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COME CUCCIOLI DI RIMBAUD
di Nunchago
   


 

Poi, verso la fine del liceo, le nostre serate furono diverse. Quelle ansie da mutazione cominciavano a giocarci strani scherzi. Dilatavano isteriche in eccessi mai visti prima e la violenza si ritualizzava tra pose maledette ed estetica post-punk. Wir sind die turken von Morgen, God save the Queen e questo era tutto. Dicono che a diciassette anni Rimbaud vagasse per le strade di Charleville scrivendo merde a Dieu sulle panchine pubbliche della città. Mi piace pensarla così, che fossimo come tanti Jean Arthur Nicholas Rimbaud in miniatura. Segnavamo le nostre strade con scritte anarcoidi, amavamo le macerie, rintanarci dentro ambienti densi e rumorosi, posti buoni per la nicotina, per la musica, per altro. Ci piaceva farci del male, potevamo permettercelo. Amavamo i disegni sulla pelle. Forarla. Orecchie, capezzoli, labbra. Perché alla fine il proprio corpo è l'unico bene che si possiede veramente e allora è giusto disporne a piacimento ed abusarne.

Oggi è diverso. Mi chiedo cosa penserebbero di questo i mutanti borchiati che eravamo un tempo. Certo non riderebbero di ciò che sono diventati. Forse ci prenderebbero a calci nel culo senza troppa ironia e senza domandare perché. Ci rifletto spesso quando li osservo obliquamente oltre il parabrezza. Non ho ripensamenti particolari o nostalgie, non è il mio genere. Amo ciò che ero e ciò che sono, tutto comunque sarebbe come allora. Intanto ho sempre il mio cucciolo clonato di Rimbaud nascosto in qualche piega di questo cervello, quotidianamente lo nutro, lo accudisco, lo coccolo e lui mi ricambia con consigli di straordinaria saggezza. Io sono Julius.

Per amare Genova ci vuole fegato. E' un posto strano, non capisci mai dove finisce l'autostrada e dove inizia la città, qui nessuno ha tracciato confini troppo precisi. I viadotti sono recinti, spine dorsali e sistemi nervosi. Scavalcano le case, attraversano i cantieri e i centri commerciali. Il porto è ovunque, così i vicoli e i capannoni industriali. I travestiti li trovi ai margini del centro storico, tra Vico Untoria e Croce Bianca. Per le Nigeriane devi scendere in zona Cornigliano. Le Albanesi verso il mare, in piccoli gruppi lungo i moli del porto. Gli spacciatori un po' ovunque. La cocaina solo nei posti giusti. Per amare Genova il fegato spesso non basta e una buona dose di psicofarmaci può essere utile. Eppure succede.

Ecco, ora inizia. Ho spento l'autoradio. Lungo la strada di casa ritrovo i paesaggi di quei giorni e quell'ultima estate passata con Mel ritorna come un'incarnazione precedente. Ritrovo l'asfalto, i concerti, le risse, ritrovo cuccioli di lupo che attraversavano il mondo d'istinto. Quando Mel viveva.

Roland DM-800. Lo ricordo, era un posto rumoroso, di quelli dove ci si parla a stento, solo urlando, dietro angoli appartati. E non è cosa che conti troppo. Contano l'elettricità e il sudore. Conta un basso monocorde che martella alla bocca dello stomaco e poi risale lungo tutte le frequenze dello spettro stimolando efedrina in eccesso. A 160 battiti per minuto.
Mel era appena arrivata. C'era un diaframma di folla densa tra noi, ballavano tutti sincronizzati su quella musica scriteriata. Lei gesticola qualcosa, mi parla. Devo urlare "Mel, non si sente, non si sente niente!"
Impreca, mi fa cenno di seguirla fuori. Con fatica e gomitate mi apro un varco fino alla porta e la raggiungo nel parcheggio. Si è seduta per terra, con la schiena poggiata alla ruota di un fuori strada. Sotto il piercing e il trucco dark posso vedere le sue occhiaie. E' sbronza e incazzata. Conosco quello sguardo.

Mi chino, le bacio la fronte, mi siedo accanto. Si lascia andare tra le mie braccia. "Mel, che hai?". Lei non risponde, continua a sorseggiare senza passione una Ceres.
"Hey", insisto. Lei sbuffa "ancora quel sogno, Julius. Non ne posso più… sono tre notti che non chiudo occhio. La testa mi scoppia…" . Già, il sogno. Sapevo che era quello.
"Pensi che sono pazza?"
"Ma no Mel, che dici…"
"Forse è così."
"Smettila, non sei pazza", vai soltanto tenuta così, con la testa tra le braccia.
"Questo mi piace Julius, sono protetta così, non temo più la paura… "

Il sogno di Mel lo ricordo bene, era un'ossessione endemica. Ricorreva con sequenze irregolari, mai decifrate completamente. Le varianti erano poche. Sempre si vedeva a 38 anni, con vestiti diversi, trucco più raro. Un figlio che dorme dietro la porta, certificati, soprabiti, baci sulla fronte e un tumore tentacolare che le cresce dentro e le contamina la casa. Questi incubi le rubavano il sonno per giorni trasformando la luna in un fascio inquieto di nervi. Allora mi veniva a cercare, e giocavamo insieme. Valium e Tavor sono cose da ridere, avevamo una terapia tutta nostra per spezzare questo ciclo. Non era stato necessario cercarla, la conoscevamo dalla nascita. Forse da prima.

Ci accoppiavamo in rituali allucinanti. Furiosi. Con morsi, graffi, baci, fino a strapparci di dosso la pelle. Fino a scannarci l'anima. Eravamo belli e non meno generosi con il resto del mondo. Certe notti andavamo fuori città, lungo la ferrovia, raccoglievamo sassi dai binari scuri e ci accucciavamo qualche metro più indietro ad aspettare un treno. Quelli più spettacolari sono gli intercity, i finestrini esplodono via che è una meraviglia e puoi quasi sentirlo, il panico, mentre danza negli scompartimenti regalando nuova vita. Esiste una bellezza in questo, esiste una cura preventiva per non diventare, anche noi, carne da ansiolitici.
Ci divertivamo un mondo, io e Mel.

"Voglio giocare Julius. Troviamo qualcosa, troviamo qualcuno".
"Dai, Mel, non stasera …"
"Beh… perché?".
"Non è la serata giusta, stiamocene qui abbracciati"
"Che c'è Julius, non ti piace più giocare con me? Dai, troviamo qualcuno… "
Stefania è sola in casa stasera.
Mi piace da morire. Ha gettato via la bottiglia vuota. Mi passa una mano tra i capelli e l'altra sotto la maglietta, comincia a graffiarmi il petto e a giocare con i capezzoli. Io chiudo gli occhi, la lecco sul collo, le carezzo il ginocchio.

Il mio nome è Mel, il nome di battesimo. Quello vero è scritto altrove. Vivo da 18 anni. Penso poco, leggo niente, studio quanto basta per essere lasciata in pace. Sono sola su questo pianeta. Ho una piccola runa tatuata sulla caviglia sinistra. Si chiama Hagalaz. Il tizio del Tatoo Studio mi ha detto che rappresenta "le forze immutabili della natura"… o qualcosa del genere. Non può essere capovolta. Appeso al collo ho un astuccio d'argento. Sottile. Dentro l'astuccio c'è una lametta. La userò, prima o poi. Il luogo da cui sgorgano i miei pensieri è collocato tra il fegato e il polmone sinistro. Bentrovati.

La ragazza era in terra. Piangeva piano. Io la tenevo per i polsi mentre Mel le era salita a cavalcioni sul ventre e le schiacciava il viso. Stava manovrando abilmente quell'adorata lametta, voleva "firmare" la nostra opera d'arte tracciando sul viso di Stefania una copia della sua runa tatuata. Il risultato finale era un po' rozzo, ma non così male se si considera la situazione.

Aprendo la porta di casa Stefania era rimasta interdetta. E con ragione. Ma non si era messa sulla difensiva, non abbastanza in fretta. Era stato un attimo, mentre elaborava, noi eravamo già passati oltre spingendola in un angolo. Allora aveva capito il tono e gli sguardi. Era carina in tenuta domestica, la maglietta, i pantaloncini azzurri, le Adidas, non eravamo abituati a vederla così, in classe era sempre in tiro, come se andasse a teatro. Era carina in tenuta domestica. Però non stava zitta la stronza e io ero scattato colpendola al ventre con una ginocchiata. Lei si era piegata in due senza fiato, l'avevamo presa per i capelli e le braccia e trascinata in soggiorno. Quando Mel aveva tirato fuori il coltello lei aveva subito smesso di scalciare lasciando spazio solo a mugolii spaventati.

Giocare, ci piace da morire. Le ragazzine bionde soprattutto. Sei troppo vestita Stefy, troppo vestita.
"Non è vero Julius?".
"Certo Mel" le sorrisi, "mettila nuda".

Era rimasta come l'avevamo messa, piegata, in ginocchio, il busto contro il tavolino, le mani legate dietro la schiena. Era piena di lividi e graffi. Piangeva ancora, ma in silenzio. Mel aveva razziato mensole e vetrine rimediandone una bottiglia di vodka ed era venuta ad abbarbicarsi sul divano contro il mio corpo. Mi mordicchiava il collo, tenera, lanciando a tratti sguardi obliqui alla nostra vittima.
"Ecco, molto meglio così, vero Julius?"
"Certo Mel. Molto meglio". Non lo dicevamo con ironia, in quel momento Stefy era veramente più bella.

Mel mandò giù un altro sorso di vodka, si staccò da me e tornò sulla ragazza. Sembrava addolcita ora, un'altra persona. Cominciò a baciarla teneramente lungo la colonna vertebrale e sul collo. Le prese la testa tra le mani ed entrò con la lingua tra le sue labbra.
"Julius, è buona questa bocca… la dovresti provare."
Ancora con la lingua. "La vuoi?"

La voglio Mel? Ha labbra umide? Una lingua che vale, dici. Allora portala più vicino, non farla alzare. cammina sulle ginocchia, ragazza. Ecco, ho sbottonato i jeans. Da brava, lascia andare i tuoi capelli biondi tra le mie gambe.

Siamo incapaci di amare. Non è detto che questo sia vero, potrebbe essere soltanto un problema di prospettiva. Guardate meglio, è una cosa importante. La realtà è che di amore ardiamo, ne abbiamo in eccesso, da morirne forse. Di amore potremmo incendiare questa città, l'Europa intera o il mondo, spazzare tutto quanto in una notte e ricreare, come fucina, come incudine e martello. Ne abbiamo in eccesso. E' soltanto un sentire diverso. Ha un piumaggio bruno, sguardi vitrei, luminosità di ferro. È morbida eversione. O davvero preferite giocare a darvi bacetti? Guardate meglio, se non vi sentite amati abbastanza probabilmente è perché nessuno vi ha mai fatto un pompino come si deve.

Prima di andare Mel aveva voluto dare un ultimo tocco alla sua opera d'arte, era tornata sulla donna, si era tirata su la minigonna di pelle, si era sfilata le mutandine e le aveva cacciate a forza in fondo alla bocca della nostra vittima, come un bavaglio. "Cosi' non potrà chiamare aiuto" aveva detto. Ma era solo uno sfregio ulteriore, non c'era nessuno a portata di voce. Fuori il caldo era unto, insopportabile, avrei dato molto per un po' di vento e di pioggia. Ma era presto ancora.

Spaccare.
Tutto.
Per bene.

Signore. Signori. Il mio nome è Mel. Vivo da 18 anni e di voi so tutto - coglioni. Parole segrete, numeri di carte di credito, codici di bancomat, codici cifrati. Tutto. Leggo forte e chiaro ciò che vi sussurrate. Alle tre del mattino. In penombra. Come ladri. Onorare l'assenza di garanzie? Onoriamola. Ma che valga per tutti. E allora. Allora prima o poi succede. Ed è domani. Più niente gratis, più niente in ordine, più niente sicuro, nemmeno le vostre case. Le violerò presto, quelle costruzioni così ben strutturate che prima ancora di leggere sai già qual è la strada che porta in camera da letto. Sarò rapida, contateci, in un attimo sotto le lenzuola, salirò ad aprire quei vostri pigiami dementi, tirerò fuori il vostro cazzo e lo succhierò tra le mie dita, userò abilità mai viste prima, neanche nelle vostre fantasie più improbabili. Lingue, labbra, guancia contro coscia e una volta almeno quel vostro sorriso imbelle sarà giustificato. Non abbiate timore, non per le vostre mogli eternamente in attesa, non per le vostre amanti senza mutande, non per le vostre segretarie in calore. Mi occuperò anche di loro, le scoperò con lo stesso affetto, dopo avervi tagliato la gola.

"Julius. Dove sei? Non ti vedo più, qui è tutto così buio. E' Tutto. Così. Chiuso."

Per amare questo posto bisogna averlo sotto gli anfibi, ridere, ballare, scopare, mandare in pezzi le vetrine del centro e fuggire via, lungo viadotti che sono recinti, spine dorsali, sistemi nervosi e altro ancora. Bisogna averlo sotto gli anfibi, scrutarsi e continuare a sfasciare, cercarsi, pensare, anche quando sarebbe meglio esitare, perché le camionette della polizia sono dietro l'angolo e basterebbe poco per finirgli in faccia. Ma non è per noi, non per adesso, abbiamo 36 anni in due, corpi segnati, tasche gravide, una notte intera da consumare.

Ed esisteremo divertendoci.

 
 

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