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Nelle foto in basso, alcuni
modelli di fisarmonica
a bottoni:



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Un
po' di storia della fisarmonica
La
fisarmonica ha conosciuto una grande diffusione in Italia, seppur
limitatamente ad un ambito musicale popolare; rimane invece quasi
sconosciuto l'utilizzo di questo strumento nel genere colto.
La fisarmonica affonda le radici in un passato di oltre 4500 anni,
quando, in Cina, compare un organo a bocca chiamato “Seng”. In
questo strumento leggendario, basato sul principio dell’ancia libera
(la linguetta metallica che gli dà la voce), si individua il più
lontano “antenato” della fisarmonica. Negli oltre quarantacinque
secoli passati sono stati realizzati numerosi strumenti basati
sull’ancia libera e di uno di questi, un organo a bocca cinese,
riferisce perfino Marco Polo (1254-1324) nel suo “Milione”.
La data però cui si fa risalire la moderna fisarmonica è il 6 maggio
1829, quando, il viennese di origine armena Cyrill Demian brevetta
per primo l’accordion, che all’inizio appare come “una piccola
scatola di legno con in mezzo un mantice di pelle a tre righe”. La
tastiera destra ha soli cinque tasti rettangolari che producono
ciascuno due suoni differenti, a seconda che il mantice si apra o si
chiuda.
Il primo grande compositore che si sia interessato alla fisarmonica,
e che l’abbia inserita in un’opera classica, è Giuseppe Verdi. Egli
nel 1857, scrivendo il “Simon Boccanegra”, riserva una breve parte
per accordion nella scena della taverna. Verdi era venuto a
conoscenza dell’accordion di Cyrill Demian nell’ambiente lombardo,
allora sotto il dominio austriaco e successivamente anche altri
grandi compositori daranno spazio, nelle loro opere, alla
fisarmonica. Tra essi vanno ricordati il russo Piotr Ilic Ciaikovski
(1840-1893) che, nel 1883, introduce una parte per accordion nella
“Suite N°2 in Do maggiore”, il francese Darius Milhaud (1892-1974) e
il russo Dmitrij Sciostakovic (1906-1975).
Nonostante l’attenzione rivolta a tale strumento da questi celebri
compositori, nel corso dei decenni la fisarmonica si è trovata a
dover far fronte a un destino ben singolare: sebbene questo
strumento nel tempo si sia ben radicato nel tessuto sociale
praticamente di tutta Europa, la musica colta è sempre stata restia
ad accogliere la fisarmonica nei suoi organici strumentali “perché
troppo poco nobile”. Per uscire da tale situazione, questo strumento
ha dovuto pagare prezzi spesso salatissimi: rinnegare la propria
identità o ridursi a puro elemento di colore, a pura “spezia”.
Cosi le
sue capacità espressive sono state ingiustamente svalutate.
Ci sono, tuttavia, potenzialità timbriche e dinamiche che molti
stenterebbero ad attribuire alla fisarmonica. Tale limite
conoscitivo prende vita dal diffuso luogo comune che vorrebbe questo
strumento circoscritto a contesti culturali non più che proletari
(sagre, feste di piazza…), ma il rilancio che la fisarmonica
(classica) ha conosciuto negli ultimi decenni consente ora di fare
giustizia della abusata immagine dello stesso strumento relegato
all’accompagnamento di canzoncine e "balli alla buona". Anzi, lo
sperimentalismo novecentesco, non risparmiando la fisarmonica, ha
regalato a quest’ultima partiture dove il “colore” strumentale si
espande a dimensioni dell’ascolto in passato inconcepibili.
Avete mai udito una fisarmonica “respirare” e “gemere”?
Esemplificazione di questa capacità espressiva è il brano “De
profundis” di Sofia Gubaidulina (1931), compositrice dell’ex-Unione
Sovietica, area nella quale la fisarmonica si è guadagnata una
dignità di strumento colto, pur rimanendo legata alla musica
folcloristica, per il quale si è sviluppato anche un filone di
letteratura musicale, costruito in parte da trascrizioni di brani
tratti dal repertorio colto per altri organici.
Per poter eseguire correttamente questo tipo di repertorio è
necessario uno strumento dalle caratteristiche tecniche particolari,
più complesse: quello che in tedesco si definisce “Knopfharmonica”
(armonica a pistoni), in russo “Bayan”.
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