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Il 14 luglio del 1968 faceva il suo ingresso nel Manicomio giudiziario di Pozzuoli, una ragazza di nome Immacolata. Di lì a qualche settimana avrebbe festeggiato, tra le mura del manicomio, in compagnia di donne adulte e malate di mente, il suo dicias­settesimo compleanno. La preziosa ottusità della censura carceraria ha conservato nelle pieghe della cartella clinica, una lettera scritta da Mimma e indirizzata al fratello:

 Mio caro fratellino, sono rimasta tanto contenta della tua  attesa lettera. Mi prometti sempre di venire e non vieni mai; perché fai sempre così? Non     vuoi più bene alla tua sorellina?  Io non so di    preciso quando vado a casa, il direttore mi ha   detto che mi ci manda solo per sette giorni e    deve venirmi a prendere la mamma. Non  credo che mi lasciano venire con te a casa. Io   sto bene. così spero di te. Le giornate le passo   cantando e meditando nei momenti di pausa;   va bene che questo non è il posto adatto    per meditare, ma in fondo potrebbe anche esserlo. Non temere, non mi annoio, anzi trovo    sem­pre qualcosa da fare; c’è parecchia gente    interessante ed io mi diverto a studiarla, squadrarla, giudicarla; seppure con poca precisione,  riesco a trarne un giudizio mediocre

Anche qui a Napoli fa freddo e non vedo l'ora di tornare a casa per rifarmi    un po’ le ossa; anche la mia sventura è finita,   se così si può chiamare: finita, sotterrata.

Non prendertela se ti ho chiamato bidonista, ero solo un po’ nervosa: dici che vieni e non vieni    mai; spero che almeno per dopodomani, come hai promesso, sarai qui perché, caro 'fratellino, mi serve della roba: una sciarpa, uno scialle, un cappellino di lana e una calza a    brache e due o tre stecche di Kent lunghe. Mi piacciono quelle langhe perché hanno un bel sapore.

Perciò vedi fratellino , devi venire presto e subito! Perché altrimenti mi troverai   come uno scheletro e scrivimi, scrivimi  più  spesso, scrivimi di più; qui il tempo non passa mai senza la tua posta; sei l’unica persona che voglio bene fuori di questo mondo così tri­ste e lugubre. Se non scrivi io piango e sono proprio come un funerale; ho bisogno di te, delle tue lettere così belle, così tanto affettuose. Non ti preoccupare per la linea: sono nel fiore della gioventù e sono uno scheletro; a parte gli scherzi, sono molto dimagrita, ma spero di tornare subito a casa,  così almeno potrò rifarmi….. Ti lascio con la penna ma non con il cuore che spera di rivederti al più presto. Ti bacio caldamente sul viso, la tua cara sorellina.

28 novembre 1968