Non sono
croato, ma italiano, e ne sono fiero! Nonostante quello che ho patito c'è
qualcuno che sta falsamente diffondendo l'ipotesi che io sia croato a causa del
cognome, solo per screditare la mia persona e la mia storia. Inizialmente il
cognome di mio padre era "Udovicich". Nel '22 è stato cambiato in
Udovisi, perché con l'avvento prima del l'Italia, poi del Fascismo molti hanno
deciso, in base ai loro sentimenti, di italianizzare i loro cognomi. Ma la prova
che sono istriano è nell'h finale, tipica dei nomi della piccola
penisola". Inizialmente, da un primo contatto con il tenente dell'esercito
italiano Graziano Udovisi, oggi settantunenne, è emersa una certa sua reticenza
nel rilasciare l’intervista. Uno dei principali motivi è la sofferenza che
prova ogni volta che racconta e rivive la sua drammatica esperienza. Udovisi è
determinato più che mai a ribadire il suo amore per la Patria, il suo senso del
dovere e il ricordo di oltre ventimila fratelli italiani che non ce l'hanno
fatta. Quello di Udovisi è un triste diario di ricordi che fa parte di un
macabro e vergognoso capitolo della storia, dimenticato da troppi. Ancora oggi
non dorme sonni tranquilli, i suoi pensieri tornano indietro, a quel terribile
sabato 5 maggio 1945, quando si presentò alle ore 17,30 diretta mente presso il
comando slavo. Il suo senso di responsabilità lo fece intervenire per cercare
di salvare i suoi sottufficiali. Niente da fare. I massacratori slavi non lo
fecero neanche parlare ma, dopo avergli chiesto solo nome, cognome e grado, lo
legarono con le mani dietro alla schiena col fil di ferro e lo stiparono in una
cella tre metri per quattro, assieme ad altri trenta italiani, stretti come
sardi ne, quasi senza aria e tutti con le mani legate col fil di ferro dietro la
schiena. Morivano di sete e dopo imploranti richieste hanno offerto loro un
fiasco con urina. Seminudi, avevano solo un paio di pantaloni addosso.
"Bisogna ricordare che io non parlo per me stesso, ma almeno ventimila
nostri italiani sono stati massacrati in questo modo, alme no ventimila!".
Allora Udovisi era tenente della Milizia Di fesa Territoriale, reggimento
comandato da Libero Sauro, figlio di Nazario Sauro, l'eroe istriano. "Mi
sono presentato insieme a un amico, che era mio ospite, proveniente dal la zona
di Mantova e considerato un regnicolo, ossia un suddito del Regno d'Italia. Da
sottolineare che serbi e croati, non appena occupata la zona istriana, hanno
considerato slavi tutti coloro che vi risiedevano, ormai per loro non più
cittadini italiani". Ma, anche se considerati slavi, secondo il loro modo
di pensare, eravate da eliminare? "Non tutti. C'erano quelli che nel '43
hanno immediata mente impugnato le armi per difendere la popolazione e il
territorio italiano. Poi ci sono stati quelli che stavano a guardare e quelli
che stavano con gli slavi. Ci sono stati anche tanti italiani che hanno
infierito su di noi. Il PM Giuseppe Pititto li ha trovati e ha parlato di
crimini contro l'umanità. Come sono stati perseguitati gli ebrei e qualcuno
doveva pagare qui in Italia, cosi italiani, croati, serbi e sloveni, tutti gli
jugoslavi, cioè slavi del sud, hanno detto che eravamo noi a dover pagare, come
se noi avessimo di chiarate loro guerra". Ma perché il governo italiano
non ha difeso le proprie terre e si è comportato così irresponsabilmente?
"Basti pensare che abbiamo un segretario del partito della sinistra
triestina (PDS) che ha affermato sui giornali che negli anni '43'48 il comunismo
diede copertura e legittimazione alle foibe. Quindi, era tutto preordinato,
tutto predisposto. Il nostro sforzo di combattere gli slavi fu totalmente
vano". Lei aveva solo 19 anni quando è stato sul punto di morire. Se la
sente di raccontare la sua storia? "Io non sono stato catturato, ma mi sono
presentato direttamente al comando slavo e non per consegnare le armi, perché
ero già in borghese. Rientrato con il mio reparto
a Fola di notte, nessuno sapeva del mio ritorno, tranne alcuni dei miei
compagni. Non sarebbero riusciti mai a trovarmi, ma uno dei miei sottufficiali,
parlando con mia madre, disse che gli slavi li stavano cercando dappertutto e
chiese se potevo fare qualcosa. Capii che avevo il dovere di presentarmi al
comando slavo per dire che avevo man dato la maggioranza dei miei uomini a
Trieste. Solo così, forse, avrebbero smesso di cercarli. Sono intervenuto solo
per salvare qualche mio soldato". Ha sortito qualche effetto questo gesto
di grande coraggio? "Assolutamente no. Però, ringraziando Iddio, mi sono
salvato sia io che il mio amico presentatesi con me. Lui, essendo stato
considerato regnicolo, quindi abitante del Regno d'Italia, è stato man dato in
un campo di concentramento, e per cercare di man tenere buoni i contatti con
l'Italia lo hanno considerato prigioniero di guerra, mentre per quel che mi
riguarda mi hanno considerato un traditore, perché ufficiale". Che
sentimento è rimasto in lei dopo quella tragica storia? "L'amaro in bocca,
anche perché l'Italia ha fatto ben poco per noi". E poi che è successo?
"Ad un certo punto ci hanno prelevati in sei e portati in un'altra stanza
per torturarci tutta la notte. Dopo mezz'ora non sentivo più nulla, avrebbero
potuto anche tagliarmi a pezzettini, ma non me ne sa rei reso conto. Ormai il
corpo non rispondeva più ai riflessi, era inerme, e quando a un certo momento
mi hanno ordinato di alzarmi in piedi, ho cercato di guardarmi intorno: il mio
volto era talmente tumefatto, livido e gonfio che ve devo a malapena da due
piccole e lunghe fessure degli oc chi, dovevo avere la testa rovinata. Ricordo
di aver visto un mio compagno di fronte a me, la cui schiena era completamente
rossa e mi chiesi per quale motivo lo avessero dipinto di quel colore, invece
era tutto il sangue che stava uscendo dalle innumerevoli ferite. Se lui era
ridotto in quel modo, se gli altri erano così, allora anch'io ero in quelle
condizioni, ma non me ne rendevo conto. E quando ci hanno fatto alzare in piedi
per portarci fuori entrarono due ufficiali, un uomo e una donna, la quale disse
che il più alto doveva stare davanti alla fila. Nessuno si mosse, allora questo
ufficiale mi prese per i capelli, mi strattonò spingendomi davanti a lei, la
quale senza dire una parola mi spaccò la mascella sinistra con il calcio della
pistola. Mi misero alla testa della fila perché ero ufficiale, gli altri era no
dietro, ma l'ultimo non ce la faceva a stare in piedi, Forse perché lo avevano
massacrato più degli altri, forse perché più debole, non so. Sin dal primo
momento di prigionia ci avevano legato le mani dietro la schiena col fìl di
ferro, per non slegarcele mai più, neanche durante le torture. Si può
facilmente immaginare come quei maledetti fili taglienti avessero solcato la
carne dei polsi e come continuavano a incidere sulle ferite al minimo movimento.
Poi ci misero in fila e ci portarono fuori seminudi, senza scarpe: forse il
fresco della notte ha fatto in modo che capissi qualcosa di più, in quanto la
testa era completamente imbambolata, il cervello funzionava relativamente. A
quel punto altri soldati, ben vestiti, ci portarono fuori, nel bosco, non erano
quelli che ci avevano torturato. Dovevano essere dei militari, qualcuno della
banda d'accordo con loro e anche borghesi, partigiani comunisti, erano tutti
contro di noi. Ci hanno disposti in fila l'uno dietro all'altro, sempre con le
mani dietro la schiena e ulteriormente legati insieme tramite un filo di ferro
che scorreva sotto il braccio sinistro di ognuno, per formare una fila dritta,
fino ad arrivare all'ultimo che, non avendo la forza di stare in piedi, essendo
svenuto a terra, era stato legato non al braccio, ma intorno al collo. Ricordo
di aver sentito suggerire da due che parlavano in italiano, nel nostro dialetto,
di legarlo attorno al collo. Sicuramente durante il tragitto l'ultimo è morto
soffocato dal filo che ci legava l'un l'altro. Abbiamo camminato per un
viottolo, non so per quanto tempo, ero distrutto e il fil di ferro che mi univa
ai compagni era una tortura. Appena riuscii a farlo scorrere leggermente lungo
il braccio, fino al polso, mi sembrò un sollievo; in quel momento sono
scivolato e caduto. Immediatamente mi è arrivata una botta con il calcio di una
mitragliatrice al rene destro. A causa di ciò ho subito tre operazioni al rene,
che da quel momento ha sempre prodotto calcoli". Quante altre conseguenze
ha avuto? "Tante. Non solo sono stato leso in modo tale da essere sordo
all'orecchio sinistro e al destro ci sento per metà. Ma dal tragitto di
trasferimento da Pola fino a Fianona me ne hanno fatte di tutti i colori, mi
hanno fatto mangiare della carta, dei sassi, mi hanno sparato vicino alle
orecchie, si divertivano tanto a vederci sobbalzare. Mi hanno accompagnato verso
un posto e ci hanno detto: "Fermatevi. La liberazione è vicina".
Dentro di me ho mandato un pensiero al Cielo. Ho guardato dentro alla foiba, ma
non vedevo niente, perché era mattina presto. Giù in fondo si scorgeva solo un
piccolo riflesso chiaro. Si sono tirati indietro e quando ho sentito il loro
urlaccio di guerra mi sono buttato subito dentro come se questa foiba
rappresentasse per me un'ancora di salvezza. Dopo un volo di 15-20 metri, non lo
so, sono piombato dentro l'acqua. Venivo trascinato sempre più giù e mi
dimenavo con tutta la poca forza rimasta in corpo. Ad un certo momento, non so
perché, sono riuscito a liberarmi una mano. Ho immediatamente nuotato verso l'
alto e ho toccato una zolla con dell'erba, era in realtà una testa con dei
capelli. L'ho afferrata e tirata in modo spasmodico verso di me e sono riuscito
a risalire, ringraziando Iddio. Ho salvato un fratello". Questa persona
dov'è ora? "E' andata in Australia, e purtroppo è morta, però ha
lasciato la sua testimonianza. Ha lasciato l'Italia, non trovava lavoro, non
trovava più pace. Ha sofferto per la lontananza dalla sua terra e per la
tortura subita". Con queste parole termina la nostra intervista a Graziano
Udovisi, unico sopravvissuto agli infoibamenti che sconvolsero l'Istria negli
anni 1943-1945. La nostra speranza è che le sue parole giungano anche alle
coscienze dei più sordi.