è particolarmente chiaro nella storia
della Chiesa primitiva, prima che apparisse il monachesimo.
Nella tradizione della Chiesa c'è una chiara preferenza per il
celibato come stato opposto a quello dell'uomo sposato. Questa
posizione non è naturalmente ostile al matrimonio, che è
riconosciuto come un mistero profondo (2), ma indica semplicemente che il matrimonio offre
maggiori ostacoli pratici per il perseguimento della vita
spirituale. Per tale ragione, sin dai primi albori del
Cristianesimo, molti fedeli hanno scelto il celibato. In tal modo
Athenagora il Confessore nel secondo secolo scrisse: "Puoi
trovare molti uomini e donne che rimangono celibi per tutta la
vita nella speranza di giungere più presso a Dio" (3). Sin dai suoi inizi, la vita
cristiana è stata associata con il rifiuto della propria
volontà e con il sacrificio: "Se qualcuno vuole venire
dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi
segua" (4).
Cristo ci chiama a darci totalmente a lui: "Chi ama suo
padre e sua madre più di me non è degno di me, e chi ama suo
figlio o sua figlia più di me non è degno di me" (5).
Ecco perché sono state coltivati fin dall'inizio la preghiera
fervente e incessante, l'obbedienza agli anziani della Chiesa,
l'amore fraterno e l'umiltà, oltre alla pratica di tutte le
virtù essenziali per la vita monastica.
Non si può negare che il monaco e lo sposato hanno due modi
diversi di vita, tuttavia questo non cambia la loro comune
responsabilità verso Dio e verso l'adempimento dei Suoi
comandamenti. Ognuno di noi ha un suo dono proprio e speciale
nell'unico Corpo dell'indivisibile Chiesa di Cristo (6). Ogni modo di vita, sposato o
celibe, è soggetto ugualmente alla volontà assoluta di Dio.
Oramai nessun modo di vita può essere preso come una scusa per
ignorare o risponde solo in ciò che vogliamo alla chiamata di
Cristo e dei Suoi comandamenti. Entrambe le vie richiedono grande
impegno e determinazione.

Un eremitaggio solitario
San Giovanni Crisostomo sottolinea
con grande enfasi lo stesso punto: "Ti inganni fortemente ed
erri, se pensi che una cosa sia richiesta al laico e un'altra al
monaco; l'unica differenza tra i due è che uno è sposato,
l'altro no, ma sotto ogni altro aspetto hanno le medesime
responsabilità... Poichè tutti devono raggiungere la stessa
altezza; eppure noi pensiamo che solo il monaco è colui che ha
voltato le spalle al mondo e deve perciò vivere rigorosamente,
mentre il resto degli uomini ha il permesso di vivere una vita
indolente!" (7).
Riguardo all'osservanza di particolari comandamenti evangelici,
egli dice: "Chiunque è in collera con suo fratello senza
causa, malgrado sia un laico o un monaco, si oppone allo stesso
modo a Dio. E chiunque guarda con desiderio una donna, qualunque
sia la sua condizione sociale, commette lo stesso peccato".
Il Santo osserva generalmente che, dando i suoi comandamenti,
Cristo non opera alcuna distinzione tra le persone: "Un uomo
non si definisce per il fatto d'essere laico o monaco, ma dal
modo in cui pensa [e vive]" (8).
I comandamenti di Cristo richiedono severità di vita, una
severità che spesso ci attendiamo solo dai monaci. La richiesta
di un comportamento decente e sobrio, la condanna della ricchezza
e l'adozione della frugalità (9), l'evitare i vani colloqui e l'impegno a mostrare un
amore altruista non è indicato solo ai monaci, ma ad ogni
fedele.
Perciò, il rifiuto del modo mondano di pensare è un dovere non
solo per i monaci, ma per tutti i Cristiani. Il fedele non deve
avere una mentalità mondana, ma deve vivere nel mondo come uno
straniero e lavorare con la mente rivolta costantemente a Dio. La
casa dei Cristiani non è su questa terra, ma nel Regno del
Cielo: "Per adesso non abbiamo una città durevole, ma
cerchiamo la città che deve venire" (10). La Chiesa non può essere vista che come un comunità
in cammino. Il mondo è la sua casa provvisoria ma la Chiesa è
fatta per il Regno di Dio. Proprio come gl'israeliti liberati
dalla schiavitù d'Egitto, mentre viaggiavano verso Gerusalemme
subendo molte prove e tribolazioni, così il cristiano, liberato
dalla schiavitù e dalla dipendenza dal peccato, viaggia
attraverso molte prove e tribolazioni verso il Regno del Cielo.

L'eremitaggio San Basilio
presso il Monastero serbo di Chilandari nel Monte Athos
Nei primi secoli cristiani
quest'esodo dal mondo non richiedeva un luogo diverso ma un modo
diverso di vivere. Un uomo non si allontana da Dio e si volge al
mondo fisicamente ma spiritualmente, perchè Dio è dappertutto e
agisce in tutto. Così, allo stesso modo, il rifiuto del mondo e
l'accoglienza di Dio non fu recepita in senso fisico ma come un
differente modo di vita. Questo è chiaro specialmente nella vita
dei primi cristiani. Benchè vivessero nel mondo essi erano
pienamente consapevoli che non erano espressione di questo mondo
e non vi appartenevano: "Siete nel mondo ma non del
mondo". E coloro che vissero in castità e povertà, cosa
divenuta più tardi fondamentale per la vita monastica, non
abbandonarono il mondo né si recarono sulle montagne.
Il distacco fisico dal mondo aiuta l'anima a rigettare il modo
mondano di vivere. L'esperienza dimostra che la salvezza
dell'uomo è difficile da acquisire nel mondo. Basilio il Grande
indica che è dannoso vivere tra uomini che non si curano
dell'osservanza rigorosa dei comandamenti divini. E' estremamente
difficile, se non impossibile, rispondere alla chiamata di
Cristo, prendere la propria croce e seguirLo nell'ambito della
vita mondana. Tra la moltitudine dei peccatori, non solo non si
vedono i propri peccati ma si cade pure nella tentazione di
ritenersi migliori e di aver raggiunto qualche risultato, dal
momento che ci paragoniamo con coloro che sono peggio di noi.
Inoltre, l'urto e il trambusto della vita quotidiana ci distrae
dal ricordo di Dio. Non ci impedisce di sentire in noi la gioia
intensa della comunione con Dio, ma ci conduce a disprezzare e
dimenticare la volontà divina.
Questo non significa che allontanarsi dal mondo garantisca la
salvezza, ma certamente ci aiuta nella nostra vita spirituale.
Quando qualcuno si dedica completamente a Dio e alla Sua
volontà, nulla può arrestarlo nella sua corsa verso la
salvezza. San Giovanni Crisostomo dice: "Non c'è alcun
ostacolo in chi lavora con forza per la sua virtù. Non così per
quegli uomini che hanno un ufficio, per quelli che hanno moglie e
figli a cui badare, per quelli che hanno servitori da istruire,
per quelli che hanno posti d'autorità e vogliono impegnarsi
nell'essere virtuosi" (12).
San Simeone il Nuovo Teologo osserva: "Vivendo in una città
non siamo impediti a seguire i comandamenti di Dio ma dobbiamo
essere zelanti, silenziosi e solitari. Non ci è d'alcun
beneficio essere accidiosi e negligenti" (13). Altrove egli dice che è
possibile a tutti, non solo ai monaci, pure ai laici,
"pentirsi e piangere continuamente pregando Dio e, con
queste azioni, acquisire tutte le altre virtù" (14).

Monaco athonita
Il monachesimo ortodosso è sempre stato
associato alla calma o al silenzio, qualità che sono
primariamente uno stato interiore più che esteriore. Il silenzio
esterno viene cercato per raggiungere più facilmente un'intima
calma della mente. Questa calma non è un tipo d'inerzia o
d'inattività, ma il risveglio e l'attivazione della vita
spirituale. E' vigilanza intensa e devozione totale a Dio.
Vivendo in un luogo quieto il monaco riesce a conoscersi meglio,
a combattere più profondamente le sue passioni, a purificare
più pienamente il suo cuore, in modo da essere ritenuto degno di
contemplare Dio.
Il padre di San Gregorio Palamas, Costantino, visse una vita
tranquilla anche se era senatore e membro della corte imperiale a
Costantinopoli. L'essenza di questo genere di vita è il distacco
dalle passioni mondane e la completa devozione a Dio. Ecco
perché San Gregorio Palamas dice che la salvezza in Cristo è
possibile a tutti: "Sono davvero benedetti il coltivatore,
il lavoratore del cuoio, il muratore, il sarto, il tessitore e in
genere tutti quelli che si guadagnano da vivere con le loro mani
e con il sudore della propria fronte, che rigettano da sé il
desiderio della ricchezza, della fama e del benessere" (15). Allo stesso modo San Nicola
Kavasilas osserva che non è necessario per nessuno fuggire nel
deserto, mangiare del cibo insolito, cambiare il proprio vestito,
rovinarsi la salute o praticare qualche altra cosa per rimanere
offerti a Dio (16).
La vita monastica, come allontanamento fisico dal mondo per
abitare nel deserto, è iniziata nella metà del terzo secolo. Lo
sciamare cristiano nel deserto è stato in parte generato dalle
aspre persecuzioni romane del tempo. La crescita del monachesimo,
comunque, è cominciata al tempo di Costantino il Grande e si è
in gran parte generata dal rifiuto di molti cristiani ad adattare
la Chiesa al carattere più mondano rispetto ai tempi iniziali e
al desiderio di condurre una severa vita cristiana. Così il
monachesimo si è sviluppato contemporaneamente in varie regioni,
del Mediterraneo sud orientale, in Egitto, Palestina, Sinai,
Siria e Cipro. Subito dopo ha raggiunto l'Asia Minore e l'Europa.
Durante il secondo millennio, comunque, il Monte Athos è
divenuto il centro del monachesimo ortodosso.
La più comune e sicura forma per condurre la vita monastica è
quella cenobitica. Nel monastero cenobitico tutto è condiviso:
alloggio, cibo, lavoro, preghiera, impegno, cure, lotte e
risultati. Il capo e padre spirituale del cenobio è l'abate o
igumeno. E' famosa l'esortazione all'abate da parte di
Sant'Athanasio l'Athonita: "Prendi cura che i fratelli
abbiano tutto in comune. Nessuno deve possedere più d'un ago.
Tuo è solo il tuo corpo e la tua anima, nient'altro! Tutto deve
essere ugualmente condiviso con amore tra tutti i tuoi figli
spirituali, fratelli e padri".
Il cenobio è l'ideale comunità cristiana. In esso non è fatta
alcuna distinzione tra ciò che è tuo e ciò che è mio ma tutto
è pensato per coltivare un atteggiamento comune e uno spirito di
fraternità. Nel cenobio l'obbedienza di ogni monaco al suo abate
e la sua fratellanza, la sua gentilezza amorosa, la solidarietà
e l'ospitalità hanno la più grande importanza. San Teodoro
Studita osserva che l'intera comunità dei fedeli deve essere,
alla fine, una Chiesa cenobitica (17). Così il cenobio monastico è il più costante
tentativo per giungere ad un'immagine di piccola Chiesa.

Il monastero athonita di Grigoriou
In questa "fuga mundi"
il monachesimo sottolinea la posizione della Chiesa come un'
"anti-comunità" nel mondo e, grazie al suo intenso
ascetismo spirituale, coltiva lo spirito escatologico. La vita
monastica è descritta come "lo stato angelico", in
altre parole, come uno stato di vita nel quale si segue in terra
l'esempio della vita in Cielo. La verginità e il celibato si
spiegano in questo quadro e sono condizioni che anticipano quella
delle anime nella vita futura nella quale "non si prenderà
né sposa né marito ma saremo simili agli angeli in Cielo" (18).
Molti considerano il celibato come la caratteristica peculiare
della vita monastica. Questo non significa che il celibato sia
l'aspetto più importante di tale vita: semplicemente è una nota
che distingue questo modo di vivere. Tutti gli altri obblighi,
anche gli altri due voti monastici di obbedienza e povertà,
riguardano essenzialmente pure ogni fedele. E' necessario sapere
che l'impegno cristiano assume una forma particolare nella vita
monastica ma non tocca in nulla l'essenza del discorso
[=l'integralità e la coerenza cristiana sono indispensabili
anche a chi non è monaco].
Tutti i cristiani sono obbligati ad osservare i comandamenti di
Dio, ma questo richiede grande impegno. La natura umana decaduta
e asservita alle passioni è riluttante ad adempiere
quest'obbligo. Essa cerca il piacere ed evita la pena che si crea
nel combattimento con le passioni e con l'egoismo. La vita
monastica è pensata per facilitare questa lotta. D'altra parte
la vita mondana, particolarmente nella nostra società secolare,
rende la vita ascetica particolarmente dura. Il problema per il
cristiano nel mondo sta nel fatto che è chiamato a raggiungere
la stessa meta del monaco ma in condizioni avverse.
La tonsura monastica, ossia il taglio dei capelli al momento in
cui un uomo diviene monaco, è chiamata il "secondo
battesimo" (19).
Il battesimo, comunque, è uno ed lo stesso per tutti i membri
della Chiesa. E' la partecipazione alla morte e alla risurrezione
di Cristo. La tonsura monastica non ripete, ma rinnova ed attiva
la grazia battesimale. I voti monastici non sono essenzialmente
diversi da quelli battesimali, con l'eccezione del voto del
celibato. In effetti, i capelli vengono tagliati anche durante
battesimo.
I punti che contraddistinguono la via di perfezione monastica.
Tutta la Chiesa è chiamata alla
perfezione. Ogni fedele, sia laico che monaco, è chiamato a
divenire perfetto seguendo l'esempio divino: "Siate perfetti
come il Padre vostro Celeste è perfetto" (20). Ma dal momento che il monaco
afferma l'integrale natura della vita cristiana, il laico è
tenuto, alla sua maniera, ad affermarlo. La moralità
"convenzionale" del laico da una parte e la moralità
integrale del monaco dall'altra creano una differenziazione
dialettica che prende la forma di un'antitesi dialettica.
San Massimo il Confessore, nel contrapporre la vita monastica con
quella mondana, osserva che i successi di un laico sono i
fallimenti per un monaco e viceversa: "I risultati positivi
del mondano sono fallimenti per i monaci; mentre i risultati
positivi per i monaci sono fallimenti per il mondano. Quando il
monaco è esposto a ciò che il mondo considera ricchezza,
successo, fama, potere, piacere, buona salute e molti figli, è
distrutto. E quando un uomo mondano si trova nello stato povero
desiderato dal monaco, nell'umiltà, nella debolezza, nel limite
esistenziale, nella mortificazione e in cose simili, si considera
un disastro. In tale disperazione molti si possono veramente
considerare come impiccati. Ed è così che alcuni si sono
impiccati davvero!" (21).
Naturalmente qui il paragone è tra il monaco perfetto ed un
cristiano molto mondano. Comunque, in circostanze più normali,
nella Chiesa le stesse cose funzionano in modo naturalmente
diverso. Tuttavia questa differenza non può mai raggiungere una
diametrica opposizione. Così, per esempio, la ricchezza e la
fama non può essere vista come cosa ugualmente distruttiva per i
monachi e i laici. Queste cose sono sempre nocive per i monaci,
perchè contrastano con il modo di vita da loro scelto. Per i
laici, comunque, la ricchezza e la fama può essere anche un
beneficio, pure se comporta dei rischi mortali. L'esistenza della
famiglia e della società secolare con le sue necessità e le sue
svariate esigenze, non solo giustifica ma qualche volta rende
necessario l'accumulo di ricchezze e l'assunzione d'un alto
compito. Tutto ciò che nel mondo può unire, nella vita
monastica divide. Comunque, l'ultimo e supremo unificatore è
Cristo stesso.
La vita cristiana non dipende solo dallo sforzo umano ma
primariamente dalla grazia di Dio. Gli esercizi ascetici in tutte
le loro forme e gradi non mirano altro che a preparare l'uomo
armonizzando la sua volontà a quella di Dio per riceve la grazia
dello Spirito Santo. Quest'armonizzazione raggiunge la sua più
alta espressione e perfezione nella preghiera. "E' nella
vera preghiera che entriamo e dimoriamo nell'Essere Divino grazie
al potere del Santo Spirito" (22). Ciò conduce l'uomo al suo archetipo e lo rende una
persona vera nella somiglianza con il suo Creatore.
La grazia della vita cristiana non è fondata da forme esterne.
Non è fondata in esercizi ascetici, in digiuni, veglie e
mortificazioni della carne. Quando questi esercizi sono praticati
senza alcun discernimento divengono veramente detestabili. Questa
repulsività non si origina dalla loro forma esterna ma dalla
loro motivazione. Così tali esercizi divengono detestabili non
solo perché appaiono esteriormente come un rifiuto della vita,
un disprezzo per le cose materiali o un'auto-abbandonarsi, ma
anche perchè mortificano lo spirito, incoraggiano l'orgoglio e
coltivano l'auto-giustificazione.

Il monastero athonita serbo di Chilandari
Viceversa la vita cristiana non è
un rifiuto ma un'affermazione. Non è morte, ma vita. Non è solo
affermazione e vita, ma è l'unica affermazione e vera vita. E'
affermazione vera perchè và oltre ogni possibilità di rifiuto
ed è la sola vita vera perché è la sconfitta della morte. La
negativa atmosfera di alcune forme esterne di vita cristiana è
dovuta precisamente al tentativo di affermarsi nonostante il
rifiuto umano. Dal momento che non esiste alcuna affermazione
umana che non finisca in un rifiuto, e nessuna vita mondana che
non finisca nella morte, la Chiesa ha il suo giusto posto quando
svela la sua vita dopo aver accettato ogni negazione umana e
confermato ogni forma di morte mondana.
Il potere della vita cristiana si lega alla speranza della
risurrezione, mentre il fine dello sforzo ascetico è partecipe
della resurrezione. La vita monastica, come la vita angelica del
Cielo vissuta nel tempo, è la preconoscenza e la pregustazione
della vita eterna. Non mira a gettare via l'elemento umano, ma
mira a vestirsi d'incorruttibilità e d'immortalità:
"Perciò noi che siamo ancora in questo tabernacolo
sospiriamo, essendo aggravati: e se perciò desideriamo già
d'essere spogliati, ma sopravvestiti, dimodoché ciò che è
mortale sia assunto dalla vita" (23).
I sospiri e la lacerazione sono il prodotto della presenza del
peccato, che genera pure la sofferenza d'essere liberi dalle
passioni e di riguadagnare un cuore puro. Queste cose richiedono
una lotta ascetica, e un atteggiamento indubbiamente combattivo,
dal momento che con esse si giunge all'umiltà. Tali lotte
ascetiche rendono esausti e dolenti, perchè vanno contro a stati
e abitudini che sono divenute una seconda natura. E' comunque
precisamente attraverso quest'umiliazione, quest'auto
purificazione che l'uomo apre la via per la rivelazione della
grazia di Dio che gli appare e agisce nel suo cuore. Dio non si
manifesta ad un cuore impuro.

Un monaco suona il Simandro:
è il segnale che chiama alla preghiera
I monaci sono definiti
"guardiani." Essi scelgono di sacrificare le loro
necessità fisiche per raggiungere la libertà spirituale offerta
da Cristo. Essi si legano al regno della morte per sperimentare
più intensamente la speranza della vita futura. Si riconciliano
con quella dimensione nella quale l'uomo è sconfitto ed
annichilito, sentendo tale riconciliazione nel loro stesso corpo,
trasformato all'interno della Chiesa e orientato verso il Regno
di Dio.
La giornata del monaco è un cammino di perfezione graduale
intessuto di diverse rinunce, che possono essere riassunte in
tre. La prima rinuncia coinvolge completamente l'abbandono del
mondo. Questo non si limita alle cose, ma include le persone e i
propri genitori. La seconda è la rinuncia alla volontà
individuale, la terza è la libertà dall'orgoglio che viene
identificata con la libertà dall'atteggiamento fluttuante del
mondo (24).
Queste rinunce successive hanno un significato positivo, non
negativo. Permettono ad un uomo di aprirsi pienamente a Dio e di
perfezionarsi ad "immagine e somiglianza" divine.
Quando l'uomo si libera dal mondo e da se stesso si espande senza
limiti. Diviene un persona vera che "include" in sè
l'intera umanità come Cristo stesso. Questo è il motivo per
cui, sul piano morale, il cristiano è chiamato ad amare tutti
gli esseri umani, pure i suoi nemici. Allora Dio viene ad abitare
in lui e l'uomo giunge alla pienezza del suo essere teantropico
(=umano-divino) (25).
Vediamo in ciò la grandezza della persona umana e possiamo
capire che le lotte ascetiche hanno bisogno di una perfezione che
l'uomo da solo non può dare.
La vita monastica è vita di perpetua ascesa spirituale. Mentre
il mondo segue una via limitata dalle terrene contingenze, i
fedeli con i loro obblighi e distrazioni mondane cercano di stare
nei limiti istituzionali tracciati dalla Tradizione della Chiesa,
il monachesimo segue un'altra direzione e vola in alto. Rifiuta
certi compromessi e cerca l'assoluto. Si lancia lontano da questo
mondo per correre verso il Regno di Dio. Questa è la meta
essenziale della Chiesa stessa.

La scala della divina ascesa
Nella Tradizione della Chiesa
questo percorso è dipinto come una scala che ascende verso il
Cielo. Non tutti possono raggiungere la cima di questa scala
spirituale. Molti riescono a giungere solo i primi gradini. Altri
quelli successivi. Ci sono pure coloro che cadono da una
posizione più alta a un'altra sottostante. La cosa importante
non è l'altezza raggiunta ma la lotta incessante per tendere
più in alto. Soprattutto la cosa più importante è che
quest'ascesa si realizza solo progredendo nell'umiltà, cioè
attraverso l'abbassamento di sé. "Tieni la mente
nell'inferno e non disperare" rivelò Dio a San Silvano del
Monte Athos. Quando l'uomo scende all'inferno nella sua intima
lotta ha Dio in sé; allora è innalzato e trova la pienezza del
suo essere (26).
Alla cima di questa scala spirituale ci sono i "folli per
amore di Cristo", definizione che l'Apostolo Paolo
attribuisce a sé e agli altri apostoli (27), "folli" che "sono tali per amore di
Cristo e si beffano delle vanità del mondo" (28), Cercare la gloria tra gli
uomini - afferma Cristo - impedisce di credere in Dio (29). Solo quando l'uomo rigetta
il proprio orgoglio può sconfiggere il mondo e dedicarsi a Dio (30).
Nelle vite dei monaci il cristiano vede esempi di uomini che
hanno preso seriamente la fede cristiana e si sono impegnati in
un percorso che ognuno è chiamato a seguire. Non tutti i monaci
hanno raggiunto la perfezione, ma hanno cercato di raggiungerla e
sono giunti ad una certo livello. Non tutti hanno posseduto i
medesimi talenti, ma tutti si sono sforzati di essere buoni e
fedeli servitori. Non hanno praticato il cristianesimo per essere
additati quali modelli, specialmente da parte dei laici. Sono,
invece, da considerarsi dei preziosi cartelli indicatori della
strada della perfezione, comune a tutti, che ha il suo climax
nella perfezione di Dio.
Georgios I.
Mantzarides
Professore alla Scuola Teologica dell'Università di
Salonicco (GR)
NOTE
1 Massimo il Confessore, Mistagogia 1,
PG91, 665C.
2 Vedi Ef. 5, 32
3 Presbeia 33. Vedi anche Giustino, Confessione 1, 15,
6.
4 Mc 8, 34.
5 Mt 10, 37
6 "Ciascuno ha un suo dono proprio e speciale da Dio, chi di
un genere chi di un altro" I Cor. 7, 7
7 Pros piston patera (Al padre fedele) 3, 14, PG47, 372-
74.
8 Ibid. 373.
9 "Se abbiamo di che mangiare e di che vestirci, ci dobbiamo
accontentare" I Tim 6,8.
10 Ebr 13, 14.
11 Vedi Oroi kata platos (la pienezza delle regole
monastiche) 6, PG 31, 925A.
12 Catechismo 7, 28, ed A. Wenger, "Sources
Chritiennes'' vol. 50, Parigi 21970m 0,243,
13 Catechismo 12, 132-5, ed B. Krivocheine,
"Sources Chritiennes'' vol.104, Parigi 1964, p.374.
14 Catechismo 5, 122-5, ed B. Knvocheine, "Sources
Chritiennes" vol. 96, Parigi 1963, p.386.
15 Omelia 15, PG151, 180 BC.
16 Vedi Sulla vita in Cristo 6, PG150, 660A
17 Vedi Lettera 53, PG99, 1264CD.
18 Mt 22, 30
19 Vedi i testi liturgici per assumere il Piccolo Abito. Grande
Libro delle Preghiere, p. 192.
20 Mt 5, 48.
21 Massimo il Confessore, Sull'amore 3,85, PG90, 1044A.
22 Archimandrita Sofronio, Pratica ascetica e teoria,
Essex, Eng/e 1996, p.26. 23 2 Cor 5,4. 24 Vedi parte II, PG88,
657A. Per un paragone sulla tradizione patristica delle tre fasi
della rinuncia vedi il libro dell'Archimandrita Sofronio, Ascetismo
e contemplazione, pp.26 e ss.
25 Vedi Archimandrita Sofronio, Lo vedremo com'Egli è,
Essex, Inghilterra 3, 1996, p.389.
26 Vedi Archimandrita Sofronio, San Silvano del Monte Athos,
Essex, Inghilterra 7, 1995, p.572; vedi anche Ascetismo e
contemplazione, p.42.
27 1 Cor. 4, 10
28 L'anziano Paisios, Lettere, Souroti, Thessaloniki
1994, p.235. 29 Jn. 5, 44. 30 Vedi Archimandrita Sofronio, Ascetismo
e contemplazione, pp. 33-4.
QUALCHE COLLEGAMENTO SUL MONACHESIMO ORTODOSSO
1. Orthodox
Monasticism, GOA Server
2. Mount Athos
Welcome Page
3. An Introduction
to Mount Athos
4. Mount Athos
5. Theodore the
Studite Reformed Rules
6. Life of St
Anthony
7. St Basil - The
Praise to Monastic Life
8. The Monastic
Rule of St. Columba of Iona
9. The New Lemonarion Spiritual Texts
Treasures of
Mount Athos