Santa Edith Stein
di Sr. Licinia Faresin
Chi è Edith Stein
E' una delle donne più eminenti e ricche di fascino del nostro secolo. Data l'originalità e la complessità delle vicende esistenziali che la caratterizzano, è difficile inquadrarla con fedeltà in un breve profilo biografico.
Edith Stein nacque nel 1891 a
Breslavia, città appartenente allora alla Germania, come capoluogo della Slesia
prussiana (oggi Wroclaw in Polonia). Era l'ultima di sette figli di una famiglia
ebrea profondamente religiosa e attaccata alle tradizioni. Nacque in una festa
religiosa ebraica, il 12 ottobre, giorno del Kippur, cioè dell'Espiazione. Già
la madre vide questa circostanza come segno di predilezione di Dio e
anticipazione di un particolare destino della figlia.
Intelligente, vivace, iniziata
in età precoce agli interessi culturali dai fratelli maggiori, nel 1910 Edith
è iscritta all'università di Breslavia, unica donna a seguire, in quell'anno,
i corsi di filosofia. Disse una volta: "Lo studio della filosofia è un
continuo camminare sull'orlo dell'abisso", ma lei, intellettualmente e
spiritualmente matura, seppe farne una via privilegiata di incontro con la verità.
Seguendo un particolare
seminario di studio, venne a contatto con il pensiero di Edmund Husserl, docente
presso l'università di Gottinga. Ne nacque un interesse profondo. Fu presa da
entusiasmo per l'autore, iniziatore della fenomenologia, che le parve "il
filosofo" del suo tempo. Si trasferì all'università di Gottinga e fu
subito presentata al filosofo Husserl.
Dall'entusiasmo per la prima
opera del maestro, le Indagini logiche, Edith, con altri studenti ricercatori
come lei, passò ad un atteggiamento critico quando Husserl con Idee per una
fenomenologia pura passò dal realismo dello studio dei fenomeni all'idealismo
trascendentale.
Conobbe un altro fenomenologo,
Max Scheler, molto diverso da Husserl, che provocava l'uditorio con intuizioni
originali e ne accendeva lo spirito. In lei, che si dichiarava atea, Scheler
riuscì a risvegliare il bisogno religioso, piuttosto sopito che spento. Da poco
tempo Sheler era tornato alla fede cattolica ed esponeva il suo credo in modo
affascinante.
Edith non giunse ancora alla
fede, però si vide aprire dinanzi un nuovo ambito di fenomeni, di fronte ai
quali non poteva rimanere insensibile. Alla scuola di Husserl infatti aveva
imparato a contemplare qualsiasi cosa senza preconcetti. Ascoltando Scheler,
cadevano le barriere dei pregiudizi razionalistici tra i quali era cresciuta
senza saperlo. Dice lei stessa: ''Il mondo della fede mi si apriva
improvvisamente dinanzi".
Allo scoppio della prima guerra
mondiale, nel 1914, si sentì attratta nello spirito a dedicarsi a contrastare
l'odio con un servizio d'amore. E fu crocerossina volontaria in un ospedale
militare per malattie infettive, in una piccola città della Moravia. Tornò poi
alla filosofia con un atteggiamento nuovo: "Non la scienza, ma la dedizione
della vita ha l'ultima parola!".
Nonostante le sue riserve sul
pensiero filosofico di Husserl, Edith gli restò vicina, e nel 1916 lo seguì
con l'incarico di assistente all'università di Friburgo, dove si laureò con
una tesi dal titolo ll problema dell'empatia (Einfuhlung). L'anno dopo conseguì
il dottorato summa cum laude presso la stessa università.
Per necessità di studi prima,
per esigenze di amicizia poi, trascorse lunghi periodi estivi a Bergzabern, nel
Palatinato, in casa dei coniugi Conrad-Martius. Fu nell'estate del 1921, durante
uno di questi soggiorni, che Edith lesse - in una sola notte - la Vita di
S.Teresa d'Avila, scritta da lei stessa. Nel chiudere il libro, alle prime luci
del mattino, dovette confessare a se stessa: "Questa è la Verità!".
Ricevette il battesimo a
Bergzabern qualche mese dopo, il 1° gennaio 1922. Volle e ottenne di avere come
madrina l'amica Hedwig Conrad-Martius, la quale era cristiana ma di confessione
protestante. Aggiunse a Edith i nomi di Teresa ed Edvige.
Si recò quindi in famiglia,
dall'anziana madre Augusta, per rivelarle quanto era avvenuto. Si mise in
ginocchio e le disse: "Mamma, sono cattolica!". La madre, forte
custode della fede d'lsraele, pianse. E pianse anche Edith. Entrambe sentivano
che pur continuando ad amarsi intensamente, le loro vite si separavano per
sempre. Ciascuna delle due trovò a modo suo, nella propria fede, il coraggio di
offrire a Dio il sacrificio richiesto.
A Friburgo Edith cominciava a
sentirsi a disagio. Avvertiva i primi richiami interiori della vocazione alla
consacrazione totale al Dio di Gesù Cristo. Lasciò quindi il suo lavoro come
assistente di Husserl, e scelse di passare all'insegnamento presso l'lstituto
delle Domenicane di Spira (Speyer).
"Fu san Tommaso - scrive -
che mi insegnò come si possa congiungere benissimo lo studio con una vita tutta
dedita alla preghiera. Solo dopo averlo compreso, osai darmi di nuovo ai miei
studi con una seria applicazione. Credo che anzi, quanto più profondamente uno
viene attirato da Dio, tanto più deve uscire da se stesso, anche in questo
senso. Vale a dire: deve ritornare nel mondo per portarvi la vita divina."
Si dedicò allora a confrontare
la corrente filosofica nella quale era stata formata, la fenomenologia, con la
filosofia cristiana di S.Tommaso d'Aquino che andava approfondendo. Risultato di
questa indagine fu lo studio che dedicò al vecchio maestro Husserl, nel suo
settantesimo compleanno: La fenomenologia di Husserl e la filosofia di san
Tommaso. Era l'anno 1929. Nello stesso anno iniziava i cicli di Conferenze
culturali per la promozione della donna.
Tre anni dopo, nel 1932, lasciò
Spira per dedicarsi ancora completamente agli studi filosofici ed entrò come
docente all'Accademia pedagogica di Munster. Ma fu per un anno soltanto.
Infatti, con l'ascesa al potere di Hitler, fu promulgata la legge della
discriminazione razziale e la Stein dovette lasciare l'insegnamento.
Il 30 aprile 1933, durante
l'adorazione del SS.Sacramento, sentì con chiarezza quella vocazione alla vita
religiosa monastica del Carmelo che aveva cominciato ad avvertire il giorno del
battesimo e prese interiormente la sua decisione. Per la madre fu un altro
schianto! ''Anche restando ebrei si può essere religiosi", le aveva detto
per dissuaderla. ''Certo - aveva risposto Edith - se non si è conosciuto
altro".
Dio la chiamava per condurla nel
deserto, parlare al suo cuore, farle condividere l'infinita sete di Gesù per la
salvezza degli uomini. Liberamente e lietamente lasciava un mondo pieno di amici
e di ammiratori, per entrare nel silenzio di una vita spoglia e silenziosa,
attratta solo dall'amore di Gesù.. Il 15 ottobre 1933 dello stesso anno, Edith
entrava nel Carmelo di Colonia. Aveva 42 anni.
L'anno dopo, la Domenica 15
aprile 1934, si compì il rito della vestizione religiosa, e fu monaca novizia
col nome di Suor Teresa Benedetta della Croce. Intanto il provinciale dei
carmelitani fece sì che si dedicasse a completare l'opera Essere finito ed
Essere eterno, iniziata prima di entrare al Carmelo. Nel 1938 si compì l'iter
della sua formazione carmelitana e il l° maggio emise la sua professione
religiosa carmelitana per tutta la vita.
Ma il 31 dicembre 1938 si
imponeva per Edith il dramma della croce. Per sfuggire alle leggi razziali
contro gli ebrei, dovette lasciare il Carmelo di Colonia. Si rifugiò allora in
Olanda, nel Carmelo di Echt. Il momento era tragico, per tutta l'Europa e
particolarmente per coloro che erano perseguitati dai nazisti perché di stirpe
ebraica. Il 23 marzo si offrì a Dio come vittima di espiazione. Il 9 giugno
stese il testamento spirituale, nel quale evidenziava l'accettazione della morte
per le grandi intenzioni dell'ora, mentre infuriava la seconda guerra mondiale.
Nel 1941, per incarico della
Priora del monastero di Echt, incominciò e portò avanti finché potè una
nuova opera, questa volta sulla teologia mistica di S.Giovanni della Croce. La
intitolò: Scientia Crucis. L'opera rimase incompiuta, perché anche ad Echt fu
raggiunta dai nazisti. Le squadre delle SS la deportarono nel campo di
concentramento di Amersfort e poi in quello di Auschwitz. "Andiamo! - aveva
detto uscendo con il suo povero bagaglio alla sorella Rose, che viveva presso la
foresteria del monastero e fu catturata con lei - andiamo a morire per il nostro
popolo!".
Era passata dalla cattedra di
docente universitaria al Carmelo. Ed ora, dalla pace del chiostro, spazio
dell'amore contemplativo, passava agli orrori di un lager nazista.. Edith Stein,
Suor Teresa Benedetta della Croce, morì nelle camere a gas di Auschwitz il 9
agosto 1942.
Fu beatificata da Giovanni Paolo
II a Colonia, nell'anniversario della sua consacrazione definitiva, il 1°
maggio 1987. E' stata proclamata Santa dallo stesso pontefice a Roma, in piazza
S.Pietro, il giorno 11 ottobre 1998.
L'accettazione serena e consapevole di una tale fine presuppone una maturazione umana e spirituale completa, il tranquillo possesso, alla maniera possibile ad un essere umano finito, di quella somma Verità e di quel sommo Amore che è l'Essere eterno in se stesso.
A questo traguardo Edith era
approdata passando attraverso una maturazione intellettuale e filosofica che si
può considerare già compiuta quando lasciava il mondo per immergersi in Dio
solo nella contemplazione, che è la vocazione monastica carmelitana.
Ciò che più colpisce in Edith
Stein è la chiarezza del suo obiettivo, la continuità instancabile della
ricerca con cui lo perseguì per tutta la vita. "La sete della verità -
disse a proposito del tempo che precedette la conversione - era la mia sola
preghiera". Questa ricerca, aprendosi all'Essere divino, diventerà ricerca
di Dio, non del Dio delle astratte filosofie, ma del Dio personale, il Dio di
Gesù Cristo.
Non fa meraviglia quindi che
dalla fenomenologia la Stein sia approdata alla Scolastica e che in questa
panoramica di luce totale sull'essere abbia potuto sentire l'esigenza di
immergersi in una esperienza e in una dottrina di carattere mistico.
Negli anni trenta, esistevano
vari circoli di pensatori neo-scolastici che trattavano frequentemente del
rapporto tra filosofia e mistica, interessandosi soprattutto alle differenze fra
le vie proposte da Tommaso d'Aquino e da Giovanni della Croce, per la vita
spirituale.
Scrive Dubois: "Era l'epoca
dei Congressi Tomisti, degli Studi Carmelitani, delle riunioni di Meudon,
attorno a Jacques e Raissa Maritain. Testimoniano che in questo periodo del
pensiero cristiano la vita di orazione e la ricerca della santità apparivano
come forme dell'impegno del filosofo, nella realtà dell'esistenza".
A quell'epoca Edith aveva già
maturato il superamento della posizione del suo maestro Husserl. I suoi
interessi, quanto agli studi, gravitavano su San Tommaso e il suo spirito era
orientato all'esperienza mistica carmelitana, eppure restava profondamente
segnata dalla sua nascita alla filosofia nella scuola di Husserl.
Tutto l'orientamento del pensiero di Husserl attirava i discepoli. "Ogni coscienza è coscienza di qualche cosa. La parola d'ordine è ritornare alle cose e domandare loro ciò che dicono di se stesse, ottenendo così delle certezze che non risultano da teorie preconcette, da opinioni ricevute e non verificate. Erano prospettive attraenti. Formule come 'La verità è un assoluto', che Husserl aveva dato nella sua prima opera indagini logiche erano una rottura con il relativismo" (Dumareau).
Edith era entrata così in una
cerchia di persone legate dalla passione per la verità e da autentici rapporti
umani. Notevole la testimonianza di Hedwig Conrad Martius: "Nati dallo
Spirito! Io voglio esprimere con queste parole che non si trattava soltanto di
un comune metodo di pensiero e di ricerca. Questo metodo ha costituito e
costituisce fra i discepoli di Husserl un legame per il quale io non trovo
paragone migliore di quello di una nascita naturale in uno spirito comune. Fin
da principio dovette esserci un grande segreto, nascosto nell'intenzione di
questo nuovo orientamento filosofico, una nostalgia di ritorno all'oggettivo,
alla santità dell'essere, alla purezza e castità delle cose".
Benché il soggettivismo non sia
stato completamente superato neppure da Husserl, in realtà l'apertura
all'oggetto, propria dell'intenzione originaria di questa scuola nella quale la
Stein ha avuto la sua formazione filosofica, spingeva molti discepoli più
avanti, sulla via dell'oggettività, verso l'essere stesso.
Ciò che attirò fortemente la
Stein fu l'apertura diretta della coscienza all'essere del mondo. "E'
attraverso questa realtà dell'essere del mondo che Dio ci parla. Egli è là,
dietro, è lui solo Colui che è. Aprirsi alla voce del mondo che parla alla
coscienza è aprirsi a Dio, è ascoltare Dio. Il cammino della contemplazione è
molto vicino" (J. De Fabrègues).
L'atteggiamento critico di Edith
nei riguardi dello sviluppo della dottrina di Husserl in quella linea che fu
definita "idealismo trascendentale'', favorì il suo ingresso nella
prospettiva della Scolastica. E l'incontro con l'Essere infinito fece crescere
nel suo spirito il germe della contemplazione.
Procedendo con il metodo
fenomenologico, nella prospettiva iniziale dell'aderenza all'oggettività delle
cose, Edith trattò, nella sua prima produzione scientifica, alcuni temi di
carattere psicologico, comunitario, sociale. Secondo uno dei più robusti
studiosi della Stein, Reuben Guilead, "c'è un problema sul quale è
concentrato tutto il suo interesse filosofico: quello della persona umana. Non
è per caso che i suoi primi scritti gravitano attorno a questioni di natura
psichica, comunitaria e sociale. Ora la ricerca dell'essenza della persona umana
è indissolubilmente legata a quella della dimensione spirituale. Così non ci
sorprende che, fin dai primi scritti, Edith Stein ponga la questione di una
ontologia dello spirito".
Edith lavorò alla sua tesi di
laurea sul "Problema dell'Empatia", concentrandosi sul soggetto. Col
termine "Empatia" si traduce il tedesco "Einfulung", e viene
così spiegato dalla stessa Edith: "E' una esperienza sui generis,
l'esperienza dello stato di coscienza altrui in generale... l'esperienza che un
io in generale ha di un altro io a questo simile".
Rispetto ad un altro studioso
dello stesso problema, Theodor Lipps, il quale sostiene che può darsi una
perfetta coincidenza fra l'io originano e l'io afferrato nell'Empatia, Edith si
trova in una posizione discordante. Sostiene infatti che un'empatia perfetta in
questo senso non è possibile. Se si può dare una certa partecipazione allo
stato d'animo dell'altro, questo non significa che si possa coglierne
perfettamente la situazione, gli impulsi e le motivazioni.
Se l'altro, con il quale il
soggetto realizza un contatto, è persona spirituale, comprenderlo significa per
Edith penetrare in quel mondo dei valori che costituisce il più intimo
fondamento del suo essere. Per questo può bastare un solo gesto, un solo
movimento, una sola parola, perché tutto è caratterizzato dalla personalità.
Nel saggio "Causalità
psichica" la Stein, che ha appreso dal suo maestro Husserl la fenomenologia
come scienza della coscienza, sostiene l'autonomia, e quindi il carattere
personale della forza vitale spirituale di ciascuno. Infatti non tutti si aprono
a determinati valori con il medesimo slancio e con la medesima capacità
recettiva.
Esistono perfino dei fenomeni
"unici", come sono quelli del santo e del mistico. Questo saggio
risale all'epoca della conversione, ed è qui che Edith, attingendo alla propria
esperienza, scrive una celebre pagina sullo "stato di riposo in Dio"
che rigenera profondamente la persona.
Si sente qui vibrare l'accento
di chi, avendo percepito interiormente una presenza misteriosa, l'azione
proveniente dalla forza superiore di Dio, si abbandona liberamente ad un
sentimento di intima sicurezza e sperimenta un nuovo senso di libertà, una
forza, una rinascita. Edith ha raggiunto così l'unità di vita tra il cammino
intellettuale e il cammino religioso: "Esiste uno stato di riposo in Dio,
di totale sospensione di ogni attività della mente, nel quale non si possono più
tracciare piani, né prendere decisioni, e nemmeno far nulla, ma in cui,
consegnato tutto il proprio avvenire alla volontà divina, ci si abbandona al
proprio destino. Questo stato un poco io l'ho provato, in seguito a
un'esperienza che, oltrepassando le mie forze, consumò totalmente le mie
energie spirituali e mi tolse ogni possibilità di azione. Paragonato
all'arresto di attività per mancanza di slancio vitale, il riposo in Dio è
qualcosa di completamente nuovo e irriducibile. Prima, era il silenzio della
morte. Al suo posto subentra un senso di intima sicurezza, di liberazione da
tutto ciò che è preoccupazione, obbligo, responsabilità riguardo all'agire. E
mentre mi abbandono a questo sentimento, a poco a poco una vita nuova comincia a
colmarmi e - senza alcuna tensione della mia volontà - a spingermi verso nuove
realizzazioni. Questo afflusso vitale sembra sgorgare da un'attività e da una
forza che non è la mia e che, senza fare alla mia alcuna violenza, diventa
attiva in me. Il solo presupposto necessario a una tale rinascita spirituale
sembra essere quella capacità passiva di accoglienza che si trova al fondo
della struttura della persona".
Dalla centralità
dell'io-coscienza alla centralità di Dio
Studiando la filosofia di San Tommaso d'Aquino, Edith Stein tracciava il confronto con la teoria fenomenologica di Husserl, e questo studio la portò a sviluppare il suo pensiero sempre più secondo prospettive e implicazioni di carattere religioso.
Scoprirà poco a poco che anche
per San Tommaso il vero fondamento della conoscenza è l'incontro con la realtà
creata, quindi con il mondo delle cose. Da tale fondamento l'intelligenza umana
si eleva a comprendere la necessità di Dio creatore, e il cuore si apre
all'accoglienza del suo mistero, che è l'amore infinito.
Nel suo cammino appassionato di
ricerca della Verità, non le bastava più la teoria dell'essenza delle cose,
per cui Husserl metteva l'essere delle cose stesse come "tra
parentesi". Infatti secondo la Stein, l'essere è anteriore allo spirito
che gli si pone dinanzi. Non accettava da Husserl una dottrina che pone una
trascendenza senza Dio. Né andava d'accordo con Heidegger che puntava tutto
sull'esistenza, come se quella potesse "spiegare se stessa" e
costruire un sistema di certezze, annullando di fatto la trascendenza.
Cercò allora e trovò la
chiarezza per una sua costruzione filosofica: mettere al punto di partenza
l'essere che contiene in sé l'essenza, ma anche l'esistere concreto.
"Essere finito ed Essere
eterno"
Questo progetto di sintesi è
stato attuato da Edith nella sua opera massima che, iniziata prima di entrare al
Carmelo di Colonia, fu completata dopo la sua prima professione religiosa, per
obbedienza ai suoi superiori. Si intitola: "Essere finito ed Essere
eterno". E' un'opera nella quale i problemi della filosofia e i problemi
della teologia si accordano.
Nella pace contemplativa della
sua cella di carmelitana, Edith sperimenta personalmente cosa significa
afferrare Dio nella fede, senza vederlo né possederlo, in quanto già ne siamo
stati afferrati per grazia. Questa profonda "oscurità della fede" le
fa intuire, al di là dei sensi e della ragione, la chiarezza di Dio verso il
quale è incamminata.
E' l'esperienza della
"notte", di cui tratta il dottore mistico San Giovanni della Croce.
"Ma poiché il cammino nelle tenebre ci diventa difficile, ogni raggio di
luce che scende nella notte, come un primo messaggero della chiarezza futura,
costituisce un aiuto inestimabile per non smarrirsi. E anche la piccola luce
della ragione naturale può rendere dei servizi apprezzabili".
Chiarita la funzione della
filosofia, Edith Stein si interroga sull'essere dell'io, cioè l'essere finito,
in relazione all'Essere eterno.
"Donde viene questo essere che la persona sperimenta come ricevuto? Il mio essere, per quanto riguarda il modo in cui lo trovo dato e per come vi ritrovo me stesso, è un essere inconsistente. Io non sono da me! Da me sono nulla, in ogni attimo mi trovo di fronte al nulla e devo ricevere in dono, attimo per attimo, nuovamente l'essere. Eppure questo essere inconsistente è essere, e io in ogni istante sono in contatto con la pienezza dell'essere.
Il divenire e il passare rivelano l'idea dell'essere vero, eternamente immutabile [...] In questo mio essere fugace colgo alcunché di duraturo. [...] E' la dolce beata sicurezza del bambino sorretto da un braccio robusto, sicurezza oggettivamente considerata, non meno ragionevole. O sarebbe ragionevole il bambino che vivesse con il timore continuo che la madre lo lasciasse cadere?...
Dio, per bocca dei profeti, mi
dice che mi è più fedele del padre e della madre, che egli è lo stesso amore,
allora riconosco quanto sia ragionevole la mia fiducia nel braccio che mi
sostiene e quanto sia stolto ogni timore di cadere nel nulla, a meno che non mi
stacchi io stesso dal braccio che mi sorregge".
Nel trattare dell'immagine della
Trinità nella creazione, verso la fine dell'opera, Edith, già carmelitana
professa, parla dell'anima nella quale l'io personale è di casa, come di uno
spazio al centro di quella totalità che è composta dal corpo, dalla psiche e
dallo spirito.
"L'anima in quanto 'castello interiore', come l'ha chiarito la nostra S. Teresa d'Avila, non è puntiforme come l'io puro, ma è uno spazio, un castello con molte abitazioni, dove l'io si può muovere liberamente, andando ora verso l'esterno, ora ritirandosi sempre più verso l'interno. [...] L'anima non può vivere senza ricevere. Essa si nutre infatti dei contenuti che accoglie spiritualmente, vivendoli".
La vocazione della donna
Nel panorama degli scritti di Edith Stein, il tema della donna si colloca in relazione all'Essere eterno, perché l'Essere finito ha in se stesso un'orma luminosa e indistruttibile di Dio stesso. E' questo il fondamento della vocazione divina dell'uomo e della donna.
La Stein tratta della differenza
dei sessi, problema dell'essere in sé e insieme problema psicologico e
culturale. Uomo e donna sono chiamati a conservare la propria somiglianza con
Dio, a dominare insieme la terra e a propagare il genere umano. Ma ciascuno deve
farlo alla propria maniera! Deve rispettare e sviluppare cioè le
caratteristiche proprie dell'essere uomo e dell'essere donna, pur nell'ambito di
una vocazione fondamentale comune.
Il rapporto uomo-donna assunto
da Paolo come simbolo per indicare l'unione di Cristo con la Chiesa, viene
illuminato da quella stessa realtà di cui è segno. Così per la coppia umana
diventa esemplare la perfezione del rapporto di Cristo con la Chiesa. Quando
l'equilibrio fra l'uomo e la donna è compromesso, vengono a degenerare sia il
ruolo paterno che il ruolo materno.
Nell'ambito del rapporto
uomo-donna, Edith pone anche la questione del sacerdozio ministeriale nella
Chiesa: merita considerazione la proposta del sacerdozio femminile o si tratta
di un ministero riservato all'uomo?
La Chiesa delle origini aveva
ammesso le vergini consacrate e le vedove a qualche forma partecipativa
nell'ambito del servizio liturgico e aveva riconosciuto il diaconato femminile
con una particolare "consacrazione". Ma lo sviluppo storico successivo
ha portato ad una limitazione dei ministeri affidati alla donna, per influsso
dell'antico testamento e del Diritto Romano.
I tempi attuali invece segnano
un'ascesa della donna, dovuta al suo giusto desiderio di occupare nella Chiesa
un posto corrispondente alle proprie attitudini. Anche perché -dice Edith Stein
- la donna avverte la necessità di edificare la realtà ecclesiale con un
contributo attivo, specificamente femminile.
Tali aspirazioni potranno un
giorno essere raccolte e realizzate con l'ufficiale riconoscimento di
determinati ministeri. Quanto al sacerdozio però, Edith non avrebbe difficoltà
a riconoscerlo più adatto all'uomo, in considerazione del fatto che Dio si è
incarnato sulla terra nella persona di Gesù di Nazareth, uomo Dio. Ma la
diversa funzione ecclesiale non implica una differenziazione ontologica dei due
generi, il maschile e il femminile.
Essere uomo o donna comporta un
identico appello a seguire Cristo che "personifica l'ideale della
perfezione umana, libera da ogni difetto, ricca dei tratti sia maschili che
femminili". La vocazione divina della donna si innesta sul nucleo unitario
della specie umana, sul suo essere in modo singolare persona. in ciò uguale
all'uomo.
Questa vocazione della donna è
naturale e religiosa insieme, nel senso che la vita, vissuta secondo
l'articolarsi dell'umano che è proprio della femminilità, passando attraverso
l'intesa profonda con l'uomo e interagendo con la sua vocazione, conduce alla
comunione con Dio e può contribuire all'attuazione del suo piano nella storia.
Esiste nella donna una vocazione
naturale, chiaramente detta nel suo stesso corpo. Infatti non si può negare
"la realtà evidentissima che il corpo e 1'anima della donna sono
strutturati per uno scopo particolare." E la parola chiara della Scrittura
esprime ciò che, fin dall'inizio del mondo, l'esperienza quotidiana ci insegna:
la donna è confermata per essere compagna dell'uomo e madre. Per questo scopo
il suo corpo è particolarmente dotato e a questo scopo corrispondono anche le
particolari caratteristiche della sua anima.
Il principio tomistico
dell'anima forma corporis trova conferma nella particolare qualità delle facoltà
psichiche e spirituali della donna e nei suoi atteggiamenti. "Il modo di
pensare della donna, i suoi interessi, sono orientati verso ciò che è vivo,
personale, verso l'oggetto considerato come un tutto. Proteggere, custodire,
tutelare, nutrire, far crescere: questi sono gli intimi bisogni di una donna che
sia veramente adulta. Sono bisogni materni! Ciò che non ha vita, la cosa, la
interessa solo in quanto serve alla persona, non in se stessa".
Questo atteggiamento pratico
della donna conduce a costatare qualche cosa di simile sul piano teoretico:
"Il modo naturale di conoscere della donna non è tanto concettuale, quanto
piuttosto contemplativo e sperimentale, orientato verso il concreto".
Se esiste una vocazione naturale
della donna, la quale è umana e insieme religiosa, esiste pure, secondo la
Stein, una molteplicità di vie aperte - al di là della famiglia -
all'esplicazione delle doti naturali della donna.
"Che la donna sia in grado di esercitare altre professioni oltre a quella di sposa e di madre, lo ha potuto negare solo chi era 'cieco' di fronte alla realtà! Nessuna donna è solo donna: ciascuna ha le proprie inclinazioni e i propri talenti naturali, come gli uomini. E questi talenti la rendono atta alle varie professioni di carattere artistico, scientifico, tecnico.
In linea di massima, la
disposizione individuale può orientare di preferenza verso qualsiasi campo,
anche verso quelli che sono per sé lontani dalle caratteristiche femminili.
[...] Ma se di queste cose si vuol parlare nel senso pieno del termine, è
necessario che siano professioni i cui compiti oggettivi siano confacenti alle
particolari caratteristiche della femminilità".
Dottrina ed esperienza
mistica
Col crescere delle violenze
della persecuzione nazista, come abbiamo visto, Edith Stein aveva lasciato il
Carmelo di Colonia in Germania e si era rifugiata in Olanda, nel Carmelo di Echt.
Lo aveva fatto con sofferenza raccolta, profondamente tranquilla perché
unificata in se stessa e abbandonata a Dio. Era cosciente che anche quello era
un passo del suo cammino verso l'Essere eterno.
Come all'epoca di Speyer si era
messa alla scuola di san Tommaso, attingendo alla luce solare della Scolastica,
ora la filosofa Edith, per obbedienza alla sua priora, si dedicava allo studio
della dottrina mistica di san Giovanni della Croce, il dottore della "notte
oscura" e del "nulla".
Ne nacque in primo luogo lo
studio: "Vie alla conoscenza di Dio", e poi l'opera "Scientia
Crucis". Allo studio di metafisica aveva dato come sottotitolo:
"Salita verso il senso dell'essere". Ora giungeva, con "Scientia
Crucis", sulla vetta del Carmelo, a gustare l'esperienza di Dio
nell'oscurità della fede.
Ed era proprio la croce
l'esperienza che stava vivendo sotto l'incalzare della minaccia nazista. Stese
quindi la sua opera in fretta, presaga ormai della fine. E non potè porre la
parola fine al volume, perché le SS naziste la strapparono dal Carmelo prima
che fosse compiuta. Ma ciò che importa è che Edith continuò il suo cammino
verso Dio.
Il commento alla dottrina di
Giovanni della Croce, tracciato in "Scientia Crucis", lascia
intravedere che Edith visse per esperienza quanto andava scrivendo. "Nelle
angosce mortali della notte dello spirito, le imperfezioni dell'anima sono
passate alla prova del fuoco, come il legno che nella fiamma viene essiccato da
ogni traccia di umidità, per poi accendersi anch'esso dello splendore del
fuoco. La fiamma che dapprima ha avvolto l'anima e poi l'ha incendiata è
l'amore".
Essendo la "morte
mistica" sulla propria croce il passaggio necessario verso la risurrezione,
questo evento dello spirito si compirà partecipando alla crocifissione di Gesù,
con una vita di rinuncia e di abbandono al dolore: "Quanto più perfetta
sarà tale crocifissione, attiva o passiva, tanto più intensa ne risulterà la
partecipazione alla vita divina".
In questo possono dirsi
sintetizzati i motivi conduttori della "Scienza della Croce". Sono
motivi che Edith visse con tutta la forza della sua personalità, in una
apertura a Dio che al Carmelo, con l'oblazione della vita, crebbe di giorno in
giorno.
"Quando potei rivederla da
sola - lasciò scritto in una testimonianza dom Raphael Walzer, abate di Beuron,
che era stato suo direttore spirituale - affermò che si sentiva a suo agio nel
cuore e nello spirito, come a casa sua. Mi dette questa risposta con tutto lo
slancio della sua natura infuocata. Devo dire che di fronte a lei non ero
nemmeno tentato di invocare un prodigio della grazia. No, tutto sembrava
perfettamente semplice e naturale, come la fioritura visibile della sua maturità
spirituale. E' così che io penso anche al suo amore per la Croce e al suo
desiderio di martirio: non come un atteggiamento cosciente del suo spirito,
concretato da certe preghiere o da alcune aspirazioni ben definite, ma piuttosto
come una disposizione profondamente radicata nel suo cuore di seguire il Signore
ovunque. [...] La sua testimonianza dispensa forza e luce".
La stessa impressione ne ebbe il
suo amico Dom Feuling, il quale testimoniò che "Edith nell'ambito
religioso si era sviluppata. Lei che un tempo aveva lottato per la difesa dei
valori spirituali in mezzo alla brillante cerchia dei suoi contemporanei, si
trovava come nascosta, radicata profondamente in una vita che era conoscenza
sperimentale della Verità. Aveva superato il piano delle dispute. Era passata
al di là delle cose. Ormai guardava a partire dalla fede divina. Al di sopra
del mondo umano della scienza filosofica e del sapere della teologia, ella era
arrivata a quel grado di conoscenza sperimentale che si prova confusamente,
collegata da S.Tommaso ai doni dello Spirito Santo".
Un messaggio di libertà e
risurrezione
Se 1'esperienza di vita, in
quanto 'sapere la realtà è "il modo più completo, adeguato, totalizzante
con cui il soggetto giunge al sapere e quindi raggiunge nel reale la Verità",
veniamo a trovarci di fronte ad una prospettiva religiosa e ad uno stile di vita
cristiana che in Edith Stein furono profondamente contrassegnati da una
concezione personalistica e storica di alta tensione spirituale.
In questo quadro fondamentale,
germogliò e crebbe l'esperienza cristiana, religiosa e mistica di Edith Stein,
certamente una delle donne più significative del nostro secolo. Esperienza
vicina a quella di due altre donne di stirpe ebraica: Simone Weil, per
l'itinerario culturale e spirituale, Anna Frank, per il destino finale che fu
l'olocausto.
Tutte e tre hanno rischiarato
con il loro sacrificio, con i loro scritti, con le testimonianza della loro
vita, uno dei periodi più foschi della storia europea. Edith Stein, ebrea di
nascita e quindi sorella per stirpe di Gesù di Nazareth, anche lui rinnegato,
cacciato dalla città santa e ucciso con una morte umiliante, si sentì chiamata
ad offrirsi con lui per il suo popolo.
Ebbe così la sorte, ma si può dire anche il privilegio raro, di sigillare nel sangue i principi sui quali aveva fondato la sua esperienza cristiana. E' per questo che il suo messaggio resta un grido di libertà e di risurrezione consegnato alla storia, alle donne e agli uomini di ogni tempo. Un messaggio consegnato però a titolo speciale a tutte le donne che riconoscono in Cristo la propria ragione di vita.
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