Messaggio N°835
31 Dicembre 2005 - 00:06
DIONEA DI NOTTE INVERNALE
Notte andata, tra ghiaccio e freddo... Le mie lenzuola sono neve di montagna... Barbaresco il mio sangue... del 2002, 13,5°%... sangue fermentato di nocino fatto in casa... Solo, ancora solo, con le stelle mute che indicano un cammino glorioso lontano... chissà quanto lontano...
Ed ancora non c'è una mano reale che divida con me un battito di ciglia, un palpito nel cuore, un sospiro d'inverno nella speranza della primavere...
Neve nell'anima stanotte... ghiaccio nel sonno... voglia di pace... di pace... di pace...
Messaggio N°818
29 Dicembre 2005 - 21:30
LA SAPIENZA
C’è, biblicamente parlando, una differenza fondamentale tra sapienza e conoscenza, differenza che è un buono spunto di riflessione. Etimologicamente, le tue cose sono differenti, ma nell’ignoranza dominante e nell’approssimazione linguistica televisiva dell’italiano medio, sono assimilati nel senso comune, ma, grazie Iddio, non lo sono affatto.
Conoscenza, dal latino tardo cognoscentia(m), dal latino classico conoscere, ossia cum gnosis (a sua volta dal greco ???s??, scienza), ossia «sapere con», indica un sapere, un atto conoscitivo che presuppone un qualcosa di esterno per poter essere effettuato, una strumentalità che porta al nome stesso, se vogliamo. Infatti, secondo l’italiano corrente: s.f. 1. facoltà, atto, modo, effetto del conoscere.
Sapienza, dal latino sapientia(m), a sua volta viene dal verbo sapere (di origine indoeuropea) che in origine significava avere sapore, sale e quindi essere savio in zucca (ecco anche spiegato il detto avere il sale in testa…). Ergo, nell’italiano corrente: s.f. 1. il più alto grado di conoscenza delle cose.
Se anche linguisticamente v’è questa differenza notevole, andiamo a vedere che succede dal punto di vista biblico.
La sapienza è dono di Dio, amica dell’uomo che la cerca, dal quale non si nasconderà. Essa lo segue e gli dona felicità come un madre. L’uomo, per cercarla, deve esercitare quelle virtù propriamente umane che si ritrovano nella Legge, nella Parola di Dio, deve mettere in pratica la Legge, temere il Signore (nel senso di essere pio e rispettoso dei precetti). Essa quindi lo seguirà e gli darà il più alto grado di “sapore” nel suo spirito, poiché «la sapienza non entra in un’anima che opera il male» (Sp 1, 4) e «la sapienza è uno spirito che ama l’uomo» (Sp 1,6). Ma non solo: la sapienza «custodì il primo uomo, il padre del mondo,/quando fu creato solo, lo liberò dalla sua caduta/egli diede il potere di dominare su tutte le cose./Ma un ingiusto (Caino, n.d.r.), che nella sua ira si era allontanato da essa, perì per i suoi furori fratricidi./Quando la terra fu sommersa per colpa sua, la sapienza la salvò di nuovo/guidando il giusto per mezzo di un fragile legno.» (Sp 10, 1-4).
Questo ci offre uno spunto di riflessione importante: quando ci si allontana dalla sapienza, avviene il fratricidio per ira. L’ira è l’ignoranza della legge e il fratricidio la guerra tra uomini che ne consegue; coloro che sono privi di sapienza, che non la seguono, seminano divisione, distruzione e morte.
«Smettete di ricercare la morte con gli errore della vostra vita,/e di attirarvi la rovina con le opere delle vostre mani,/perché Dio non ha fatto la morte,/né gode per la rovina dei viventi./La giustizia è infatti immortale./Ma gli empi con gesti e con parole chiamano la morte/» (Sp, 1,12-13.15-16).
«Ma per invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo/e ne fanno esperienza quanti sono nel suo numero» (Sp, 2,24)
Questo è un fatto fondamentale, perché offre all’uomo la possibilità di ritornare allo stato incorrotto della creazione, prima della caduta. Non solo, essa relativizza i patimenti e le vicissitudini terrene, senza togliere loro importanza, anzi: solo attraverso di esse è possibile cercare – e quindi trovare – la sapienza. Inoltre, il libro di Giobbe ci insegna e ci conferma questa ipotesi ottimistica, ribaltando anche uno dei Libri Sapienzali più pessimisti (infatti è il primo dei tre libri del cosiddetto «pessimismo cosmico», quello di Qohèlet. La conoscenza, quindi, è solo un fatto relativo, ma soprattutto non è uno spirito, ma un’emanazione della sapienza. Inoltre, come tale, è un obiettivo che va conquistato. Non è un caso, infatti, che laddove la sapienza è un dono di Dio, la conoscenza è un dono del Diavolo.
Secondo tutti i vari trattati di demonologia, da quella assiro-babilonese a quelle risibile dei satanismi sincretici moderni, Lucifero e i suoi angeli, principi, baroni, potestà e servi minori, donano ai loro invocatori la conoscenza. Ma bisogna innanzitutto notare due cose importanti: la prima è che i dèmoni donano soltanto parti di conoscenza. Ogni demone ha la sua abilità e per avere quindi una conoscenza completa bisognerebbe invocare tutti e 72 i principi e le potestà maggiori. Ad esempio, Andrealphus è il demone della matematica e della geometria, mentre Andromalius è quello che fa trovare i tesori, oppure Murmur, demone della filosofia, o Naberius, demone della logica, o Solas, un principe, che conosce le virtù delle piante e dei minerali e insegna l’astrologia.
In secondo luogo, al contrario di Dio, quelli che sono mascherati da doni altro non sono che un piccolo premio per avere l’anima dei premiati. I demoni infatti non regalano la conoscenza per nulla: una volta che uno vi si è votato, sarà loro schiavo per sempre e, anche nel caso raro in cui si ravveda, dovrà penare non poco e trovare un buon esorcista per fuggire il patto che ha stretto con il demonio. Figuriamoci se ne ha stretti con più d’uno! Per cui, se è vero secondo Matteo (16,18) che «le porte degli inferi non prevarranno», è pur vero che seguendo la Sapienza, anzi, cercando la Sapienza l’uomo eviterà di cadere ancora e per sempre, eviterà le guerre (il fratricidio), eviterà la morte.
In fin dei conti, la teoria adamitica ha un simbolismo da non sottovalutare: abbiamo tutti uno stesso padre, quindi, in qualche modo, siamo tutti uguali (e una gran pernacchia all’eugenetica nazista).
Ma per tornare a discorsi più semplici, come non citare Roberto Benigni quando ci ricorda quello che secondo lui è “il comandamento più bello”? Amatevi e basta.
E la Sapienza è uno spirito che ama l’uomo. Non scordatelo mai.
Messaggio N°817
29 Dicembre 2005 - 18:35
Nivis
Nevica. Lontano dal lavoro, immerso in un poncho multicolore in cui spicca un rosso intenso e dinamico, osservo il contrasto con il grigiore del cielo. Di solito la neve mi mette allegria. Ma oggi solo stanchezza e torpore. Che è già un passo avanti alla tristezza, comunque. Chiudo gli occhi e ne immagino altri. Chiudo gli altri e si riaprono i miei. Nella neve. Nel bianco. Nel grigio. Nel freddo. Mi stringo un po’ dentro il poncho e respiro odore di casa e detersivo. Sono solo. Chiudo di nuovo gli occhi e penso ad un odore di castagne bruciate e di retrogusto speziato alla cannella di vino. Accanto a me c’è qualcuno, ma subito riapro gli occhi. Proprio non è giornata.
Sono le nuvole che cadono in pezzi quando nevica?
Sì, deve essere proprio così.
Vorrei dirlo a qualcuno, ma non ho nessuno. Meno male che ho il blog.
Quando nevica sono le nuvole che si fanno batuffoli e vengono giù. È assurdo, perché dovrebbero? Forse fa troppo freddo. Mi sento Holden quanto chiede al tassista di New York dove vanno le anatre in inverno.
Neanch’io saprei rispondere.
Ma l’unica cosa che mi viene in mente è che vorrei stare anch’io con loro.
E magari anche qualcun altro.
Messaggio N°816
29 Dicembre 2005 - 16:33
Elena...
Dopo tanto tempo ho ritrovato i sorrisi di Elena. Non li vedevo da almeno 10 anni ed erano ancora gli stessi. Bellissimi. In un attimo torno alla fermata dell’autobus in Piazza Mazzini ad albano, giovane poeta, a guardare uno zaino di una ragazza bionda con gli occhi chiari dove è scritto: Metal Up your Ass. Perché non riuscivo a guardarla negli occhi. Lei parlava del più e del meno, perché non riusciva a parlarmi. Poi 10 anni di silenzio e un po’ di alcool. «Sei single?» - ma è l’alcool a parlare per me - «Sì…» - risponde lei, che ha aspettato che fossi solo per parlarmi. «Allora dovremmo vederci un giorno di questi…» - «Sì, scambiamoci i numeri.» - ed è ancora l’alcool a parlare. Un paio di giorni dopo, passato Natale, un suo SMS: «Scusa per le sòle… è che c’è qualcun altro. Sono single al 50 per cento… ecco, volevo dirti questo…». Non era l’alcool a parlare.
Sono tornato indietro di dieci anni.
Quello che si perde in giovinezza non si ritrova. Non esistono seconde occasioni. Chi lo affera è un Giuda e lo dovrai scannare.
Mi piaceva Elena, ma era tanto tempo fa… solo tanto tempo fa…
È neve il nostro amore. Neve i nostri sogni che si sciolgono nel mattino dell’incompiuto.
Messaggio N°815
26 Dicembre 2005 - 14:04
PREGHIERA E SCIENZA (IV)
Tempo fa, leggendo un blog, mi avvenne di intervenire con un commento che scatenò poi un'interessante diatriba sulla preghiera e sulla prassi religiosa tra Tarabaar e me. Ve la ripropongo in questi post per avere anche il vostro contributo per l'uno o per l'altro punto di vista, perché ritengo sia un notevole punto di riflessione per vivere oggi in una società sempre più tecnologizzata e avulsa da ogni spiritualità. Buona lettura a tutti i coraggiosi che vorranno leggere la nostra discussione.
Inviato da n.cave il 12/12/05 @ 09:48 via WEB
E' necessario categorazzire l'attività della mente e procedere per sottoinsieme. Il pensiero altro non è che un prodotto della mente ed è senza dubbio un fatto volitivo; la fede, intesa come scelta di credere, come volizione, appartiene a questo insieme; l'oggetto in cui credere appartiene invece alla sfera del preternaturale o, addirittura, del soprannaturale. Il pensiero poi si scinde in due grandi insiemi: il pensiero logico e quello analogico (che porta rispettivamente alle scienze e all'arte). Inoltre, hanno scoperta che il funzionamento biologico dei neuroni (grandi gli studi di Hoffstadter editi da Adelphi) procede per analogia, il che spiega la superiorità di un cervello umano rispetto al calcolatore. Ma il pensiero è solo una parte della mente. L'altro grande sottotinsieme è quello dell'autonomia del pensiero, che si esprime attraverso i sogni e gli stati emotivi e ci si fa presente ogni qual volta ilo sistema nervoso va in tilt, con visioni, allucinazioni sensoriali e incubi in stato di veglio e queste - daba bene - sono sempre attività del pensiero. Il che ci porta su un campo minato: il pensiero non è solo volizione, il che presuppone una certa indipendenza. Il terzo insieme è quello dei funzionamentineurovegetativi autonomi, come il cuore e i polmoni, addirittura regolati autonomamente al di fuori dei precedenti insiemi. La morte naturale, in questo senso, diventa un mistero nella misura in cui non si riesce a capire per quale motivo cessi tale funzionamento, a cui il pensiero rimane incredibilemente legato. Questo che significa? Che la fece prescinde dalla ratio e crea una dialettica di opposizione proprio perché ad essa contraria e indipendente. Vi è la fede, il cui unico aspetto razionale è seguirla e di qui l'aspetto irrazionale, poiché ogni oggetto di fede appartiene alla sfera del non intellegibile, dell'inafferrabile, ossia del non sondabile con il pensiero volitivo e, quinti, conoscitivo. Proprio, inoltre, per l'aspetto dell'inconoscibile, la fede è negazione del pensiero e atto di sottomissione e abbandono. La preghiera, in questo senso, diventa un'organizzazione della fede. In questo senso illuminante l'analisi della parola rito e dei suoi derivati: dal sascrito R'TA', che indica sistemazione razionale, il che, se vogliamo usare il pensiero logico, presuppone uno stato caotico precedente intellegibile che necessita comprensione. In questo senso, la fede è ciò che sta a monte del pensiero, che decide se seguire o meno - tu stessa, volitivamente, la rifiuti. Ma anche questo è un paradosso: non solo perché il senso religioso è insito negli istinti dell'uomo alla stessa stregua del senso di fame, ma anche perché la sua repressione, come è stato notato e sondato, ha portato ad altri tipi di "fede": da quella cieca nella scienza a quella folle dell'occulto a quella certa del materialismo. Per cui diventa risibila la situazione che la fede venga rifiutata in virtù di altre certezze, che si trasformano, in passaggi successivi, in altra fede, sistemata e organizzata autonomamente attraverso le sue modalità espressive (e non è questa una forma diversa di R'TA'?). Il che ci porta a domandarci sui movimente del pesiero volitivo, che finisce spesso per organizzarsi in analogia (conformemente alla sua natura) in modo da sopperire ai suoi bisogni in maniera inconscia e inconsapevole (e già parlando di inconscio il pensiero si relativizza parecchio) e del pensiero autonomo e sulla loro natura. Questo ci porta ad un'altra tappa: la fede, in quanto tale, si pone al di sopra di questa, in quanto nasce da un sentimento autonomo, da una necessità inconsistente. Come per il senso di fame o di sete, avvertibili sensibilimente: la scelta di mangiare, o credere, è una fatto successivo. Ma la fede è insita nel DNA come dato più che naturale. Accoglierla è solo una dato successivo. Ma, come scrive ad esempio il vescono Andrea Gemma, citando l'Enciclopedia Vaticana, il fatto incredibile è che accettiamo come naturali e non volitive la fame e la sete e non la fede. In realtà, invece, sbagli nel dire che le cose sono mosse dalla fede. E' la fede che muove gli uomini. Per il principio antico di "facta contra argumenta" (ispiratore anche dell'Empirismo e di molti movimenti scientifici), citerei le innumerevoli testimonianze degli scampati ai Lager nazisti , facilemnte reperibili, se vuoi, in ogni libreria seria, o al centro documentazione ebraica di Milano (il più grande d'Italia) o alla Comunità romana: i deportati in cui rimaneva accesa la fede - non necessariamente in Dio - ma in una liberazione o salvezza, erano quelli con la maggiore possibilità si sopravvivenza. Non è un caso che i nazisti operasso torture psicologiche e vietassero ogni contatto con il mondo esterno, poiché il caro Goebbels - un genio, maligno senza dubbio, ma un genio - conosceva bene il potere della fede, capace di muovere le cose e gli uomini. Ecco perché innanzittuto si deve distruggere la fede di un uomo se si vuole piegarlo. Decine i suicidi per mancanza di fede. Una volta accettata - volizione - la fede muove le cose e le indirizza autonomamente. Permettimi, come ultimo fatto, di citare l'attività sovversiva nei lager svolta dal nostro attore Gianrico Tedeschi, ebreo, che organizzò spettacoli teatrali clandestini nei lager, rischiando la vita, per tenere viva la fede dei suoi compagni di sventura. Durante la sua attività, i suoicidi terminarono di colpo. Per questo è stato anche pluridecorato il grande Tedeschi, che ho l'onore di conoscere personalmente. Ora, contra facta?
Qui è finita la querelle tra Tarabaar e me, ivi ripubblicata non senza il suo consenso. Voi che ne pensate di tutto ciò?
Messaggio N°814
26 Dicembre 2005 - 09:01
PREGHIERA E SCIENZA (III)
Inviato da n.cave il 10/12/05 @ 18:58 via WEB
Mmm... la fede non è figlia del pensiero proprio in quanto fede. Si ha fede in un qualcosa quando il pensiero non riesce penetrarlo, a comprenderlo, a sezionarlo. Il pensiero esclude la fede proprio perché irrazionale. Non si dice forse: "Credo quia absurdum est"? La logica è figlia del pensiero. La fede è illogicità pura. E' andare contro il pensiero. Altrimenti che fede sarebbe?
Inviato da tarabaar il 11/12/05 @ 13:55 via WEB
Comodo scindere la fede dal pensiero e i propri "credo" dal giustificabile. Non trovi che sia comunque l'attività intellettiva a sostenerne le settoriali declinazioni? Se è vero che la fede insiste su ciò che non può essere dimostrato questo non toglie che sia col pensiero e con le sue elaborazioni che essa viene diffusa o comunicata. Il fatto che la fede (e conseguentemente la preghiera) non siano teoremi esplicabili non toglie che derivi dal "privilegio" umano del pensare la determinazione dei confini tra credibile e non credibile. Ma se è vero questo mi viene da pensare allora che stante questa sostanziale frattura la fede sia un prodotto di scarto del pensiero, pur ragionavolmente e riconoscibilmente limitato. Il contrario di un pensiero, nel senso che tu sostieni, è altro pensiero di segno opposto, non la sua negazione intesa come assenza. L'impotenza non è sinonimo di inesistenza. E molte cose inutili sono state dette (proprio perché pensate) senza che nessuno si premurasse di sistemarle in un movimento da pubblicizzare (mi perdonerai l'irriverenza del verbo). Sia chiaro: qui non sto sostenendo che il pensiero sia solo quello logico o quello matematico e scientifico. Qui dico che il pensiero è anche quello filosfico, quello poetico, quello paradossale e quello amoroso. La fede non muove le cose, ma esse attraverso l'uomo. Mi sbaglio? E per fortuna, dico, ché se davvero dovessi concludere che la fede non ha nemmeno una ratio, un'attinenza umana, una pur complessa genesi mentale senza la quale ravvisare in essa il potere di insegnare o ammonire l'uomo allora tanto varrebbe commiserarla come un trastullo assurdo e demodé. Ora dimmi tu.
Messaggio N°813
26 Dicembre 2005 - 08:55
PREGHIERA E SCIENZA (II)
Inviato da n.cave il 10/12/05 @ 15:07 via WEB
Un'interpretazione esclude l'altra solo se si avvalla il solligismo, che è frutto della logica, che è frutto del pensiero e come tale arbitraria. La logica genera paradossi e in quanto tale non mostra la sua forza, bensì la sua debolezza: è come un regno che si divide e si annulla al suo interno. Non solo: il pensiero altro non è che frutto della carne con essa si annulla, per cui non darei troppo peso. Inoltre, la stessa scienza non solo non ha portato quella sicurezza materiale che invocavano molto di coloro che vi si appellano, ma ha prodotto la reviviscenza di tutta una serie di credenze e superstizione antiche e moderne, che a confronto il dogmatismo cattolico sembra una legge fisica. L'Illuminismo e il Positivismo poi hanno generato il nuovo movimento magico e una serie di attività che erano sepolte da secoli, e molti movimenti di pensiero scientifici si sono legato profondamente a cose molto meno plausibili di una preghiera o di un Qualcuno: mi riferisco a Mesmer, Paracelso e simili. Se il sonno della ragione genera mostri, la presenza scientifica ha generato di molto peggio e non solo: di fronte ad ogni risposta si pongono altre domande in maniera esponenziale, giacché pare che la scienza non trovi la fine, ma solo un infinito perscorso a tappe. Se vai a vedere, la scienza finora non ha dato assolutamente nessuna risposta al di là del materialismo che, tolte quelle necessarie e illuminanti scoperte che rendono migliore la nostra vita, ha portato schiavitù, colonialismo, e macchine di morte. La preghiera in quanto tale è molto meno risibile dello scienziate che dopo aver aperto una porta, se ne trova di fronte un altra che non è in grado di aprire. Inoltre, la preghiera non genera mostri, semmai li sopisce e questa è una cosa non solo non risibile, ma molto importante. E non si confondano le diatribe teologiche che hanno portato morte, torture e inquisizione, giacché la teologia è figlia della speculazione - e quindi del pensiero - e non della preghiera. Che poi ci siano persone che non sanno il significato della preghiera cosa cambia nella stessa? Essa non ne rimane certo ferita. Che tu sappia o usare o meno una matita non cambia certo il tratto distintivo della medesima. NOn ha senzo deridere la matita se uno non sa disegnare, ma ha pieno significato invece usare quel tempo per insegnare a utilizzarla. Tutto il tempo che si passa a criticare o ridicolizzare è tempo rubato al miglioramento. Si può anche credere chiedendo, certo: e in ciò cosa c'è di risibile o inutile? Calcolando che, normalmente, per ottenere si chiedono - o si offrono - tangenti e bustarelle varie, dov'è lo scandalo nel chiedere con pietas? Non solo, ma spesso e volentiero la richiesta, inspiegabilmente, viene accolta!!! Forse c'è anche una chiara spiegazione teoremica e scientifica, ma alla fine cosa serve, quando uno ha ottenuto ciò che voleva? Sembra strano, ma sono moltissime, in tutti i culti, le richiesta "esaudite": dal buddismo all'acqua di rose della Soka Gakkai all'ebraismo, passando per tutti i culti minori, c'è una casistica altissima di "grazie" (chiamianole così per capirci, anche se il termine è prettamente cattolico). Io stesso, devo a malincuore ammettere, di aver assistito personalmente a casi di guarigione inspiegabili (a detta dei medici), di gravidanze impossibili (laddove c'era sterilità conclamata da entrambe le parti). Non escludo il fatto che ognuno di questi casi possa, in un'altra epoca, essere spiegato, ma è chiaro che la preghiera ha in qualche modo agito sul piano fisico. Per esempio, i cari scienziati hanno concordato ammettendo che i buddisti presentano un sistema nervoso e immunitario molto più forte degli atei e uno studio condotto sui cattolici praticanti e non ha rivelato che questi ultimi erano più soggetti a malattie fisiche e nervose. Sempre uno studio condotto sui buddisti occidentali ha rivelato che a parità di problemi irrisolti, il buddista medio riesce a conviverci senza ansie e una buona percentuale - con tassi variabili di tempo - alla fine riesce a superarli se non addirittura risolverli. In tutti casi, gli individui asserivano che il loro unico strumento era la preghiera. Questo è un dato interessante che non va sottolavutato. A presto.
Inviato da tarabaar il 10/12/05 @ 18:25 via WEB
Tu dici che il pensiero è figlio della carne e perciò transeunte. Io dico che la fede è figlia del pensiero e perciò non difforme da quelle speculazioni che rimporoveri siccome infruttifere. Tu mi opponi i fallimenti e le devianze della scienza come probanti per una sua condanna e mi ammonisci di non attardarmi su quelle della fede. Tutto questo mi sta bene. Mi sollecita addirittura, non fosse altro che per la tua verve argomentativa. Ma su un punto ci si deve intendere o la si pianta di fare a chi è più saputo: io non ho ridicolizzato nessuno. Non chi prega; non chi prega e chiede; non chi prega, chiede e ottiene. Non ho parlato di scandali e non vedo l'opportunità del tuo parallelo con la corruzione. Non ho offeso alcuno curandomi bene di scrivere, in interrogativa apertura, "non sono forse questo?" in luogo di un asfittico "sono solo questo". Non ho scomodati toni sguaiati e non me ne voglio ritrovare fra le dita nessuno.
Messaggio N°811
26 Dicembre 2005 - 08:38
PREGHIERA E SCIENZA
Tempo fa, leggendo un blog, mi avvenne di intervenire con un commento che scatenò poi un'interessante diatriba sulla preghiera e sulla prassi religiosa tra Tarabaar e me. Ve la ripropongo in questi post per avere anche il vostro contributo per l'uno o per l'altro punto di vista, perché ritengo sia un notevole punto di riflessione per vivere oggi in una società sempre più tecnologizzata e avulsa da ogni spiritualità. Buona lettura a tutti i coraggiosi che vorranno leggere la nostra discussione.
Inviato da n.cave il 09/12/05 @ 21:55 via WEB
Per rispondere a un vecchio post: no, le preghiere sono molto di più. La definizione che hai dato tu si avvicina molto di più al concetto di blog... La preghiera è innanzitutto una forma di comunicazione e di "resettaggio". Inoltre, la "lamentazione" ha uno scopo incredibilmente catartico perché, al di là del valore religioso che può essere condiviso o meno, si pone come a) sfogo emotivo; b) organizzazione dello sfogo emotivo; c) elaborazione del lutto e del dolore e quindi suo superamento; quindi, la preghiera come lamentazione è un modo sano e utilissimo per la crescita in un momento difficile. Non solo, la preghiera come lamentazione è solo un aspetto, peraltro marginale, della preghiera. La maggior parte delle preghiere - ti stupirà forse saperlo - non sono orazione per ottenere o sfogarsi, ma sono momenti di ringraziamento e gioia condivisa e/o individuale, il che porta un'utilità notevole per almeno due aspetti: a) individuale: il soggetto (ri)organizza sé stesso, ridimensionandosi con l'ambiente; b) collettivo: i soggetti si unificano e si armonizzano, trovando un punto d'incontro. Questo ci porta al fatto fondamentale: la preghiera diventa quindi uno strumento di forza. Infatti nota come l'uomo di preghiera non si lasci travolgere dagli eventi, dalle persone e dalle passioni. Quando parli di preghiera, il discorso è un po' più ampio del tuo vissuto personale... Saluti. Enne.
Inviato da tarabaar il 10/12/05 @ 14:12 via WEB
In merito a questa delicata questione ho avuto modo di discutere, difendermi e ricredermi un numero consistente di volte. Anche qui. Se credi ch'io semplicemente abbia ridotto la valenza intima (e diffusa) della preghiera a una pagliacciata su cui inveire in un blog, sei tu a concludere frettolosamente. Mi pareva sottinteso l'invito a non trascurare il contesto di un sistema per comprenderne la singola articolazione. Una preghiera intonata al Tempo, considerato, nel testo, simbolicamente un dio, mi pare evidentemente un artifico che serve il mio dolore come una metafora serve la poesia. Un "verso", concedimi, che ridonda in una sollecitazione in grado di enfatizzare, palesare, semplificare. Riconosco che già la sola lamentazione abbia una qualche utilità catartica, ma ben saprai, in quanto più accorto e aperto di me, che c'è chi prega chiedendo. Possiamo ora dilatare il senso di "domanda" e ricomprendervi anche quella del solo perdono. Basterebbe? Vedi bene: non mi convinco proprio che tutto ciò che qualcuno fa nel pieno esercizio di una facoltà debba acquistare qualsivoglia peso assoluto. Che si preghi per trovare una scusa. Che si preghi per trovare la forza. A me non interessa condannare o ridicolizzare nessuno, ma la verità è che la comunione di genti adese in culto, cui tu ti riferisci, forse prega anche così. Forse taluno non ha nemmeno mai pensato a cosa significhi pregare, o se possa essere prodromico alla preghiera il possesso della sua definzione. E può anche darsi che certi moti spirituali siano troppo sfuggenti per stare tutti in una riga; in una filosofia o in un periodo della storia. In un post meno che mai. Mi pare che, vista come ringraziamento, la preghiera avrà sempre una matrice personale che non riesco ad avallare con la pratica, né a smentire con la logica, ma che, vista come richiesta, la preghiera sappia di trasposizione di obiettivi. Dal qui all'oltre, insensatamente. Aggiungo, infine, che l'idea che ci sia un Qualcuno addetto a vagliarne gli scopi mi fa solo sorridere e che un'interpretazione escluda necessarimente l'altra: essendo il ringraziamento una determinazione ulteriore di quanto già ottenuto. Qui sta il punto, Enne, e io mi fermo laddove a ciascuno sia dato scegliere cosa scriverci appresso. Quando non si parla di scienza, il discorso è un po' meno convincente di una moltiplicazione di esempi. Saluti a te.
Messaggio N°808
22 Dicembre 2005 - 23:51
Potrei fuggire... Ma come - e perché - fuggire tutto quell'azzurro?
Messaggio N°807
22 Dicembre 2005 - 23:50
In un altrove (non importa perché tutti uguali i momenti del passato...) un angolo di cielo che mi è appartenuto.
Un onore viverlo pensando a te.
Messaggio N°806
22 Dicembre 2005 - 23:48
Cala placidamente la sera in un tripudio di rosso dorato d'immenso... fredda l'aria nel calore del colore... Fermo il fiorino e scendo con mia sorella ad assaporare l'odore del crepuscolo... E' frizzante come la pelle della giovinezza... Chiudo gli occhi... E per un attimo volo... volo... volo...
Messaggio N°802
22 Dicembre 2005 - 20:46
Incontro bloggers semiriuscito.
Ovazione per il grande Korn_78!
Finalmente la serata blogger roman-metallari è stata concretizzata, anche se è stato un mezzo insuccesso. Unico presente, oltre a me e adrianomol, che comunque in quanto “padroni di casa” non contiamo, era Korn_78, venuto contro tutte le avversità in terra straniera e burina, che tra l’altro è rimasto pure fuori e si è perso quasi tutto lo spettacolo. Cacciatricedisangue assente perché schiavizzata da tonnellate di tartine al salmone e risotti alla crema di scampi, ALICEFALLINGDOWN e Fiddles_Jones assenti perché molto attivi sessualmente parlando, lamaria23 assente perché la sua uno è una merda e poi diciamolo: lei la guida di norma nei fossi, specialmente di notte.
Insomma, un grazie infinito al signor Korn_78, personana sensibile e simpaticissima, una felice scoperta umana nonché pressoché l’unico, oltre a me, a conoscere in Italia la genialità di Jay & Silent Bob. Che dire? Un resoconto veloce della serata ve lo faccio poi che ora ho un sonno pazzesco…
Messaggio N°801
22 Dicembre 2005 - 09:40
NASSIRIYA: fu vera gloria? (II)
In merito al post #798 mi scrive The_Dark_Inside:
"Stavolta nn sono daccordo. Se è consentita sul tuo blog una nota di dissenso, delegittimare, in generale, l'azione dei nostri in Iraq è uccidere un'altra volta le persone da te menzionate. E, in particolare, se andassi in missione di pace e qualche guerrigliero terrorista del cazzo mi sparasse addosso (non possono definirsi "soldati") in un contesto dove l'unica forma di diritto è imposta dalle armi, ti assicuro che non avrei nessuna voglia di raccoglierlo (mentre i suoi compagni mi sparano addosso)curarlo e leggergli i suoi diritti... Ben venga l'annichilirlo, o, più prosaicamente, fargli saltare il cervello. Sulle porcate americane col fosforo, invece, piena solidarietà ai civili Iracheni, vittime innocenti di una guerra ingiusta che non avrebbe dovuto essere iniziata. Io la penso così. Ma il blog è tuo, e se vuoi ti basta un clik per cancellarmi."
Premettendo che su questo blog di norma non mi perdo in discussioni perché preferisco dare un taglio più "lirico" e solo quando vedo notizie di cronaca particolare posto commenti, cercherò di rispondere.
L'azione dei nostri militari è delegittimata dall'ONU e frutto di una truffa parlamentare. Il Parlamento approvò, opposizione concorde, l'invio di 1000 unità del genio per lavori di ricostruzione e appoggio. Il giorno dopo, lo Stato Maggiore, guarda caso, fece sapere che sarebbero stati inviati carabinieri, bersaglieri, lagunari e esercito ordinario. La maggioranza deve ancora riferire in parlamento.
Quindi non solo ci troviamo in stato di incostituzionalità (art. 11), ma anche in guerra di occupazione secondo il codice di guerra internazionale. Ne consegue che la nostra presenza ci pone da occupatori e invasori. E' chiaro quindi che un atto contro i nostri, che non ci dovrebbero essere tutt'oggi, non può essere considerato che un atto di difesa. Con questo non giustifico l'omicidio, ma in uno stato di guerra è facile confondere terminologie. I nostri partigiani erano chiamati terroristi e banditi, eppure hanno avuto un ruolo fondamentale nella Liberazione.
Rimane il fatto della leggittima difesa contro chi ha osato una illeggittima offesa come gli USA e il nostro governo leccaculo. I nostri soldati quindi sono morti inutilmente, indirettamente uccisi dalla nostra maggioranza che cerca un qualche arricchimento in quella che è una guerra per il petrolio, che, ricordiamo, è basata su rapporti opportunamente falsificati. Pecca di ipocrisia chi parla di una guerra contro la dittatura, perché solo in Africa e in America del sud ce ne sono decine che continuano e continueranno a non interessare nessuno perché non portano guadagno e colonialismo.
E' retorica affermare che "li uccidiamo una seconda volta", utilizzata per mistificare la realtà mostrata dal filmato. In nostri soldati sono in guerra come forza occupante, altro che missione di pace. Uccidono uomini in fuga alle spalle, uccidono feriti a terra, apologizzano l'assassinio. Alla luce di questi fatti, la strage di Nassiriya può assumere tutt'altro aspetto. Sicuramente, il nostro esercito mostra la sua vera faccia.
E insieme al governo di cui è servo ci fa una figura pessima e disonorevole. In altri Paesi più civili, ciò avrebbe portato ad una dimissione di massa nella classe dirigente. Ma siamo in Italia, il paese del Golpe Borghese...
P.S.: poi, semmai, in missione di pace ci mandiamo preti e suore e servizio civile, non l'esercito, sennò che micnhia di pace è?
Messaggio N°798
21 Dicembre 2005 - 11:14
NASSIRIYA: fu vera gloria?
http://www.rainews24.it/ran24/reportage/default_08122005.asp
I morti si piangono e non si discute. Ma c'è differenza nel modo in cui si muore e nelle menzogne che seguono alla morte. "Soldati di pace", chiamano i nostri. Il filmato mandato sul canala satellitare Rainews24 e censurato da Mediaset nel famoso e seguitissimo programma Le Iene mostra tutt'altra realtà. Non solo a Nassirya i nostri soldati non distribuiscono cioccolata come piace far vedere alla nostra informazione di regime, ma oltre a combattere danno sfoggio del vero volto dell'esercito, che è tutt'altro che onorevole.
Significativo quando la videocamera riprende un soldato "nemico" ferito, a terra, disarmato, e un soldato dice: «Annichilìscilo, annichilìscilo 'sto bastardo!». ANNICHILIRE: in gergo militare uccidere, solo che il termine è più astratto e aiuta il processo d'omicidio.
Significativo il soldato quando canta: «Annichilation... Annichilation... oh yeah...» Significativo quando dicono, in diversi momenti: «Abbiamo preso il ponte... Vai, annichiliscilo che scappa, porco dio... Preso, preso... evvai... La casetta ragazzi è polverizzata...»
Ecco i nostri soldati di pace. Ecco l'onore di sparare ai feriti e alle spalle dei fuggitivi. Ecco l'onore di celebrare l'annichilimento.
Sì, del cervello e della politica.
Pace e verità ai caduti di Nassiriya, per una guerra anticostituzionale, contro la volontà dell'ONU servo degli USA, ingannati come tutti gli italiani sulla vera natura della Missione di Pace. E quando mai un esercito porta la Pace?
Ogni vita è irripetibile... Non perdiamole inutilmente...
CARABINIERI
Domenico Intravaia
Orazio Majorana
Giuseppe Coletta
Giovanni Cavallaro
Alfio Ragazzi
Ivan Ghitti
Daniele Ghione
Enzo Fregosi
Alfonso Trincone
Massimiliano Bruno
Andrea Filippa
Filippo Merlino
ESERCITO
Pietro Petrucci
Massimo Ficuciello
Silvio Olla
Emanuele Ferraro
Alessandro Carrisi
CIVILI
Stefano Rolla
Marco Beci
Messaggio N°797
19 Dicembre 2005 - 12:33
Ci si toglie il trucco, ma è solo un cambiarsi di maschera. Si torna a casa, in silenzio, da soli, senza più applausi e sorrisi. La notte è calata. La luce era un'illusione.
Di me non rimane che il cerone colato nel lavandino.
Messaggio N°777
18 Dicembre 2005 - 10:53
LA PIANTA DEL MESE
L'AGRIFOGLIO
Ilex aquiloflium
Dovendo parlare di quest'arbusto tipicamente invernale, arriva subito alla nostra mente una miriade di credenze correlate alle sue proprietà terapeutiche. È uno dei simboli verdi del Natale, a cui vengono associate le feste di fine d'anno. In Francia lo chiamano houx, in Spagna assume acebo e in terra tedesca viene nominato Steckpalme; nei paesi anglosassoni invece ha un significato tipico, holly.
È un arbusto sempreverde, con foglie coriacee, con contorno spinoso nelle piante giovani. Sono lucide e cerose sulla pagina superiore, opache e verde più chiaro su quella inferiore. I fiori sono di un grigio perlaceo, profumati; crescono nel periodo aprile-maggio. Il suo frutto è una drupa carnosa di colore rosso marcato.
È appetito dagli uccelli come il sorbo degli uccellatori. Il legno è usato per lavori delicati e fini di artigianato. Preferisce un'esposizione al sole. Il terreno adatto per la sua coltivazione necessita di un buon drenaggio; deve essere argilloso, non calcareo. È sensibile al gelo e alla siccità.
Oggi, questa pianta è annoverata fra quelle delle specie protette.
È utilizzato come arbusto ornamentale nelle composizioni natalizie.
Attorno a questa pianta sempreverde sono nate molte favole e leggende, specialmente nei paesi nordici. La più rinomata è la seguente:
«C'era una volta un bambino che abitava in una casetta sperduta nel bosco. Tutti i giorni andava in cerca di legna per riscaldare il fuoco al focolare. Un giorno si inciampò in una pianticina con le foglie irte di aghi. Cadde a terra e si punse in diverse parti della mano. Il sangue gli usciva copiosamente. Invocò il dio del bosco perché lo soccorresse in questa grande caduta. Ripetè più volte la sua preghiera al dio protettore, ma invano. Gli apparve invece un elfo che subito lo medicò, lo fasciò accuratamente e lo accompagnò alla sua casetta.
Passò qualche giorno, il bambino tornò sul luogo dove era caduto. Con gran sorpresa, vide che sull'albero spinoso erano cresciute delle bacche rosse. Si fermò a pensare. All'improvviso gli si parò davanti il re del bosco che gli rivolse le seguenti parole:" Tu hai avuto fiducia in me, mi hai invocato; io non t'ho abbandonato, ho mandato un elfo che ti curasse. Per premiarti di questa grande fiducia in me, ho trasformato le gocce del tuo sangue in bacche rosseggianti. Questa pianta tu la potrai usare per guarirti dai tuoi malanni, ma per gli altri sarà molto dannosa." »
Ancora oggi in quel bosco tutti vanno a ricordare quell'avvenimento.
Messaggio N°776
18 Dicembre 2005 - 10:40
Brrr...
BUONGIORNO A TUTTI! Oggi mi sono svegliato con una coltre di gelo e la sfiga mi è stata compagna sin dalle prime mosse. Serrature del Fiorino gelate, così che non riusciva ad entrare. Il vento ha poi sbragato i secchi di colorante per fiori impiastrando tutto l'impiantito con una mistura che ad ogni pioggia ora peggiorerà sempre di più. Il distributore di benzina non mi prendeva le dieci euro e stamattina, al chiosco, la prima cosa che poitevo farmi è stato rovesciare un secchio di acqua gelata negli scarponcini...
Per riprendermi, mi sto sparando a tutta birra Jethro Tull, Black Sabbath e Nevermore. Un mix esplosivo! Ora si che sto riprendendo la carica giusta per fare un sacco di soldini!
Messaggio N°775
17 Dicembre 2005 - 09:31
LA PIANTA DEL MESE
VISCHIO
La tradizione scandinava è ricca di racconti e leggende legate al vischio. Già nell'antichità i druidi usavano il vischio per ottenere infusi e pozioni medicamentose, al fine di combattere malattie ed epidemie che flagellavano e decimavano le popolazioni del tempo; presso i druidi, infatti, il vischio era conosciuto come la pianta in grado di guarire da qualunque malattia. La mitologia norvegese associa invece il vischio alla figura del dio Balder, che morì dopo essere stato colpito da rami di vischio. In memoria del dio, i norvegesi sono soliti bruciare rami di vischio in prossimità del solstizio d'estate, con lo scopo di allontanare la sventura e invocare la prosperità ed il benessere. Probabilmente anche il significato oggi attribuito alla pianta deriva da queste antichissime credenze popolari; siamo soliti, infatti, donare o tenere in casa rami di vischio tra la fine del vecchio e l'inizio del nuovo anno nella speranza di proteggere in tal modo noi stessi, le persone a noi care e la nostra casa dai guai e dalle disgrazie. La valenza del vischio è dunque quella di portafortuna.
Messaggio N°774
17 Dicembre 2005 - 09:20
LA PIANTA DEL MESE
STELLA DI NATALE
Euphorbia Pulcherrima
Generalità: proveniente dal Messico, questa pianta è adatta soprattutto ad ambienti ben riscaldati, con temperature non inferiori ai 14 gradi. Anche se normalmente siamo abituati a vedere stelle di natale di dimensioni ridotte, queste piante possono raggiungere in natura anche i 2 metri (in casi eccezionali alcuni esemplari possono raggiungere i 3- 4 metri).
Una delle caratteristiche principali di questa pianta è sicuramente la fioritura. Non tutti sanno però che i veri fiori della stella di natale sono quelli di colore giallo all'interno, mentre le parti di colore rosso non sono altro che foglie che assumono tale colorazione in particolari periodi dell'anno (c.d. brattee). Solitamente tali brattee sono rosse, ma possono essere anche rosa o bianche.
La stella di natale è una pianta fotoperiodica, cioè con induzione a fiore solamente quando si accorciano le giornate. Per questo motivo è molto importante, per chi avesse in casa una stella di natale dell'anno precedente, non tenerla in luoghi dove possa ricevere luce artificiale (lampadine, televisioni ecc.). Verso ottobre novembre deve essere riportata in casa, in un ambiente poco luminoso (8 ore max di luce al giorno) proprio al fine di facilitare la crescita di nuove foglie (che assumeranno il caratteristico colore rosso) e di nuovi rami.
Altro piccolo accorgimento per far rifiorire la stella di natale è la concimazione. Infatti quest'essenza predilige concimazioni a base di potassio e fosforo, soprattutto nel periodo autunno invernale.
Messaggio N°767
16 Dicembre 2005 - 16:20
LUPO MANNARO
L’altra sera, luna piena, mi sono trasformato di nuovo. Ululati, ringhi e tanta veemenza. Per colpa di un mio simile, tra l’altro, un cane, stupido e bullo, e per colpa dei suoi padroni umani. Sono due anni che il cane in questione esce dal cancello sempre aperto, e attacca ogni persone che non riconosca o che va sulle due ruote, dalla bicicletta alla moto. Mi ha fatto cadere due volte, mia sorella (che non è un lupo, ma una rosa) sono due estati che non riesce ad andare in bicicletta, io vengo azzannato sul motorino, i miei amici in moto idem. Sempre per essere educati, perché i lupi mannari vengono visti con diffidenza, disgusto e razzismo, da due anni si va avanti a docili e sorridente battute cortesi da medioborghesi quali sono nella mia zona residenziale, e quale sono anch’io quando non ho la luna piena.
Ma quando attacca anche me, non ci vedo più. E mai farmi arrabbiare, soprattutto quando c’è la luna piena. Suono, mi attacco al citofono per cinque minuti senza mai staccare il dito. Niente. Allora entro in casa per scrivere un biglietto minatorio, non senza aver ricacciato il cane in casa e avergli divelto la cassetta delle lettere in rappresaglia. Quando esco chi ti vedo: la padrona del cane. Allora eri a casa, brutta troia! Lo sai perché ti si citofona, vero? Lei prova a dire qualcosa sulla cassetta delle lettere e il lupo prende il sopravvento: basta educazione, rispetto, basta vicinato, in culo alla buona creanza. Tutto quello che potervo urlargli contro con tutto il fiato l’ho fatto, usando il peggior repertorio di vocaboli e insulti che conoscevo. Lei si è bloccata sulle sue scale ed è stata una bella pensata perché altrimenti saremmo finiti come alla Coop due anni fa. Amo le persona che sanno quando tacere. Soprattutto le donne.
Non sarà stato civile, non sarà stato educato, non sarà stato ligio alle regole del buon vicinato, ma sono due giorni che i loro cani di merda non si sentono neanche abbaiare. Unica consolazione.
Buonanotte per oggi... La mia giornata è ancora lunga, tra ingrossi, prove e malinconie. Pregate per me. Io lo farò per voi.
Messaggio N°766
16 Dicembre 2005 - 15:51
Che palle! Non mi va! Non mi va! Proprio non mi va di pulire i gladioli! No, no e poi no! Lo faccio domani, ecco!
Messaggio N°765
16 Dicembre 2005 - 13:38
Thoughts for fun...
Questa settimana è stata all'insegna del post libero per cui finiamola così, anticipando che invece la prox sarà la settimana delle teologia!!!!! So quanto vi ecciti per cui non dilungatevi in ringraziamenti. Per ora invece un po' di pensieri sparsi del giorno:
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Oggi sono arrivato al lavoro alle 8.00: ho scaricato tonnellate di fiori e piante e non ho ancora finito, ma nn ce la faccio più!!!!
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Piccola ma piacevole chiacchierata con Samydeg, simpaticona e dolce blogger milanesotta.
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'Zzopè che freddo che fa... ho le palle come due olive secche (signora contessa).
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Devo pranzare. Sennò sbrocco.
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Mi serve un pompino. Sennò sbrocco.
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L'imperscrutabilità dell'essere nel suo estinguersi oggi non mi reca ansia bensì una beata fede nel trascendente principio di mobilità e creazione (ma nel frattempo mi gratto le palle olivette).
Ne consegue che: chi mi paga una puttana?
Messaggio N°763
16 Dicembre 2005 - 13:24
PULPSCIENCE: UN GRANDE SCIENZIATO
Bella prova essere al vertice dello stronzoku del grande scienziato adrianomol, il cui blog è un esempio di intelligenza, umorismo e civile dissidenza sociale. Pregevoli le vignette, interessanti i post di cronaca, di qualità le canzoni consigliate. Uno di quei blog per la serie «Di tutto un po’» in cui ogni post ha quel suo quid e la sua ragion d'essere. E poi oggi ha detto una grande verità:
I BLOG DEL GIORNO DELLA COMMUNITY SONO SEMPRE DELLE IMMENSE CAGATE!!!!
Messaggio N°762
15 Dicembre 2005 - 22:31
Uff...
Questa settimana mi distruggerà definitivamente. Al di là del fatto che ieri sera mi sono trasformato di nuovo in Gigio Mannaro (sarà stata la luna piena, ma forse domani ve la racconto tutta la storia...), il che è segno che o sono veramente vessato dal Maligno o che devo riniziare a riaumentare la dose dei miei farmaci e quindi non è cmq cosa buona, mi alzo alle 6.30, alle 7.45 alzo le serrande sotto la pioggia a 2°C, mi faccio tutta una tirata fino alle 17.00, alle 17.20 prendo Mariarita alla stazione così alle 17.30 iniziamo a provare per manzoni fino alle 20.00, quando smetto per iniziare a provare il mio testo, fino alle 22.30. Devo quindi cenare e dedicarmi un po' alla mia vita sociale (internet...). Poi mi si chiede perché non ho donne, al di là delle mogli virtuali, che, in quando tali, sono radiazioni luminose su uno schermo e sogni digitali? Sono stanco, demotivato, inquieto... mi farei un rosario, ma non so farlo... mi farei una ciucca, ma non posso farlo, mi farei una scopata, ma... Ecco... buonanotte... (le seghe sono peccato... mi sono appena riconvertito... SGRUNT...)
Messaggio N°761
15 Dicembre 2005 - 10:20
CAZZARIIIII!
Previsioni meteo per oggi di Libero: sole su tutto il Lazio, parzialmente nuvoloso su Marino e Castelli Romani. PIOVE CHE DIO LA MANDA!!! A CAZZARIIIIII!!!!!
Messaggio N°760
15 Dicembre 2005 - 09:52
STRONZOKU... eccheccazz...
Saba per la prima volta si è presa un sonoro vaffa, e non uno qualsiasi: il primo della mattina! Okkei, ma siccome viene da un paio di occhi così belli, come rifiutare?
1.
direi il blog di Saba, per motivi che non sto qui a dire;
2.
come con citare un blog ramingo, che è stato il primo con cui sono entrato in contatto, e ora ha due aspetti che sono quelli di Indiana, che - non fatevi ingannare dalla data di creazione, è una vecchia digilander.
3.
e poi come non citare la favolosa stelladanzante? Basta leggere il suo blog per capirne il motivo.
Con questo non voglio assolutamente sminuire tutti i miei carissimi amici blogger, grazie a quali tutte le mie mattine sono, da mesi, molto più piacevoli e senza i queli non riuscirei a stare troppo senza. Siete tutti quanti qui, accanto a destra, e quelli che non ci sono devono perdonare la mia proverbiale pigrizia e abituale disordine fisico e mentale. Ed ora, la nota dolente dei blog di merda, che, devo dire, sono un'infinita e con questo concordo pienamente con cacciatrice di sangue.
1.
Diariodicaserma, come non citare un blog che fa de militarismo uno stile di vita, nascondendolo con un volto di simpatia e luochi comuni, nonché luogo d'incontro di tutti i fomentati fautori della "leggittima offesa"? (leggere i commenti per credere)
2.
Stranelane. Non comprendo l'utilità di un blog sui mille usi della lana. Un blog monografico su Nonna Papera sarebbe stato molto più eccitante...
3.
Fichetta4ever e qui concordo di nuovo con la cacciatrice. Non si può non aberrare un blog che fa della frase "I'm a barbie girl in a barbie world" uno stile di vita (e je piacerebbe esse fica come barbie, aggiungo). Giuro che anche il mio cazzo astinente si rifiuterebbe di fottere tanta idiozia. Disgustorama.
Passo il testimone a Indiana , Deasophie, Piccola_piccolina.
Messaggio N°759
14 Dicembre 2005 - 21:56
La pace non esiste. L'odio è sempre in agguato. E anche oggi ho fallito e ha vinto il demone. Torno al passato a leccarmi le ferite e metto un De Gregori, scoprendo che mi piace ancora.
Non sono fiero di quello che ho fatto.
Sento il bisogno di tornare a pregare ed estinguere il demone che mi rode.
Sento la voglia di chiudere gli occhi e sognare quegli occhi.
Sento la necessitò del calore di una coperta più piena.
Sento la frustrazione del gelo di un'altra notte e di un altro giorno passato.
Che almeno in sogno quegli occhi mi ristorino. Buonanotte.
Alle volte, a tarda notte, un'esotica voglia di perdersi in pensieri proibiti...
Messaggio N°757
14 Dicembre 2005 - 13:14
Bah...
Anch’io ho i miei limiti, lo ammetto senza problemi. Ci sono cose che non concepisco e che non riesco a capire. Come, ad esempio, chi sceglie un certo tipo di pseudoideologie di consumo di massa, portatrici di violenza, di egoismo e di rabbia. Persone che fanno affermazioni del tipo: «È parte di me, ce l’ho nel DNA» quando invece, da essere umano, si dovrebbe aberrare un tipo di manifestazioni del genere. Mi stupiscono i suoi sostenitori, accaniti e fomentati. Mi stupisce il fatto che non si proceda legalmente. Non lo concepisco e non lo accetto. Forse sono malato. Forse sono antisociale. Forse sono molto limitato. Come non capisco chi rifiuta Dio per Satana. Non è la stessa cosa? Leggittimo essere non credente, scientificamente corretto. Ma allora perché Satana? Forse, da persona religiosa quale sono, devo veramente ammettere l’influenza diretta del Maligno nelle cose umane, come afferma con forza il vescono di Isernia Andrea Gemma e come ipotizzava Paolo VI e Giovanni Paolo II?
Mi è molto più congeniale, però, la teoria dell’anello vizioso egoismo-ignoranza. Che pare, tra l'altro, sia il terreno dove sguazza Satana, che, anche nella Bibbia, è il nemico della Sapienza che seduce con false e parziali conoscenze, dalla Genesi in poi. O forse sono semplicemente limitato… non so…
Messaggio N°755
14 Dicembre 2005 - 10:51
MUSIC & BEAUTY (III)
Tra le altre glorie della piccola Vanessa Mae, ricordiamo che è stata la solo artista straneira ad essere invitata alla riunivicazione di Honk-Kong alla Cina e ha aperto la prima edizione del Classic Brit Award e l'edizione dell'MTV Asia Awards. Fu l'unica a suonare pre i 26 capi di stato al Summit Europeo-asiatico e per la famiglia reale inglese alla Conferenza di Buckingham Palace.
Vanessa Mae ha recentemente ripreso le vie della classica - e forse anche da qui la ripresa di plauso della critica... - con l'album Choreograpy.
Ma tra gli ultimi lavori va senz'altro ricordata la sua performance con Vangelis per la colonna sonora del film Alexander (forse l'unica cosa pregevole del film), quasi a ribadire il suo eclettismo musicale con il grande pioniere - insieme al Terry Ripley dei Tangerine Dream - della musica elettronica e tribale (ricordiamo il suo lavoro Mask). Il tocco struggente della melodia del violino viene unito alle atmosfere fusion grecizzanti (forse un influsso dei lavori del dimenticato David Arkerstone, compositore new-ager agli inizi degli anni '90), a suoni di congas e effetti sonori di grande suggestione, che accompagnano le immagini riuscendo a supplire alla lentezza e al foilleton Alexander.
DISCOGRAFIA ESSENZIALE
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The violin player (1995)
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The classical album (1996)
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Storm (1997)
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China Girl (the classical album 2) (1998)
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The original four season (1998)
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The classical collection - part 1 (2000)
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Subject to change (2001)
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Best of (2002)
Sito internet: www. vanessa-mae.com
Messaggio N°754
14 Dicembre 2005 - 10:25
MUSIC & BEAUTY (II)
Vanessa Mae si trasferisce a Londra all'età di 4 anni e inizia a studiare violino classico. Debutta nel 1988, al Festival di Schleswig-Holstein e lo stesso hanno debutta in Inghilterra nella prestigiosa London's Philarmonia orchestra. E' stata un prodigio: in assoluto, la più giovane violinista a registrare i concerti per vioolino di Tchaikovsky e Beethoven e a fare un tourf mondiale con i concerti di Mozart in occasione del suo bicentenario. BAsti dire, che a 13 anni (!), lei aveva al suo attivo già 3 album di classica.
Ben presto, però, Vanessa dimostrerà di ricercare altro e di ammiccare anche alla musica più popolare. Proprio nel recente periodo in cui new-age, fusion ed elettronica, world-music ed etnci-music, sulla scia degli sperimentalismi elettrici del grande pioniere del violino elettrico, il francese Jean-Luc Ponty, inizia a ricercare nuove sonorità e a immaginare nuovi arrangiamenti, più popolari, addirittura techno, per la musica classica.
Senza dubbio, la sua incredibile verve performativa, la sua avvenenza e il suo virtuosismo sono stati i fattori scatenanti del suo successo di pubblico mondiale, ma questa scelta fece non poco arricciare il naso alla critica mondiale. Solo recentemente, proprio per l'innegabile contributo di diffusione della musica classica ad opera dei suoi arrangiamenti, la critica ha iniziato a capire meglio e ad apprezzare un po' di più il suo progetto. In Italia, ad esempio, il mensile Classic Voice le ha finalmente dedicato il servizio di copertino, prima addirittura di dedicarlo da Hillary Hahn (di cui parleremo in seguito).
Visita oltre 50 paesi, dal Cremplino all'Acropoli di Atene, alla pirotrecnica stravaganza a Dubai, agli stadi di Shangai e Pechino, i suoi concerti sono un tripudio di colori e suoni. NOn solo violino, dunque, ma anche uno spettacolo per la vista, anche se è la sua verve, il suo cipiglio, il suo braccio sicuro e forte sull'archetto, le dita agili e ballerine sulla tastiera ad animare lo spirito del pubblico, oltre a quella grazia naturale della giovinezza.
E' stata la prima artista traniera ad essere invitata a suonare l'inno nazionale americano al Wringley Field e al Comiskey PArk a Chicago, facendo lo stesso a Vail, in Colorato, per i Mondiali di Sci, dove si esibì in due concerti, uno classico e l'altro di fusion. Ha aperto le paraolimpiadi di Salt Lake City nel 2002 e il Gran Premio di Formula 1 a Melbourne.
Messaggio N°753
14 Dicembre 2005 - 10:10
MUSIC & BEAUtY (I)
Non ci troviamo di fronte ad una delle tante modelle, che scalano il successo il virtù delle grazie che Dio gli ha magnanimamente concesso, con la loro unica capacità di sfilare in passerella. Invece no. Con la dea nella foto, ci troviamo di fornte ad un vero e proprio tornado dell'arte mondiale.
Vanessa Mae, nata a Singapore il 27 ottobre del 1978, lo stesso giorno, guarda il destino, di Niccolò Paganini, dimostra subito un'innato senso musicale che la porteranno, ben presto al successo. Con l'americana Hillary Hahn, Vanessa Mae è la migliore violista e la più bella violinista del mondo, regina del virtusiosmo e, per scelta stilistica, della musica pop, rock e fusion, cosa che le costerà ben presto gran parte dei favori della critica accademica che inizieranno a snobbarla.
Messaggio N°752
13 Dicembre 2005 - 23:46
BUONANOTTE!
Esco da una giornata massacrante. Dopo le mie sane e oneste 10 ore al lavoro, dalle 17.30 ad ora sono stato a provare gli spettacoli, Manzoni compreso... ono distrutto, lacero e macero… ma tutto sommato di buon umore.
Buonanotte mondo blog.
Buonanotte alla mia stella virtuale, augurandole una notte tranquilla di musica pacata e dolce, sperando di sognarla ancora, perché nel sogno la virtualità diminuisce e le distanze s’annullano, almeno fino al mattino…
TENTATIVO DI INCONTRO BLOGGERS
Per la cronaca, il secondo è andato a puttane: io dovevo lavorare, Ciccio Fiddler Jones era malato, ALICEFALLINGDOWN a scuola, Cacciatricedisangue in Sicilia, lamaria23 a Torino e adrianomol doveva venire con me per cui amen. Era rimasto solo Korn78 a cui ho dovuto comunicare la sòla. Per cui:
3° TENTATIVO DI INCONTRO BLOGGERS
Proporrei il 20 DICEMBRE ad Albano Laziale in occasione del mio spettacolo pluripremiato "Cinque Minuti" all'Enoteca Angolo Divino alle ore 22.00 circa. Ingresso libero e gratuito e consumazione non obbligatoria. In più una piece teatrale thriller di 30 minuti recitata solo ed esclusivamente da professionisti (no filodrammatiche, no amatoriali, no cialtroni) e maestri. A seguire, vino e gastronomia, of course. Per ulteriori informazioni sullo spettacolo, andate al sito Dionea in Web.
Messaggio N°750
13 Dicembre 2005 - 15:11
HALLELUJA!
Ieri la psicoterapista mi ha detto che posso riniziare a bere!!! Oggi ho festeggiato con una sana Ceres!!!!! U(che co' 'sto freddo ce stava tutta...)
Messaggio N°749
13 Dicembre 2005 - 15:08
PORNO TAX
Bene. Ora sappiamo che hanno tassato tutto. In fin dei lo sapevamo già tutti: col cazzo che sanano il debito pubblico. E sapevamo anche che i soldi sono sporchi. Ma addirittura umidicci...
Messaggio N°745
13 Dicembre 2005 - 11:36
UN SOGNO
Stanotte ti ho sognato, contro ogni speranza. Eravamo in una scuola che assomigliava un po' ad un carcere, un po' ad un castello. Io sostituivo l'insegnante di educazione fisica e tu eri lì come factotum. Un bambino si fa male e vuole il Lasonil, ma non so bene dov'è, lì, nel bugigattolo per secondino/insegnante di Educazione Fisica; nell'armadietto del PS c'è solo un sacco di bambagia che esce, esce, esce, e non riesco più a rimetterla dentro. Nel frattempo il bambino è cresciuto ma continua a lamentarsi e si scopre il ventre, rivelando un dorso magro e scarno più del mio, con la pelle attacata alle costole. Io gli dico di non preoccuparsi, che adesso arriverai tu e ci penserai tu, perché sistemi tutto e sai dove sono le cose.
Poi siamo in un castello vero e proprio, anche se dà molto l'idea di un albergo di lusso. Non c'è molta gente, anzi, molti scappano, perché in giro c'è un vampiro. Vorrei scappare anch'ioma tu mi dici di restare, perché il posto è bello, ma io ho paura. Per un attimo stiamo anche bene, ci abbracciamo per riscaldarci ma poi arriva il vampiro. Ed è una donna bellissima e slanciata, con lunghi capelli biondi. Io credo che voglia me e inizio a cercare con foga una croce, ma subito mi rendo conto che vuole te allora torno indietro, ma è troppo tardi: ti sta addentando il collo e il sangue esce copioso. Rimango abbacinato da quella visione, raggelato, un misto di orrore ma anche di soavità nel vedere due belle donne così unite in un mortale abbraccio. Ma poi la disperazione prende il sopravvento e urlo il tuo nome.
Quando il vampiro ti lascia e il corpo rimane esangue scopro con incredibile sollievo che non sei tu, che invece mi stai alle spalle, mi sorridi e mi chiedi se mi ero preoccupato. Ma non ho tempo di risponderti perché il vampiro torna alla carica. Un poì mi dispiace colpire una così bella donna, ma la colpisco ripetutamente in volto con una serie precisa di oizuki jodan e penso che il mio maestro di karate sarebbe stato fiero di me. Ma i pugni non le fanno nulla. Continua a colpire sempre più forte ma niente. La paura comincia a salire e ora due grandi ali di pipistrello si aprono dalla schiena del vampiro: ti devo portare via di lì.
Ora siamo su una collina residenziale. Le case sono molto belle e l'attrazione del luogo è un castelletto in stile colonico, simili a una costruzione Lego o al Villaggio della serie The Prisoner. Molto pittoresco. Ci sono anche i miei genitori e riusciamo a entrarvi, rammaricandoci di poter visitare solo una piccola parte. Sul terrazzone ci si para davanti un tramonto bellissimo, dorato, rosso e ramato; mi rammarico che il mondo ormai sia finito, e che una volta il panorama sarebbe stato diverso. Mi rammarico anche - chissà perché di dover dire addio ai sogni. Ma tu sei lì e questo mi dà sicurezza. Poi scendiamo all'interno, dove in una specie di conservatorie c'è un complesso meccanismo di un orologio/planetario di bronzo ad acqua. C'è un po' più gente e la cosa mi scoccia. Allora ti porto in disparte, in un angolo che gli altri non conoscono, dove girano delle sfere bronzee, imitazione dei pianeti. Siamo lì e sono di nuovo contento, ma devo andare via, in un posto. Così mi allontani, esco dal castello e mi avvio per le strada di questa collina che ora è un paese, finché non imbocco una via dismessa e tutto si fa scuro e diroccato; la strada, che è su un terrapieno, è piena di cespugli, rovi e d ortiche e non posso andare avanti. Mi fermo lì e noto alla mia sinistra un grandissimo edificio, un incrocio tra la mia scuola media e un convento antico e alto. E' tutto diroccato, le finistre sono occhi vuoti, l'intonato è crepato carico di rampicanti, muffa e licheni; e lì, dalle finestre, e nel giardino trascurato di erba alta e rose morenti, figure cadaveriche si aggirano lente e dondolanti. Hanno la pelle verde, la carne gonfia e purulenta eppure sono magri. Io cerco di nascondermi tra i i cespugli e i rovi e so che quella è la strada dei vampiri. Devo andare via, ma non posso: se mi muovo mi scoprono. So che è la fine, che devo rimanere lì, per sempre... il tuo volto si allontano e rimango ipnotizzato a contemplare quelle figure cadenti, in cui mi riconosco sempre più con tristezza, disperazione e impotenza.
Poi suona la sveglia...
Messaggio N°738
10 Dicembre 2005 - 16:21
UMBERTO ECO
Il nome della rosa (II)
Un romanzo religioso. Proprio per quello sfondo storico e scenografico (la grande abbazia) e per la natura dei protagonisti (monaci e frati) il romanzo non può che assumere anche i toni profondi di un serio romanzo religioso. E non è tanto il richiamo d’atmosferma tra il gotico e il noir d’epoca, quando il continuo presentarci di citazioni, sofismi, litanie, preghiere, brani interi della scolastica, di S.Agostino, S. Tommaso e il loro esplicarsi. Più volte infatti, grazie allo stratagemma antico dell’aiutante, il protagonista Guglielmo da Baskerville spiega al suo novizio Adso di Melk (il narratore della faccenda) i dettami e le illusione della religione, i rischi di trasformare la fede in superstizione, il rito in magia, il miracolo in prodigio demoniaco, ma soprattutto la dottrina in eresia.
Proprio per questo sua ambientamento storico il libro è anche una lunga e critica panoramica sui movimenti religiosi e le eresie e del loro estrinsecarsi reciproco tra i movimenti di rinnovazione spirituale, nuovi ordini religiosi e derive fanatiche e licenziose. Il punto di riferimento è tutta la trattatistica religiosa del medioevo, dell’agiografia e della canonica fino ai primordi del ‘300 (in questo senso, Il nome della rosa è senz’altro un romanzo d’erudizione come non se ne vedevano da decenni) e il perno intorno a cui gira tutto quanto è sempre il Vangelo.
È infatti sull’interpretazione dei Vangeli che si sono scatenati tutte le diatribe dottrinali intorno al Cristianesimo ed è sul Vangelo che si decideva – che il Papato decideva – l’ortodossia o l’eresia di un movimento. Favoloso, in questo senso, la presenza di una trama secondaria, ben inserita nel contesto storica, che vede Guglielmo da Baskerville come messo imperiale in una disputa con i legati pontifici proprio nell’Abbazia riguardo l’ordine Francescano e il principio di povertà, che i fraticelli contestavano al Papa, che nella stessa povertà vedeva minacce fanatiche e una seria minaccia al proprio status. Il capitolo delle due legazioni è uno dei momenti più ironici del romanzo: dopo un primo momento profondo e cavilloso in cui si discute sulle parole del Vangelo (in cui peraltro, c’è ambiguità sul principio di povertà), si finisce in una rissa di improperi, bestemmie che viene sedata con fatica e ipocrita accondiscendenza. La questione, annosa, non è tanto sul principio di povertà di Cristo, cosa indubbia dai Vangeli, ma sul principio di possesso, cosa assai poco chiara ma che basta alla legazione pontificia e a tutti i sostenitore del papato per ribadire la liceità dei possedimenti del Papa (e magari in seguito parleremo anche dei Vangeli).
Ma al di là delle citazioni e dell’erudizione, quello che stupisce è il forte sentimento religioso che pervade ogni pagina, desumibile dalle movenze dei vari personaggi che si scontrano con la bruta realtà del vizio e del peccato, dopo un esistenza di silenzio e ritiro e, quindi, di repressione. La religiosità deviata è anche alla base della trama poliziesca del romanzo, la religiosità censoria tipica di una Chiesa retriva e plutocratica, che nasconde anziché mostrare e che ben conosce il detto sapere è potere; la religiosità delirante di chi utilizza i simboli per spaventare e il Verbo per confondere; la religiosità ingenua e pura di colui che conosce solo molta fede e poca teologia e riconosce nel mondo la mano divina; la religiosità della liturgia in cui si placano affanni, si trovano risposte e ci si interroga sognando; la religiosità scientifica di chi ama la conoscenza attraverso la quale si loda Dio lodando il creato. Molto si potrebbe dire su quest’aspetto, ma mi permetto solo di citare di sfuggita il fatto che questo romanzo mi ha riportato in chiesa riavvicinandomi ai sacramenti e alla Parola dopo 15 anni di gnosticismi, ateismi e pseudobuddismi new-age (vedi alla voce Soka Gakkai).
Un romanzo morale. Quindi, come romanzo storico e religioso, non può certo non porsi una finalità critica ed etica, atta a sondare in maniera capillare attraverso la magia della finzione letteraria una della pagine più complesse della storia d’Italia.
Il dramma della conoscenza e del suo utilizzo à l’altro tema portante del romanzo. Tutto ruota torno ai libri e alla biblioteca. Emblematica la simbologia che Eco ricostruisce intorno ad essa: essa non fa parte dell’abbazia, ma è all’interno nei piani superiori di un immenso torrione chiamato l’Edificio; essa non può essere penetrata se non dal bibliotecario (e quindi il vizio e il privilegio di questa figura, della lotta di potere per cui il bibliotecario poi diventa priore) e dal suo aiutante (e qui il vizio dell’omosessualità repressa e del commercio sessuale per la conoscenza); non solo, ma è protetta – pare – da fantasmi e prodigi, nonché da leggende sovrumane ed eventi preternaturali che colpiscono chi viene meno al veto di entrarvi; essa è concepita come un labirinto i cui segreti sono noti solo al bibliotecario e al Priore. Quindi, ogni tipo d’azione nel romanzo ruota intorno all’etica e alla conoscenza, all’etica della conoscenza e alla liceità del sapere in contrasto con la censura. Emblematico l’episodio in cui Benicio viene promosso aiutante bibliotecario e nega a Guglielmo l’aiuto che, capitoli prima, aveva promesso con una foga da giovane sessantottino. Egli reclamava il sapere per sé, non per il mondo, mascherandosi da rivoluzionario dissidente. Etica anche nella descrizione magistrale del portale, esempio di iconografia simbolica non sono della cristianità medievale, ma anche chiave di lettura dell’intero romanzo. Etica anche nei tesori dell’abbazia, nella sapienza che viene utilizzata a scopi di tranello e della religiosità utilizzata per impaurire fomentando i timori dell’Anticristo e della fine del mondo.
Un mondo, in questa chiave di lettura, che è specchio del nostro nella misura in cui i comportamenti umani sono riconducibile ad una matrice comune in cui ci si può rispecchiare senza troppi problemi, riconoscendosi ora in quella, ora in quell’altra abominazione. In questo senso, Il nome della rosa si pone come grande opera di indagine umana e quindi, di diritto, nell’empireo dell’opera d’arte.
Fine seconda parte.
Messaggio N°737
9 Dicembre 2005 - 21:17
UMBERTO ECO
Il nome della rosa (I)
Recensire certi libri è un’impresa impossibile. Alcune opere, per loro natura, sono talmente sfuggenti e ponderose che, per parlarne seriamente, approfonditamente, con cognizione di causa, bisognerebbe sprecarci pagine e pagine, trattati interi solo per poterne avere una visione quanto meno generale solamente appena abbozzata. Ecco, con Il nome della rosa di Umberto eco ci troviamo davanti ad una di esse. L’immediata contemporaneità rende difficile, certo, non solo l’analisi, ma anche l’accettazione del romanzo come un grande classico del nostro appena scaduto Novecento, e come l’ultimo dei grandi romanzi storici, che, segnando una linea che va da Horace Walpole ad Alessandro Manzoni, naturalmente passando per l’Ivanhoe, conclude un’epoca e ne riapre un’altra, in un periodo storico, poetico ed estetico dove tutti avevano decretato la fine del romanzo. Invece, come un’araba fenicie, eccolo risorgere dalle sue cenere con il titolo Il nome della rosa.
Un romanzo linguistico. Innanzitutto il titolo: stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. Spesso la rosa è stata utilizzata, in letteratura medievale, come esempio di bellezza fugace e quindi metafora della vita umana e dei fenomeni. La frase, un verso tratto da De contepto mundi, opera di un monaco benedettino del XII secolo, Bernardo Morliacense, intende che di tutte le cose non rimane che il puro nome. Si ricordi anche Sant’Abelardo, che enunciò nulla rosa est, a dire come il linguaggio serva a parlare anche di ciò che non esiste più.
Quindi, innanzitutto, un romanzo sulla lingua, un tributo alla lingua italiana, datosi che l’autore è forse, con Bartezzaghi, dopo Roland Barthes, il più grande linguista e semiologo del mondo. Il titolo ci pone subito fuori del romanzo poliziesco e demanda l’opera in altri ambiti di letture, che esulano la mera trama di genere, annullandolo in sé e relegandolo semplicemente a puro sfondo, o contenitore, per tutti gli altri livelli di lettura possibili, molteplici e labirintico come lo è il libro. In fin dei conti, tutto ruota intorno ai libri, e forse il senso ultimo del romanzo di può trovare in una frase del famoso e ormai celeberrimo protagonista, Guglielmo da Baskerville: «Un sogno è una scrittura, e molte scritture non sono altro che sogni.».
Non solo, ma basti pensare al favoloso paralinguaggio del grottesco frate Salvatore – che un po’, con la giusta ironia, ci riporta alla sceneggiatura di Brancaleone – unione perfettamente intellegibile di grammatiche e lessemi tra i più svariati ed improbabili, quasi fosse una lingua della Babele biblica, protolingua ironica e geniale, col suo famoso «Penitenziagite», da «Poenitentiam agite», volgarizzazione personalissima ma chiaro esempio fantasioso di evoluzione di linguaggio.
Non è un caso che infatti il libro sia ambientato appena dopo l’era di Dante, nel delicato momento del passaggio dal latino al volgare, quando la lingua unica antica e comune diventava lingua di elite, frammentandosi nel volgo in diverse parlate spesso dissimile e inconciliabili tra loro, creando ulteriori lotte e divisioni etniche e politiche. Più volte infatti, e non poche, il richiamo a quel «volgare» che non si riesce a capire e che non si vuole capire o che si capisce poco e pigramente.
Un romanzo storico. Chiara quindi anche l’ambientazione storica: non esiste ricostruzione linguistica se non esiste una quadro storico ben delineato e preciso. Perfetta ricapitolazione della storia dell’Italia comunale, il romanzo è una precisa scenografia che contiente personaggi e trama. I protagonisti infatti si inserisco nelle guerre tra spirituali e ordini minori e il papato, all’epoca avverso ai Francescani, appena dopo il Capitolo di Perugia, in cui francescani, imperiali e legati pontifici discussero sull’ordine francescano e sulle ragioni teologiche della regola, sulla sua liceità e ortodossia, all’interno del contesto politco più ampio della guerra tra l’impero di Filippo il Bello e il suo successore Ludovico, alle cui dipendenze è il nostro protagonista Guglielmo, e il papato avignonese, in continua lotta tra ortodossia ed eresia, che altro non era che la lotta per la supremazia politica ed economica.
Significativa anche, quindi, la presenza di alcuni personaggi storici reali, come Ubertino da Casale e Michele da Cesena, o il richiamo continuo alle teorie di Ruggero Bacone, o Marsilio da Padova, amici del nostro protagonista, inseriti con sapienza e plausibilità nel romanzo in piena compatibilità con le loro biografie. Significativo il richiamo alla situazione benedettina, al potere dell’ordine, alla sua abilità nel copiare, miniare e conservare codici; e significativa anche la trovata di dividere i capitoli nel libro secondo le scansioni della giornata della regole benedettina, di cui gentilmente il signor Eco ci fornisce una legenda a principio del libro.
Ma ancora più significativo, se parliamo di romanzo storico e linguisto, l’incipit del romanzo, che non può non riportarci a quello dei promessi sposi: “L'historia si può dunque definire una guerra illustre contro il tempo, poiché togliendogli gli anni suoi prigionieri, anzi già fatti cadaueri…” e via dicendo, presentando un italiano pessimo e da risistemare e/o addirittura tradurre in toto. Così ne Il nome della rosa l’autore ci presenta una prefazione dal titolo autoironico “Naturalmente, un manoscritto”, in cui si racconta sapientemente la storia del manoscritto originale, tradotto dal tedesco gotico in un francese provenzale e quindi dovuto ritradurre in italiano, ma con la necessità di dover tralasciare alcune parti in latino originale, in greco o in volgare perché difficilmente traducibili o perché così nel testo originale, almeno secondo le note del codice miniato.
Un espediente di genere non è solo un chiaro richiamo al romanzo storico, ma è anche una dichiarazione di intenti speculativi proprio sulla lingua, in analogia al buon caro Manzoni ed in linea con l’indagine che l’opera letteraria, in nuce, dovrebbe proporsi nel momento in cui viene composta: indagine sull’uomo, certo, ma innanzitutto indagine sulla lingua, in quanto questione linguistica ancora aperta.
Ma non ci fermeremo qui.
Fine prima parte.
Messaggio N°736
9 Dicembre 2005 - 21:10
LOST IN TRANSLATION
Un giudizio di alta critica per un film che rimane tra i miei preferiti:
un film che inizia con le chiappe di Scarlett Johnsonn, non può essere un film brutto.
Messaggio N°735
9 Dicembre 2005 - 16:42
La migliore buonanotte da tempo...
«Ho bisogno di dirti buonanotte… mi mancherà leggerti in questi giorni… bacioooooooo…». Erano le 22.26 e stavo guardando una morchia di film sui templari. Non so come, ma quando ha squillato sapevo chi era, pur essendo la più improbabile delle eventualità. Ho atteso lo spot per gustarmi meglio il momento. Poi sono sceso a leggere e a trovare la conferma.
Ho molto apprezzato anche la forma «discreta» con cui è giunto l’SMS, via internet, senza recapiti o informazioni personali. Molto elegante. Alle volte, le nuove forme tecnologiche di possono portare indietro di secoli nei comportamenti. Ritratti su cammei, epistole, viaggi da intraprendere… Un vecchio codice, antico, cavalleresco, cortese… una danza, un saltarello, un minuetto di forma. Da un’antica danza popolare italiana in forma di polifonia di anonimo del XVI (XVII?) sec.:
«Suonatemi un balletto,
col mio amor voglio danzar,
ch’io trovo gran piacer
nel ballo, a dire il ver
Orsù, che state a far?
Cominciate a suonar!
Orsù che state a far?
Cominciate a danzar!»
Ci sono cose che fanno molto bene. Grazie mille. A quando il viaggio?
ERIK SATIE
Quaderni di un mammifero
Concludiamo in nostro viaggio nella musica di Satie indicandovi l’unica edizione edita da Adelphi dell’opera completa degli scritti del musicista.
In questo volume troverete non solo ogni singola didascalia, nota o appunto del compositore, ma anche interessantissimi scritti sul tempo, motti di spirito, annotazioni sulla ricca contemporaneità di Satie, testi di conferenze sulla musica, rarità teatrali e soprattutto piccoli saggi su Debussy e Stravinkij, scritti da una mano che ha conosciuto direttamente il fenomeno musicale che noi oggi veneriamo. Curiosa anche la piccola selezione fotografica, con alcune chicche che vale la pena di osservare, come la foto di Satie con Debussy scattata da Igor Stravinskij, o quella scattata da Man Ray.
Di indubbio pregio e valore anche le note, dense e puntuali, che sono un ottimo compendiarlo non solo di storia della musica, ma anche un’autentica monografia sulla Francia tra ‘800 e ‘900 e una fonte infinita di informazioni e curiosità di critica musicale e musicologia.
Inoltre, il libro è buon strumento per l’artista, poiché le note di Satie sono più che pensieri soggettivi. Quasi tutti gli enunciato sono di carattere estetico o morale e formano un taccuino che può essere un perscorso, una via tracciata nel sentiero dell’arte, un breviario o una bussola per colui che, lungi dal vetusto sperimentalismo moderno che si attribuisce il futuro proponendo spettacoli e opere vecchie di 80 anni, si voglia provare a innovare sul serio la nostra cultura. Conoscendo bene il passato, parafrasando Satie, si svetta verso il futuro. Curioso notare come anche Einstein abbia pronunciato detti simili.
Come ultimo pensiero, accomuneremo Quaderni di un mammifero a un’opera poco nota di Charles Baudelaire, anch’essa pubblicata da Adelphi, Razzi. Esso è una raccolta favolosa di tutti gli appunti e note curata da Baudelaire stesso, ma pubblicata postuma e senza revisione. Entrambe, con i trattati e saggi di Poe, dovrebbero essere la bibbia della modernità, poiché vi sono enunciati teoremi che non solo sono ancora in voga nella prassi odierna, ma che ancora non sono stati superati.
Messaggio N°733
9 Dicembre 2005 - 16:36
I'M BACK!!!
Sono tornato! L'alimentatore del notebook si era fuso! Altri 40 euri volati! E in più si è fuso anche il modem del PC domestico... Temporali di merda!!!!!!
Messaggio N°732
6 Dicembre 2005 - 09:06
Ho il pc scassato, per cuinn so quando potò tornare... sigh... a presto... uffa..
Messaggio N°731
5 Dicembre 2005 - 13:25
2° TENTATIVO D'INCONTRO BLOGGERS!
Giovedì 8 dicembre al Cube, in Via di Portonaccio, a Roma, concerto dei Manoamara. Bloggers romani e salernitani e rietini, accorrete numerosi sotto il vessillo del rock. Se la salute non mi fa un altro scherzo, dovrei venire con il grande scienziato adrianomol.
E ricordate: tra il dire e il fare c'è di messo "e il".
P.S.: ricordiamo i test attitudinali con il vostro beniamino n.cave: qui e qui.
Messaggio N°729
4 Dicembre 2005 - 21:57
...o la va o la spacca...
Okkei... profondo respiro... (deglutire, schiarirsi la voce, riavviarsi i capelli, assicurarsi che le mani siano asciutte, togliersi gli occhiali e mettersi le lenti...)... si temporeggia ancora un po'... (sospiro)... mi avvicino... ecco... ora lo faccio...
...Vuoi sposarmi?...
Messaggio N°727
4 Dicembre 2005 - 20:22
ERIK SATIE
Six Gnoisiennes
Il labirinto è forse uno degli archetipi più antichi. Presente in ogni, l’origine dell’idea di labirinto si perde nella notte dei tempi e ritorno come le spirali, i segni, gli angoli, i doppi giri, i mille percorsi, nell’immaginario e nella rappresentazione, all’interno dell’operato umano. Se c’è qualcosa che in musica può rendere bene l’idea di labirinto, sono senz’altro le Sei Gnoisiennes.
Les Six Gnoisiennes, composte approssimativamente tra il 1889 e il 1893, sulla scia delle nuove visioni portate dall’Esposizione Universale di Parigi, hanno in sé l’idea di labirinto per varie ragioni.
Innanzitutto la partitura, una forma quadrata, senza divisione in battute e indicazione temporale. Si evince un 4/4, ma è solo deduzione dalla forma ritmica. All’interno di questa struttura, si dirama una melodia che è allo steso tempo compiuta e incompiuta; è una melodia che si domanda, si ripega su se stessa, cerca un esito come tentasse di uscire da sé e dalla tonalità che la imprigiona ma finisce per ritornare al punto di partenza (molto chiaro nella seconda gnoisienne); l’incertezza con cui si dirama e cammina, data dalle continue alterazioni rispetto alla chiave e dalle acciaccature laddove sembrebbe più sicuro il suo diramarsi (nella prima, dove la tonalità è più rispettata, l’acciaccatura è praticamente continua e parte integrante della melodia); lo stesso utilizzo degli abbellimenti come mezzo per ricreare un clima di incertezza anziché cesellare la partitura e l’interpretazione è chiarificante; in fine, quasi tutte le gnoisiennes finiscono in tonalità aperta, ossia non concludono totalmente il giro che per tutto lo svolgersi ha abituato l’ascoltatore ad una circolarità chiusa, ripetitiva e seriale.
E’ quindi simile al cammino incerto di un uomo in un labirinto l’ascolto, ed è simile alla costruzione del labirinto la partitura, apparentemente semplice, ma con continue insidie: le didascalie. Aspetto nuovo nella musica, Satie spesso sostituisce le canoniche e chiarissime per chiunque indicazioni di espressione (pianissimo, piano, mezzo piano, mezzo forte, forte, fortissimo, sforzato, e via dicendo) con didascalie “psicologiche” che mettono in non poca difficoltà il pianista. «Passo a passo», «sulla bocca del pensiero», «sulla lingua», «passo passo» solo per citarne alcune dalla prima gnoisienne. Grazie al fratello di Satie, Conrad, figura simile per molti verso a quella di Theo Van Gogh, siamo riusciti a capire che tipo di approccio aveva in nostro compositore quando, con ironia e provocazione, componeva il testo/pretesto di un’opera. E ancora torniamo all’idea di una musica performata, non relegata solo al mero concerto. Ad esempio, se la composizione evoca una parte desolata della terra abitata solo da un negro, Satie indica di suonare nerastro. Altrove, Conrad ci spiega invece situazioni più complesse, come, ad esempio molto mogio è «nel modo imbarazzato e un po’ ridicolo di chi non è sicuro di aver prodotto in precedenza l’effetto voluto».
Ma se analizziamo le foto si scena delle sei gnoisiennes avremo chiara la visione. E qui entra in ballo Ted Shawn, ballerino e coreografo, per molti l’iniziatore della moderna coreografia, che le danzò e ne curò la messa in scena. Movimenti schematici, prettamente astratti, costumi minimali (nella foto), che ben si addicono a quel continuo girare e rigirare della melodia all’interno della gabbia ritmica della danza.
La sensazione di mistero, di ascesi tipica del mondo orientale, l’essenza trascendentale del koan zen, e allo stesso tempo la sensazione di assistere ad orfismo rivelatore ma di stare in una musica fuori dal tempo e ben inserita nel nostro contingente è il tratto principale delle sei gnoisiennes, la visibilità tangibile di un labirinto che si spiega senza rivelarsi nell’ultimo, lasciando quel senso fascinoso di incompiuto, come percorso iniziatici che ci apre una porta, ma ci pone, con un interrogativo insoluto, davanti ad un altro antro di cui è impossibile immaginare l’oltre.
Messaggio N°725
3 Dicembre 2005 - 22:29
ERIK SATIE
Vexations
«Per suonare a se stessi 840 volte questo motivo, sarà bene prepararsi previamente, e nel massimo silenzio, con delle serie imobilità.». E. Satie.
La ripetizione annulla il significato. Questa è una scoperta delle scienze linguistiche che, sperimentando le dinamiche di percezione nella comunicazione, hanno scoperto che il cervello umano smette di decodificare messaggi continui anche se di immediata comprensione: una parola ripetuta all’infinito, quindi, perde il suo significato. Satie si impegna in un esperimento simile con la musica stessa, sempre partendo dal Leit-motiv wagneriano. Il leit-motiv, invenzione prettamente wagneriana, è una fraseggio musicale che si ripete continuamente nell’opera e ne diviene segno distintivo, oppure diversi leit-motiv che individuano i personaggi (pensiamo alle quinte di corni ne Il vascello Fantasma o alla cosiddetta Cavalcata delle Valchirie, che è in realtà il leit-motiv del terzo atto de Die Walkure).
Vexations (1893?-1895?) è un unico motivo, in partitura pianistica, ripetuto 840 volte. Una delle più grandi provocazioni di Satie, mai eseguito integralmente sino al 1963. Dura 18 ore e 40. Nello stesso periodo, in America, prendevano sempre più piede le musiche ripetitive, o trance-music, sulla scia delle influenze orientali. Certo è che lo stesso Satie si fece influenzare dalla stessa ripetitività dell’oriente, che ebbe modo di ascoltare all’Esposizione Universale del 1895 e che poi gli ispirò le sue famose Gnoisienne. Ancora un’altra prova della grande modernità di Satie. Nel 1938, a proposito, Alfred Cortrot affermò: «Non ci si può impedire di condividere il piacere quasi ipnotico del musicista, che ripete a se stesso, senza stancarsi, la stessa frase che accarezza il suo orecchio, come un orientale che respiri, un minuto dopo l’altro, il penetrante profumo di una rosa che si sfoglia.». Non solo, ma già Chesterton aveva osservato che «La pura ripetizione fa vedere cose molto più strane che razionali.».
Fu quel matto di John Cage a fare eseguire Vexations, dalle ore 6 del 9 settembre 1963 alle ore 12.40 del giorno dopo, con 12 pianisti (tra cui lo stesso Cage) che si alternavano simmetricamente, al Pocket Theatre di Manhattan; premi speciali erano previsti per chi assisteva completamente e sei critici si alternarono per poter recensire l’evento. Cage affermò che aveva previsto tutto tranne il fatto che l’evento avrebbe cambiato la vita a chi avrebbe assistito. E difatti, dopo fu chiara la differenza che passa tra una simile idea e l’esperienza corrispondente.
Vi sono state altre esperienze eroiche di esecuzione, tra cui una di diciannove ore in versione dialogata, e una registrazione geniale che consente di ascoltarla integralmente su vinile se si gira 28 volte il disco sul grammofono (supervessati vengono chiamati i pianisti che la eseguono in solitario).
Di fronte a ciò, l’idea moderna di loop diviene obsoleta, l’esperienza dei sequenzer elettronici sorpassata, idem lo sperimentalismo elettronico di Ripley e dei Tangerine Dream e la ripetitività melodica di Vangelis inizia a odorare di stantio; appaiono vacui i brani di new jazz e scialbe le esperienze lounge e dub.
Come si disse di Satie: il primo dei moderni. Ricordiamo che siamo ancora al 1895.
Per altre notizie di Satie sul blog Dionea In Love:
- Su Parade
- Su Satie
In foto: lo spartito completo di Vexations. Si noti l'esiguità del tema, eseguito dalla mano sinistra e raddoppiato con le terze dalla destra, l'estrema facilità della partitura e l'assenza di divisione in battute, come farà successivamente per le Gnoisienne, così come la mancanza di indicazione di tempo, come a dire che la ripetizione nega ogni struttura temporale.
Messaggio N°724
3 Dicembre 2005 - 20:30
ERIK SATIE
Trois Gymnopédies
«Prima di comporre un’opera, le giro più volte intorno in compagnia di me stesso.» Così diceva Satie a proposito del suo modo di lavorare. Egli era tendenzialmente pigro e si distraeva facilmente, per questo preferiva lavorare su commissione. E quando ciò non avveniva, si prefissava prima un programma perché, diceva, non era in grado di lavorare senza scadenze.
Le sue Trois Gymnopédies, una delle opere più conosciute di Satie, hanno avuto una gestazione di questo tipo, nonostante l’apparente semplicità della partitura (anche un pianista agli inizi è in grado di eseguirle correttamente). Nel 1887 egli si presenta come gymnopediste al Cabaret Chat Noir, ma dovranno passare ancora svariati mesi (fino al 1888) per avere la composizione dell’opera. Si sa che Satie amava partire, per comporre, dal titolo – segno questo della sua immensa ironia e dichiarazione di disimpegno, cosa che lo fece in seguito litigare con Debussy – e si ritrova forse in questo episodio la nascita di quel piccolo capolavoro.
Tanta è la semplicità e la perfezione armonica e melodica dei tre brevi brani che ci viene quasi da pensare al celeberrimo preludio di do maggiore che apre Il clavicembale ben temperato di Bach. E come lì, anche nelle Gymnopédies le soluzioni tonali che si incontrano nello svolgimento sono sorprendenti e notevoli, tanto che non pochi critici hanno intravisto la nascita – o l’intuizione – del jazz. In realtà, come per Parade, ci ritroviamo di fronte ad una musica nato per essere performata su un palco, non semplicemente eseguita.
Le tre gymnopédies sono la schematizzazione di quello che Satie riteneva una danza popolare greca, antica e per queste sue peculiarità più vicina all’anima schematica ed essenziale della musica e della danza, espressione premeva della loro unione e immediatezza e risposta alla complessità wagneriana e del nuovo balletto russo che, come abbiamo già detto, imperava e stava conquistando la Francia. Basta guardare e confrontare le foto della danza con la partitura di Satie: in ¾, la mano sinistra ripete lo schema temporale di minima, che dà la tonica, e semibreve, che dà la soluzione tonale (accordi di sesta e quinta maggiori), rifuggendo così il pericolo del tempo di valzer che il ¾ porta con sé. I movimenti del ballerino, con il costume da antico fauno, sono schematici, angolari e descrivono la circolarità temporale tipica della danza popolare. In questa struttura, esce tuttavia una melodia che non solo fa dimenticare la forma “quadrata” del tempo, ma dà l’illusione melodica di una frase musicale che nasce spontaneamente e che annulla paradossalmente ogni temporalità lasciando lo spettatore/uditore in una bolla contemplativa al di fuori del tempo.
Questa è la qualità portante delle Tre Gimnopedie: è questa spaziante atemporalità della struttura ritmica e della soluzione melodica a farla attraversa i secoli ed arrivare nello spettacolo odierno, come continua colonna sonora, sfruttata sino all’insopportabile, nel teatro, nel cinema, nella radio; proprio per questa sua ampia descrittività ci risulta moderna e irrinunciabile; si addice alla campagna toscana, quando la macchina di Carlo Verdone, Francesca Neri e Sergio Rubini nel film A lupo! A lupo!, si addice ai concerti jazz e all’interpretazione di Keith Jarrett, si addice ai momenti contemplativi a teatro.
Lo capirono subito i suoi contemporanei. La prima e la terza furono orchestrate da Claude Debussy che me rimase impressionato (è l’unica opera non sua che Debussy musicò). Ravel assicura a Satie, che conobbe quando era ragazzino, di dovergli moltissimo («Les Entretiens de la Belle et la Bête sono la quarta Gymnopédie» e lui laconicico rispose: «Se lo dice lui…»).
Messaggio N°709
3 Dicembre 2005 - 08:38
Che palle. Oggi fa freddo, piove da morire, c'è il vento forza otto, la nebbia, ho avuto un attacco di diarrea e mi fa male la pancia... SATANA: ESCI DAL MIO CORPO!!!!!
Messaggio N°708
2 Dicembre 2005 - 13:29
Ennepuntocave torna a teatro!
Il 20 dicembre all'Enoteca Angolo Divino di Albano Laziale (Rm), alle ore 22.00 si replica lo spettacolo "Cinque minuti", premio miglior autore "Schegge d'autore 2005" e miglior spettacolo al "Festival Internazionale dei Corti" di Mompeo (Ri), scritto, diretto, musicato e interpretato dal vostro ennepuntocave. Ingresso libero e gratuito (e non è obbligatoria neanche la consumazione).
A tutti i blogger romani e non: se siete nei paraggi nn potete mancare. Considerati tutti invitati e graditi ospiti. A seguire vino e gastronomia.
Messaggio N°707
2 Dicembre 2005 - 13:22
Ennepuntocave torna a teatro!
Il 18 dicembre si replica all'Hotel Villa Del Cardinale a Rocca Di Papa (Rm, sulla Via Dei Laghi, sopra il convento di Palazzolo) lo spettacolo I fantasmi di Fra' Cristoforo, drammaturgia, regia e musiche originali del vostro ennepuntocave, sul IV capitolo de I promessi sposi, ampliato con testi di Vittorio Alfieri, Gaspara Stampa, Veronica Gambara e Federigo Della Valle.
Spettacolo itinerante all'interno dell'antica villa del '600, rievoca i fantasmi che agitarono la vita del famoso frate manzoniano.
Messaggio N°706
27 Novembre 2005 - 16:30
Sono stanco... e preda dell'apatia rassicurante dei farmaci non riesco neanche a provar rabbia... forse è un bene, forse no... Troppa pioggia, oggi... Il mio viso si confonde con le gocce... Devo fuggire prima di colare via ed essere definitivamente fogna.
Dionea si prende una pausa.
Messaggio N°705
26 Novembre 2005 - 16:39
Playin' the piano...
Questi, Saba, ieri sera, pensandoti... C'erano momenti di pausa in Accademia ed erano i momenti migliori. Ci sono entrato a 20 anni e i sogni volavano, allora, più alti che mai.
Alle volte ci trovavamo nella palestra di danza, io e Serena, che oltre ad essere un 'ottima attrice è anche una bravissima ballerina. La prima volta accadde per caso. Lei mi chiese: "Improvvisiamo?". Io mi sedetti al piano a inizia a suonare. Lei continuò a ballare e io seguivo lei e lei seguiva me. Sono stati momenti molto belli, irripetibili.
Allora mi sono permesso di utilizzare la fantasia e ho cercato, da quello che scrivi, di immaginarmi come danzi, o come potresti danzare, e tenendo presente anche del mio stato d'animo (che non può non influenzare l'opera), ho iniziato a improvvisare immaginandomi come avresti potuto danzare (io che di danza non capisco poi un granché...). E in ultimo, come ti promisi, anche un Satie, breve, indeciso, ma pur sempre un Satie. Uno dei miei brani preferiti, di cui un giorno racconterò la storia e di come si è legata con la mia. Buona notte. E buon ascolto.
Messaggio N°704
26 Novembre 2005 - 16:23
Notte irriverente e beffardi che accogli la mia stanchezza e dirigi i miei sogni verso destini inconciliabili, abbi pietà di me. Dammi il calore d'un pensiero caro. Una volta. Solo per una volta. Amen.
Messaggio N°701
26 Novembre 2005 - 16:13
Freddo intenso... pioggia sferzante... occhi brucianti di noia... un pomeriggio coi piedi gelati... a scherzare, da solo, con questa mia virtualità di cui sono prigioniero. Quanto siete reali? Ma sopratutto: dove siete?
Messaggio N°699
25 Novembre 2005 - 18:49
Brrrr....
Accidenti oggi che freddo! Alla fine è pure venuto a piovere!!!! Mi sono scassato le palle in maniera invereconda.
Pare che il test sia stato un successone e finora Sabapop () conduce incontrastata. Chi ancora non l'ha fatto si provi in questa impresa!!!
A questo punto, visto che il cazzeggio attira più Satie, e visto che il freddo ci sta ampiamente spaccando la minchia, triturando le palle, sfrantumando i marroni, sciroppando i coglioni, affettando i zebedei, ecco a voi un test HOT e PICCANTE con cui divertirvi e, nel caso, divertici ( ).
Per questa sera è tutto. Io vado al cinema con tutta la pioggia e in culo ai problemi nervosi a vedermi HARRY POTTER 4!!!!!!!! In culo anche a Ratzinger!!!! (tanto poi mi confesso dopodomani in chiesa...). Un bacio alla quasi moglie virtuale.
Messaggio N°697
24 Novembre 2005 - 20:15
ERIK SATIE
Parade
Con Parade ci troviamo innanzitutto di fronte ad uno di quei momenti storici in cui in un unico luogo convergono più geni artistici in un determinato momento. La Parigi del primo trentennio del ‘900 è un pullulare di uomini e movimenti tra i più differenti. Simbolisti, surrealisti, realisti, postromantici bohemien; la musica wagneriana, la cultura mitteleuropea, Django Rehinard, Juliette Greco; Debussy, Stravinsky, Satie; Picasso, Kandinkij, Dalì; Breton, Cocteau, Pound, Lorca. Personalità differenti spesso in lite fra loro, in una guerra d’arte come forse non ce ne sono mai stato – e come non si sono più ripetute – nella storia dell’uomo.
Parade unisce, oltre alle musiche di Satie, il libretto di Jean Cocteau, le scenografie e i costumi di Pablo Picasso, le coreografie di Léonide Massine. Il programma di sala, scritto da Guillame Apollinaire recitava:
«È un poema scenico che il compositore innovatore Erik Satie ha tradotto in una musica sorprendentemente espressiva, così netta e semplice […] Rompendo la tradizione cara a coloro che si chiamavno bizzarramente i ballettomani in Russia, Massine s’è ben guardato dal cadere nella pantomima, ma ha realizzato quella cosa meravigliosamente nuova che Cocteau chiama un balletto realista. Gli arredi e i costumi cubisti di Picasso testimoniano il realismo della sua arte.»
Il balletto francese tenta quindi attraverso la comunione delle arti – in primis la musica – il rinnovamento dello spettacolo opponendosi direttamento al balletto russo. La semplicità della musica di Satie costituiva il filo conduttore e la scatola che i corpo doveva riempire in assoluto accordo con i costumi e le scene. Il senso di straniamento che cre doveva creare l’impostazione aveva come effetto paradossale il realismo dell’arte. Il 18 maggio 1917 allo Châtelet di Parigi fu un successo e fu replicato con scandalo a Roma lo stesso anno, ma nel ’20 raggiunse un successo strepitoso. In quell’anno Cocteau scriveva, forse “per conservare la magia di Parade” come suggerisce Franca Angelini: «Mi chiedete di Parade? Sono tentato di rispondere: Non fate a pezzi Parade per vedere cosa c’è dentro. Non c’è niente. Parade non nasconde niente. Non ha alcun senso. Parade è una parata.»
Ed effettivamente è una parata di colori e suoni, basti pensare che Satie previde un ensemble di macchine da scrivere in mezzo all’orchestra, una pistola, un cane e altri oggetti che poco hanno a che fare con la musica, scrivendo la partitura sulla linea delle percussioni. Una provocazione continua quindi, che ci fa molto pensare alle pretese di modernità a molti dei nostri cantanti e gruppi storici, anche molto amati. Un cane che latra a Pompei coi Pink Floyd diventa, in quest’ottica, una ripetizione di cose già note sessant’anni prima. Lo schematismo di certo teatro d’avanguardia dei ’60 impallidisce molta della danza moderna arrossisce di vetustà.
Non mancano gli aneddoti divertenti. Satie si lamenta di dover seguire il libretto di Cocteau, che tra l’altro consiste in tre paginette, invece di essere libero di seguire le divagazioni di Picasso che «gli piacciono molto di più». Ancora scrive: «1916: …a quell’epoca Cocteau scriveva Parade. Io e Picasso lo stavamo a guardare (ignorando tutto, naturalmente)…». E ancora: «Freddura: l’autore di Parade (Jean Cocteau) spiegava appunto (per la millesima volta) le sventure che lo prostrano, straziarono, gonfiarono, spettinarono, raschiarono mentre scriveva quest’opera di tre righe… Tutti i presenti piangevano (dal ridere- perfino Leloy e Auric…)».
Traspare da queste righe, tra l’altro, la lucida ironia di Satie che rese vive molte delle sue opere e che soprattutto lo portò alla rottura con Debussy.
Per finire, ricordiamo che il 1917 fu un anno magico per il balletto: lo stesso anno infatti Igor Stravinskij presenta anche Le chant du Rossignol con coreografie di Massine e scene di Matisse e Feu d’artifice per la regia di Diaghilev e scene di Balla al Costanzi di Roma.
Messaggio N°696
24 Novembre 2005 - 11:32
SULLA MUSICA
parte seconda
Precedentemente abbiamo parlato della goccia che sembra una marimba, del canto e di come i liutai fossero considerati, all’inizio, servi del demonio sempre per spiegare come la musica non sia affatto un evento naturale ma una rappresentazione artistica.
L’arte si contrappone alla natura proprio perché la seconda è l’oggetto della prima. In questo senso, affermare che la musica è naturale è un paradosso, poiché l’arte rappresenta la natura. Per questo, in campo musicale come in tutti gli altri campi artistici, non solo non si può prescindere dalla ricerca analitica e anche trattatistica, ma si entra nel campo della fine speculazione o, come dice FIDDLER_JONES, del cervellotico.
È vero che si cerca di trovare della musica, sin dal ‘500, dei principi naturali – innegabili – per cui la musica crei affetti, ma è pure vero che i principi di armonia e/o contrappunto, tonalità, modulazione e affini sono puro campo tecnico/speculativo in quanto invenzioni arbitrarie facenti parte di un codice che, tra l’altro, è in continua evoluzione e che presenta diverse modalità di composizione, esecuzione e percezione. Non a casa, nello studio della musica, il musicista tiene conto non solo dello strumento che suona, ma anche del brano, perché a seconda della epoche non cambia solo la modalità della musica (composizione e percezione) ma anche il modo di eseguirla. Ad esempio, eseguire Bach come si esegue Chopin diventa un errore nella misura in cui ai tempi di Bach il pianoforte non esisteva e tutte le sue composizioni per tastiere sono da ricondurre a clavicembali, cembali e virginali. Ma allo stesso tempo il pianoforte di Mozart era differente da quello di Rachmaninoff e quindi bisogna eseguire diversamente. Ma per fare ciò, per dare cioè alla musica il giusto impatto emotivo capace di suscitare affetti, bisogna essere consci di tutte queste cose e quindi, al contrario di quanto afferma Ciccio, non solo per una piena comprensione della musica ma anche per una corretta esecuzione della musica nonché per suscitare la maggiore quantità di affetti nella maniera più completa e precisa è necessario leggere, studiare, contemplare, poiché la comprensione della musica passa attraverso lo studio. Il piacere che ne deriva non è comprensione, è solo sensazione soggettiva. Così si entra nell’antitesi antichissima e biblica piacere/sapienza!!!
Ma torniamo alla musica come fenomeno artistico. Si era pure affermato che uno strumento genera suoni, non musica. Quand’è allora, in base a quanto detto, che la musica si manifesta? Quando il musico, di quei suoni singoli ne fa una struttura organizzata e significante e qui ritorniamo alla definizione di musica specificandola ulteriormente: se il suono è il rumore organizzato, la musica è il suono organizzato. Da qui parte un’altra importante riflessione che ha a che fare con la storia degli strumenti musicali.
Una goccia che cade può fare un rumore come una marimba. Ma non sarà forse il contrario? Un tamburo di pelle che suona (il timpano preistorico…) non imita forse il tuono? Il corno del muflone scavato non imita forse l’animale o il vento? E lo strumento della pioggia? E il deegeereedoo? Tutti gli strumenti musicali nascono in fase rituale, molto anticamente, e nascono dall’osservazione della natura ad imitazione della natura, in cui si riconoscono entità sovrannaturali con le quali si vuole entrare in contatto. Il sascrito R’ TÀ da cui deriva la parola rito significa sistemare, mettere a posto. Il fatto che la musica e gli strumenti musicali, come la danza e il teatro, nascano in fase rituale già ci porta all’interno del campo religioso e quindi speculativo. Ma essere in fatto rituali significa anche essere nell’artifizio della comunicatività nella sua espressione più alta. Quando l’uomo si evolve e avviene il distacco tra religione e società, rimane l’idea sociale di spettacolo e patrimonio culturale e lo strumento diviene già qualcos’altro. Ma la musica, se esiste come fatto naturale insita nel canto, che ne è la forma più primitiva, ormai è già diventata oggetto di studio e speculazione e di qui l’altro significato della storia degli strumenti musicali: lo strumento diventa la ricerca musicale. Ma in che campo si muove tale ricerca? Sempre dall’osservazione della natura.
Il corpo umano è un perfetto strumento risuonatore. Solo tra le creature, egli articola la voce in differenti maniere. Non solo: noi siamo dotati di molteplici organi cavi detti, nella fonologia fisiologica, organi risuonatori. La cassa toracica funziona da cassa armonica e da amplificatore, la zona cava tra occhio e zigomo, detta «maschera» (da cui il detto «voce in maschera» a teatro e nel canto) e la sommità del cranio sono solo tra i maggiori. I nostri antenati consideravano la voce come lo strumento perfetto in quanto creazione di Dio, quindi, per fare musica, se bisognava partire dall’ossrvazione del reale, bisognava cercare lo strumento che meglio di tutti imitasse la voce. E qui non siamo ancora nell’ambito della speculazione, della ricerca, del trattatismo? E non siamo arrivati nell’ambito dell’architettura musicale e acustica?
Osserviamo la meccanica di un organo a canne. Una canna di metallo in cui è posto un certo tipo di diaframma che, colpito dall’aria riscaldata soffiata da un mantice produce un suono soffiato. La valvola è aperta e chiusa da una serie di tasti, leve e pedali. A seconda della loro combinazine si cambia non solo il tono, ma anche il timbro. Da dove viene un’idea così complessa? Semplice: da una autopsia. L’organo nella sua meccanica imita e ricostruisce il sistema fonatorio dell’uomo con le corde vocali sostenute dal laringe (diaframma) in mezzo alla trachea (canna d’organo) che per effetto basculante del pomo d’adamo (le levette) fricano quando l’aria calda viene emessa (mantice) e articolata in differenti suoni (tasti). Lo stesso principio si applica a tutti gli strumenti a fiato e via dicendo, finché la musica di emancipa dall’imitazione e inizia la ricerca del suono nuovo per creare nuova musica. E via dicendo.
Spero di non essere stato troppo pedante o prolisso, ma soprattutto spero di essere stato chiaro. Se non ci sono riuscito, chiedo scusa a tutti.
Un’ultima precisazione: Wagner e Nice litigarono aspramente proprio perché il primo non rispecchiava più l’idea troppo umano dell’umano. E basta analizzare non solo l’operato di Richard Wagner, ma anche il suo effetto sulla nazione tedesca, per vedere quanto la musica sia matematica della composizione, ricerca infinita e trattatistica pugnace (non è un caso che si sprecino trattati di teoria e filosofia della composizione), accanto ad uno studio necessario proprio per la comprensione. E se ora mi si consente un periodo soggettivo, senza lo studio non avrei mai apprezzato la musica lirica, amore che è partito dopo i miei 20 anni solo grazie allo studio.
Perché il piacere nasce dalla sapienza, mentre il piacere non porta conoscenza, intorbidimento dei sensi.
Messaggio N°695
24 Novembre 2005 - 10:42
SULLA MUSICA
parte prima
Parto da un commento del caro FIDDLER_JONES per un post un po’ lungo, ma spero interessante, su musica e arte. Ciccio mi scrive:
«Odio quando x ascoltare un disco un album o un pezzo, al fine di una piena e completa comprensione, nn si può prescindere da una tonnellata e mezza di prefazioni...la musica nulla ha a che vedere con le cervellotiche elucubrazioni della mente umana...l'uomo è il mezzo che la musica usa x uscir fuori...Wagner nn è proprio tra i miei preferiti...troppo umano avrebbe detto Nietzsche...»
Proprio l’altro ieri, chiacchierando con la mia amica Deborah, che studia canto, si è fatto un discorso sulla musica che voglio provare a schematizzare.
Bisogna fare una distinzione tra rumore, suono e musica e partire, se vogliamo tenere la discussione su un piano scientifico ed analitico, dall’osservazione della natura.
Per rumore si intende una qualsiasi fonte che crei vibrazioni sonore non organizzate. La natura, in questo senso, è una produttrice continua di rumori e la vita stessa non si esprime nel silenzio. La scoperta che anche nel cosmo, dove si pensasse non viaggiasse alcun rumore, viaggiano onde radio avvertibili come un rumore di fondo impercettibile, distrugge l’idea del silenzio. Si può dire, quindi, che il Creato non è mai silenzioso, ma sempre rumoroso. Educativo in questo senso può essere il tentativo, meglio se di notte, dell’ascolto del silenzio: non lo troverete. E anche in una camera di deprivazione sensoriale, avvertiamo il rumore del nostro corpo. Se esiste il silenzio, quindi, dovrebbe essere solo nella morte.
Per il suono già siamo ad un livello più alto, poiché per suono si intende un rumore organizzato e quindi, quasi generalmente, non naturale. In questo senso, uno strumento musicale genera suoni, e non musica (e in seguito vedremo perché). In natura possono verificarsi delle situazioni casuali per cui vengano generati suoni e non rumori. Qual è la differenza? Un ramo che si spezza, il vento che soffia tra le foglie, un ruscello che scorre, la pioggia che cade sono tutti rumori in quanto fonti sonore disorganizzate e caotiche. Ma nel momento in cui il vento, ad esempio, si incanala in una qualche fenditura e crea sibili e ululati, oppure un’eco di una goccia in una caverna ci appare come il suono di una marimba, o sempre il vento fa battere quasi ritmicamente dei legnetti l’un l’altro, allora stiamo parlando di suono. Se è vero che sono sempre situazioni occasionali, casuali e come tali caotiche, è pur vero che sono innaturali nella misura in cui sono prodotte da più fattori differenti che concorrono insieme nel creare una fonte sonora differente. Questo è un fatto importante e fondamentale, poiché si pongono come strumenti naturali per la produzione di suoni. E teniamo bene a mente l’esempio della goccia e della marimba.
Ora invece osserviamo gli esseri viventi. Tra le creature animate, l’uomo è l’unica dotata di voce. Tant’è vero che anticamente si credeva che fosse un dono divino e tale credenza si è mantenuta in auge sino al XIV sec. d.C.; non è un caso, infatti, che la Chiesa abbia scomunicato per un periodo tutti i liutai, perché volendo costruire uno strumento che imitasse artificialmente la voce umana, operavano, nel farlo, sicut dei, e quindi la loro era un opus diabolicum, ossia erano servi del demonio perché volevano imitare una creazione di Dio.
Inoltre, la prima nozione di musica di cui si ha notizia è nel canto sacro. Ancor prima dell’invenzione degli strumenti musicali, erano già chiari alcuni fatti:
1. la musica era connessa con sacro e con il rito;
2. il canto era una forma codificata diversa di suoni;
3. in quanto forma codificata, era un evento volitivo e quindi innaturale rispetto alle altre fonti sonore anche se vocali.
Siamo arrivati alla definizione di musica: per musica si intende suono artificialmente prodotto organizzato e codificato in un linguaggio suo nella creazione di significato. E qui l’ultima osservazione importante: la musica suscita e amplifica affetti (termine tecnico musicale che intende ogni moto d’animo), i suoni e i rumori no, (al di là della paura, ma è un fenomeno differente che non ci interessa in questa sede).
Quindi può essere vero che l’uomo è il mezzo (ma sarebbe più appropriato dire l’agente) per cui si produce la musica, ma è completamente errato affermare che la musica si esprima attraverso l’uomo: sarebbe come dire che il creato è creatore.
Da queste osservazioni infatti risulta chiaro che la musica non esiste in natura, ma, proprio per la sua natura d’arte, è una creazione dell’uomo. E quindi, in quanto tale, non solo è molto cervellotica in quanto presiede a un codice di comunicazione astratto, ma in quanto forma concreta non è elucubrazione: c'è talmente tanto di speculativo prima di arrivare alla musica che risulta addirittura difficile comprendere la sua immediatezza comunicativa.
Fine prima parte.
Messaggio N°694
21 Novembre 2005 - 15:49
ERIK SATIE
La musica che danza se stessa
A Saba, con affetto
Una breve premessa musicologica. Nella seconda metà del 1800 Richard Wagner pone un monolite destinato a segnare irrimediabilmente la storia della musica, del teatro e dello spettacolo. Unico nella storia umana, egli riesce a farsi edificare, complice il succube imperatore tedesco, un teatro e realizzare così la sua idea di teatro. il suo successo segna una svolta nella storia. Il suo Wor-ton-Drama (teatro completo), rielaborazione di quello che secondo lui era la tragedia greca, costituisce il pieno che tutti gli amanti della musica, compositori, musicisti, spettatori che fossero, avevano sempre anelato. Wagner, con la realizzazione, scoperta o invenzione, dell’idea di melodia infinita, lascia il suo tempo di sasso, fa terra bruciata intorno a sé: molti compositori smettono di scrivere musica, i critici decretano che oltre Wagner è impossibile andare (e molti ancora lo pensano), altri lo copiano e lo plagiano; lo stesso Giuseppe Verdi affermò: «Dopo aver ascoltato Tristan Und Isolde io non so perché continuo a scrivere musica». Lo smarrimento è totale: l’innalzamento a ideale di Beethoven, il moloch di Bayreuth e la cavalcata delle valchirie innalzano la cultura musicale tedesca ad adombrare la musica mondiale. Dal punto di vista spettacolare la danza scompare quasi completamente, inglobata come è nella tragedia wagneriana, che la sottomette al canto agito della musica; rimane quindi materiale per la musica russa, considerata ora in Europa arretrata rispetto a Wagner. Ma un grande pieno genera sempre, altrove, un grande vuoto. E dalle ceneri della musica rinasce la risposta proprio nell’antiwagnerismo, che trova un suo alfiere critico in niente poco di meno che Bernard Shaw e in un orizzonte che nessuno aveva mai esplorato prima: l’America. Ma prima dell’America, a Parigi, stava operando il padre della modernità in diretta risposta a Wagner e alla sua musica. Parola d’ordine: la musica è rinata.
La musica nuova. Erik Satie (1866 – 1925) viene considerato il nuovo motore della musica, dello spettacolo e della danza. La sua idea parte da un fatto semplicissimo: l’osservazione, cioè, della comunicazione e della struttura musicale. Secondo Satie Wagner ha elevato la musica a un grado di complessità che paradossalmente la denaturalizza. Se la musica, in primis, risiede nell’uomo (in primo strumento di cui si abbia notizia è la gola e la prima musica il canto), bisogna liberarla dalle strutture a essa estranee, vale a dire ideologiche o filosofiche. La musica, quindi se nasce dall’uomo, è per l’uomo che è fatta, nella carne e nell’uomo risiede. Se non ci fosse, infatti, l’esecutore, non ci sarebbe musica. Ma questo non ai applica solo al musico, poiché egli produce musica, ma non la visualizza. Un concerto, di per sé, è solo una parte dello spettacolo. Se non c’è un corpo che la danza, la musica non esiste, non può esistere né rinnovarsi. Così, partendo dalla danza, inizia il suo lavoro di rivoluzione musicale.
L’idea è di per sé rivoluzionaria: che la musica non sia né dominante né dominatrice ma a livello paritario con l’uomo è cosa nuova: nel balletto classico o vi è l’ascolto senza performazione, o vi è la performazione che relega la musica – per lo spettatore, s’intende, non certo per i ballerini – in secondo piano dal punto di vista spettacolare, laddove è la coreografia a fare da padrona. Con Satie questo si annulla. Egli stesso scrive di comune accordo in fase laboratoriale con i suoi ballerini e scrive solo in previsione di una performazione e a servizio del corpo. Da qui la stupenda modernità delle sue danze. Chi non ha mai sentito una Gymnopedie o una Gnoisienne al cinema o a teatro? Chiunque lo ascolti per la prima volta, rimane sorpreso nel venire a sapere che le opere risalgono rispettivamente al 1903 e al 1898. Per capirci, Carlo Verdone ne fa una colonna sonora perfetta nel suo A lupo! A lupo!. Com’è possibile allora che delle musiche scritte per la scena alla fine del XIX secolo, quando ancora non esiste il cinema, quando non esistono gli strumenti tecnologici in uso ora, si adattino perfettamente alle immagini della nostra contemporaneità ma soprattutto al montaggio di un film che non ha nulla a che vedere con quell’epoca e tutto ciò che portava con sé? Il segreto è proprio in questa stretta connessione con la danza.
Essere al contatto con il corpo nella sua struttura significa essere sempre pronto all’esibizione nella sua completezza. Non solo: scrivere con la precisa idea di messa in opera è svincolare la musica dal campo della speculazione compositiva, della filosofia e della critica. Certo, così facendo si creano altre estetiche ed altre poetiche, ma questo semmai è un fatto che serve alla storia della musica più che alla musica stessa. Il fatto è che con la perforazione la musica esce dall’astratto ed entra nel concreto, entra sul palco e si fa spettacolo.
Satie, grazie alla danza, arriva a rifondare il linguaggio musicale, a creare una nuova grammatica che, tra l’altro, non si pone come monolite ma come libro con le ultime pagine bianche. Non è a caso che egli fosse una persona molto amata, ammirata e dispnibile al confronto. Sarà intorno a lui infatti che riuniranno persone del tipo: Debussy (con cui poi ruppe e al quale dedicò un concerto a quattro a mani su una sua composizione), il fotografo Man Ray, Picasso, Cocò Chanale, lo scenografo Bebé Berard, Jean Cocteau e Les Six, un gruppo di sei giovani compositori destinati a diventare dei grandi della musica (Poulanc, Honegger, Milhoud, Taillefeur, Durey e Auric, che tra l’altro firmò la colonna sonora de La bella e la bestia di Cocteau), che vedevano in lui il loro padre spirituale e artistico.
Un suo balletto, Parade (1917) sarà destinato a diventare una pietra miliare della storia della danza, della musica e del teatro della nostra modernità. Ed è di questo che parleremo nella prossima “puntata”.
Messaggio N°692
21 Novembre 2005 - 15:40
OK!
PRIMO INCONTRO DEI BLOGGHER ROMANI-LAZIALI E METALLARI!!!! UDITE UDITE MONDO DIGILAND!!! SOTTO LO SLOGAN:
VIRTUALITA' E' BELLO MA DOPO UN PO' ROMPE ER CAZZO!
Si stabilisce nei locali del Geronimo's in data da stabilirsi in accordo comune in modo che possano essere presenti la maggior parte della bella gente possibile - parlo soprattutto per me che lavoro tutti i giorni tutto il giorno e quindi sono un sola notevole quanno se tratta de uscì ma sprattutto sono sempre in ritardo - un incontro tra coloro che hanno intessuto relazioni nei loro blog, a prescindere dal fatto se si conoscano tutti o meno. Inzomma, noi stamio lì e chi vole venì se aggreghi. Sentimose.
Metal up your ass! Metal rules!
Messaggio N°685
18 Novembre 2005 - 21:59
Un'altra raphaela...
Rapida cala la notte con il freddo. Calassero i sogni altrettanto rapidamente. Dalle mie mani, un'altra raphaela virtuale. Che porti i sogni come la notte porta poi il sole. Buonanotte
Messaggio N°683
18 Novembre 2005 - 21:32
GEORGE SIMENON
L'impiccato di Saint-Pholien (1931)
Un tortuoso caso da passato e presente in un romanzo poliziesco che si pone al di fuori delle normali inchieste di Maigret. Un’atmosfera gotica, che sa d’antico, tra Bruxelles, Parigi e Brema. Un uomo viene ucciso senza ragione apparente e Maigret è sulle sue tracce, sino ad uscire dalla sua giurisdizione nazionale. Eppure, le radici dell’omicidio sono lontane, molto lontane, ancora una volta in quella provincia oscura che tanto piace a Simenon. Solo che stavolta è diversa la cifra stilistica, un misto di bohemienne, estetismo decadente e società studentesche. Il caso si incrocia con un suicidio di tanti anni prima, a Saint-Pholien. E qualcuno vuole che le cose non vengano messe in relazione.
Il romanzo è uno dei primi cinque e affonda le sue radici nella biografia di Simenon: a Liegi, in gioventù, fondò con alcuni amici anarchici e bohémien La Caque, una società segreta all’insegna di un libertarismo romantico ed estetizzante. Uno dei «soci», un pittore cocainomane di nome Joseph Kleine, finì con l’impiccarsi davanti la porta della chiesa di Saint-Pholien. Evidentemente il fatto lasciò una traccia profonda nella vita di Simenon, che finì con ambientaci questo romanzo che è un «Maigret» fuori dalla norma, molto più vicino al racconto gotico che al giallo.
Messaggio N°682
17 Novembre 2005 - 22:05
Buonanotte...
In un'altra solitudine la compagnia di un pensiero mi conforta la notte. Finché non vinca il sonno una presenza sognata nella veglia. Anche oggi, mio pensiero costante ad ogni battito di ciglia. A domani, o rosa...
Messaggio N°680
17 Novembre 2005 - 21:52
GEORGE SIMENON
Lettera al mio giudice (1951)
L’amore più riempire il vuoto della vita. Ma allora bisogna interrogarsi sull’entità di tale amore. Può considerarsi tale se è solo una fuga, o un’ossessione, o una perversione, o una mancanza d’affetto, o una smodata voglia di tenerezza?
Lettera al mio giudice è tutto questo, ma è anche un esempio grandioso di cosa può essere l’erotismo più intenso in letteratura in barba alle pseudo-pornografie della nostra becera contemporaneità. Ed è una nota inusuale nella produzione, seppur vastissima, di Simenon.
«Signor Giudice, vorrei tanto che un uomo, un uomo solo, mi capisse. E desidererei che quell’uomo fosse lei.». Così comincia il romanzo, che altro non è che una lunga lettera di un imputato, un anonimo medico, che non sappiamo ancora bene cosa abbia compiuto. Ma già l’idea della solitudine, di una storia che si esaurisce nei suoi protagonisti e nel titolo di una cronaca nera troppo ordinaria, è chiara dalle prime righe. Il medico Alavoine e Martine. Una storia, per alcuni versi, simile a In caso di disgrazia. Ma stavolta il nostro protagonista è un antieroe da Truffault, e la protagonista una vittima alla Godard. Tra neorealismo e nouvelle vague, l’amore adultero di un uomo mediocre “con la faccia da rospo”, non certo nuovo al tradimento, ma ora trasportato con una passione nuova, un amore mai sentito per questa giovane ragazza. Il tutto condito da un erotismo continuo, descrittivo nelle continue allusioni, mai sconveniente ma sempre stimolante nel voyeurismo tipico delle relazioni clandestine. Le peripezie della coppia, la fuga di Alavoine dalla seconda moglie Armande (personaggio simile alla Vivien de In caso di disgrazia, ma molto più squallido nel voler testimoniare platealmente la sua moralità in tribunale), la convivenza della sua amante con una cameriera che forse cela un altro amore saffico – o un menage a trois – si muovono su un duplice binario: la fuga dalle convenzioni e la fuga da se stessi. Ma come avviene nella maggior parte dei casi, il tutto non può avere un buon esito. L’amore è ben più di una fuga, ma l’ullusione è tutto quello che ci resta. E allora, quando si prospetta il dolore, la mancanza, l’inconsistenza, si arriva all’atto estremo.
«Non sono pazzo. Sono soltanto un uomo, un uomo come gli altri, ma un uomo che ha amato e sa cos’è l’amore. […] Siamo arrivati fin dove abbiamo potuto. Abbiamo fatto tutto quello che potevamo. Abbiamo voluto l’amore nella sua totalità. Addio, signor giudice.». Così si chiude il romanzo, storia di un amore che altro non è che il confronto di un uomo con l’ombra di sé, incarnata da una fanciulla senza futuro.
Non è forse una metafora di ogni uomo?
Messaggio N°679
17 Novembre 2005 - 20:01
E tra le altre cose, un anfora da esposizione con composizione di secchi.
Messaggio N°678
17 Novembre 2005 - 19:56
Oggi il mio chiosco era splendente. Ieri ho comprato un sacco di belle piante: croton, diffenbachie, spatifilli, pothus, rose, pinetti, kalanchoe mini, ciclamini a fiore frastagliato, una felce di un metro e mezzo, cordilinea e altre amenità...
Messaggio N°673
16 Novembre 2005 - 22:41
VECCHIE COSE
Faceva freddo stasera, ma non potevo prendere il Fiorino per andare alla ASL: troppo carico di merce e poi la marmitta staccata rischia di staccarsi per i troppi sampietrini. Allora ho dovuto prendere il motorino. Che per una persona normale sarebbe un problema, ma non per un motociclista, che è ben attrezzato con indumenti anti-freddo. Allora torno al vecchio armanio e tiro fuori il giubbotto cattivo in pelle nera, gli rinfilo la fodera, poi prendo i quanti, neri, con le protezioni in fibra di carbonio e il casco integrale. Per noi è una specie di vestizione.
Non indossavo quel giubbotto e quei guanti dalla notte tra il 3 e il 4 maggio. Quando caddi. L'odore della pelle mi ha riportato l'odore della benzina sull'asfalto e del monossido di carbonio del motore ancora acceso, il torpore e il dolore di un piede contorto, che è l'unica cosa che ti fa ricordare che ne hai ancora uno, il sapore di sangue in bocca per un labbro morso e gli occhiali che si erano persi nel casco. Mi ha ricordato quando me lo hanno tolto sull'ambulanza per poi coprirmi con una coperta che odorava di polvere e disinfettante, con molta cautela per evitare lesioni spinali, che cmq grazie a Dio non c'erano.
Ma mi ha ricordato anche le corse sulla fettuccia ai Pratoni del Vivaro, i giri sulla via alberata della Via dei Laghi, in pieno Parco regionale dei Castelli Romani, quell'unico giro che ci siamo fatti con Adrianomol, il grande scienziato, il piacere di vestirsti e sentire i genitali che vibrano sul serbatoio, dentro la tuta in pelle un po' troppo rigida, quando metti in moto e controlli il rumore delle valvole, pensando: è strano, lo devo far ascoltare ad Adriano. Mi ha ricordato quando l'ho comprato e ho pensato: forse è troppo caro. Ma mi ha salvato il culo per ben due volte e allora dico: non lo pagato un niente. Mi ha ricordato il piacere di indossarlo la prima volta e allora mi sono detto:
Tornerà la moto, tornerà. Non so quando, non so come, ma tornerà. Non so quando e come, come la prossima donna. Non so se l'amerò ma ci sarà, come la prossima donna. Non so la cambierò o se lei mi lascerà ancora per terra nel dolore, come le precedenti moto e donne. Ma ci sarà. E spero che sia definitiva. L'armonia dell'uomo con la bestia. Come la macchina discende dal carro, la moto discende direttamente dal cavallo. Ed è una bestia. E' ferro vivo, rovente, ruggente, scalpitante. Pronto a scalciarti. Ma tu sei lì. Sopra di lei. E' quasi sesso. Ma è la forma più casta che si possa immaginare.
E mentre dopo 15 anni torno a pregare un Dio silenzioso ma che evidentemente mi ama ancora abbastanza nonostante le mie bestemmie, tra un peccato e una speranza di perdono, le sogno entrambe. Luce di fari, luce di occhi. Che rischiarino le mie notti.
Buonanotte.
(e un bacio "più forte" ad altri troppo lontani...)
Messaggio N°672
16 Novembre 2005 - 20:53
Famose du' risate, va...
Berlusconi in groppa al suo cavallo PierFuria sta aspettando il verde per attraversare la strada, quando una bambina su una bicicletta nuova di zecca si ferma accanto a lui. Bella bici - dice il premier - te l'ha portata Babbo Natale?" "Certo che me l'ha regalata lui" risponde la bimba. Dopo aver scrutato la bicicletta, il presidente del consiglio consegna nella mani della piccina una multa da 5 euro. "La prossima volta -le dice- dì a Babbo Natale di mettere sulla bicicletta una luce posteriore". La bambina, per nulla intimorita, lo guarda e gli dice: "Bel cavallo, signore. Gliel'ha portato Babbo Natale?" "Certo che me lo ha portato lui" risponde Silvio con aria stupita e divertita. "Allora -continua lei- la prossima volta dica a Babbo Natale che i coglioni vanno sotto il cavallo, non sopra".
P. S.:
Tutte le persone che ricevono la presente comunicazione hanno l'obbligo civile e morale di trasmetterla ad almeno altre cinque persone. Non sia mai che qualcuno lo votasse di nuovo...
Questa e-mail sta girando il mondo come simbolo di pace e di prosperità....
non fermarla!
Messaggio N°671
16 Novembre 2005 - 20:46
IL MIO GIARDINO D'AUTUNNO (III)
Tagliato in due da una siepe di erike, terminante a sinistra con un grande pruno, che con il nocciolo è l'albero da frutto più grande e più generoso del giardino; l'alberello di foglie rosse è invece un melo, che ne fa due l'anno, ma molto buone; a destra la siepe termina con un'aiuola di bosso mentre ai lati dei due scalini ci sono due alte ginestre. Sovrasta il tutto un vecchio castagno di almeno un sessantina d'anni, sotto il quale giocavo da bambino con le macchinine, creando basi segrete e garage improbabili.
Messaggio N°670
16 Novembre 2005 - 20:39
IL MIO GIARDINO D'AUTUNNO (II)
Dal patio parte il lastricato. Sulla sinistra il vecchio otre, ormai rappezzato, che ha almeno l'età di mio padre, e dietro l'otre il nocciolo più grande di casa. Non si vede, ma ormai ha superato i 7 metri. Al centro una delle piante più recenti, un giovane ulivo. Peccato che è una delle poche piante a cui sono allergico. Dietro la piccola altalena. La sistemò mio nonno moltissimi anni fa e fu uno degli ultimi lavori che fece prima di morire. Nessuno ha più avuto il coraggio di buttarla. Dopo di me ci è salito mio fratello e poi mia sorella. Ma credo che sia vecchia almeno quanto mia madre.
Messaggio N°669
16 Novembre 2005 - 20:34
IL MIO GIARDINO D'AUTUNNO
Nel retro, proprio accanto al bosco. Un tappeto docile e scricchiolante delle foglie di castagno dei due grandi alberi. E poi la rassicurante presenza del più basso nocciolo. E i colori del silenzio della bruma. Autunno, quanto ti amo...
Messaggio N°667
16 Novembre 2005 - 10:23
BUONGIORNO!
Puntatina mattutina al blog. La giornata è iniziata alzandomi tardi, abbastanza riposato e sparandomi a tutto volume I want it all dei Queen. Bene. Molto bene. Lista delle cose da fare:
1.
mattina: passare all'ingrosso Alicanti a Vermicino per un carico di articoli natalizi e di arredamento per il negozio;
2.
pomeriggio dopo pranzo: passare all'ingrosso piante Matteucci a San Cesareo e quindi al Green Center ingrosso fioristi per materiale e altri articoli natalizi:
3.
pomeriggio: visita psichiatrica a Genzano.
4.
sera: seduta di psicoterapia a Genzano (la stanza accanto alla psichiatra.
Un bacio virtuale alla mia quasi moglie virtuale e un caldo abbraccio a tutti gli altri. Vi lascio con la carica di questa favolosa canzone.
I want it all - Queen
I want it all
I want it all
I want it all.....and I want it now!
Adventure seeker on an empty street
Just an alley creeper, light on his feet
A young fighter screaming, with no time for doubt
With the pain and anger can't see a way out
It ain't much I'm asking, I heard him say
Gotta find me a future move out of my way
I want it all, I want it all, I want it all, and I want it now
I want it all, I want it all, I want it all, and I want it now
Listen all you people, come gather round
I gotta get me a game plan, gotta shake you to the ground
But just give me, huh, what I know is mine
People do you hear me, just gimme the sign
It ain't much I'm asking, if you want the truth
Here's to the future for the dreams of youth
I want it all (give it all - I want it all)
I want it all (yeah)
I want it all and I want it now
I want it all (yes I want it all)
I want it all hey
I want it all and I want it now
I'm a man with a one track mind
So much to do in one lifetime (people do you hear me)
Not a man for compromise and where's and why's and living lies
So I'm living it all, yes I'm living it all
And I'm giving it all, and I'm giving it all
Oooh oh yeah yeah - ha ha ha ha ha
Yeah yeah yeah yeaaah
I want it all
It ain't much I'm asking, if you want the truth
Here's to the future
Hear the cry of youth (hear the cry of youth) (hear the cry of youth)
I want it all, I want it all, I want it all and I want it now
I want it all yeah yeah yeaaaah
I want it all, I want it all and I want it now
Oh oh oh oh oooh
And I want it - now
I want it, I want it
Ooooh ha
Messaggio N°666
15 Novembre 2005 - 22:45
Buonanotte ancora... come la rabbia proviene dall'ombra, dalla notte verrà il sole. Vivo al limite, nello sbiadirsi tra vista e cecità, breve come un battito d'ali di farfalla. Una rosa del mio negozio. Sempre per te.
E buonanotte a tutti gli altri.
Messaggio N°665
15 Novembre 2005 - 20:19
Furia
Arsura di peccato e possessione demoniaca... allontanate da me il mondo prima che io non riesca ad allontanare il Maligno... nel delirio della paura e della rabbia... odio... odio intenso... ancora... sempre... come allora... come tanto tempo... datemi l'amore... o perdiamoci per sempre... vento divino di distruzione e annichilimento... come allora... come allora... il mio corpo non è più il mio corpo... i miei pensieri non sono più i miei pensieri... solo quel fiore... solo quel fiore lontano... lasciate che lo raggiunga e sarò salvo... forse...
Messaggio N°664
15 Novembre 2005 - 20:15
Voglia di pace...
Occhi di pece, cuore di veleno... mente come un pozzo richiuso e stagnante... pipistrelli come orde nell'oscurità che cala... è notte nell'anima... sovraffollamento tra violenza e amore, tra sogno e incubo, tra la vita e il nulla... occhi... altri occhi... rischiaratemi con altri occhi... portate il giorno alla mia vista... l'arcobaleno nei capelli... occhi... venite a me... scacciate la notte dai miei capelli...
Messaggio N°660
13 Novembre 2005 - 18:37
GEORGE SIMENON
In caso di disgrazia (1956)
“«Se siete innocenti, scegliete un qualsiasi buona avvocato. Se siete colpevoli, rivolgetevi a Gobillot.»
Sul volto della ragazza, dalla lampada puntata sulla poltrona della confessioni, cadeva una luce violenta, e nel descriverlo mi torna alla mente il disagio che allora provai, perché era un viso da bambina e da vecchia allo stesso tempo, un misto di ingenuità e astuzia, e mi verrebbe da aggiungere un misto di innocenza e vizio, ma non amo questi termini, che tengo in serbo per i giurati.”
Così si descrivono i due personaggi principali de In caso di disgrazia, in cui Simenon narra la storia adultera di un celebre avvocato di Parigi, Lucine Gobillot e della molto più giovane Yvette. I due provengono da strati sociali opposti. Gobillot, più grazie alla sprezzante e altezzosa moglie Vivine che alle sue effettive capacità, è uno degli avvocati più in vista della società bene. Yvette viene dai bassifondi, ha problemi di legge e un passata torbido. Ma tra i due nasce qualcosa. Qualcosa di strano.
Simenon ancora una volta ci porta nei meandri dell’amore mostrando il suo lato più nascosto e sordido, regalandoci due personaggi femminili a tinte forti. In effetti citando Sergio Leone:«Il mondo si divide in due: chi ha la pistola carica e chi scava.». Che tipo di speranza – o di amore – può essere possibile in una società spietata che divide in base al censo, e in cui lo stesso censo divide culturalmente, igienicamente, intellettivamente? Eppure la passione è un vortice che attanaglia, anche in un mondo – quello di Gobillot – in cui è normale avere una o più amanti. Ma questa volta è diverso. La bella Vivine stavolta è esterrefatta, scavalcata. Ma durerà a lungo o no? Basta aspettare, perché i soldi muovono il mondo. E spesso decidono la vita – e la morte – delle persone sostituendosi al destino.
Da leggere se amate i film anni ’60.
Messaggio N°659
10 Novembre 2005 - 20:56
(PEZZO LIRICO)Non mi guardare...
Non mi guardare: potrebbero distruggermi quegli occhi. Non mi pensare: potrebbero annientarmi quei sogni. Perché sono solo un piccolo uomo fragile e tante grandezza non la sosterrei. Perché sei un vento maestoso che mi porterebbe via con sé, un’onda titanica, una vampa di folgore, un picco che fende i cieli ed io sono troppo piccolo per sostenerti. La mia debolezza non è degna di tanta bellezza, non riesce a reggersi di fronte a tanto essere. Io non capisco neanche il mio respiro, non so perché il mio cuore batta o il mio sangue scorra. So solo che potrebbe farlo anche per te, ma non osa. Eppure, soffierebbe sulle maree con te, piegherebbe l’erba sulle colline in un pendio di primavera, modellerebbe in mille forme diverse le nuvole per far sognare i bimbi, sempre con te, solo con te, solo per te. Eppure, non osa. Perché se tu d’adombri, lui s’adombra. Se tu d’adonti, lui se ne duole. Se tu ti spegni… non osa pensarlo, il mio cuore, se tu i spegni. Ma ancora posso farlo, perché non oso avvicinarmi, non riesco e non voglio. Eppure, ancora…
Non mi guardare: troppo belli quegli occhi, troppo graziosa quella figura. Se mi perdo in essi, chi mi troverà? Oh, sì, perché potrei perdermi con la facilità con cui Adamo addentò la mela di Eva, perché le grazie e i segreti che tu prometti sono oltremodo più dolci e sconfinati, perché le tenerezza che potresti svelare sarebbe incredibilmente più terribile e la leggerezza troppo vertiginosa. Se mi perdo in essi, di me che resterà? Se confondo il battito del mio cuore con quello sbattere di ciglia, cosa resterà? E lo farei, ti giuro, lo farei, e correrei ancora con te su quelle terra ancora da scoprire, inventandone altre per poterci correre liberi e spensierati, lo farei, ma ho paura.
Perché se per un attimo, poi, per qualsiasi motivo, per quella volgarità che corrompe le cose, o per il tempo che corrode la vita con mille imprevisti, o per la vita che si trasforma sempre in forme nuove e diverse, non mi guardassi più, io ne morirei. Perché sono troppo belli i tuoi occhi, troppo vasto il tuo sorriso, troppo leggere le tue movenze perché si possa rinunciarvi senza estinguersi.
Per cui, non mi guardare, ti prego. Chiudi i tuoi occhi, volgili lontano da me, dove io non possa cadere in tentazione, come Orfeo, e alzare il mio sguardo ad incontrare il tuo. Perché sarei io a scomparire. Chiudi i tuoi occhi, perché io mi sono già perso. Non mi guardare, perché sono solo un piccolo uomo fragile. E non capisco tanta bellezza.
Messaggio N°658
10 Novembre 2005 - 19:09
Di nuovo, si ricomincia daccapo...
Di nuovo in terapia. La cosa comica è che tutti alla fine mi hanno spedito dalla psichiatra: medico curante, neurolgo e oggi anche la psicoterapista. E' dovuta andare a ripescare la cartella, che era stata archiviata, cosa che - mi ricordo - avevo privatamente festeggiato con un certo orgoglio.
12 dicembre 2003: il medico mi dice per bocca della psicoterapista che posso anche non tornare... E oggi ristavo lì, nella stanzetta che ben conosco, con le persone che conosco da parecchio tempo, per il videat iniziale... Sono tutti molto bravi. E' una ASL che fa onore al servizio pubblico. Io però continuavo a sentirmi una merda. Il fatto è che lo vivo come una sconfitta personale. Non nascondo che avrei voluto essere altrove. Andandoci, mi sono anche un po' risentito maluccio.
Ancora una volta. Ho fiducia in quelle persone. Solo che sono un paziente "difficile": abile nel dissimulare, buon parlatore, svio il discorso in maniera sapiente. Ho blocchi forti che non riesco a vincere neanche con la volontà. Vi ho mai detto che non riesco a piangere? Nella stessa maniera riesco a non parlare della profondità delle cose quando esse mi riguardano intimamente. Le cancello. Le trasformo, le minimizzo fino a farle scomparire, solo che loro tornano sotto forma di disturbi psicosomatici. Ma ora mi sono stufato. Ora devono sparire una volta per tutte.
Io sono ennepuntocave. E farò il culo a tutto e tutti.
Messaggio N°657
10 Novembre 2005 - 18:55
Sono stravolto... Cose fatte oggi: 1) montato scaffale di metallo; 2) rifatto vetrina; 3) svuotato il chiosco; 4) pulito il chiosco; 5) risistemato il chiosco; 6) cominciata psicoterapia (!!!); 7) svuotato libreria a casa, portata al piano di sotto, ririempita; 8) aiutato mia sorella a fare versione di latino.
Ho provato a dormire e non ci sono riuscito e ora sto più storto de prima... Uffa!!!!!!!!!
Messaggio N°650
8 Novembre 2005 - 18:03
Che bello! Oggi si ricominciano le lezioni di piano!
Messaggio N°649
8 Novembre 2005 - 18:01
GEORGE SIMENON
Gli intrusi (1939)
Ci sono molti modi di cadere nell’abiezione. Ci sono molti modi di cercare una fuga. Ma ancora di più sono gli alibi che una persona riesce a trovare per non affrontare la realtà, per rifiutare il mondo, per chiudersi nel proprio beato dolore. E in provincia, dove tutti pensano di essere in dovere di sapere tutto di tutti, la situazione raggiunge livelli di parossismo. E poi c’è l’amore e c’è l’alcool. Che partoriscono rabbia e debolezza. Il tempo passa inesorabile, tra una sbronza e l’altra. E Simenon conosceva bene tutti questi casi.
De Gli Intrusi si possono dire un sacco di cose ma non che sia un romanzo di genere, sebbene sia, nella struttura e nello svolgimento, un giallo. Ma è più che altro un romanzo di un risveglio, di una presa di coscienza, di un riscatto di un uomo contro se stesso innanzitutto, e quindi contro il paese.
Sono diciotto anni che è morta la moglie del nostro protagonista, Hector Loursat, avvocato quarantottenne che era, prima della disgrazia, uno dei più promettenti avvocati di Francia. Passa le sue giornate chiudo a chiave nella sua stanza piena di libri, sgolandosi almeno tre bottiglie di bourgogne, ignorando la figlia che ormai lo disprezza e non lo calcola e i paesani che mormorano. Finché uno sparo echeggia nella notte, nella sua grande casa che sembra «in un’atmosfera stagnante». E di qui la scoperta prima di un morto nella sua soffitta. E poi la scoperta, ancor più sconvolgente, che la sua casa è abitata. Da chi? Come? E cosa succede in quella casa mentre lui dorme, intorpidito dall’alcool? L’unica dato sicuro è che l’accusato di omicidio, un misterioso giovanotto, viene detto innocente dalla sua fidanzata, che altri non è che la bella figlia di Hector. Allora non rimane altro che fare una cosa: uscire dopo diciotto anni di nuovo allo scoperto, tra quelle parole false, in un sordido perbenismo che sembra avere il suo vero volto proprio nella vecchia villa di Loursat. All’inizio per tornare alla pace del proprio dolore e del proprio alcool, e poi, scoperta dopo scoperta, per qualcosa di molto più importante.
Messaggio N°636
6 Novembre 2005 - 19:16
Scorcio della selva sotto il cimitero di Marino Laziale. Camminando tra i sepolcri dei nostri simili già trapassati - iniziati al mistero insondabile se non con la Fede - mi si apre la meraviglia del Creato. Di tanto in tanto, ancora favole.
Messaggio N°631
6 Novembre 2005 - 19:09
Una porzione di cielo per un sole che splende poco e per breve tempo... un cielo più alto... lontano... inarrivabile... il cui si perde il mio respiro... e quindi le mie parole...
Messaggio N°629
5 Novembre 2005 - 19:08
GEORGE SIMENON
il primogenito dei Ferchaux (1945)
C’è un Simenon sconosciuto sotto la fama meritatissima dell’Ispettore Maigret. C’è un Simenon duro, coacervo, spietato e cinico. È forse il Simenon alcolista, adultero ed egoista, ma ha poca imnportanza. Per noi è il Simenon che ben conosce lo squallore e il cinismo dell’uomo. Se nelle avventure di Maigret egli ci appare tanto umano e catartico – come d’altronde richiede il genere giallo – nelle altre sue opere si dimostra più disilluso, più accanito, più “cattivo.
Il primogenito dei Ferchaux si inserisce in quella sua produzione. Un romanzo apparentemente d’avventura, in cui la trama si disnoda in viaggi, scappatoie, inseguimenti, tra Caen, Dunquerque, tenerife, Panama, con racconti della vecchia Africa coloniale francese. C’è qualcosa che ricorda Conrad e qualcosa che ricorda lo Stevenson de Il padiglione sulle dune. Ma qui il centro della storia non è l’avventura, ma il rapporto vittima-carnefice e maestro-discepolo tra i due protagonisti/antagonisti. Da una parte il giovane Michel Maudet, spergiudicato, pronto a tutto pur di migliorare il suo stile – povero – di vita, pronto anche, nel caso, a sacrificare la moglie giovane che tanto dice di amare; dall’altra il vecchio Dieudonné Ferchaux, il «bianco con una gamba sola», il «Satrapo dell’Ubanghi», unb essere spregiudicato, affarista sporco e immorale che ora si trova sull’orlo del tracollo giuridico e finanziario.
È un gioco di ruolo quello che nelle varie peregrinazioni si va ad instaurare tra i due. Un gioco a chi è il più forte, un gioco fatto di lunghe attese3, di lenti procedimenti, in cui il lettore si trova a vedere trasformazioni nei personaggi, in cui si sente in colpa a parteggiare ora per l’uno, ora per l’altro: perché, in questo romanzo, non ci sono buoni e cattivi. Ci sono soltanto esseri spregevoli che tentano di mangiarsi, di appoggiarsi l’un l’altro per necessità, finché il bisogno non si trasforma il pietà, e la pietà in rivalsa e morte. Il gioco tra il giovane e il vecchio racchiude, fino all’efferato finale, tutti i vizi dell’umanità, tutto ciò che c’è di marcio, di sordido, di vile nell’animo umano.
E tutto ciò che in questo non è contemplato, è pura merce sacrificabile. Persone e amore compresi.
Messaggio N°628
4 Novembre 2005 - 18:44
GEORGE SIMENON
Il corpo senza testa (1955)
L’umanità che trasuda in certi scritti alle volte è spiazzante. In alcuni, essa è dottrinale, pure speculazione, analisi sillogisitica approfondita, acuta e analiticamente disospta sul tavolo della narrazioni. In altri, spesso più piccoli, più modesti e silenziosi, soggiace nelle descrizioni di piccoli particolari apparentemente insignificanti, nelle movenze dei personaggi caratterizzati in talune maniere vivide, ben lungi dall’essere stereotipo semmai acqueforti di un qualcosa di passato ma presente.
In Simenon le donne – e gli scritti - hanno questo dono: primaria importanza, descrizioni ottime che spesso risaltano dal confronto dei pochi tratti del personaggio e dell’ambiente in cui vive. Ed ogni cosa è parte di un’indagine umana non priva di una certa compassione e crudezza.
Ne Il corpo senza testa, il celeberrimo Maigret indaga su un caso comune: un cadavere, anzi, pezzi di cadavere vengono rinvenuti nella Senna. Alla fine, manca all’appello solo la testa. Simenon subito rigetta tutte le banali possibilità macabre che il racconto, in molti altri autori, avrebbe potutto prendere. Tutto il mistero ruota intorno all’ambiente povero e sordido della Parigi del sottoproletariato, ombra di una Parigi più appariscente e famosa. Questo sfondo è la taverna degli scaricatori gestita da Aline, che quando compare per la prima volta «“stava finendo di sistemarsi i fermagli nei capelli scuri, quasi neri. Era magra, di età indefinita, quarant’anni o forse quarantacinque, e venne avanti con aria seria, strascicando le pantofole di feltro sulle mattonelle.»”. Il suo locale viene così descritto: «il soffitto era basso, le pareti annerite e la sala, immersa in una semioscurità, era trafitta da pochi raggi di sole, come dalle vetrate di una chiesa.». Ma il vino è ottimo, migliore di molti dei bistrot che in centro reclamizzano falso “vino campagnolo” e c’è un gatto che si struscia intorno ai piedi della padrona. La casa di Aline non è meno squallida: letti sfatti, biancheria in disordine, poca civetteria.
Il mistero non è poi un mistero: la vittima è il marito di Aline. C’è un giovane amante, dei brutti ceffi, un assassinio fatto male e in fretta. Ma c’è anche il passato bestiale e brutale della vittima, che non muove, dopo un po’, copassione in nessuno. E allora viene da chiedersi, chiacchierando con l’affascinande ed opaca Aline: chi è la vittima? Chi è stato il vero carnefice?
Scrive la poetessa spagnola Maria Guerra:
Si castiga con rigore l’assassino,
il ladro.
Ma colui che distrugge un sogno?
Messaggio N°627
3 Novembre 2005 - 21:01
Vabbé...
BERLUSCONI: un kamikaze contro di me. Vabbè, nessuno si ricorda la storia di quando se ne uscì con la storia che lo spiavano con delle cimici grosse come una pila voltaica? Pare che lui viva in prima in persona il dramma del terrorismo. Poverino. E noi giovani che siamo terrorizzati dalla sua riforma delle pensioni????
Messaggio N°626
3 Novembre 2005 - 20:53
L'autore della settimana:
GEORGE SIMENON
Georges Simenon nasce a Liegi nel 1903 (pare il 13 febbraio ma la madre, con una falsa dichiarazione, lo avrebbe fatto registrare il 12 perché il 13 era venerdì e temeva fosse di cattivo auspicio per il figlio). Studente particolarmente dotato, soprattutto nelle materie letterarie, lascia la scuola a 15 anni. A 16 tenta la sorte alla Gazzetta di Liegi, il più importante quotidiano locale. Siamo nel '19, la guerra è da poco finita e molti uomini non sono tornati dal fronte. Simenon si presenta e chiede un impiego come reporter. Assunto sul campo come reporter apprendista, percorre la città, tra un commissariato e un'aula di tribunale, alla ricerca di storie da raccontare. Da queste cronache trarrà spunto per la materia di numerosi romanzi.
Nel 1921 muore il padre. E cresce l'insofferenza di Simenon per la chiusura della cittadina natale. Così l'anno seguente parte alla conquista della Francia e di Parigi (che, a dispetto del futuro peregrinare, resterà sempre il suo principale punto di riferimento culturale).
Primo impiego parigino: segretario al seguito di uno scrittore (ma nei fatti una specie di fattorino). E intanto la sera frequenta un gruppo di artisti che si ritrova a Montmartre.
Secondo impiego: segretario presso un ricco aristocratico, il marchese di Tracy.
Nel '23 sposa Régine Renchon (Tigy). Ultima concessione alla madre la cerimonia religiosa a Liegi, terminata la quale lo scrittore riprende il treno per Parigi, il giorno stesso, con la moglie Tigy.
Tutte le sere scrive brevi racconti, anche due o tre al giorno, che pubblica su grandi quotidiani, come Le Matin, riviste di intrattenimento o presso editori che propongono raccolte di romanzi popolari. Nel '24 Lascia l'impiego dal marchese per vivere solo della sua scrittura. E' un'attività intensissima: scriverà quasi duecento racconti, sotto diciassette pseudonimi, fino al 1931, l'anno in cui arriva Maigret. Si tratta di racconti leggeri, più o meno licenziosi, oppure novelle sentimentali o d'avventura. Malgrado gli inevitabili stereotipi del genere, cominciano a comparire alcuni temi ricorrenti della sua narrativa futura, come la solitudine dell'uomo, la colpevolezza e la fatalità. Questa letteratura popolare arricchisce velocemente i Simenon, che si trasferiscono in place des Vosges, assumono una cuoca, un segretario e un parrucchiere, e frequentano poeti e pittori come Max Jacob, Vlaminck e Picasso. E' di questi anni anche la relazione di Simenon con la stella della Revue nègre Joséphine Baker e della famosa sfida lanciatagli da Eugène Merle, direttore di numerosi giornali parigini, di scrivere un romanzo sotto gli occhi del pubblico, chiuso in una gabbia di vetro. Simenon accetta ma il progetto non si realizzerà. Tuttavia l'episodio della cage au verre resterà nella storia e contribuirà a costruire la "leggenda Simenon".
Terminato l'idillio con Joséphine Baker, lo scrittore decide di lasciare la capitale e realizzare uno dei sogni della sua infanzia: un tour de France attraverso canali e fiumi.
Acquista una sorta di canotto a motore e s'imbarca con moglie, cuoca e cane al seguito. E naturalmente con la macchina da scrivere. Da questa esperienza trarrà materia per numerosi romanzi e, soprattutto, per Il carrettiere della Provvidenza. Al rientro prende il brevetto di capitano di lungo corso per partire nuovamente, con Tigy e la cuoca, sul suo nuovo battello, l'Ostrogoth: attraversano il Belgio e i Paesi Bassi prima di imbarcarsi su una nave regolare che li porterà a Capo Nord.
E' nel '29, nel corso di uno scalo nel porticciolo di Delfzijl (nei Paesi Bassi), che Simenon si mette a scrivere un romanzo dove appare un nuovo personaggio, un certo Maigret.
Jules Maigret gli farà compagnia per 42 anni, con 75 romanzi e 28 racconti. Le inchieste iniziano con Pietr il Lettone ("una pipa, una bombetta, un pesante cappotto con il collo di velluto... e gli concessi, per il suo ufficio, una vecchia stufa di ghisa") e terminano con Maigret e il signor Charles. Con una pausa: nel '34 Simenon manda in pensione il suo commissario. E' deciso a lasciare il suo editore, Fayard, per smettere di essere un autore di gialli e diventare, passando alla Gallimard, uno scrittore tout court. Per far questo ritiene di doversi liberare di Maigret.
Sarà solo dopo alcuni anni che, cedendo alle richieste dell'editore e dei suoi lettori, riprenderà a narrare le inchieste del celebre commissario.
A bordo dell'Ostrogoth Simenon scrive anche Il defunto signor Gallet, romanzo in cui comincia a delinearsi con precisione il metodo Maigret "lasciarsi impregnare dall'atmosfera, mettere a fuoco l'immagine del morto" e soprattutto stabilire con quest'ultimo una sorta di "sconcertante intimità". Così, a chi gli chiede: "Lei sta indagando sull'assassino o sulla vittima?", Maigret risponderà con lucida pacatezza: "Saprò chi è l'assassino quando conoscerò bene la vittima".
Ma facciamo un passo indietro. Alla fine del '30 Simenon aveva già scritto diverse inchieste di Maigret ma l'editore (Fayard) non era molto interessato a pubblicargliele.
Simenon non si perde d'animo: organizza una festa a Montparnasse dove fa convenire mezza Parigi: è il famoso "Bal anthropométrique" in cui gli invitati sono travestiti da gangster o da prostitute. E' un gran successo e tutta la stampa si occupa dell'evento: ha orchestrato così il lancio ufficiale della nuova serie di Maigret.
Negli anni seguenti, l'inquieto scrittore intraprende altri viaggi: un lungo itinerario in Africa, poi di nuovo l'Europa - da cui invierà diversi reportage ai giornali francesi - e poi un giro del mondo (New York, Panama, le Galapagos, Tahiti, l'Australia e il Mar Rosso).
Intanto nel '39 nasce il suo primo figlio.
Durante la guerra Simenon è in Francia e viene nominato alto commissario per i rifugiati belgi. Continua a scrivere. Sotto consiglio dell'amico André Gide (conosciuto nei corridoi della Gallimard) lavora ad un romanzo autobiografico sulla sua infanzia, Pedigree, ma anche ad altri "romans durs" - come li definiva l'autore, contrapponendoli tanto alla giovanile produzione popolare quanto alla serie poliziesca - come La vedova Couderc.
Alla fine della guerra, il clima di instabilità politica ma soprattutto le altalenanti accuse rivoltegli di opportunismo e germanofilia (durante l'occupazione Simenon aveva venduto alla Continental, una casa di produzione tedesca, l'esclusiva dei Maigret) inducono Simenon a lasciare la Francia.
Nel '45 parte alla volta di New York con Tigy e il figlio Marc. La famiglia si installa in un piccolo paesino del Quebec. Lo scrittore si cerca una segretaria bilingue: e l'incontro con la venticinquenne canadese Denyse Ouimet - che entrerà nelle pagine di Tre camere a Manhattan - sarà per lui determinante. La giovane segretaria assume presto un posto sempre più importante nella vita professionale e sentimentale di Simenon.
Si trasferiscono tutti in Arizona, a Tucson. Denyse aspetta un figlio. Il futuro padre è raggiante ma le leggi americane intrise di puritanesimo gli creano qualche problema. Così nel '50 con una sortita a Reno, nel Nevada, Simenon riesce in due soli giorni a divorziare da Tigy e a sposare Denyse. L'ex moglie però continuerà ad abitare vicino alla nuova coppia per occuparsi del figlio Marc. Denyse si occupa di tutto il resto e l'azienda Simenon funziona a pieno regime: i romanzi si susseguono a un ritmo impressionante, tutti pubblicati e tradotti nel mondo. E continua a venderne i diritti cinematografici.
Il '52 è l'anno di un viaggio in Europa: a Parigi è un rientro trionfale. Poi si reca a Liegi, dopo anni di assenza, per vedere la madre novantenne ricoverata in ospedale. I loro rapporti non sono mai stati facili. Lei è una donna minuta, felice di appartenere al mondo della piccola borghesia, lui uno scrittore ricco e famoso, che di quel mondo si è servito per evocare centinaia di personaggi. Tre anni dopo la morte della madre, il loro difficile legame rivivrà in Lettera a mia madre, in cui l'autore, ripensando all'epoca della sua infanzia scrive "Nous ne nous sommes jamais aimés de ton vivant, tu le sais bien. Tous les deux, nous avons fait semblant".
Nel '53 nasce Marie-Jo, e due anni più tardi Simenon decide di rientrare in Europa: si sistemano a Mougins, nel Sud della Francia. Lì, in una villa da sogno, nascono numerosi "romans durs", come In caso di disgrazia, e due Maigret, ma insorgono anche i primi scompensi psicologici di Denyse e i problemi di alcolismo della coppia. Dopo due anni passati in Francia il romanziere trova un nuovo rifugio nella tranquillità della Svizzera, in un castello cinquecentesco.
Nel 1959 nasce Pierre, il suo terzo figlio con Denyse. La salute di Simenon si guasta ma il '60 è un anno felice: gli verrà assegnata la presidenza della giuria a Cannes. E' un'edizione storica che vede in gara Bergman, Buñuel, Antonioni e Fellini (la Palma d'Oro fu assegnata a "La dolce vita" e dell'amicizia che nacque da quell'incontro ci resta l'intenso carteggio Carissimo Simenon, Mon cher Fellini).
Segue un nuovo trasloco. Nei pressi di Losanna Simenon fa costruire una dimora che diventerà per i giornalisti di tutto il mondo il simbolo della dismisura simenoniana.
Peggiorano le condizioni della moglie e un'altra donna entra discretamente nella vita dello scrittore. Teresa, un'italiana, che sarà la sua terza compagna. Nel 1978, da un telefonata del figlio Marc, Simenon apprende una terribile notizia: Marie-Jo, sua figlia, si è suicidata. E' il crollo dell'anziano scrittore, accusato dalla moglie della responsabilità di quella morte: Denyse pubblicherà due libri nei quali racconta di un padre autoritario, violento e irresponsabile. Georges Simenon muore il 3 settembre 1989. I tre figli apprendono la notizia dai giornali, secondo le disposizioni testamentarie.
La stampa di tutto il mondo renderà omaggio soprattutto al "padre" di Maigret, alle cifre astronomiche, più o meno fantasiose, e allo scrittore della gabbia di vetro e del "Bal anthropométrique", mentre l'autore dei "romans durs" viene dimenticato.
Per l'ultima volta Simenon è vittima di quei media che hanno contribuito a forgiare una leggenda di cui lui è in gran parte responsabile.
Messaggio N°624
2 Novembre 2005 - 19:17
Pausa...
Il mio pianoforte. Casa. Alle spalle il trambusto. Di fronte la speranza di una fede - traballante - appena ritrovata. Il ritorno al Padre. Un equilibrio precario fatto di sonno e medicine. E musica. Il mio titubante e impreciso Bach. E le parole. La dolce lettura di Umberto Eco, Montale e - solo ora - le Sacre Scritture.
La calma della sera. La tranquillità della notte. Con la pendola che scandisce il ritmo dei pensieri, anche se perde 5 minuti ogni 10 ore. Il sogno che domani non ci sarà paura, non ci saranno ombre, non ci saranno tentennamenti. Che il Maligno lasci l'ossesso e guariscano le sua malattie. Come dice Matteo. Come vorrei io.
Buonanotte.
Messaggio N°617
2 Novembre 2005 - 18:54
Grazie... semplicemente grazie...
Inviato da madleine0 il 31/10/2005 @ 19:38:41 via WEB
enne caro..rimettiti presto in forze..ti sono vicina, se non fisicamente, col pensiero! :* Inviato da Clubmvfaculoberlusca il 01/11/2005 @ 00:19:15 via WEB
cave per sfogarti scassa la prima cosa che viene a tiroooooooooooo!!!! epoi fregateneeeeeeee!!! ^__^ Inviato da titta158 il 01/11/2005 @ 09:50:04 via WEB
rimettiti nick...anch io ho passato brutti momenti quest estate...un caro saluto GOthiCVAle Inviato da e.d.a il 01/11/2005 @ 16:06:21 via WEB
un abbraccio enne.. Inviato da sabapop il 01/11/2005 @ 19:53:14 via WEB
che bello risentirti!comnciavo a preoccuparmi!!mi raccomando tieni duro... un abbraccio fortissimissimo!bacioooooooooooo Inviato da ALiCEFALLiNGDOWN il 01/11/2005 @ 20:42:54 via WEB
tesoro! pensa prima a te stesso fottitente del resto. pensa alla tua tranquillità... e la prossima foto nn la voglio vedere cn un faccino così alla sad sam eh! bacetto Inviato da sbirulina740 il 01/11/2005 @ 22:22:58 via WEB
SPERO CHE TU STIA MEGLIO...TI LASCIO IL BACINO DELLA BUONANOTTE! ^.^ Inviato da ladymiss0 il 02/11/2005 @ 09:51:47 via WEB
mi dispiace ke tu sia stato male... eno... non erano legnate:)ennepuntocave, sei bellissimo dentro e fuori Inviato da SPLEENdiBOLOGNA il 02/11/2005 @ 12:35:10 via WEB
Ciao ti invito all'inaugurazione della I° Mostra alla galleria PUNCTUM, una personale di fotograia dedicata interamente al grande fotografo Henry Cartier-Bresson.... http://blog.libero.it/punctumgallery/ http://blog.libero.it/punctum/ Inviato da KoRn_78 il 02/11/2005 @ 13:41:24 via WEB
Uè...va meglio adesso? Mi dispiace EnnePuntoCave...io sto a Roma, se ti serve una mano per qualcosa (tranne di lavoro perchè ho già il mio sul groppone) chiedi pure ok? Bella zì, J.D. Inviato da adrianomol il 02/11/2005 @ 14:17:57 via WEB
a zozzo, rimettite in carreggiata..el mie notti senza di te non sono piu le stesse...non so se me capisci! Inviato da betelgeusedgl il 02/11/2005 @ 16:18:13 via WEB
Certo Enne.Io continuo a passare.Un abbraccio. Inviato da optical_ensemble il 02/11/2005 @ 16:42:19 via WEB
Oddio.... che bella foto che hai scelto... Senti vedi di rimetterti in forma presto perchè me pia a male accedere al blog e non vedere nuovi post.... ormai è diventata un'abitudine... vedi che poi fa... Comunque tutta sta gente sul blog ti vizia.. nn so quanto te lo meriti ;-) A presto e .... statte buòno... Inviato da stelladanzanteforeve il 02/11/2005 @ 17:29:29 via WEB
..auguri..ma so che ce la farai... un abbraccio forte forte....^___^
Messaggio N°616
31 Ottobre 2005 - 19:31
Grazie a tutti!!
Quattro giorni di silenzio per questo blog sono molti. L'ultima volta è stato l'ospedale. Questa volta, vabbè:
1) DAP con agorafobia acuta che mi hanno chiuso in casa per 4 giorni;
2) crisi nervose con paralisi alternate a tremori incontrollati;
3) praticamente ho dormito sempre anche grazie al grande ritorno della paroxetina e dell'alprazolam...:
4) ponte dei morti: appena uscito sono tornato al lavoro, cosa che non mi giova molto, ma pare che finalmente le medicine inizino a fare effetto...
Grazie mille a tutti quanti per la presenza e scusate se nn riesco a passare. Tra l'altro mi hanno proibito di stare troppo davati al PC che pare non faccia bene ai nervi... Boh. Non so quando ci si ribecca. Continuate a stare qui.
Vostro,
Ennepuntocave.
Messaggio N°615
26 Ottobre 2005 - 22:16
YE OLDEN DAYS!
Come tanto tempo fa. Ci sono due persone diverse. Quando mi chiamavano Pollianno, perché mi arrampicavo sui muretti ai giardinetti pubblici a leggere Pollyanna, ed ero piccolo, e non si può leggere tanto quando si è piccoli, e quel libro non finiva mai, mai, mai, e non credo di averlo mai finito. E sugli stessi muretti, quando i bambini potevano ancora giocare liberi senza uomini neri e televisione, facevo finta di essere Fred Astaire, perché mia nonna amava molto Fred & Ginger, e a 7 anni avevo già visto tutti i loro film, e il mio preferito era quello con la Venezia ricostruita in studio, e ballavo un tip-tap tutto mio e a chi mi chiedeva se imitavo Fred Astaire io, vergognandomi, rispondevo: no, ballo perché sono felice. E poi non ballai più perché non mi piacque più.
E ancora negli stessi giardini a cercare pinoli e poi il sasso grande dove spaccarli, e ci si impiegava sempre troppo tempo, e quindi bisognava nasconderli per ritrovarli il giorno dopo, cosa che non accadeva mai, perché gli altri bambini ti spiavano e poi li prendevano loro. E potevi andare in giro nelle sere stellate, mentre nonna parlava con le sue amiche, sedute sulle porte con le tende a fiori, giocare a strega color color, i quattro cantoni, nascondino e altri giochi che non so più nominare. E c’erano poi quelle statuine di plastica dei pesci che avevo solo io mentre tutti gli altri avevano i soldatini, e con cui passavo interi pomeriggi a immaginare battaglie marine con gli squali e i barracuda e i granchi e i cavallucci marini… Il cielo mi pareva sempre terso, e se alzavo lo sguardo verso la finestra mille scintille di polvere mi sorridevano, e allora lasciano perdere i pesciolini ed ero un mago tra la polvere d’oro, e poi notavo la matita della zia disegnatrice e mi scoprivo ad inventare mondi e a copiare miniature dei Peanuts, cercando di ricordare i nomi di tutti (e ci ho impiegato anni a chiamare Woodstock il mio personaggio preferito con Marcy dopo Snoopy, che chiamavo Wintrop).
Quei giorni d’estate, a Morlupo, in una casa bellissima – piccola e fatiscente – ma bellissima, piena di oggetti nuovi e di scoperte interessanti… Quei giorni d’estate a Morlupo in cui il tuo stato era simile all’immortalità degli dei… Dove sono ora, mentre mi guardo allo specchio tra un tremore e uno spasmo? Dove finisce l’agnello quando si trasforma in tigre? Quando le canzoni di gioia diventano canzoni di dolore?
Rivoglio quegli occhi, rivoglio quei giorni, rivoglio quella casa che non ho più rivisto per dirle addio, rivoglio quelle stradine illuminate senza uomini cattivi che rapiscono i bambini…
Era bello allora, l’aria profumava di stelle, e i giorni sembravano non aver mai fine…
Messaggio N°614
26 Ottobre 2005 - 15:07
Anche oggi... anche oggi...
io (sono) mi sento una merda...
sempre di più... sempre di più...
Messaggio N°613
25 Ottobre 2005 - 15:21
...basta... ora basta davvero...
...non ce la fo più...
Ieri ho raggiunto il fondo. Ma sono ancora qui, anche se non so per quanto. E' stato solo un piccolo disappunto, Irene che non è stata in grado di «inverdurare» un cuscino (la procedura per cui il sostegno in felce dei cuscini funebri viene coperto da fronde di alloro o lauro ceraso onde poi iniziare la decorazione). La pressione è salita, con lei la rabbia e lo sconforto. Ho macerato a pugni una pianta di crisantemi da 15 euro, ferendomi leggermente la mano con il vaso che ho ridotto peggio della pianta, ho distrutto a calci e pedate un paio di vasi che poi ho schiantato addosso al fiorino, poi me se sono andato sui 120 all’ora verso casa, solo che nel frattempo le braccia iniziavano a paralizzarsi; poi lo stomaco si è indurito e il torace irrigidito, poi le mani hanno iniziato a bloccarsi e quindi spingevo il mezzo più forte, più forte, più forte… Poi non ho sentito più le mani – e io fiorino correva, correva, correva – poi le gambe si sono bloccate – quasi a casa, quasi a casa, quasi a casa – poi ho perso sensibilità al collo, ma già non riuscivo più a respirare; per un attimo non ho riconosciuto bene dov’ero, ma ormai ero quasi sotto casa. Le mani non si aprivano più, le ginocchia non si piegavano. Le luci diventano troppo brillanti e la musica troppo alza – eppure ho bisogno dei Testament, Low, per la cronaca – tutto mi infastidisce, quasi non ci vedo più. Sono sotto casa, accosto, ma non riesco a muovermi. Fatica esco dal fiorino ed entro, buttandomi sul divanti. Ora mi muovo pure troppo. Convulsioni nervose. Quelle non mi erano mai venute. Mi accascio al pavimento, qualcuno mi porta dello Xanax, mi accorgo solo ora che ho un taglio alla mano, ma non riesco ad alzarmi, ho l’affanno. Dopo 15 minuti lo Xanax inizia a fare effetto. Mi disinfetto, è solo un taglietto. Cammino come uno zombie perché non riesco a controllare i movimenti. Mia madre mi dice di sdraiarmi ma non seguo il consiglio: non è ancora il tempo, peggiorerei la situazione. Allora esco e parcheggio non so come il Fiorino. Poi entro e mi ridisinfetto la ferita con l’alcool, così il forte bruciore mi riporta alla realtà. Il respiro è quasi libero, ma sono percorso ancora da tremiti convulsi. «Credo che mi metterò a letto. Sono solo del dieci meno un quarto, giusto un attimo…» non riesco bene ad andare in voce quando parlo, ho la gola strozzata.
Mi rivegliano le risate di mia sorella. Sono le cinque. Ho dormito sette ore. Ho saltato il pranzo. Devo andare dall’ortopedico. Che mi dice che mi devo operare al tendine. E che nel migliore dei casi lo posso evitare, ma comunque rimango leggermente zoppo. Sicuramente non correrò più da persona normale. Però posso fare qualsiasi tipo di attività sportiva. Bene. Che culo, per fortuna che ho sempre odiato calcio e podistica…
Festeggio con Deborah la giornata sfavillante. Rosso Conero d’annata, 22 euro e vaffanculo. E poi un po’ di musica serie, bella, pesante, come quando ero piccolo.
Blind Guardian, Follow the blind
Blind Guardian, Battalions of fear,
Manowar, Kings of metal
Il tutto una trentina di euro. Ma sono quasi soddisfatto. Concludo la serata con una maratona di Lost!, il più bel telefilm dai tempi beati di X-files. Con quest’ultimo e Twin Peaks i miei tre preferiti. Ci sgoliamo la bottiglia. È ora di dormire. Il cuore ancora non si è calmato e la schiena è rigida. Ma dormo lo stesso.
Perché la notte è l’unico momento della giornata in cui riesco a essere tranquillo. Se riesco a dormire.
Messaggio N°611
23 Ottobre 2005 - 23:32
FRASCHETTE ARICINE
1 litro de vino, 3 mezzi antipasti e due primi = € 43,00. Ma io dico porca di quella zozza in galera troiona... NON ANDATE ALLE FRASCHETTE DI ARICCIA CHE VE SOLANO LI SORDI ALL'ANIMA DE LI MEJO MORTACCI LORO!!! PAGATE UN BOTTO E NUN MAGNETE UN CAZZO E PURO MALE!!!!! BOICOTTESSIMU LE FRASCHETTE DE ARICCIA!!!!!!!! P.s.: nun se sentiva nimmanco er commento della partita... ma vaff... A LADRI RICCIAROLI PORCHETTARI DEI MIEI COJONI!!!!!
Messaggio N°608
23 Ottobre 2005 - 13:30
FINE INTERLUDIO MANGERECCIO
Alla fine tutto finisce. Stanchi e affannati (Rocca di Papa è si disloca tra il 700 e i 900 metri s.l.m. unico nei Castelli Romani ad avere gli impianti sciistici) guardiamo il blu del cielo che fa risaltare il gruppo di casette che alla luce dei lampioni sembran di cartone - piccolo presepe vociante quasi fuori stagione (non sono forse decorazioni natalizie quelle che spiccano nei negozi tra scintillii ammiccanti e ruffiani?).
Il fresco è nei polmoni, il fiato ne è invece al di fuori, e siamo appena a metà della prima salita. Ma la tranquillità dopo parecchio tempo s'impadronisce del mio ventre; dopo mesi di tensioni, è di nuovo rilassato. Ed è quasi notte mentre ci infiliano nella volgarità di una macchina, sulla china erta di Monte Cavo. Ma tutto è così: la traccia umana svilisce la Terra con incuria e tracotanza. La strada uccisa dalle automobili, dall'asfalto e i rifiuti, Monte Cave stuprato da decine di antenne militari ed econimiche. Ma è bello, tutto bello, e visto da lontano non saprei immaginare un Monte Cavo senza quegli spilli a sfidare il cielo. E la pazienza del Padreterno.
Messaggio N°598
21 Ottobre 2005 - 18:45
EDGAR ALLA POE
Poliziano
Tra le altre chicche della produzione di Poe troviamo anche un’unica opera teatrale, in versi; una tragedia in un atto unico e in svariate scene. L’unica edizione italiana che io conosca è sempre quella citata de «I Mammut» della Newton Copton, “Tutti i racconti, le poesie e «Gordon Pym» – Racconti del mistero, dell’incubo e del terrore, racconti fantastici e grotteschi, «Gordon Pym», poesie complete e saggi sulle poesia”, 1992, in appendice, tradotta da Riccardo Reim che ne ha curato anche una messa in scena che di tanto in tanto si ritrova nei festival medieval-rinasimentali italiani.
Se da una parte salta subito all’occhio la completa mancanza della pratica teatrale di Poe, dall’altra viene confermata quella tendenza che sente ogni scrittore, prima o poi, di buttare sulle scene le proprie parole misurandosi col teatro. Anche Poe, pur con risultati più che discutibili, si tenta in una tragedia. Ma trattandosi di Poe, non poteva certo che essere una cosa semplice e forse in questa ambizione di complessità di contenuti e forme sta l’impraticabilità dell’opera.
Innanzitutto si tratta di un argomento tratto dalla cronaca del tempo che fece molto scalpore: la seduzione di una fanciulla ad opera di un insigne uomo politico che poi abbandonò la fanciulla incinta che sposa un giovani a condizione che vendichi il suo onore, cosa che avviene e che porterà il ragazzo all’impiccagione. Il tono morboso della faccenda ben si addiceva allo spirito di Poe e il senso di morte ben noto a tutti i fan dello scrittore aleggia in tutta l’opera. È una specie di pastiche in cui confluiscino molti dei topoi cari all’autore: amore impossibile, senso d’annientamento, voci melodiose indistite, aria trasognata, ricerca di assoluto, aneliti dello spirito, affalti d’animo ossessivi e sfoghi compulsivi. Pur in una versificazione un po’ ferruginosa (caso unico nel corpus di Poe di utilizzo di blank verse), ci sono alcuni momenti di notevole suggestione. Tuttavia si riscontra ad ogni angolo la poca dismetichezza di Poe col teatro: azione più che scarsa, troppi mologhi inconcludenti, scene slegate tra loro, poca relazione tra i personaggi come fossero cose a sé stanti.
Poe d'altronde non si mostrò mai troppo soddisfatto dell’opera che anzi fu pubblicata contro la sua volontà dai suoi editori. In ogni caso presenta una zona interessante del perscorose del grande poeta.
Peccato per la traduzione italiana: in prosa, non rende giustizia al verso e spesso perde molti degli stralci lirici che invece sarebbero molto forti.
Io mi sto provando in una nuova traduzione in versi, endecasillabi, che da una parte più si avvicinano al blank verse nella ritmica, dall’altra sono i versi più teatrali per una tragedia (dal Cinzio ad Alfieri a Cossa e i tragediografi dell’800 le tragedie si scrissero in endecasillabi). Vi propongo le due scene considerati migliori dell’opera. Ad un certo punto, per rendere una canzoni in lontananza che ha un certo peso nello svolgersi dell’azione, il linguaggio si arcaizza ulteriormente: la scelta è dovuta in parte all’ambientazione dell’epoca (XV sec.), dall’altra all’oggetto in sé, che ho scelto di rendere come un madrigale, che in quell’epoca veniva alla luce e si diffondeva con velocità di plauso.
La storia: Poliziano, conte di Leicester, viene invitato a Roma dal Duca Di Broglio, il cui figlio Castiglione, si sta per sposare con Alessandra. Tuttavia castiglione racchide un segreto che gli brucia l’anima: egli ha sedotto con l’inganno la dolce orfana Lalage, che ora muore di vendetta. La notte, Poliziano, appena arrivato con il suo amico Baldassarre Duca del Surrey, si lascia incantare da un canto misterioso e lo segue, trovandole la fonte in Lalage. I due s’innamorano subito e Poliziano giura vendetta, anche se è legato dal vincolo dell’ospitalità.
Messaggio N°597
21 Ottobre 2005 - 15:44
BERLUSCONI "TAGLIA" ANCHE LA SCALA!
Non bastava aver ridotto del 40% i fondi allo spettacolo. Non bastava - sempre grazie a Tremonti - mettere in (s)vendita il patrimonio dello stato (che ci siamo già scordati la legge Tremonti?). No. Ora DIMEZZIAMO anche i dipendenti alla Scala di Milano, il tempio della lirica italiana! Grazie alla bella sabapop per aver fatto girare la notizia. Qui l'articolo intero.
Messaggio N°596
20 Ottobre 2005 - 15:55
PAUSA...
Pioggia forte, potente, oggi, pioggia battente, costante, impietosa, pioggia inverenconda ma sempre fertile e amica. Poco lavoro quindi. Sono tornato a casa. assaportato l'odore del primo camino, degli odori buoni di una casa amica, del tepore di un ambiente docile e pacifico. Suoni riconoscibili, oggetti cari, Un mondo mio. Solo mio. Fuori dai nemici del "Là fuori". Fa caldo qui. E tutto parla di amore e tranquillità. Almeno fino a domani. Quando la volgarità dell'esterna farà di nuovo scempio di me e dei miei sogni.
Domani non sorriderò così...
Messaggio N°594
20 Ottobre 2005 - 15:39
E ORA BASTA, CHE PALLE!
Da Il messaggero di oggi, Berlusconi dice che vuole "Il video e i media liberi" e l'attuale legge della Par Condicio (quella che ha sponsorizzato lui la vecchia legislazione, n.d.r.) è una legge anti-Berlusconi. Uniamo alle recenti affermazioni per cui "il governo regala i soldi ai Sindacati" e lo schifo è al limite! SVEGLIATEVI PER DIO!!!!!! BASTA CON QUESTO SCHIFO!!!!!! Come può un tizio che possiede 4 reti più svariate radio e buona parte dell'editoria italiana 1) stare al governo; 2) fare affermazioni simili? SIAMO SENZA RITEGNO!!!!!
Messaggio N°593
20 Ottobre 2005 - 15:33
BERLUSCONI CONDANNATO!
CENSURA DI STATO!
Vi ricordate il caso Luttazzi-Travaglio che portò alla censura di entrambi e ad una richiesta di 20 miliardi di lire da parte del Premier (come non avesse abbastanza soldi)? BERLUSCONI E' STATO CONDANNATO A PAGARE 100.000 EURO ALLA DIFESA PERCHE' "Berlusconi non fu diffamato".
NESSUN ORGANO NAZIONALE HA RIPORTATO LA NOTIZIA. NON I GIORNALIRADIO RAI FINO AD ORA, NE' IL MESSAGGERO. PER INFORMAZIONI ANDATE QUI E FATE CIRCOLARE LA NOTIZIA. NO ALLA CENSURA! NO ALL'OSTRACISMO!
E. A. POE
Prose non narrative
Che il grande Poe oltre ad essere un geniale scrittore fosse un mirabile poeta è cosa certa, come d’altronde è anche certo che fosse un fine umorista (anche se non riuscì a fare dell’ironia la chiave per sopravvivere a se stesso) e un gran trattatista, qualità che, oltre ad essere certamente innate, aveva potuto sperimentare e affinare nella sua lunga carriera giornalistica (Southern Literary Messenger). Tuttavia, di questa sua lunga parabola, non si conoscono che poche righe e il famoso trattato Eureka, in cui il maestro si prova a spiegare con la poesia e la logica del verso il cosmo e la sua creazione. Quest’opera, alla luce della nostra scienza, può anche far sorridere, ma sta di fatto che denoto un’incredibile acume analitico e una padronanza culturale che va ben oltre la banale erudizione. Ma ci sono altre opere di Edgar Allan Poe più profonde e più “terrene” e scientifiche di Eureka. In Italia, che io sappia, ne esiste una sola edizione risalente a quel felice periodo in cui la Newton Copton pubblicava grandi classici e opere omnie a prezzi stracciati. Tra queste, seppur non dcerto di pregio nella qualità libraria e di traduzione, spiccava un tentativo di antologizzare quanto più estesamente possibile Poe: nella serie «I MAMMUT» “Tutti i racconti, le poesie e Godon Pym” si trovano anche delle chicche: i saggi sulla poesie, piccoli trattatelli tanto geniali quanto scientifici e attuali. Nello specifico: Filosofia della Composizione, Il principio poetico, Il fondamento logico del verso.
Non sono opere di facile lettura soprattutto, nel caso de Il fondamento logico del verso, non si hanno rudimenti di metrica, ma sono senz’altro accessibili a chiunque grazie alla chiarezza espositiva di Poe. Tutti e tre dimostrano coerenza e approfondimento, tant’è che li si potrebbe definire parti differenti di un unico trattato. I punti fondamentali che ne emergono sono tre: 1 - centralità della brevità del componimento (ricordiamo che poe scrisse un unico romanzo che la sua morte, ahimè, gli fece lasciare incompiuto); 2 – disegno ben preciso soprattutto nel finale, che lui chiama dénouement; 3 - organizzazione degli effetti in relazione all’affetto che si vuole suscitare. Se, come nella musica, ancora non è chiaro scientificamente perché la musica crei affetti, è indiscusso il fatto che ciò accada: di conseguenza il verso deve essere strutturato in modo da creare non solo il massimo senso (cosa fino ad allora ritenuta più che sufficiente), ma anche il massimo dell’affetto anche senza la musica; da qui la necessità di trovare e stabilire il fondamento logico che produce senso e affetto. Per quanto riguarda la composizione, tuttavia, si deve avere ben presente, sempre secondo Poe, dove si vuole arrivare e in che maniera arrivarci: tutto deve essere teso all’effetto finale. Non può esserci racconto se non c’è il finale. Ogni elemento della narrazione deve quindi conformarsi alla creazione dell’effetto sensazionale della storia che deve assumere nella sua conclusione il massimo del significato. Importante perciò la brevità del tutto: ecco perché secondo Poe, Charles Dickens perde il senso della sua genialità; la lunghezza non si addice innanzitutto alla nuova epoca culturale che non l’assimila più (ahi quanto era lungimirante!), inoltre disperde la Bellezza, che è il fine ultimo della Poesia. (“…io definirei la Poesia verbale come «creazione armonica della Bellezza»”, Il principio poetico.); in Milton, ad esempio, molti passaggi di sublimità irripetibili vengono disperse nella lunghezza del suo capolavoro immenso Paradise Lost, che ben si addiceva alla percezione che si aveva una volta della consumazione del fatto poetico, ma che ora non riuscirebbe più a soddisfare la necessità di brevità che le poesie minori (ossia brevi, come lui specifica) consumano, portando immediatamente non solo la creazione armonica di Bellezza, ma anche la suggestione e la soddisfazione immediate che ne conseguono con la lettura, poiché “...ogni intenso eccitamento è, per sua intrinseca necessità, breve. Per questo motivo almeno metà del Paradiso Perduto è prosa – è una successione di eccitamenti poetici inframmezzati, inevitabilmente, da altrettante depressioni: date che, appunto, il tutto viene privato, a causa dell’estrema lunghezza, di quell’importantissimo elemento artistico che è la totalità, o unità, d’effetto.” (Filosofia della composizione)
Ma l’esemplificazione più lampante avviene proprio ne Filosofia della composizione in cui Poe prende come esempio concreto la sua poesia più famosa, Il corvo, commentandola e sezionandola. Una grande lezione di poetica, di estetica e di scrittura che chiunque si diletti a scrivere non può non conoscere e tenere a mente. Stupisce la secchezza, la modernità e l’immediatezza con cui si disvelano punti fondamentali dello scrivere e del comporre e, in maniera chiara e concise, si chiarisce il rapporto tra individualità del soggetto scrivente e necessità di oggettività dell’opera scritta, punto sempre dolente nella critica della scrittura: la poesia, in quanto atto supremo d’Arte, non è lasciata al caso e non c’è poesia che non debba essere calcolata al millesimo. Altrimenti è solo istinto.
Parte di questi scritti sono abbozzati in decine di opere inedite in italiano, come ad esempio A chapter on suggestion, in cui si ritrovano parti dei primi tre trattati (“…Some authors appear, however, to be totally deficient in constructiveness, and thus, even with plentiful invention, fad] signally in plot. Dickens belongs to this class. His "Barnaby Rudge " shows not the least ability to adapt. Godwin and Bulwer are the best constructors of plot in English literature. The former has left a preface to his "Caleb Williams," in which he says that the novel was written backwards; the author first completing the second volume, in which the hero is involved in a maze of difficulties, and then casting about him for sufficiently probable cause of these difficulties, out of which to concoct volume the first. This mode cannot surely be recommended…”), oppure negli innumerevoli Marginalia, una sorta di taccuini senza un ordine preciso assimilabile a Razzi di Charles Baudelarie (edito in Italia da Adelphi), ossia una sorte di taccuini in cui vengono scritti alla rinfusa appunti, motti di spirito (I make no exception, even in Dante's favor: — the only thing well said of Purgatory, is that a man may go farther and fare worse [Non faccio eccezioni, neanche a favore di dante: l’unica cosa ben dette del purgatorio è che un uomo può peggiorare sempre di più]), bozze di articoli e ogni qualsivoglia sorta di lavorio intellettuale. È una lettura ampia, complessa, e spesso illuminante. Se ne consiglia la lettura e come sto facendo io da anni, un tentativo di traduzione per renderli editi e accessibili a tutti nel mondo.
Certo il mondo delle prose non narrative di Poe non si ferma certo qui: ci sono lettere di ogni sorta, due saggi sui codici segreti (Puzzles and quizzicals e A Few words on secret writings), una selezione pare fatta da lui intitolata Fifthy Suggestions, una sorta di Marginalia più organizzati e molti altri ancora, ma ne parleremo in altri post.
Messaggio N°591
19 Ottobre 2005 - 22:46
UNA RISPOSTA
Sì, l'anima può essere paragonata al sapere, ma solo in fase di metafora, di analogia. Guai a confondere il sapere con l'anima!
Messaggio N°585
16 Ottobre 2005 - 20:40
AUTOGRATIFICHE
Oggi sentivo voglia di autogratifica. Volevo sdraiarmi a letto prima di andare a votare. Invece il Fiorino mi ha lasciato a piedi. Ho aspettato un'ora mio padre che mi venisse aprendere al cimitero e sono tornato a casa con le palle girate. Mi sparo Rust in Peace dei Megadeth tanto per scaricare i nervi, suono il Preludio in do minore dal secondo libro de Il clavicembalo ben temperato di J. S. Bach ad una velocità sorprendente (e per la prima volta viene bene!!!!) e poi prndo il motorino per andare al gazebino dell'Unione per le primarie.
Respiro aria fresca, incontro gente gradevole che non vedevo da tempo, sorrido e mi rilasso un po'. Incontro i miei con la mia sorellina e ci facciamo una passeggiata insieme, non prima di aver dato la preferenza a zio Fausto (che i suoi 4 voti in famiglia se li becca sempre). Con la piccola Claudia poi ci perdiamo nelle bancarelle di Piazza di Corte ad Ariccia; il gazebo dell'Unione è sotto Palazzo Chigi, le bancarelle dall'altra parte dell'Appia, sotto la chiesa. La piazza , la chiesa e tutti l'impianto urbanistico di Ariccia è di Gian Lorenzo Bernini. Passeggiarvi è un piacere. Trovo la bancarella che cerco, quella che c'è sempre in ogni mercatino: quella dei dischi di dubbia provenienza ma originali, dove, a cercare con pazienza, salta sempre fuori qualcosa di buono. Sguinzaglio mia sorella, che conosce bene i miei gusti pur avendone diametralmente opposti. Non tarda a trovare Incesticide dei Nirvana, ma non sa che a me loro non piacciono. Così alla fine, per sani 25 euri compro:
- Piero Pelù, U.D.S;
- Mark Knopfler, Shangri-là ed. con bonus DVD;
- Eminem, Encore con bonus CD.
Ho quasi finito di ascoltare l'ex Dire Straits e mi ritengo soddisfatto. Ora andrò ad ascoltare la lezione di greco di mia sorella che domani ha il compito e poi mi butterò a letto, o a leggermi Il nome della Rosa o a guardarmi la mia collezione pirata di Lost!, il telefilm che ha distrutto la mia fede cieca in X-files e Magnum P.I. Buonanotte, mondo blog. Grazie per avermi tenuto compagnia anche oggi.
Messaggio N°584
16 Ottobre 2005 - 20:10
Un'aspirina magica per mandare via ai fantasmi
Un'aspirina magica per scacciare i demoni
Un'aspirina magica per fugare ogni incubo
Un'aspirina magica per non avere più paura
Un'aspirina magica per volare via
e non tornare più, più, più...
Messaggio N°581
15 Ottobre 2005 - 15:42
LOCUS AMENUS POETAE
Tra meno di un'ora e mezza chiuderò e tornerò qui, dal mio pianoforte, in quel salotto, con quel mezzetto di amarilli, cristantemi euro sunny, gypshofila, settembrina e felce cuoio. Bach mi attende sul leggìo, Chopin nella borsa. Tirerò un lungo respiro, chiuderò gli occhi.
Finalmente a casa.
Messaggio N°580
15 Ottobre 2005 - 15:36
...E FINE DI UN MITO...
La società moderna è un chiaro esempio di come il Rock'n'roll e tutto quello che si trainava siano falliti in maniera tristem seppur non ingloriosa. La società che si contestava ha vinto spazzando via ogni ideale e ogni speranza (rimando a Jonathan Coe, La banda dei brocchi e Circolo Chiuso, gran bei romanzi, un'unica saga). Ma che anche i suoi guerrieri si vendessero è il tramonto di tutto.
Ozzy Osbourne, il grande Ozzy, il Principe dell Tenebre, il mangiatore di pipistrelli, fondatore dei Black Sabbath, pilastro della storia del Rock, dell'Hard Rock e precursore del Metal, dopo essere diventato uno dei pupazzetti preferiti di MTV, si pavoneggia in brodo di giuggiole all'idea di essere ricevuto dal capo dell'Impero del Male: George Bush Junior. Forse sarò Paranoid, ma sicuramente lui non è più un Iron Man...
FRANK WEDEKIND
Risveglio di primavera
La sessualità degli adolescenti, l’uscita dalla fase di latenza dopo la pubertà è stato sempre motivo di voyeurismo o tabù. Negli ultimi cinque anni invece c’è stato il boom sui teenagers e lo spettacolo è stato un faro puntato sulle perversioni e sui turbamenti degli adolescenti, non senza celare quel tocco di morbosità che la materia porta con sé naturalmente (basti pensare a Thirteen o a quella bufala di Melissa P.). Tuttavia, bisogna far notare, c’è chi aveva fatto tutto questo prima. Molto tempo prima. Rivoluzionando completamente il modo di vedere gli adolescenti.
Opera prima del grande drammaturgo tedesco Frank Wedekind (1864-1918) scritta alla fine dell’800, Risveglio di primavera è un’opera tuttora travolgente e per secondo molti “irrappresentabile”. Al confronto, film come Thirteen o Tart appaiono favole da bambini, oltretutto se pensiamo a quando è stata scritta. Il dramma ci presenta le vicissitudini di un gruppo di ragazzi nel pieno nel loro “risveglio” in un epoca e in una società che li isola, li reprime e nega loro ogni spontaneità dal gioco alla sessualità. Ma un ragazzo nella sua primavera è in realtà una bomba. Ancora prima di Arthur Schnitzler, Wedekind lo comprende e crea un labirinto di genitori, scuole e collegi in cui i piccoli protagonisti saranno destinati a soccombere. Protagonista è l’intraprendente Melchiorre Gabor, ragazzo sveglio, colui che “sa tutto” del corpo, degli “stimoli”, come li chiama il suo remissivo e timoroso amico Maurizio Stiefel, tanto timoroso di quello che gli capita che non osa neanche nominarlo; sarà lui a chiedere a Melchiorre spiegazioni, ma che lui dovrà scrivere su un foglio e nasconderlo in un libro, a caso, così che lui lo possa trovare solo per fatalità. Melchiorre lo asseconda e lo rassicura, ma facendolo non fa che creargli più ansia (un suo amico ha sognato di fare all’amore con la madre e la cosa lo sconvolge…). Tuttavia lui ha cose più sordide a cui pensare: la bella e piccola Martha, che sente cose che non sa nominare per l’aitante ragazzo e che rielabora sviluppando una morboso curiosità per l’amore e per come nascono i bambini: chiedendolo alla madre, che sembra sconvolta dalla domanda, si sentirà dire una sorta di luoghi comuni il cui finale è che «i figli sono l’ultima benedizione del Signore a due persone che si amano». Agatha, la sua amica, ha già risolto tutto definitivamente: sublima il suo sesso inespresso facendosi picchiare dal padre con la cinghia, al quale disobbedisce apposta, e andando a far del bene ai bisognosi. Enrico e Giannino Rilow (quello che sogna la madre), invece… da soli, nella vigna, in una sera di primavera, da soli, inebriati di giovinezza e curiosità («Schiumiamo, mio buon amico!»), con quel sipario che si chiude sull’ambiguo, su parole appena dette o frasi inespresse… e poi ritroveremo il buon Gianni da solo, più tardi, in un lungo monologo con Desdemona, riproduzione di un quaro celebre, l’ultimo di una collezioni di nudi con cui – intuiamo dalla poesia e l’eleganza di Wedekind – si masturba vivendo il quadro come una storia d’amore ossessivamente reale (tale che deve uccidere il disegno per potersene staccare).
Ma è la storia di Melchiorre, Martha e Maurizio la cosa principale. Mentre vi è un rapporto d’amore platonico con la madre di Maurizio, Melchiorre continua ad incontrarsi con Martha, nel bosco, dove Martha si farà frustare le natiche e, dopo, nel fienile, dove verrà sopraffatta da sensazioni confuse e da Melchiorre, che le si getterà contro e gemendo nell’amplesso sussurrerà le parole: «Martha, Martha… non esiste l’amore…». E mentre ciò accade, Maurizio ritrova il foglio di “educazione sessuale” di Melchiorre e ne rimane sconvolto, tanto che prenderà la pistola del padre e in quel campo sparerà sfuggendo per sempre alla paura.
Siamo alla fine: scoprendo il suo foglio e quello che ha fatto a Martha, Melchiorre viene spedito in riformatorio. Martha è rimasta incinta, viene nascosta, ma rimarrà vittima dei tentativi di aborto chimico impostigli dai genitori per evitare lo scandalo (e morirà con queste parole: «Mamma, mamma, io l’ho fatto per amore… […] Mamma, perché non mi hai detto tutto?»). Ma Melchiorre riuscirà a fuggire anche da lì perché Melchiorre è la conoscenza senza confini. E fuggirà inseguito dai cani e si rifugerà nel cimitero. Lì scoprirà la tomba di Martha e incontrerà Maurizio, con la sua testa in mano, perché la pistola era troppo potente. Lo inviterà da lui, ma subito un’altra apparizione gli si contrappone: un personaggio nuovo, inaspettato, ma VIVO, un uomo senza volto che lo invita a rifuggire il mondo dei morti, dei grigi, di coloro che cedono alla paura e all’ignoranza, perché l’amore non è nulla e ci sono altre verità più importanti. Melchiorre non sa, non capisce, come il pubblico, chi sia quella figura, cosa rappresenti, cosa voglia e perché vada da lui, ma la segue, determinato, mentre lo spettro di Maurizio lo guarda andare via e i cani ululano in lontananza.
Opera travolgente, dionisiaca in senso niciano, espressionista, forte senza mezzi termini: ecco tuttora la scarsa presenza sulle scene. Immorale. Ma siamo davvero sicuri che questi ragazzi di ieri, pur vivendo in una società molto diversa dalla nostra, siano più soli, più repressi, più castrati di quelli di oggi?
Da leggere. Assolutamente. Un’esperienza.
Frank Wedekind, Drammi satanici, ed. Studio Tesi
Curiosità: con il progetto di regia dell’opera il vostro n.cave si aggiudicò l’ammissione all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma, esaminato dal M.° Lorenzo Salveti, uno degli ultimi registi a fare una messa in scena decente de Risveglio di Primavera, ormai quasi 20 anni fa al TSA (Teatro Stabile dell’Aquila). Quando si dice la sorte…
Messaggio N°569
10 Ottobre 2005 - 09:24
(IN)CULTURA E SOCIETA':
Meglio abusivi che colti
Qualche sapiente del passato disse che il livello di civiltà di un popolo si misura osservando il suo livello culturale. In Francia, per esempio, l'analfabetismo è stato sconfitto negli anni '60. Da noi, ancora nel 2005 c'è n'è ancora un buon 4% (in aumento, sempre che non si stia parlando di sondaggi comunisti...). Così, direbbero altri statisti del passato, bisogna elevare il popolo per arrivare alla supremazia del popolo. Ma, si sà, le oligarchie plutocratiche non amano questi discorsi. E un regime non è possibile senza l'ignoranza strumentalizzabile del popolo. Berlusconi dice che l'Italia (analfabetismo, povertà in aumento e PIL in diminuzione a parte...) è in ripresa. Per questo è il caso di varare una Finanziaria da un Ministro - che, se non erro, era già stato portato alle dimissioni - che taglia, tra le altre cose, del 40% i fondi allo spettacolo (che, per cronaca, non viene aumentato da 10 anni...). Però il ponte sullo stretto o la tassazione delle barche superiori ai tre metri non vengono citati... Quindi:
CHIUDERE UN GIORNO PER NON CHIUDERE PER SEMPRE
L'attacco allo spettacolo contenuto nella Finanziaria 2006 provocherà una drastica contrazione delle attività e metterà in pericolo oltre 60 mila posti di lavoro"
Venerdì 14 ottobre manifestazione nazionale di protesta a Roma e chiusura di tutte le attività.
L'attacco allo spettacolo e al fondamentale diritto alla cultura dei cittadini ha raggiunto in questi giorni livelli mai toccati prima. La Finanziaria 2006 prevede un ulteriore taglio del 40% di tutte le risorse pubbliche per lo spettacolo, tra decurtazione del Fondo unico (dai già insufficienti 464 a 300 milioni di euro), eliminazione delle quote Lotto destinate al settore e minori trasferimenti agli enti locali. Tutto ciò aggravato da pesanti ritardi normativi che rischiano di determinare il blocco delle attività cinematografiche e la paralisi totale dello spettacolo dal vivo dal prossimo I° gennaio. Un'operazione di queste dimensioni, nella situazione già estremamente precaria di tutto lo spettacolo, dovuta alle politiche fin qui adottate, provocherà una drastica riduzione dell'offerta di eventi al pubblico e metterà in serio pericolo l'esistenza di circa 5 mila aziende e il posto di lavoro di oltre 60 mila addetti, dei 200 mila che il settore complessivamente occupa.
Contro questa "cultura dell'ignoranza", il mondo dello spettacolo, compatto in tutte le sue componenti artistiche, sindacali e imprenditoriali, combatte oggi una battaglia di pura sopravvivenza che prende forza anche dalle recenti dichiarazioni del Capo dello Stato, sul rispetto e l'attenzione che lo spettacolo meriterebbe dalle istituzioni.
Primo atto di questa battaglia per garantire ai cittadini il diritto alla cultura e alla cultura il diritto di cittadinanza in Italia, sarà la chiusura dei luoghi di spettacolo da parte delle imprese e lo sciopero generale dei lavoratori del settore per l'intera giornata di venerdì 14 ottobre.
Nello stesso giorno sarà convocata una grande manifestazione nazionale a Roma.
Al Centro Congressi Capranica, piazza Capranica, ore 14,30 Agis, Anica, Anac, Slc Cgil, Sindacato Attori Italiani, Fistel Cisl, Forum Attori Italiani, Uilcom Uil, Coordinamento Attori Uilcom.
Messaggio N°568
10 Ottobre 2005 - 09:08
FEDOR MICHAJLOVIC DOSTOEVSKIJ
Le notti bianche
Nastja… Nastinka… Ci sono nomi che rimangono impressi nella memoria. Anche quando non dovrebbero. E ci sono storia d’amore che non lo sono mai diventate. E spesso ti cullano come il fluire del fiume dove (non) si consumano, dove le parole sono dense come il freddo delle sere che le vede passare e il loro flusso è una nenia di odori e speranze.
La notti bianche di Fedor Dostoevskij è uno di quei racconti lunghi in cui l’amore permea ogni pagina, ogni parola stampata ma non viene mai espresso. In una Sanpietroburgo invernale uno straniero – straniero di un’altra città – passa le sue notti insonni nell’insoddisfazione, passeggiando lungo il fiume. Giornate stanche, senza senso, finché l’incontro con una candida fanciulla, Nastja (o Nastinka, altro vezzeggiativo…). Un incontro fatto di parole e di sguardi, di lunghi discorsi, che si concludono con un altro incontro. Cinque notti in tutto, cinque notti in cui le speranze sono affidate alla rinuncia dei sogni del sonno, alle parole, alla speranza che quel buon pigionale della nonna di Nastja, che tanto aveva giurato amore alla bella fanciulla, non ritorni come promesso. È ne possono succedere di cose, in fin dei conti, pensa il narratore personaggio. Quell’uomo – l’altro, il rivale assente – inquina quelle speranze e cambia le loro parole. Notti bianche passate ad aspettare Nastja, notti bianche passate a sperare che l’altro non torni, notti bianchi passate, come molti di noi, a perdere tempo negli occhi di un amore che forse non avremo mai. A perderci in parole nell’illusione di qualcosa che si aspetta e non arriva ancora.
Da non leggere se soffrite d’abbandono. Ma da leggere. Assolutamente.
Messaggio N°566
7 Ottobre 2005 - 14:03
STEPHEN KING
La Torre Nera
È tipico degli USA made in Holliwood il pastiche di generi accostati con sfavillio di luci e fumo negli occhi. Da sempre le reinterpretazioni statunitensi di originali hanno ammorbato con il gusto prettamente kitch tipico di Rossella O’Hara (e non possiamo non citare il barocchismo visivo e la superficialità storica di Baz Luhrman del suo Mulin Rouge, dove Erik Satie e Toulouse Lautrec sono dei buffi nanetti barbuti che vagheggiano di chissà quale “rivoluzione bohemienne” tra una Kilie Minogue all’assenzio e un elefante di vetrini colorati). Tuttavia, quando il cosiddetto “maestro dell’orrore” decide di fare una saga in cui la frammistione di generi è la causa scatenante, ogni luogo comune culturale e stereotipato dell’America scompare lasciandoci in un’opera di innegabile curiosità, se non letteraria, almeno editoriale (e qui chiudo per non aprire le solite diatribe critiche tra gli oltranzisti dello scrittore, i critici,gli oppositori e tutti coloro che parlano del rapporto tra letteratura e editoria).
A detta dello stesso King, il ciclo La Torre Nera (sette romanzi: 1- L’ultimo cavaliere; 2 - La chiamata dei tre; 3 - Terre desolate; 4 - La sfera nel buio; 5 I lupi della calla -; 6 - La canzone di Susannah; 7 - La Torre Nera) ha gestazione antica: siamo alla metà dei mitici ’70 quando Tolkien infuria non solo letterariamente, ma anche nel rock (e ricordiamo le decine e decine di gruppi hippie che si rifacevano al Signore degli Anelli, i gruppi che lo citavano o componevano ispirati, dai classici Led Zeppelin ai più tardivi Marillion). In quegli anni scrive di getto i primi bozzetti di quest’opera impegnativa e ambiziosa. Ma il progetto dura trent’anni, tra riscritture, continue interruzioni, cancellature e indecisioni. Negli anni novanta, il grande King, ormai nella piena consacrazione della sua carriera e del suo potere, finalmente finisce il prodotto. Ma cos’è il La Torre Nera?
Il ciclo è ricco di suggestione, citazioni letterarie e cinematografiche e sarebbe un lavorio immenso e logorante trovarle tutte. De facto, ci troviamo davanti ad una saga fantasy-sciencefiction-western-thriller con qualche spruzzatina gore qua e là, senza tener conto della letteratura dell’infanzia, qui rivisitata (e non è proprio l’idea più originale del ciclo) come con IT: in maniera orrorifica e angosciante.
Si parte in un mondo molto lontano, in cui nn si capisce bene cosa sia accaduto: non esiste più la tecnologia, ma esistono la magia e le pistole. L’ordine che conosciamo non c’è più, ma ci sono solo villaggi alla Mezzogiorno di fuoco, sparatorie e maghi merlino che si combattono. Ogni tanto, compare qua è là lo spettro di cose simili a robot, o macchine, forse atomiche, forse magiche. L’elettricità è poca ed eretica; il realtà, la tecnologia viene vista come la causa della fine del mondo, un mondo che una volta era bello, ricco di baronie e di Pistoleri, rappresentati come una sorta di templari maghi. In questo scenario di muove Roland, l’ultimo dei Pistoleri, l’ultimo cavaliere rappresentante dell’Antico Ordine ormai distrutto. Roland insegue un’ossessione: nn sa bene cosa sia e perché sia, ma deve trovare la Torre Nera, causa di ogni male. E questo sarebbe quasi già visto se non scoprissimo che esistono luoghi simili al nostro mondo, che però per essere raggiunti si devono aprire delle porte su una spiaggia, e che queste porte ti portano dentro la testa di altre persone, in un mondo simile al nostro, ma in epoche diverse (’60, ’80, ’90), e che è possibile portare queste persone con sé, nell’altro mondo. E la cosa nn sarebbe ancora originale, se non si trovasse una via che tanto assomiglia alla via di Dorothy de Il Mago di Oz; e la cosa ancora sarebbe pretestuosa se non ci fossero città alla Mad Max piene di gente strana schiavizzata da residui di macchine cibernetiche, o se nn ci fossero mutanti nei ruderi della metropolitana, e solo solo pochi anni prima il mondo altro non era che un’era feudale popolata da pistoleri; e saremmo forse (ancora? Ancora?) insoddisfatti se l’infanzia di Roland non fosse altro che una saga western di cinque adolescenti (Il quarto libro, La sfera nel buio), o se il mondo non di Roland non fosse stato dipinto in libri di bambini nel mondo che noi conosciamo. Non saremmo ancora soddisfatti di sapere che l’umanità del mondo di Roland è stata cancellata da una misteriosa epidemia? O non saremmo ancora soddisfatti dell’invenzione delle «sottilità», polle d’argento vivo che risucchiamo il mondo come un’ombra fotonica in cui il tempo e lo spazio si annullano in un buco nero liquido, forse il motivo per cui il mondo s’espande e il tempo scorre in maniera diversa? O forse non saremmo ancora soddisfatti di un altro mondo parallelo, quello dello spirito, in cui demoni e fantasmi ululano e si palesano? E tutto questo è dovuto solo che alla Torre Nera, forse addirittura il centro dell’universo. Roland, con altri personaggi, è disposto a rinunciare all’intero creato pur di distruggere la Torre Nera, interrogativo e incognita di intere esistenze.
Da leggere se avete amato Tolkien, David Eddings, Ray Bradbury, King e il Mago di Oz, Thomas Eliot, Milton… Oppure se siete appassionati di avventure molto, molto lunghe…
“L'uomo in nero fuggì nel deserto e il pistolero lo seguì…” E che l’avventura abbia inizio…
Messaggio N°565
6 Ottobre 2005 - 16:05
CULTURA E SOCIETA'
(post del club)
C’è un che di notevole nella sfacciataggine di certa gente. Si è inquisiti per certi reati e la prima cosa che si fa, quando si diventa capi di governo, è depenalizzare tali reati. Indi, se ne sussistono alcuno non depenalizzabili (ossia per cui risulterebbe troppo sfacciato e indecente anche per un Capo di Stato), ci inventiamo il Lodo Schifani e le cinque più alte cariche dello stato (perché risulterebbe troppo sfacciato e indecente solo x il Presidente del Consiglio) diventano intoccabili fino alla fine del mandato. Se poi c’è puzza di elezioni perse, ci si inventa una nuova legge ad hoc per sfangarla. Ecco cosa si intende per abuso del mezzo democratico.
In una democrazia, i mezzi per cui essi si esercita sono coerenti con se stessi, non con i loro utilizzatori. In caso contrario, si ha un regime: in un regime, spesso totalitario (ossia che si avvale di un largo sostegno popolare, perché nn tutti i regimi sono assoluti, ossia instaurati con la forza), l’utilizzo delle leggi viene strumentalizzato a suo sostegno; dapprima l’elite dominante cangia le leggi, poco a poco, di modoché le opposizioni siano gradualmente ma soprattutto democraticamente isolate, per poter poi intervenire senza margine d’opposizione. Accadde con il fascismo. Continua ad accadere nel mondo. Nessuno nota qualche analogia nel Governo Berlusconi e in tutta questa Destra ipocrita e censoria? Porca troia, popolino servo, aprite gli occhi! Italiani, popolo di ladri e condonati, mi fate schifo.
Messaggio N°564
6 Ottobre 2005 - 09:36
D.R. HOFSTADTER
Godel, Esher, Bach: un'Eterna Ghirldanda Brillante
La quantificazione del mondo come tentativo di dominare la natura e quindi la vita e quindi sublimare il mistero della morte è cosa vecchia quando il logos. E proprio il logos si pone come strumento primo di conoscenza e quindi di dominio. Il linguaggio e la matematica diventano i mezzi per cui si domina l’oggetto e si attribuisce al mondo nomi e quantifichi. Tuttavia, il logos ben presto si scontra con se stesso: esso non solo si può ripiegare in fastidiosi paradossi che lo annullano, ma vacilla di fronte al tentativo di rappresentazione e quantifica della sua più grande intuizione: l’infinito (che altro non è che una maschera della morte.
Ci sono stati, però, alcuni geni, in epoche diverse e in campi differenti, che hanno proposto un tentativo di ordine e rappresentazione del logos, dei suoi paradossi e soprattutto, dell’infinito nel finito. Il grande studioso di scienze congnitive Douglas R. Hofstadter, edito in Italia da Adelphi, ha analizzato queste personalità mettendone tre in particolare a confronto.
Gödel, Esher, Bach: un’Eterna Ghirlanda Brillante – È un tomo di quasi 800 pagine nella elegante edizione Adelphi blu. Pone a confronto nelle dinamiche di pensiero (Hofstadter studia i processi cognitivi cerebrali) il grande Bach con il suo «canone cancrizzante» (struttura armonica a spirale che crea una continuo scambio di chiave senza tornare a quella che lo ha generato), Gödel con il suo teorema (che dimostra l’incapacità dei numeri di spiegare se stessi), Esher con le sue creazioni (che rappresentano spesso e volentieri il tipo di pensiero logico-sistemico). I toni sono generalmene accessibili anche a chi, come me, non ha infarinature matematiche. Certo, la trattazione è ampia e può risultare pesante, tuttavia questo è semmai il pregio di un’opera capillare e anche giocosa. Per esempio, in tutto questo ragionar di logica cosa c’entra il Buddismo Zen con i suoi illogici koan (storielle apparentemente senza senso che portano i monaci all’Illuminazione). Ma soprattutto, perché a parlarne non è sempre il signor Hofstadter ma due suoi cari amici, Achille e la Tartaruga (di zenoniana memoria).
E così, tra le antologie grafiche (quasi quasi il libro merita solo per la scelta delle immagini) di Esher e i battibecchi di questi due pupazzetti della logica, l’autore ci presenta tre dei più grandi geni della storia accostandoli al nostro cervello e al nostro pensiero, aprendo nuovi orizzonti al nostro modo di pensare e spiegandoci la materia complessa della gnosi cerebrale.
Consigliato se trombate poco o se amate La Pagina della Sfinge.
Bibliografia essenziale
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Ambigrammi. Un microcosmo ideale per lo studio della creatività Hofstadter Douglas R. ; Hopefulmonster (1987)
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L' io della mente. Fantasie e riflessioni sul sé e sull'anima Hofstadter Douglas R.; Dennett Daniel C. ; Adelphi (1988)
# Concetti fluidi e analogie creative. Modelli per calcolatore dei meccanismi fondamentali del pensiero Hofstadter Douglas R. ; Adelphi (1996)
Messaggio N°563
5 Ottobre 2005 - 10:50
ITALO CALVINO (recensione)
Il sentiero dei nidi di ragno
Chiunque abbia letto Uomini e No di Elio Vittorini sa quanto può essere piacevolmente struggente e sorprendente il connubio tra una realtà storica terribile e il sentimentalismo romanzesco che vorremmo trovare nella medesima. Ne Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino, sua opera prima, questo nostro peculiarissimo topos letterario raggiunge l’apice della poesia, laddove per poesia intendiamo, in questo ambito, non tanto l’aspetto tecnico/compositivo quanto l’effetto percettivo generale della composizione nel rapporto parola scritta/parola letta, ossia il tipo di “sensazionalismo” prettamente soggettivo che deriva dalla perfetta strutturazione ritmico-musicale del verso che si può riscontrare, talvota, anche nella lettura di alcune prose. L’effetto trasognato dell’immagine impressa nella musica ha un suo corrispettivo misterioso in molte opere non versificate, ma nn è questo il luogo di sondarne le cause e le poetiche (poiché entreremmo in un ambito critico non condiviso e creeremmo dialettiche che mal si addicono a questo spazio di blog).
Il sentiero dei nidi di ragno altro non è che una realtà storica terribile vista attraverso gli occhi di un bambino, ma non un bambino qualsiasi: un bambino di strada, un bambino che lavora, che vive nelle osterie, che non ha genitori né amici se non una sorella che fa la prostituta. La storia è quella di Pin che deve trovare un amico a cui svelare la bellezza del sentiero dei nidi di ragno, un luogo magico, vicino un torrente, che conosce solo lui e che potrà condividere solo con il Grande Amico. Ma i piccoli sono cattivi e bambini e non lo capiscono. E i grandi sono strani, falsi, sempre con la smania delle donne e, come capirà in seguito, con la smania di uccidere. Ma è quasi tutto un gioco per Pin, un gioco di pensieri e parola strane, a lui sconosciute, ma terribilmente affascinanti: gap, sim, sten… un gioco dei grandi che lo attira e lo ripudia. In realtà, però, la storia è quella delle brigate di partigiani allo sbando nelle montagne liguri, è la storia di un paesino piccolo in mano ai tedeschi in ritirata, è solo una delle tante storie non fondamentali per la Storia: de facto, non è la storia della Roma Occupata di Cane Nero (nn il nostro amico bloggher…), non è la storia del Marzabotto. È la storia di Pin in una storia più grande che lo ingloba. È la riflessione amara della ricerca di cose semplici come un Grande Amico in un contesto in cui tutti dicono: ci sono cose più importanti. Eppure, le storie che ivi si consumano sono senza peso e importanza, come Giacinto che non si levava mai pidocchi, forse perché, pensa Pin, sapeva che sarebbe morto presto. Inoltre c’è un tesoro, lì, dove nidificano i ragni, una pistola. Quella pistola che potrebbe fare tanto grande Pin. Ma ora nn può recuperarla, e vorrebbe farlo con il suo Grande Amico che non ha. Quindi è ancora un bambino. Un bambino solo. In un’Italia povera, semidistrutta, occupata da un esercito in disfatta e da bande di partigiani in lotta, il cui idealismo, forse, non è neanche la Liberazione, ma un personale verme che li rode dentro. E Pin va avanti, lasciando nel lettore un interrogativo inquietante: noi vorremmo essere Pin o no?
Messaggio N°561
5 Ottobre 2005 - 10:00
O TEMPORA, O MORES
Da oggi il blog cambierà assetto. Per questi giorni cercherò di trasformarlo in un simposio di lettere e musica. Recensioni, impressioni, citazioni di libri e brani musicali. Chiaramente, lo sforzo è tutta una celia per strappare a Digiland il titolo di blog del giorno. Ehehehehehee. Mi sono troppo divertito a leggere Cane_nero che voglio trarNe ispirazione.
Come sapete nn sono troppo determinato in fatto di coerenza, per cui trovo impegnativo proclamare “la settimana letteraria”. Diciamo che dichiaro aperto un “periodo culturale” in cui la mia astata persona (ricordando che anche una bottiglia di Chianti è più alta di me…) sarà assente a favore di post più oggettivizzanti. Non solo, per strappare il titolo a Digiland, chiedo anche il vostro aiuto. Partecipate alle recensioni e ai commenti, ma non solo: inviatemi via mail le vostre recensione opportunamente sottoscritte col nick e verranno pubblicate.
Per scelta stilistica evitate generi come cyberpunk, new-age, trash, pulp, erotico o i papponi fintostorico di qualsivoglia becero americano o manfrediano; Choelo e Baricco, infine, non solo sono banditi dal blog, ma colgo l’occasione per mettere una taglia di 10.000 € sulle loro teste. Morte. E sepolte in pezzettini un po’ ovunque.
Messaggio N°560
5 Ottobre 2005 - 09:56
GRAZIE NECROFILO
Pubblica ovazione per Nekrofiliac che ci ha donato favolosi links di buona musica: ci ho fatto una compilation da paura. Godendo per la sua propensione recensionisitica per l’Epic Metal e per le sonorità ridondanti, mi permetto però due soli appunti: 1) spesso i vocalist epic tendono ad essere simili non sono nella qualità timbrica, ma anche nelle melodie e quindi corrono il rischio di risultare ripetitivi (molti assomigliano ai mitici Helloween di Keeper of the seven keys…); 2) il brano Lamento eroico dei Rapshody sembra un incrocio tra Al Bano Carrisi e i Pooh de Parsifal (o i New Trolls con Luis Bacalov…): nn se po’ sentììììì!!!!!
Compilation da paura: 1) Avantasia, Chalice of agony; 2) Children of Bodom, Needled 24/7; 3) Finntroll, Trollhammaren; 4) Rhapsody, Knightrider of Domm; 5) Still Remains, White Walls; 6) Rapsodhy, Lamento eroico; 7) Mastodon, Iron Tusk; 8) Mastodon, Blood and Thunder; 9 -11) Sentenced, Blood and Tears, May today became the day, Neverlasting; 12-14) Rapsodhy, Steelgods of the last apocalypse, The march of the Swordmaster, Agony is my name.
[Peccato solo per le ultime tre dei Rapsodhy siano sfumate. Ma mi sembra un gran bella compilation spaccaculo. Metal up your ass!!!]
Messaggio N°559
4 Ottobre 2005 - 13:28
Sito Dionea In Web aggiornato! Nuova pagina musicale con mp3 koali da scaricare!
AGGIORNAMENTI MEDICI: 1) visita neurologica confermata (e quindi momentaneamente sospese ipotesi "gastroscopia ed ecocardio"...J); 2) antibiotici, fluidificanti e stimolanti delle difese immunitarie; 3) riposo. E su quest'ultima non sapevo se ridere in faccia al medico o mettermi a piangere...
AGGIORNAMENTI PERSONALI: 1) mi ci vedo poco e di sfuggita; 2) ci si sente cmq telefonicamente con una certa assiduità; 3) ama i piagiami e, pare, le serate film sotto le pezze... Se è così veramente, sarebbe il paradiso.
Messaggio N°558
3 Ottobre 2005 - 13:08
Amami così tra la vita e la morte... Sia carne sfatta, sia spirito torto... Il bacio della morte... l'estasi della passione... portami con te...
Messaggio N°557
2 Ottobre 2005 - 22:14
MI SONO ROTTO IL CAZZO!
Mi sono rotto il cazzo delle cose che non vanno come dico io.
Mi sono rotto il cazzo delle continue malattie, dei continui disturbi, delle continue debolezze.
Mi sono rotto il cazzo di nn poter andare in moto.
Mi sono rotto il cazzo dei paesani imbecili, beceri e volgare che mi ronzano intorno tutto il porco giorno con le loro inutili stronzate di merda.
Mi sono rotto il cazzo di quello strafotutto chiosco di fiori, che l'inferno lo ingoi.
Mi sono rotto il cazzo dei continui incidenti, delle continue sfighe, di tutte le dannose storture impreviste.
Mi sono rotto il cazzo dei contrattempi.
Mi sono rotto il cazzo dei soldi buttati.
Mi sono rotto il cazzo dei sogni irrealizzati.
Mi sono rotto il cazzo della morte e dei suoi misteri.
Mi sono rotto il cazzo di chi guarda e passa.
Mi sono rotto il cazzo del tempo sprecato, delle promesse nn mantenute, delle aspirazioni infrante.
Mi sono rotto il cazzo dei giorni sprecati nel vuoto.
Mi sono rotto il cazzo delle ombre, delle luci e di ogni altra cosa nn mi aggradi.
Mi sono rotto il cazzo di scrivere e nn approdare a niente.
Mi sono rotto il cazzo di stare sempre nell'ombra.
Mi sono rotto il cazzo di nn poter avere quello che mi spetta.
Mi sono rotto il cazzo di nn poter sfogare la mia rabbia contro oggetti concreti e di sfogarla solo nel mio stomaco.
Mi sono rotto il cazzo delle bugie.
Mi sono rotto il cazzo di non essere un cazzo.
Mi sono rotto il cazzo di stare sul blog.
Mi sono rotto il cazzo di navigare solo per vincere noia e frustrazione.
Mi sono rotto il cazzo di essere stanco per non poter fare niente.
Mi sono rotto il cazzo di essere o sentirmi limitato per qualcosa o qualcuno.
Mi sono rotto il cazzo di dover dimostrare a tutti che posso risolvere ogni situazione, a me nn me ne fretga un cazzo di niente!
Mi sono rotto il cazzo di stare qua a digitare alle 22.11 cose di cui mi sono rotto il cazzo.
Mi sono rotto il cazzo e basta. Porcoddio e porcoddio.
Mi sono rotto il cazzo.
Messaggio N°556
2 Ottobre 2005 - 14:57
BUONA DOMENICA A TUTTI! Sto lesso tra lavoro e acciacchi nervosi... nn so quando torno. Mo vaju a dormì. Se beccassimo.
(e nn me pozzu nimmanco 'mbriaca'...)
(cmq questa l'ho montata ed è stata una bella cosa. Almeno quando m'ha mollato nn me so ritrovato co' un megozio de fiori sul groppone...)
Inviato da: n.cave
Commenti: 10
Messaggio N°552
30 Settembre 2005 - 12:06
Preludio in do maggiore
C’è un che di profondamente spirituale nella matematica di Bach. Discorrendo amenamente con Filippo, a lezione, si parlava della quadratura logica dell’armonia bachiana. Lui, competentissimo in ogni materia pianistico/musicale, tuttavia ignora una parte della critica che vede nel colosso tedesco il trionfo di Lutero e l’autocelebrazione del Protestantesimo e del Calvinismo. In questo senso non si può scindere la musica bachiana dall’architettura del ‘600 tedesco. Spirito e tecnica, artificio e natura vengono a coincidere nell’opera. Gli affetti naturali vengono generati e ricreati nella creazione di una striscia di Moëbius in cui finito e infinito si vengono a toccare e confondere: viene creato il “canone cancrizzante.” Un’idea di cosa possa essere la si può avere osservando le strisce di maioliche del caro Esher, o addirittura le famose mani che si disegnano. L’incipit de “Il clavicembalo ben temperato”, il famoso preludio in do maggiore, su cui Gounod ha costruito la sua melensa Ave Maria, è una di quelle opere che racchiude tutto il genio di Bach e l’assoluto spirituale della sua matematica compositiva. La semplicità della partitura è solo la soglia verso un mondo di segni, simboli e sottosignificati. Un velo di Maya. Un’orgasmo per il pianista. Un’orgasmo per l’ascoltatore. L’estasi di Santa Caterina…
[Letture consigliate: Douglas R. Hofstadter, Gödel, Esher, Bach; un’Eterna Ghirlanda Brillante, ed. Adelphi; Massimo Mila, Breve storia della musica, Ed. Einaudi]
Messaggio N°551
30 Settembre 2005 - 00:48
Stasera ho imparato che esistono pigiami normali e altri pigiami. E che due piumoni possono anche nn essere abbastanza.
Messaggio N°549
29 Settembre 2005 - 20:07
DIONEA GOIN' OUT
Stasera si esce con Lei. Vado in enoteca. Lì in linea di massima sto sempre bene. Ma da stamattina il mal di pancia mi tormenta e può darsi che peggiori in vista della serata. Il medico, senza visitarmi, per telefono, mi ha detto di farmi una gastroscopia... *argh!!!!* Però col valium... così nn sento un cazzo... my god... la cosa dovrebbe tranquillizzarmi? Cmq nn esco con una donna da un anno e mezzo e, se togliamo i quattro anni di rapporto precedenti, sono cinque anni che non faccio avances ad un organismo femminile. E devo dire che anche prima era abbastanza negato... Gulp... neanche posso bere...
Messaggio N°548
29 Settembre 2005 - 19:23
X ELEONORA (se mai passassi di qui)
Carissima, questo è il mio blog. De facto, è l'unico posto dove riesco a essere veramente sincero con me stesso. Neanche la sera quando vado a letto sono così sincero. La tua lettura e la tua presenza qui nn può essere che un piacere per me, ma, per favore, o vieni a leggere con mente aperta o ti prego di non leggere per niente. Questo è il luogo della mia mente. Questo sono io. Non mi va di castrarmi anche qui.
Messaggio N°547
29 Settembre 2005 - 09:26
CRONACA!
La tassa sul tubo - Ultima trovata del governo Berluskazzo: tassare i tubi. Ma non pagheranno i contribuenti, no, soltanto telecom, enel e italgas. Certo. Chissà qual'è il motivo del rincaro delle bollette. Il petrolio, dicono. Davvero?
Messaggio N°545
28 Settembre 2005 - 09:28
RESOCONTO ****++++PARENTESI LONO'+++****
Sembra che la stanchezza abbia vinto sulla rabbia, stamattina… Quanto è complicato Mozart! Il cantato è stato difficile da seguire e di conseguenza anche la trama, movimentata, articolata e complessa. Al terzo atto confesso di aver perso definitivamente ogni cognizione degli avvenimenti: atteggiamenti che portano sospetti che portano sotterfugi che portano inganni, oggetti incriminanti e riconoscimenti parentali, mascheramenti, equivoci. Grande il direttore d’orchestra, grande la Contessa (a solo fini e delicati) e Susanna coinvolgente. Applauso ogni fine scena (anche se questo è anche in gran parte dovuto alla composizione mozartiana che chiama l’applauso ad ogni cambio). Scene sontuose ma morigerate: nessuna pompa negli stucchi, nelle lesene, nelle paraste in uno stile neoclassico schematico e sobrio che richiama allo stesso tempo l’interno di una chiesa, l’esterno di un palazzo, una camera di signora, con i soliti cambi veloci tipici nel teatro all’italiana. Costumi della stessa delicatezza con una particolare attenzioni su quelli della Contessa, di linea semplice ma decisa, con quei pochi segni luccichii, contorni d’oro) a dare l’idea nn solo del suo status nobiliare ma anche quello della purezza spirituale (bianco). La regia, del grande Gigi Proietti, forse un po’ didascalica: con quel teatrino di burattini che compare all’inizio, quando partono tutte le macchinazioni, e che ritorna al 4° atto, alla fine, emergendo dal suono a conclusione dei giochi dei personaggi, cosa di cui forse il buon Proietti poteva fare a meno (forse una note di insicurezza dell’attore?). Solo la durata – quasi quattro ore – che unita alla complessità della trama e alla mancanza di sopratitoli ha reso il tutto un po’ pesante. Contro ogni luogo comune operistico, il Wagner dell’anno scorso, L’olandese volante, ha avuto un mordente e una verve senza dubbio più forte e decisa. Ma questi sono discorsi che creano spirali critiche infinite e che è meglio evitare e godersi quella che è stata una buona serata all’Opera.
Ma forse nn è questo che vi interessava, soprattutto se nn vi piace la lirica… Andiamo sul personale, che mi sa che la critica vi scassa le palle. Diciamo che l’ansia da agorafobia è partita quasi subito nonostante sia riuscito a riposarmi (ho lasciato il negozio e mi sono fatto una dormita). Al Mc Donald di Piazza Esedra inizia ad acutizzarsi (extrasistole, affanno, fame d’aria, piccoli blocchi respiratori); grazie al cielo, incontro un mio caro compagno d’Accademia, Michele, e questo incontro mi risolleva e lenisce il tutto, lasciandolo latente in contrazioni muscolari involontarie addominali e contratture dello sternocleidomastoideo (collo e sommità spalle…) che perdurano anche stamattina. E poi c’era Lei. E forse è la parte che vi interessa di più.
Ci siamo incrociati un paio di volte al Laboratorio Analisi del caro Optical_ensemble (il grande chitarrista psichedelico, nonché biologo, nonché colui a quale ho fatto gli addobbi del sito Dionea In Web e a quale farò anche quelli del battesimo del piccolino che presto allieterà le sue giornate) dove lavora come segretaria e, non so spiegarmi come, è rimasta colpita (!!!) dalla mia augusta persona. I fiori le sono arrivati a intervalli regolari. Io, devo dire, di lei, a parte l’altezza (cosa tra l’altro relativo visto che sono un tappo e che anche una bottiglia di chianti è più alta di me…) nn ricordavo neanche troppo bene che faccia avesse, ma la sorpresa di ieri sera è stata più che piacevole. Niente male. Anzi. Per il resto si è parlato poco, a parte i miei soliti monologhi di stronzate, diciamo che l’Opera non è il luogo adatto per chiacchiere; sono riuscito a mettere quasi a nanna l’ennepuntocave animale, anche se nn è stato facile e qualche battuta sconcia e pesante è uscita fuori senza neanche dover combattere contro l’autocensura, ma sono riuscito a nn ruttare è questo è molto, credetemi. Stando a quello che dice Optical_ensemble, cmq, Lei “si è molto divertita” e ha “passato una bella serata”. E il merito nn è stato certo di Mozart, su questo nn ho dubbi… Insomma, tocca riuscire e, sempre secondo Optical_ensemble, la cosa va bene. Bah, incrociassimo i ditini belli de mamma...
Messaggio N°544
27 Settembre 2005 - 17:54
OPERA, OPERA...
In mezzo a questo inferno di frustrazione e rabbia sono due settimane che mi sto sognando questo piccolo angolo di paradiso. Sto per uscire alla volte del Teatro dell’Opera di Roma, luogo di esaltazione mistica per chiunque ami sul serio la musica. Le nozze di Figaro di Wolfgang Amadeus Mozart. Non mai Mozart dal vivo neanche in esecuzione. Ora lo vedrò in una delle sue opere più importanti e la cosa un po’ di rischiara dalle scure nubi di questi giorni. Ogni volta che vado all’Opera mi elettrizzo.
Stasera, poi , c’è una variante stimolante: una presenza femminile che corteggio in stile galante da un paio di settimane (vabbuo, mi sono limitato a un paio di mazzi di fiori...). Il presente di oggi è una bottoniera con un’orchidea Cympidium bianca, nebiolina (gypsophila) e felce. Se ha il vestito nero lungo come sembra che abbia, io ci faccio un figurone e lei paja… Buonaserata. A domani, se la rabbia nn mi acceca ancora, il resoconto.
Messaggio N°530
26 Settembre 2005 - 09:58
* Riassumendo gli ultimi tre giorni di silenzio: lavoro, lavoro, lavoro. Le frustrazioni di una settimana moscia sono state compensate bene da un sabato accettabile e da una domenica pazzesca. Inoltre, Sara, la ragazza che doveva stare a bottega con me sabato notte è stata purtroppo tamponata di brutto e mi ha lasciato solo a negozio. Non ho avuto un momento di pausa. Però ho risparmiato quei 40 euri di garzona… Sono distrutto, stanco ma grazie al cielo ho il chiosco mezzo vuoto, il che significa ampio guadagno e minima perdita.
* Vita sociale? Zero assoluto. Niente. Nimmanco er blogghe. Giusto ieri sera prima di cena un visita a Mileto e gentile signora e una scorsa rapida ai vostri blog, nn me ne vogliate ma: molto lavoro = ninna presto.
* Almeno sono riuscito a finire la pagina del walzer di Chopin che sto studiando. Oggi vorrei fare almeno un'altra pagina, ma la vedo dura dura (troppe crome e alterazioni dopo 12 ore di lavoro…). Oddio, finita è una parola grossa: diciamo che so che dice, perché ho provato a suonarlo col tempo giusto (un allegretto, 144 sul metronomo) ed è stato un disastro… Poverini quelli che lo balleranno… per ora mi accontento di un 66-72… Mi si intrecciano i ditini!!!!!!!!!!
(Notare le occhiaie e la caratteristica formazione ennepuntocavesca delle chiazze rosse-verdastre sulla pelle bianco-giallognola)
Messaggio N°520
22 Settembre 2005 - 08:33
IL TEATRO DELL'OPERA DI ROMA
Un imprenditore maceratese, Domenico Costanzi, musicofilo, che abitava un bel palazzo in via Urbana, aveva il sogno di realizzare un teatro in un'area di sua proprietà presso Villa Strozzi, che si estendeva lungo l'attuale via del Viminale. Sembrava un'impresa folle, perché il Costanzi poteva contare solo sulle proprie forze e su un piccolo aiuto comunale. Inoltre, la zona, a quei tempi, era abbastanza isolata e distante dal centro. Ma l'albergatore, contro tutto e tutti, presentò nel 1887 un progetto dell'ingegnere milanese Sfrondini che ebbe esito positivo. Il progetto del teatro riguardava un blocco compatto confinante anche con una nuova strada a ridosso dell'albergo Quirinale in via Nazionale (al quale era collegato mediante un passaggio sotterraneo) e l'ingresso, con il portico per le carrozze, doveva aprirsi su questa nuova strada, mentre la sala e il palcoscenico erano situati, rispettivamente, verso via Firenze e via Torino. Tutt'intorno si svolgeva un doppio ordine di gallerie, con gli ingressi, i foyers e i servizi. L'auditorio a ferro di cavallo presentava tre ordini di palchetti sovrastati da un anfiteatro e da un loggione. Copriva il tutto una grande cupola realizzata in ferro come i palchetti. Il velario venne dipinto da Annibale Brugnoli. La costruzione del teatro durò dalla metà del 1878 ai primi anni del 1880, con spese che via via aumentarono, tanto che il Costanzi dovette vendersi la casa in via Urbana. L'inaugurazione avvenne il 27 novembre 1880, con la Semiramide di Rossini, alla presenza dei sovrani e delle grandi famiglie romane. Già in quella occasione si notò che la collocazione dell'ingresso era situata in un luogo troppo angusto, su una stretta via secondaria. Successivamente, nel gennaio 1881, si aprì la "Sala dei Concerti", ornata di stucchi e di specchi. Rimase in proprietà e in gestione privata sino ai primi anni del '900, quando il Teatro Costanzi (così era chiamato allora) passò in proprietà al Comune di Roma. Nel 1926 passò in possesso al Governatorato di Roma, che lo fece restaurare dal Piacentini, il quale ampliò l'edificio verso via del Viminale e la parte opposta, occupando l'area in cui si trovava l'angusto ingresso precedente. Il nuovo ingresso, con il portico costituito da due ali laterali ed un corpo centrale basso con un vestibolo, si affaccia su una nuova piazza (in piazza Beniamino Gigli, nella foto a sinistra) ricavata dall'area della ex villa Strozzi. Anche l'interno fu restaurato dal Piacentini con un quarto ordine di palchi, il potenziamento e la riorganizzazione degli impianti termici ed il palcoscenico fu ridotto a settori sopraelevabili e dotato di un grande schermo imitante un cielo come fondale. Ulteriori ristrutturazioni si ebbero negli anni '50, per non parlare dei nuovi allestimenti di Von Karajan in occasione del Don Giovanni di Mozart o di Luchino Visconti per la storica edizione de Le Nozze di Figaro mozartiane. Qui si ebbe la prima rappresentazione assoluta in epoca moderna di Alzira di Verdi (1967), della Fausta di Donizetti (1881) e dell'Erodiade di Massenet (1986), rappresentata per la prima volta in Italia in lingua originale. Una nota caratteristica e curiosa deriva dalla presenza di un grandioso lampadario in cristallo prismatico di Boemia che misura 6 metri di diametro, pesa 5200 kg ed ha 262 lampadine: è considerato il più grande d'Europa!
Messaggio N°502
16 Settembre 2005 - 23:16
CRISTOFORI'S DREAM
La cosa bella di questi due giorni è che ieri, tornando a casa, ho fatto finalmente la deviazione che volevo fare da mesi, all'improvviso, e sono andato a trovare Filippo. Anzi, il M.° Filippo.
Ho riniziato a studiare musica!!!!!!
Messaggio N°501
16 Settembre 2005 - 23:05
Assenza dovuta a lavoro e stanchezza. E poi non sempre si hanno cose a scrivere. Grazie per la grande affluenza. Allora, vediamo, che ho fatto in questi due giorni: 1) girato per ingrossi; 2) scaricato fiori svariate volte; 3) girato per chiese vedendo gente per degli addobbi che poi non mi hanno confermato; 4) pulito e risitemato il chiosco per almeno un paio di volte; 5) visto il video della traversata italiana in moto di Antonio (che è stata la cosa più devastante); andato a prendere Adriano alla Stazione termini appena chiuso oggi (2 ore e mezza di traffico di punta a Roma). Per cui mi sono premiato con una cena così:
1. antipasto di olive;
2. minestra faglioli e cozze;
3. Impepata di cozze;
4. formaggetta scottata.
5. vinello burino, giusto un bicchiere in questo momento.
Ciò detto, buonanotte. Vi racconterò poi quando capiterà di una donzella che, almeno secondo il buon Optical_ensenmble, pare mi abbia nei suoi pensieri (Dio voglia che sia, così mi fo finalmente una sana chiavata...)
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