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le famiglie Macchia di Canneto di Bari

con particolare riferimento a quella di Vito Francesco


 

 

 

 

 

 

 

 

 

il castello dei Fascina

    La prima volta che entrai nel casino Don Cataldo fu un giorno di primavera del 1964, a dire il vero, noi ragazzi lo chiamavamo "il castello delle fascine", del resto in dialetto - castidd' di Fascin' - si pronuncia esattamente come - castidd' di fascin' - per cui …

    La cosa aveva avuto la sua origine la domenica precedente quando, usciti di chiesa appena l'arciprete Don Giovanni Santoro ebbe pronunciato "ite missa est", ce ne eravamo andati, in cinque o sei, lungo la via "du palm'ntidd" per fare un'escursione alle lame. Percorrendo quella strada si passa alle spalle del castello e il punto più vicino è circa a 250 metri. Uno del gruppo ce lo indicò e ci raccontò di una incursione all'interno dell'edificio disabitato fatta tempo addietro da lui stesso e dei compagni di scorribande. Progettammo sul momento di farla anche noi la domenica successiva.

    Nessuno dimenticò l'impegno e la domenica successiva ci incamminammo per la via di Bitritto, candida di ghiaia e polvere, famosa all'epoca per essere la più tortuosa dell'agro di Canneto. Per quanto camminassimo, il castello non compariva mai e la nostra guida continuava a ripeterci che era dopo la curva successiva. Infine, dopo l'ennesima curva, lo scorgemmo, le torri bianche tra l'azzurro del cielo e il verde degli olivi.

    Ci avvicinammo guardinghi al cancello, era chiuso da una catena con lucchetto. La guida ci tranquillizzò ricordandoci che ci aveva raccontato dell'esistenza di una breccia nel muro di cinta; lui era entrato di lì. Dal lato Nord, infatti, non solo il muro era più basso, ma una porzione larga circa un metro era rovinata consentendo di entrare in quello che allora mi parve un orticello ma che 35 anni dopo, seppi, essere stata la navata di una chiesa.

    Nella penombra di uno stanzone al piano terra, la nostra guida ci mostrò l'ingresso del "passaggio segreto". Nel pavimento, una scalinata con i gradini semifranati e impraticabili per polvere e detriti, portava in basso verso un oscuro locale che non tentammo neanche di esplorare tanto era il timore che ci incuteva. Quel passaggio, ci disse, portava fin sotto la torre normanna in paese.

    Anni dopo, con un amico, alla ricerca del passaggio, scesi quei gradini e mi presi la briga di rivoltare i polverosi detriti che ingombravano la stanza sotterranea. Non c'era uscita in quanto si trattava di una cisterna per l'acqua.

    Da quello stanzone salimmo al piano superiore tramite una scalinata fatta con tufi sovrapposti a secco. Sembrava che la scala non ci fosse mai stata, forse in origine era in legno e veniva ritirata per motivi di sicurezza.

    Restammo estasiati a rimirare gli affreschi alle pareti del salone centrale, le volte decorate a "grottesche", le porte con gli stipiti in legno decorati a finto marmo e lo stemma araldico dipinto sul muro. Il cinguettio dei passeri riecheggiava nel cortile e talvolta qualcuno di loro entrava dalle ampie finestre per fare poi un rapido dietro-front appena ci inquadrava, ospiti inaspettati. In basso sulle pareti scorgemmo delle scritte a matita, dei disegni, dei passatempi, nomi, indirizzi e turni di guardia. Li avevano tracciati, stando in branda, i soldati inglesi delle truppe di occupazione, alloggiati in quelle stanze, durante l'ultima guerra dopo lo sbarco in Sicilia. Annotai mentalmente uno degli indirizzi meglio leggibili, era stato scritto sulla volta della scala a chiocciola che portava sul terrazzo: John Kennedy - 57 Bolton Terrace - Lennoxtown - Scotland. Qualche anno dopo scrissi una lettera a John Kennedy, volevo sapere se era ancora vivente, ma non la inviai. Nel febbraio 2008, avvalendomi delle straordinarie possibilità offerte da Internet, contattai un'associazione di Lennoxtown e Shona Baird girò la comunicazione ad un giornalista, Alistair Mackay che fece pubblicare un appello sul Kirkintilloch Herald. John Kennedy era sopravvissuto alla guerra ed era emigrato a Toronto in Canada nel 1957. Dal Canada mi scrisse la figlia Mary che a suo tempo aveva sposato un siciliano. Mi ero deciso troppo tardi, John Kennedy era deceduto nel 1991. ......... We still have relatives in Lennoxtown and this is how we found out about the paper article.  My dad died in 1991 and my mom passed away in 1996.  He never really talked much about the war but he did tell us he fought in Italy, loved the Italians, and his favourite story was the one where he kissed the ring of the pope.  I wish I could afford to come to Italy and see the signature on the wall it would mean so much to me. ......................... I am sad that my dad is not here to listen to the story. ...........................

John Thomas Kennedy

    Non solo decorazioni sulle pareti, ma anche scritte a stampatello tracciate col carbone. Difficile definirle "vandaliche", le fecero ragazzi che definirei angeli al confronto di chi, anni dopo, si dilettò con bombolette spray; scalpellò intorno ad un'iscrizione alla base di un affresco; tentò di asportare con la tecnica "a strappo" gli affreschi dalle pareti riuscendo solo a togliere decenni di polvere e qualche brandello di dipinto; accese falò sul pavimento alimentandoli con le porte settecentesche e gli stipiti marmorizzati; scaraventò giù i pinnacoli che decoravano il parapetto del terrazzo frantumando i gradini della scenografica scalinata esterna; abbatté l'agile ponticello che metteva in comunicazione l'edificio principale con le pertinenze; divelse il cancello in ferro battuto dopo averlo legato con un cavo d'acciaio ad un potente mezzo, lesionando seriamente anche i pilastri che lo reggevano. Tra le basole del cortile, bossoli di pistola, sul bianco calcare del bugnato le grigie tacche del piombo dei proiettili. L'estate del 1976 era ancora praticamente integro; le foto del 1979 mettono in evidenza i danneggiamenti più gravi culminati nei primissimi anni '80 con il furto del cancello e la demolizione del ponticello.

    Non avremmo potuto immaginare uno tale scempio in quei giorni spensierati, mentre giravamo di stanza in stanza chiamandoci l'un l'altro ad ogni nuova scoperta. In tanto abbandono, d'un tratto ci imbattemmo in un chiaro segno di frequentazione. Sotto un imponente e barocco baldacchino in pietra e stucco, c'era un ampio letto in ferro con un pagliericcio imbottito di foglie di granturco. Poco distante un'alta specchiera priva dello specchio ovale e, in una nicchia a muro, un malandato lume a petrolio. Lugubri teloni per la raccolta delle olive erano stati montati a mo' di tendaggi sugli alti vani delle porte per fermare gli spifferi provenienti dalle sconnessure. Qualcuno usava ancora quella stanza.

    Nel cortile stemmo poi, col naso in aria, a decifrare i resti del grande affresco che adornava il prospetto principale. Raffigurava un paesaggio agreste con un fiumiciattolo tortuoso che scorreva sotto un ponte. Era ancora leggibile. Oggi non più, è stato coperto con uno strato di buona pittura per esterni.

CITAZIONI:

Masseria Don Cataldo (da "L'architettura rurale in Puglia, le masserie" di Antonella Calderazzi - Schena Editore - Fasano 1989)

Denominazione. Masseria-castello Don Cataldo - Comune di Loseto - Provincia di Bari.

Contesto. Percorrendo la strada comunale per Loseto a circa 4 km. Da Bari verso Adelfia, sulla destra sorge il castello Fascina o masseria Don Cataldo, a 133 m. sul livello del mare.

Epoca e tipologia. L'epoca di costruzione risale al sec. XVII ed è dovuta al marchese di Laureto, Carlo Tommaso de Nicolai che scelse di risiedere in campagna e condurre in proprio i terreni. Il figlio Cataldo, per le precarie condizioni di salute preferì anche lui vivere per molti anni nella masseria, completando la struttura edilizia a guisa di castello con aggiunta di vani e lasciandola in eredità ai Fascina.

Utilizzazione attuale. La masseria in attività fino al primo decennio del Novecento è ora completamente abbandonata.

Descrizione esterni. La masseria, con aspetto di castello presenta due torrioni semicircolari sui due lati, ed una scala a tenaglia che porta la primo piano con antistante loggiato sul prospetto principale.

Sulla parte posteriore è situata la zona più antica della masseria consistente in un fabbricato a due piani comunicanti attraverso una scala interna allo spessore della muratura. Il secondo piano, provvisto di finestre rettangolari, si conclude con un parapetto pieno, accentuato da beccatelli in corrispondenza dei torrioni.

La chiesa annessa è stata distrutta lasciando a sua testimonianza solo l'ambiente dedicato a sacrestia. Un alto recinto racchiude la corte lastricata su cui si erge il complesso fortificato in pietra a bugnato.

Descrizione interni. Al piano terra sono distribuiti i locali per il ricovero del bestiame e per il deposito dei prodotti mentre al primo piano sono dislocati quattro piccoli ambienti ricavati nei torrioni, coperti da volte a padiglione, comunicanti con il salone centrale ottagonale da cui si accede ad altri sei vani intercomunicanti.

La sala centrale, ancora oggi di notevole bellezza decorativa per le pareti e la volta dipinte con figure rappresentanti scene dell'Orlando Furioso, chiusa da porte lignee in stile settecentesco, completa con gusto raffinato il carattere sobrio e maestoso del complesso rurale.

Al secondo livello sono posizionati altri vani, collegati verticalmente da una scala circolare ricavata nello spessore di uno dei torrioni.

L'articolazione complessa della masseria, individuata da due assi di simmetria e due corpi di fabbrica suggerisce che una sapiente manovalanza ha calibrato i volumi architettonicamente ed ha saputo fondere in un unico complesso la vita residenziale con quella lavorativa agricola.

Stato di conservazione. Le condizioni statiche sono compromesse e la precarietà conservativa indica un disfacimento delle murature e delle coperture, giacché non esistono più infissi e la masseria è abbandonata ad atti vandalici distruttivi.

Evoluzioni subite. Le aggiunte e le modifiche susseguitesi nel tempo riguardano essenzialmente l'aumento di alcuni vani e la trasformazione del prospetto con la introduzione del loggiato.

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Aggiornato il: 14-09-08.