Il Poicephalus Cryptoxanthus - Pappagallo Testabruna

Poicephalus Cryptoxanthus - Il pappagallo testabruna

In questa breve, ma dettagliata trattazione, vi parlerò di un pappagallo molto poco conosciuto sia negli allevamenti italiani, che in quelli europei: il pappagallo a testa bruna (Poicephalus cryptoxanthus). A premessa di questo mio contributo a tutti gli avicoltori ed amanti di animali in generale, è bene ricordare la classificazione di questo delizioso pennuto. L’ordine di appartenenza è quello degli Psittaciformi, che comprende una sola famiglia: gli psittacidi, dove troviamo tutti i pappagalli esistiti ed esistenti. Scendendo ancora nel dettaglio, rintracciamo il nostro “testabruna” nel  genere Poicephalus, in altre parole, un gruppetto di pappagalli africani che condividono determinate caratteristiche morfologiche, quali una corporatura compatta, la coda corta e tozza,  i colori spesso tenui ed opachi. Secondo una delle classificazioni più moderne ed accettate fornita da Forshaw (2006), sono dieci le specie presenti in questo genere : P. robustus, P. fuscicollis, P. gulielmi, P. flavifrons, P. senegalus, P. rufiventris, P. crassus, P. cryptoxanthus, P. meyeri, P. rueppellii. Degno di nota è il suggerimento di una ulteriore differenziazione all’interno del genere Poicephalus proposta dalle interessantissime ricerche filogenetiche condotte dal prof. Renato Massa verso la metà degli anni ’90 e pubblicate nel bellissimo libro “I pappagalli africani” (2001). I suoi studi consentono di individuare nello stesso genere  due “superspecie”, cioè, due ulteriori raggruppamenti che separano le prime tre specie citate (P. robustus, P. fuscicollis e P. gulielmi), dalle altre sette. Le maggiori differenze osservabili riguardano una taglia nettamente ridotta del secondo gruppo rispetto al primo, nonché la colonizzazione di ambienti diversi: il primo raggruppamento predilige foreste equatoriali e zone montuose, il secondo, zone aperte con poca vegetazione e savane. Arriviamo ora a parlare della specie che ci interessa. Il nome attribuito al testabruna si deve al naturalista Peters, che nel 1854 ha pensato bene di battezzare il nostro amico “cryptoxanthus”, un appellativo tanto indicato quanto complesso sia da pronunciare che da scrivere. A tutt’oggi, decine di avicoltori ed amatori scrivono e pronunciano questo nome nelle forme più fantasiose ed adattate,  molti ancora si chiedono cosa diavolo significhi una parola tanto bizzarra. A soddisfazione dei più curiosi, l’impronunciabile parola cryptoxanthus è composta da due vocaboli provenienti dal greco antico: “crypto”, che significa nascosto, e “xanthus”, cioè, giallo. Ecco qui che tutto appare molto più chiaro: il nome di questa specie deriva, come tante altre, da una sua caratteristica fenotipica e ci suggerisce che ci troviamo di fronte al pappagallo “dal giallo nascosto”. In altre parole, viene posta attenzione ad un particolare preciso, e cioè, che al di sotto delle ali del nostro pappagallo sono presenti delle piume di un colore giallo intenso, che ovviamente è quasi invisibile quando l’animale si trova in posizione di riposo, ad ali chiuse. Scendiamo ora all’ultimo livello nella classificazione, tentando di chiarire la difficoltosa e travagliata identificazione delle sottospecie. Fino a qualche anno fa, le sottospecie riconosciute erano tre: Poicephalus c. cryptoxanthus, presente nella porzione nord del Sudafrica, sudest dello Zimbabwe e il sud del Mozambico;  Poicephalus c. tanganyikae, diffusa più a nord in un’area allungata comprendente Mozambico, Tanzania e Kenia; Poicephalus c. zanzibaricus, diffusa nelle isole Zanzibar e Pemba. Tutte e tre le sottospecie sono però molto simili tra loro e distinguibili solamente per alcuni dettagli della colorazione della livrea e della biometria. L’ultima classificazione sopracitata proposta da Forshaw nel 2006, ha eliminato definitivamente la sottospecie zanzibaricus, già messa in dubbio in precedenza e a tutt’oggi, estinta. Sono state invece confermatela sottospecie nominale e la tanganyikae, comunque quasi identiche, se non per il diverso tono di verde sul mantello. Andiamo ora a descrivere le caratteristiche generali di questo pappagallo: La forma del corpo è compatta e misura circa 22 cm, la coda è corta e arrotondata, come tutti gli appartenenti al suo genere. Le tonalità cromatiche del piumaggio non sono molto appariscenti: oltre al cappuccio grigio-bruno quasi identico a quello del cugino senegalus, presenta una livrea verde scuro sulle ali e verde più acceso sul petto e sul ventre. La parte più colorata del piumaggio si trova sotto le ali, come abbiamo già detto, di un bel giallo acceso. Altre macchie di giallo possono trovarsi sulla testa o sulle spalle, a seconda del “disegno” cromatico individuale di ogni soggetto. Le zampe sono grigie, l’iride è abbastanza scura anche negli adulti, mentre il becco è grigio piombo sul ramo superiore e di color avorio in quello inferiore. I giovani sono pressoché simili agli adulti, salvo per il fatto che presentano una livrea leggermente più “sbiadita”. Anche le differenze tra maschi e femmine non sono state in alcun modo sistematizzate, ma ad un occhio esperto, è possibile riscontrare una differenza nella larghezza del cranio (più grande nei maschi). Personalmente, ho sempre trovato una certa facilità nel riconoscere i giovani maschi dalle giovani femmine appena involati dal nido, per fare questo, presto attenzione alle teste dei piccoli: quelle dei maschi sono massicce, larghe, appiattite e di colore grigio carico; per contro, quelle delle femmine mi appaiono sempre strette, arrotondate e di un colore grigio brunastro, più delicato se confrontato ai fratelli. Fino ad ora ho “indovinato” tutti i piccoli da me prodotti (12, se non vado errato), che, al sessaggio endoscopico, hanno confermato le mie aspettative. Tengo a precisare, però, che questa potrebbe essere una caratteristica che si manifesta solo nei piccoli della mia coppia, quindi invito chiunque ad osservare se in altri soggetti si possono replicare queste osservazioni. In natura il testabruna predilige boscaglie e foreste decidue e, in generale, gli ambienti caratterizzati da vegetazione non troppo fitta. E’ facile intuire che non troveremo questo pappagallo nelle savane troppo aperte e secche come i suoi cugini rueppellii e rufiventris, tantomeno nelle foreste fitte ed umide dove troviamo il famosissimo cenerino (Psittacus erithacus) e i vari robustus, fuscicollis e gulielmi.  L’alimentazione in natura è molto varia, come del resto nella gran parte dei pappagalli. Il testabruna, a seconda delle disponibilità stagionali, si nutre di semi, frutti, germogli, bacche, fiori, talvolta nettare e, nel periodo riproduttivo, qualche larva di lepidotteri o invertebrati. Gli elementi presenti nella dieta allo stato selvatico sono pressoché simili agli altri Poicephalus, le differenze di alimentazione tra gli appartenenti riguardano le disponibilità di piante e semi che sono presenti in modo specifico nell’areale di diffusione che è stato colonizzato. Veniamo ora a discutere della parte più strettamente “soggettiva” di questa breve trattazione, ossia, le mie esperienze d’allevamento. Innanzitutto, ritengo che sia inutile fornire, come spesso succede, una lunga serie di informazioni messe in ordine cronologico, sulle quali snocciolare tutti i dati degli eventi riproduttivi senza così offrire una visione d’insieme. Il mio intento è quello di raccontare in modo semplice ma fruibile ciò che ho potuto capire su questa specie attraverso la gestione in prima persona. L’unica coppia che fino ad ora sono riuscito a riprodurre mi è stata ceduta nel 2006 da un carissimo amico, che con molta gratitudine considero il mio “maestro”, il sig. Giampaolo Rebecchi che saluto con affetto. I soggetti in questione arrivarono in Italia nel 2003 importati dall’africa, e  dopo solo pochi mesi riprodussero in un gabbione sospeso dove il mio amico Giampaolo li aveva sistemati. Arrivarono nella mia voliera  sospesa tre anni dopo, esperti e già collaudati, continuando ad intraprendere altre covate anche nei momenti vicini al “trasloco” effettuato da un allevamento all’altro. Devo dire che la facilità con cui vanno a deporre è impressionante: non appena faccio comparire il nido nella loro voliera, dopo il consueto periodo di riposo, in soli venti giorni posso ammirare un bell’ovetto adagiato nella lettiera di corteccia sbriciolata che gli fornisco. Come da regola, hanno sempre deposto quattro uova, tranne un paio di occasioni in cui si sono fermati a tre. La femmina cova assiduamente e non lascia quasi mai il nido fino a che non nascono i piccoli, mentre il maschio la nutre e spesso si va a sistemare a fianco a lei nel nido, quasi a farle compagnia durante le lunghe attese dell’incubazione.  Appena schiuse le uova, i piccoli nati vengono riempiti di tutte le attenzioni possibili: scaldati e nutriti in maniera eccellente, oltre a ciò, la madre mantiene il nido molto più pulito rispetto ai genitori di altre specie da me possedute. Il numero dei piccoli svezzati oscilla sempre tra due e tre e non riuscirò mai a spiegare come non riescano ancora a portare all’involo quattro piccoli insieme, vista la loro bravura. Qualche volta, il quarto piccolo è morto schiacciato dai fratelli più grandi a tre-quattro giorni per la differenza delle dimensioni corporee; altre volte, le quattro uova deposte ne comprendevano una infeconda e nascevano solo tre piccoli. A parte queste considerazioni, credo che siano comunque soddisfacenti i risultati finora ottenuti, anche perché tutti i piccoli che arrivano all’involo si presentano in eccezionali condizioni e vengono tollerati dai genitori senza nessuna manifestazione di aggressività, anche quando ricominciano i corteggiamenti che annunciano una nuova covata. Ho utilizzato diverse tipologie di nido prima di arrivare a quella attuale che ritengo la migliore: il nido che uso è a sviluppo verticale, costruito legno multistrato e foderato all’interno con rete metallica misura mezzo metro di altezza, ed una base quadrata con lato di venticinque cm. Il foro d’entrata è del diametro di sei cm. così da permettere ai pappagalli di modellare l’entrata a loro piacimento senza che entri troppa luce nella camera di incubazione. Questo dettaglio credo che sia di particolare importanza per tutti i pappagalli africani proprio perché abbastanza schivi e molto sensibili ai disturbi ambientali di vario genere. L’alimentazione che utilizzo per i miei cryptoxanthus cambia a seconda del periodo che la coppia affronta. Nei periodi di riposo in cui non ci sono ne piccoli, ne la muta, offro loro un 40% di un misto molto vario di semi secchi con poco girasole, un altro 40% di estrusi e il restante 20% composto da macedonia di frutta  e verdura tagliata a pezzi. La modifica che apporto a questo regime alimentare durante la muta riguarda l’aggiunta di un pastone morbido con uova, germe di grano, prodotti del panificio vitamine, minerali, bacche e gamberetti. Durante il periodo riproduttivo, invece, al posto del misto di semi utilizzo un buon misto di legumi e cereali bolliti che favoriscono il passaggio di cibo dai genitori ai piccoli ed aumentano sensibilmente il tasso proteico della dieta. Anche in base alle stagioni “aggiusto” l’alimentazione, ad esempio in inverno offro noci e nocciole un paio di volte alla settimana, mentre in estate lascio spesso pannocchie di mais immaturo che risulta sempre graditissimo. Non ritengo utile fornire insetti e larve vive, dato che ormai possiamo reperire in commercio prodotti che soddisfano a pieno le esigenze alimentari degli animali essendo anche di pratico uso. A conclusione di questo mio breve testo, tengo a ricordare che allo stato attuale il cryptoxanthus è uno dei pappagalli africani più raro in assoluto. Negli allevamenti europei è molto difficile trovare dei soggetti che riproducono con regolarità e questo è anche in parte da imputare alla poca importanza che gli viene data. Molti allevatori, purtroppo, valutano interessante una specie solo in base alla varietà cromatica del suo piumaggio, con il risultato che gli animali meno appariscenti ma non per questo “inferiori” agli altri, vengono sottovalutati e sminuiti. Voglio ricordare oltre al testabruna, anche il pappagallo vasa e il nigra (Coracopsis vasa e Coracopsis nigra), altre due specie che per i loro toni grigio-neri, vengono letteralmente discriminati, essendo apprezzate solo da allevatori dai gusti raffinatissimi. Queste considerazioni mi portano a sperare che il futuro illumini molti appassionati di volatili ad ampliare le vedute, e a capire che il parametro “colore” è solo uno dei tanti che un intenditore deve considerare per essere tale! Chiunque volesse scambiare le sue esperienze su questa ed altre specie africane, può contattarmi senza esitazioni su questa mail: simoned1@alice.it, ogni contatto è graditissimo,  soprattutto con chi avesse uccelli di nuove e preziose linee di sangue.


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Stato in cui si trova la specie

C.I.T.E.S.: Iscritto in Appendice II, Allegato B.

 

Voglio ringraziare l'autore di questo splendido articolo concesso gentilmente da un mio caro amico e bravissimo allevatore Simone Durigon simoned1@alice.it.