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Pubblichiamo di seguito un articolo di critica alla Chiesa Ortodossa e una replica allo stesso. La polemica non ci interessa. Quello che vogliamo mostrare è l'inconsistenza di vecchi pregiudizi ancora presenti. Molto spesso questi discorsi nascono da una visione ideologica dove la storia è storia di parte.

L'articolo è stato recentemente pubblicato su una Rivista telematica. Omettiamo i nomi perché ciò che ci interessa osservare e giudicare sono solo le opinioni, non gli uomini che le sostengono.


CULTURA

Chiesa: critica alla Chiesa Ortodossa.

Analisi dei motivi che tengono separati i due tronconi più antichi della Cristianità e dell’inconsistenza di alcuni di essi.

Un vero teologo cattolico è un essere critico; esso potrà essere critico con i cattolici, ma non con il Cattolicesimo, che è sinonimo di Rivelazione Cristiana integrale (Sacra Scrittura, Sacra Tradizione, Magistero). Dunque, "cattolicesimo" non è sinonimo con la sola Chiesa latina, il rito latino o la mentalità dei popoli occidentali (che essendone delle parti, sono sottomesse alla critica.)

Il Cattolicesimo include anche tutta quanta la Teologia orientale, la liturgia, il diritto, la sua storia.

Sulla carta, questo patrimonio – orientale – è comune alla Chiesa di Roma e all'Ortodossia. Ora, nei due polmoni della Chiesa sono successi dei fenomeni strani:

  1. In Occidente, anche se Roma riconosce come valido – e suo – tutto il patrimonio della Rivelazione, i suoi teologi, o i popoli (piuttosto occidentali) che essa ha guidato e dai quali è stata condizionata, hanno tenuto in alta considerazione solo alcuni aspetti del comune Tesoro. Il resto è stato tralasciato, emarginato o messo negli archivi. Il genio di qualche teologo, papa o concilio può, però, ridare al mondo, in qualunque momento, quella parte del tesoro nascosto: E tutto si ripara, tutto diventa completo. Il sentimento di completezza è il privilegio del cattolico romano, di qualunque rito.
  2. Cosa succede invece nella Chiesa Ortodossa? I suoi teologi, come tutta la mentalità generale del cristiano orientale, non sono fluttuanti, instabili, arroganti nei confronti del Sacro, come in Occidente. Perciò, almeno a livello di Liturgia, di Culto divino, di calendari come di antiche norme, nulla è stato tralasciato, "aggiornato" o cambiato, una volta apparso nel firmamento della Liturgia o della Regola sacra della Chiesa. La crescita in Oriente, come nella Chiesa dei primi secoli vuol dire sviluppo organico, lento, ma sicuro, di elementi che, una volta apparsi, restano validi per sempre. E una crescita normale, sana, senza rotture, senza rimpiazzamenti convenzionali come in Occidente. Proprio a causa di questo fenomeno sano, i testi liturgici ortodossi, i calendari, gli scritti dei Padri riconosciuti come santi ortodossi contengono ancora invariati tutti gli elementi comuni con Roma, che, però, gli ortodossi contestano a Roma: il primato (vero) ed il potere di conferma nella Fede di San Pietro e dei Papi; Pietro come Pietra (non la fede di Pietro); il purgatorio (senza questo nome poco fortunato o gli eccessi della teologia romana;) il Filioque stesso, almeno negli scritti di un San Cirillo di Alessandria; il potere di Maria di essere Corredentrice; la sua assunzione in Cielo con il corpo; la consacrazione con le Sacre Parole; il segno della Croce stile romano (in Egitto, rito copto), ecc. In quella che abbiamo definito "crescita organica", questi elementi non si sono sviluppati in Oriente. Si sono sviluppati in Occidente, sempre in modo organico (anche se tante cose, nello stesso Occidente hanno preso delle vie convenzionali, esterioriste, fuorvianti). Cosa è successo, a riguardo? Dopo la rottura con Roma, questi elementi diventano elementi di polemica; con tutto ciò, pur se contestati dalla teologia ortodossa di dopo la rottura, essi continuano ad essere presenti nei testi liturgici cantati con passione e solennità nelle Liturgie, mentre i Santi che più di tutti hanno difeso questi insegnamenti, o alcuni di essi (San Gregorio Magno, Sant'Agostino, San Girolamo, San Cirillo, San Giovanni Crisostomo, San Massimo il Confessore, ecc.) sono celebrati con grandi onori nella Chiesa Ortodossa. Ora, non puoi festeggiare San Gregorio Magno, o San Leone Magno e biasimare il Primato papale (che soprattutto per questi papi non era "di onore"). Non puoi onorare Agostino o Cirillo e biasimare il Filioque... Non puoi neppure dare interpretazione riduttiva a dei testi liturgici orientali antichissimi e chiarissimi, al riguardo, che l'Oriente, più dell'Occidente stesso, celebra con ardore. Nella Chiesa Ortodossa dunque, vige un equivoco; o un bi-pensiero, comunque, un fenomeno inverso rispetto a Roma: senza aver buttato nulla, non riconosce una parte del tesoro in suo possesso, creando una teologia riduttiva o negazionista di elementi confessati chiaramente dalla Tradizione (perché i testi di culto o dei Padri sono parte integrante della Tradizione Sacra). Mentre nella Roma cattolica, le parti emarginate o ignorate sono comunque riconosciute – sulla carta – e sempre atte ad essere rivalutate e vissute, nell'Ortodossia greco – romeno – russa, ecc., alcune parti sempre esistenti nel tesoro sono contestate dal Magistero vigente. Un esempio per tutti: il Primato papale. Nella lotta di contestazione del Pontefice Romano, l'Oriente poteva ripudiare il Papa di Roma, non il principio del Papato, glorificato chiaramente nel Culto e da molti Padri, ecc. Poteva scegliere un altro Papa, a Costantinopoli. Avremmo avuto il problema dei dei due – tre papi, nel primo millennio, invece che nel secondo. Uno scisma, che, alla fine, si poteva risolvere. Ehi, no! L'Oriente diventa sinodalista. Il carisma di Pietro svanisce o diventa di tutti. No. Questa non è teologia ortodossa-cattolica antica. Questa è eresia. Me ne dispiace.

REPLICA

Spettabile redazione,

ho letto il vostro giornale e vi scrivo per esprimere qualche impressione nei riguardi dell’articolo sulla Chiesa ortodossa. I miei interessi storico-teologici e la mia attività in ambiente accademico mi hanno offerto preziose possibilità di approfondimento. Non voglio esporre delle posizioni personali e perciò non mi interessa rivolgermi personalmente a chi scrive ciò per intrattenere una discussione che, data la sua impostazione, potrebbe rivelarsi interminabile e infruttuosa o, peggio, scadere in una banale polemica. Quello che voglio fare è rivolgermi al lettore per indicargli la necessità di osservare la realtà storica per ciò che è e, se è uno studioso, di conservare con coerenza una metodologia scientifica. È sicuramente facile leggere il reale riducendo la sua complessità per stringerlo in due campi contrapposti. È facile, comodo e ideologico. Inoltre lascia il sapore che hanno gli articoli scandalistici pubblicati in certi giornaletti. Ma, bisogna dirlo, tutto ciò non è serio. Ne consegue che diverse frasi dell'articolo contro la Chiesa Ortodossa sono contestabili fin troppo facilmente. Non è possibile esaminare due realtà ecclesiastiche (quella occidentale e quella orientale) ingabbiandole in un gioco di contrapposizioni per giungere a delegittimare una delle due semplicemente perché ciò fa comodo a chi scrive. Chiunque si accorgerebbe che, dietro agli argomenti esposti, esiste una mal celata animosità che finisce per invalidare la correttezza della lettura teologica e storica. Sono pochi, però, in grado di verificare gli argomenti e le fonti sicché il lettore di media cultura finisce per accontentarsi di quanto gli viene esposto. Allora, come fare ad accorgersi se esiste un po’ di oggettività e, quindi, un minimo di scientificità? Non si è scientifici né oggettivi quando, nell’esporre i propri argomenti, non si cita mai gli autori che si nomina, ci si serve di slogan, si pongono delle conclusioni arbitrarie e ingiustificate, si interpreta gli autori senza tenere conto del loro contesto storico e della loro mentalità. Si noti che la metodologia scientifica è la prima cosa che si deve imparare prima di fare un lavoro di ricerca che produrrà uno scritto. Che genere di cultura si può fare se si prescinde da tutto ciò? Un esempio delicato ed emblematico è dato proprio dall’uso delle fonti per giustificare il primato del vescovo di Roma. È indubbio che tale primato è sempre esistito ma ciò che spesso sfugge è proprio il fatto che anticamente non era vissuto nei termini europei occidentali basso medioevali e moderni. Nella sua ecclesiologia, la Chiesa ortodossa riflette questa sensibilità antica che essa non ha inventato ma, in gran parte, semplicemente ereditato e conservato. Gregorio Magno, lungi dal portar acqua al mulino dell’ecclesiologia cattolica moderna, si situa molto di più e molto meglio all’interno del quadro ortodosso, checché se ne dica. Faccio un esempio. La polemica contro il titolo "ecumenico" è stata utilizzata apologeticamente dal cattolicesimo per indicare la bramosia di potere da parte del patriarca di Costantinopoli che se ne fregiava. In tale polemica si voleva individuare i prodromi dello scisma foziano e di quello del 1054. In realtà, Gregorio non rifiutava il titolo "ecumenico" per sottolineare una sua prerogativa personale o una sua superiorità in contrapposizione ad altri. In quel tempo era inconcepibile e sarebbe parso addirittura scandaloso ritenere il primato papale come un potere personale sopra tutta la Chiesa. Nella lettera rivolta al patriarca alessandrino Evloghio, Gregorio Magno lo afferma chiaramente: solo la Chiesa è universale e, per quanto esista la consuetudine di chiamare il papa di Roma con questo titolo, ciò è profondamente errato perché i vescovi sono tra loro fratelli e guardano al papa di Roma non come a un capo che comanda ma come a un fratello maggiore. In questo quadro, il vescovo di Roma si interessa ordinariamente dei problemi delle altre giurisdizioni patriarcali solo su espresso invito dei relativi vescovi e patriarchi. Se il papa, o uno qualsiasi nell’episcopato, entrano in altre giurisdizioni imponendo autoritariamente la loro volontà, si crea un corto circuito e si lede la fraternità dei vescovi perché li si rendere succubi di un altro. Il vescovo si riduce a rappresentare amministrativamente un altro vescovo. La conseguenza è chiara: in questa situazione nessun altro è più vescovo della sua Chiesa. Questi concetti emergono chiaramente dalle seguenti affermazioni gregoriane:

"La vostra beatitudine [il patriarca di Alessandria] si è data cura di indicarmi che essa non scrive più, rivolgendosi ad alcuni, appellativi superbi, che nacquero dalla radice della vanità e mi parla usando l’espressione: "come avete comandato". Questa parola di comando vi chiedo di tenerla lontana dal mio udito, perché so chi sono io e chi siete voi: per il posto che occupate mi siete fratello, per la condotta mi siete padre" (Ep. VIII, 29).

In un’altra lettera sempre rivolta ad Evloghio Gregorio afferma:

"... Se uno solo ... è universale, resta che voi non siete ‘vescovi’ " (Ep. IX, 157).

Tutto ciò non era espressione di umiltà ma espressione di una coscienza ecclesiologica estremamente chiara. In altre parole, in quel tempo la Chiesa non conosceva ancora una struttura piramidale. Roma stessa, per bocca di Gregorio, rifiutava tale concetto.

Con queste affermazioni non invito nessuno a tifare per un partito o a contrapporre l’Ortodossia al Cattolicesimo. Invito tutti a rispettare la verità storica e a interpretarla seguendo la mentalità del tempo nel quale si manifestava. Ebbene, in questo caso, la verità storica non coincide con quello che l'Autore dell'articolo vorrebbe. Ma questo non è l’unico punto dove si può e si deve legittimamente dissentire.

Oggi all’interno della pluriforme attività ecumenica esiste chi punta all’essenziale e vede nel cristianesimo e nella Chiesa un "ospedale spirituale" per la cura dell’uomo. A partire da ciò mi pare assolutamente fuori luogo tornare a pensare al cristianesimo come ad una realtà nella quale si deve affermare il "potere" di un uomo sopra tutti gli altri. Ha ancor meno senso pensare alla Chiesa come ad una rigida ierocrazia. Che differenza ci sarebbe, allora, tra la Chiesa e una qualsiasi altra realtà mondana?

Non voglio e, dato il carattere del mio intervento, non posso essere esaustivo. Tuttavia segnalerò qualche altro punto che mi sembra particolarmente criticabile. Non si può oggettivamente acconsentire all’affermazione per cui il cattolicesimo può automaticamente riprendere una parte del tesoro che non vive (ad esempio la spiritualità orientale) grazie al genio di qualche teologo, di qualche papa o ai decreti di qualche futuro concilio. È un’ingenuità che è stata spesso smentita dalla storia. Ciò che non appartiene alla vita o ai desideri di una Chiesa e di un popolo non può essere imposto perché, come tutte le imposizioni, non metterà mai radici. Ciò che nasce e si sviluppa proviene sempre dalla mentalità e dalla vita presenti, non da un tesoro di scritti antichi contenuti in archivi e in biblioteche. Ne consegue che, su questa base, è difficile ad una realtà "ripararsi e completarsi". Faccio qualche esempio. La geniale esortazione di Pio X a riprendere il canto gregoriano perché "tale canto è proprio alla Chiesa" ha determinato agli inizi del XX secolo diverse iniziative. Paolo VI, settant’anni dopo, richiamava l’insegnamento piano già completamente trascurato. Oggi, a questa esortazione, nessuno obbedisce e il canto gregoriano è più facile sentirlo in qualche raro concerto che nell’odierna sciatta liturgia romano-cattolica. La stessa riforma liturgica, nata dal desiderio di riscoprire e rivivere i testi antichi grazie anche alla rinnovata sensibilità patristica, ha finito per produrne di nuovi. I nuovi testi seguono altre direttrici e ciò comporta che l’attuale rito cattolico, più che romano, si deve chiamare moderno, come ha correttamente dimostrato l’eminente liturgista Klaus Gamber. Ciò dimostra che è utopistico pensare di poter artificialmente impiantare la vita del passato, testimoniata dalle fonti, nella realtà odierna. Si può farlo ancor meno servendosi di imposizioni e ordini, visto che questi non hanno mai reso un buon servizio alla vita degli uomini. È perciò che nei vangeli non si dice "obbedite e sottomettetevi al vangelo" ma "convertitevi e credete al vangelo". Ne consegue che tutto può veramente "diventare completo" se il credente si converte evangelicamente, non se opera un restauro esterno aggiungendo artificialmente ciò che manca a una struttura per renderla più convincente e attraente.

Ritengo, inoltre, particolarmente gratuito, eccessivo ed offensivo denominare "eretica" la lettura ecclesiologica orientale. Se l’ecclesiologia è eretica il cattolicesimo non può denominare ortodossa la Chiesa che la sostiene. Contrariamente a ciò, in nessuno dei molti libri di teologia cattolica da me letti si utilizza il termine "eretica" per qualificare la Chiesa ortodossa o le sue espressioni non condivise. Fino al Concilio Vaticano II la Chiesa ortodossa veniva normalmente definita "dissenziente" o "scismatica", non eretica. Dopo il Concilio Vaticano II questi termini non solo non vengono più usati ma si impiega spesso il termine di "Chiesa sorella". L’espressione "eretica" mi conferma il fatto che l'Autore non segue la teologia e gli odierni orientamenti cattolici ma le sue personali interpretazioni che, in questo caso, non rivelano neppure tatto e carità.

Segnalo un ultimo punto che ritengo piuttosto grave. L'Autore si scandalizza perché, secondo lui, non si può venerare i santi e trascurarne l’insegnamento. È strano che l'Autore non conosca che la venerazione di uno scrittore, di un santo e di un Padre della Chiesa non comporta automaticamente il supino accoglimento di ogni sua affermazione. Un santo è pur sempre un uomo e, come tale, non è infallibile. La verità teologica, che si distingue dall’opinione del singolo autore, è data dall’uniformità dell’insegnamento dottrinale di tutti gli autori in tutti i tempi (vedi il criterio espresso dal Commonitorio di san Vincenzo di Lerino). Questo criterio teologico è basilare e dovrebbe essere conosciuto da chiunque voglia fare teologia in modo serio. È assurdo scandalizzarsi perché c’è chi, pur venerando sant’Agostino, non ne vuole seguire alcuni insegnamenti, soprattutto se certi insegnamenti cozzano con la corale interpretazione di tutti gli altri. Ciò prescinde totalmente dal principio teologico appena esposto e suggerisce che bisogna aderire in forma incondizionata e acritica a qualsiasi cosa sia stata detta da uno scrittore. Ricevo da ciò un’ulteriore conferma della superficiale formazione intellettuale dell'Autore dell'articolo.

Mi auguro che i suoi futuri interventi, se ce ne saranno, siano caratterizzati da ben altro tenore e stile. In caso contrario si potrebbe compromettere la serietà della rivista che li ospita.

Distinti saluti.