PREMESSA
Perché Cacciari? Perché nel suo itinerario
si mostrano quei limiti, quelle aporie del pensiero filosofico che lo mettono a
rischio di naufragare; e perché, nello stesso tempo, viene criticata ogni
riduzione della filosofia a mera storiografia, ogni sua dissoluzione nelle
scienze umane. Quello di Massimo Cacciari si configura come un pensiero
tragico, non meramente pessimista: capace, cioè, di mostrare la prepotenza del
destino senza però mai assumerlo fatalisticamente. Cacciari si avventura nella
ricerca di un pensiero che teorizzi i suoi limiti senza tradursi in una
distruzione della ragione; di un linguaggio consapevole dei suoi confini (“
Sigismund -…Per quello che varrebbe la
pena di dire la lingua è troppo spessa”, La Torre, Hofmannsthal), che non abbandoni l'argomentazione per
il canto, 'semplicemente' opponendoli. Ancora, più profondamente, ho trovato
rispondente ai paradossi della nostra esistenza la sua capacità di tenere
insieme gli estremi opposti della nostra condizione: quell'apertura all'Altro
che non rimuove la fragilità e la finitezza del nostro esserci, il nesso
contraddittorio di gioia e disperazione, e si misura col Silenzio dell’apeiron che ci avvolge e sovrasta.
Il colloquio con il suo pensiero ha
significato, per me, la condivisione della meraviglia per il mistero del
singolo, della creatura, che resiste ed eccede ogni hybris nichilistica, dell'inquietudine per quell'Amore impossibile
che continua a turbare le nostre tane
. Tale esperienza non si traduce, però, in Cacciari, nella sottomissione ad una
autorità dogmatica o positiva; richiede, piuttosto, che si interroghi
liberamente quel 'canovaccio' dell'Inizio in cui stanno scritti il nostro
dolore e le nostre possibilità. In questo senso, nella sua approfondita
indagine della fede cristiana, ho trovato temi, problemi, domande che andavo
individuando come essenziali e che erano largamente assenti nel panorama della
filosofia e della teologia contemporanee. Cacciari ha saputo aprire ai
'maledetti', ai filosofi del 'pensiero negativo', prima; e al più inquietante
tra essi, poi: Cristo. Ha rischiato di interrogarsi sull'Angelo quando al
massimo riuscivamo a tollerare un cristianesimo etico-politico che cambiasse il
mondo; ha indagato la crisi profonda delle sistematizzazioni teologiche della
tradizione ebraico-cristiana, ne ha attraversato le macerie, mostrato le aporie
costitutive, criticato la volontà di potenza che presume di possedere le Vie
della redenzione.
Della modernità Cacciari ha poi messo in
luce, insieme alle radici metafisico-teologiche, i caratteri di un’epoca in cui
appare impossibile ogni autentica tragedia ma anche ogni forma di redenzione o
di relazione con il divino; ha evidenziato, tuttavia, come il processo di
secolarizzazione non implichi la fine delle domande intorno a quella
provenienza che è il proprio di ogni
ente, e come anzi vada ripensata, oltre la ripetizione della morte di Dio, la
possibilità di una estrema peripezia, aperta all’attesa e alla inquisitio intorno all’ultimo Dio, ad un
possibile éschaton liberato da ogni
dogmatica assicurazione.
Il confronto con la ' filosofia politica'
di Cacciari ha poi costituito per me un fecondo terreno di riflessione.
Stimolante è stata la sua critica dei ritardi e degli errori di una vecchia
cultura politica della sinistra europea. Il suo pensiero ha saputo non
acquietarsi nelle vecchie chiese;
senza però, allo stesso tempo, indulgere alle mitologie del disincanto. In
questa direzione va pure la sua critica alla civiltà della tecnica e ad una
modernità incapace di aprirsi ad una misura "altra" da sé, dalla sua
anima 'umanistica' e secolarizzata. Tutti questi approfondimenti teorici non
sono mai stati disgiunti dalla capacità di assumersi concrete responsabilità
per i problemi della società civile e del suo governo nel nostro tempo. Infine:
fatica del concetto e prassi politica appaiono, in Cacciari, unite - pur nella
rigorosa distinzione dei loro compiti - dalla possibilità di un nuovo
inizio.
Baia,
febbraio 2000