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La filosofia della scienza di Karl Popper
Il problema di una teoria del metodo scientifico e la regola suprema
di Guido Marenco
Il metodo Popper si può sintetizzare in una battuta: nella scienza esiste sempre un confronto serrato tra un sistema di asserzioni dedotto da un'ipotesi scientifica, cioè una teoria con validità universale, e una serie di asserzioni ricavate per via empirica. Le asserzioni di tipo empirico possono falsificare quelle dedotte. Non può accadere il contrario. Nel convenzionalismo, purtroppo, esiste il rischio che ciò si verifichi. Il metodo del convenzionalista è ancora esposto al rischio di una dittatura del dogmatismo. Ovvero al pericolo di teorie che continuano a sopravvivere nonostante la scoperta di fenomeni che 'sconcordano' con esse e non possono trovare in esse alcuna spiegazione soddisfacente.
Abbiamo così rapidamente abbozzato i temi che svilupperemo qui. Trovare un metodo nuovo, spiegare per quale via logica si deducono le conseguenze di una ipotesi scientifica, come estrarre dalle esperienze le asserzioni in grado di falsificare gli enunciati dedotti.
Si potrebbe riportare tutto ciò al banalissimo conflitto tra teoria e pratica? E' un'approssimazione che rischia di portarci fuori strada perché, come vedremo tra breve, per Popper, anche le asserzioni più 'concrete' sono intessute di teoria e sono già scritte in linguaggio matematico. Non si può misurare una temperatura con il mercurio se non sappiamo perché il mercurio sale o scende lungo la scala graduata di un termometro. In prima battuta, mi sembra più utile semplificare in questo modo: la teoria getta nuova luce sulla dinamica degli eventi fisici, l'osservazione degli eventi fisici impone sempre di correggere e perfezionare le teorie. E' un gioco senza fine. Come in tutti i giochi è fondamentale stabilire delle regole intersoggettive valide, quindi anche convenzioni, ma è anche decisivo che il partecipante al gioco abbia un metodo, e sappia demarcare con cognizione di causa ciò che è scienza e ciò che non lo è. E' scientifica una teoria universale falsificabile.

L'universalità delle teorie e la necessità dell'assiomatizzazione
«Le teorie scientifiche sono asserzioni universali. Come tutte le rappresentazioni linguistiche, sono sistemi di segni o simboli. Non credo, dunque, che sia utile esprimere la differenza fra teorie universali e asserzioni singolari dicendo che queste ultime sono "concrete", mentre le teorie sono semplicemente formule simboliche o schemi simbolici; perché anche delle asserzioni più "concrete" possiamo dire la medesima cosa.
Le teorie - prosegue Popper - sono reti gettate per catturare quello che noi chiamiamo "il mondo". Ci sforziamo di rendere la trama sempre più sottile.» (1)
Per chiarire il senso e la validità universale delle teorie, Popper sviluppa il suo pensiero in diversi paragrafi della Logica che richiamiamo per titoli: Universalità stretta e universalità numerica; Concetti universali e concetti individuali; Asserzioni strettamente universali e asserzioni strettamente esistenziali; Sistemi di teorie; Alcune possibilità d'interpretazione di un sistema di assiomi. In ognuno di questi paragrafi Popper affronta aspetti molto intriganti del rapporto tra 'universale' e 'singolare'. Mi limito ad evidenziarne uno in quanto particolarmente utile a chiarire la posizione del filosofo austriaco.
Se è vero che le teorie cambiano continuamente e se ne aggiungono di nuove, è anche vero che tra esse permane un filo logico che le eleva a sistema di teorie compatibili o non-contraddittorie. Tuttavia, solo alcuni settori della scienza, e «solo temporaneamente», «acquistano la forma di un sistema elaborato e logicamente ben costruito.» Ciò sarebbe necessario perché solo così potremmo avere i controlli severi auspicati da Popper. La forma del sistema dovrebbe essere assiomatizzata.
«Si tratta di raccogliere tutte e sole le assunzioni di cui si ha bisogno per formare il vertice del sistema. Tali assunzioni vengono di solito chiamate gli "assiomi". [...] Gli assiomi si scelgono in modo tale che tutte le altre asserzioni appartenenti al sistema di teorie possono essere derivate dagli assiomi per mezzo di trasformazioni puramente logiche o matematiche.
Si può dire - prosegue Popper - che un sistema di teorie è assiomatizzato se è stato formulato un insieme di asserzioni, gli assiomi, che soddisfino le quattro seguenti condizioni fondamentali. a) Il sistema di assiomi dev'essere privo di contraddizioni (cioè, non deve contenere né asserzioni auto-contraddittorie né asserzioni che si contraddicono vicendevolmente). Questa condizione è equivalente all'esigenza che dal sistema non debbono essere deducibili asserzioni qualsiasi, scelte ad arbitrio. b) Il sistema deve essere indipendente, cioè non deve contenere assiomi deducibili da altri assiomi. (In altre parole, un'asserzione si può chiamare assioma soltanto se non è deducibile all'interno del resto del sistema). Queste due condizioni riguardano il sistema come tale; per quanto riguarda, invece, la relazione del sistema d'assiomi con il grosso della teoria, gli assiomi devono essere, c) sufficienti per dedurre tutte le asserzioni che appartengono alla teoria da assiomatizzare, e, d) necessari, per lo stesso scopo. Ciò significa che non devono contenere assunzioni superflue.»
Popper rifiuta di prendere in considerazione la necessità del carattere autoevidente degli assiomi come nella geometria euclidea. Essi possono essere considerati o come convenzioni, o come ipotesi empiriche o scientifiche. Come convenzioni, essi «trascinano» con sè l'uso e il significato dei termini e dei concetti primitivi. Si può dire che, talvolta, gli assiomi possono venire descritti come «definizioni implicite» delle idee che introducono. Si può così istituire un'analogia tra sistema di assiomi e e sistema di equazioni. «Anche se non è sufficiente a fornire una soluzione unica, il sistema di equazioni non permette che alle incognite (variabili) si sostituisca ogni combinazione concepibile di valori. Piuttosto, il sistema di equazioni caratterizza certe combinazioni di valori, o sistema di valori, come ammissibili, mentre ne caratterizza altri come inammissibili. In modo analogo, i sistemi di concetti possono possono essere distinti in ammissibili e inammissibili mediante quella che si potrebbe chiamare un'"equazione assertoria".»
Per chiarire il concetto di 'equazione assertoria', è sufficiente osservare che essa si ricava da una funzione proposizionale del tipo x + y = 12. Sostituendo a x e a y valori la cui somma dia sempre 12, si trasforma questa funzione in un'asserzione vera, ciò che per Popper è un'equazione assertoria. «Per mezzo di questa "equazione assertoria" si definisce una classe ben determinata di sistemi di valori ammissibili, e precisamente la classe di quei sistemi di valori che la soddisfano. L'analogia con un'equazione matematica è chiara. Interpretandolo non come una funzione assertoria, ma come un'equazione assertoria [...] diventa un'equazione nel senso ordinario del termine.» Questa semplice operazione può essere estesa all'intero sistema.
Tuttavia, possiamo anche considerare gli assiomi come ipotesi empiriche o scientifiche. Cioè "costanti extra-logiche". "Linea retta" o "punto", diventano "raggio luminoso" o "intersezione di raggi luminosi". Ciò potrebbe essere soddisfacente, ma Popper fa osservare che tale via porta a difficoltà connesse con il problema della base empirica. Non è chiaro che cosa sia un modo empirico di definire un concetto. Se il riferimento è a un oggetto concreto, il concetto stesso non può essere per Popper un concetto universale. D'altra parte, alcuni nomi universali non possono che rimanere indefiniti. Ed è questo che non va, visto che un concetto universale indefinito non può servire ad alcunché. Neppure li possiamo trattare come definiti implicitamente. Quest'uso, tra l'altro, «distrugge, inevitabilmente, il carattere empirico del sistema.» Si può superare lo scoglio solo con una decisione metodologica, adottando la regola che vieta di usare concetti indefiniti come se fossero definiti implicitamente.

Il Modus tollens
«All'interno di un sistema di teorie possiamo distinguere asserzioni appartenenti a vari livelli di universalità. Le asserzioni situate sul livello di universalità più alto sono gli assiomi; da esse si possono dedurre asserzioni situate sui livelli più bassi. Le asserzioni empiriche di livello più alto hanno sempre il carattere di ipotesi relative alle asserzioni di livello più basso deducibili da esse: possono essere falsificate falsificando queste asserzioni meno universali. Ma in ogni sistema ipotetico deduttivo queste asserzioni meno universali sono ancora, a loro volta asserzioni strettamente universali, nel senso in cui, qui, intendiamo quest'espressione.»
Ciò significa che anch'esse devono avere carattere ipotetico. Popper contesta a Mach, così, la valutazione della teoria di Fourier sulla conduzione del calore come "teoria modello della fisica" in quanto non fondata su un'ipotesi, ma su un fatto osservabile. Per Popper, non è 'fatto osservabile', ma ipotesi che "la velocità di livellamento di differenze di temperatura, purché queste differenze di temperatura siano piccole, è proporzionale a queste stesse differenze." Quella che per Mach è il frutto di un'induzione, per Popper diventa un'atto creativo. Il cogliere la proporzionalità è il risultato di un'intuizione e ogni intuizione non è altro che un'ipotesi falsificabile se scientifica, infalsificabile se metafisica.
Il modus tollens viene descritto da Popper così: poniamo che p sia una conclusione di un sistema t di asserzioni che può consistere di teorie e di condizioni iniziali. Possiamo allora simbolizzare la relazione di derivabilità (implicazione analitica) di p da t con "p segue da t". Assumiamo che p sia falsa, cioè non-p, ciò porta a falsificare tdata la relazione di deducibilità (p segue da t) e data l'assunzione di non-p. «Se denotiamo la congiunzione (l'asserzione simultanea) di due asserzioni [arriviamo a ] "se p è derivabile da t e se p è falsa, allora anche t è falsa."
«Mediante questo modo d'inferenza, falsifichiamo l'intero sistema (tanto la teoria quanto le condizioni iniziali) necessario per la deduzione dell'asserzione p, cioè, per la deduzione falsificante. Non è dunque possibile, di ogni singola asserzione del sistema, asserire che è, o non è, specificamente sconvolta dalla falsificazione. In relazione con questo fatto sta la seguente possibilità: in alcuni casi, per esempio nella considerazione dei livelli di universalità, possiamo attribuire la falsificazione a qualche ipotesi definita, per esempio a un'ipotesi introdotta ex novo. Ciò può accadere nel caso in cui una teoria ben corroborata, è stata spiegata deduttivamente con una nuova ipotesi di livello più alto. »

Il fondamento del metodo: la spiegazione causale
L'epistemologia è per Popper "la dottrina del metodo scientifico". Il metodo scientifico è ciò che rende possibile un'impresa rivolta a trovare spiegazioni soddisfacenti. «Per spiegazione (e spiegazione causale) si intende un insieme di asserzioni, una delle quali descrive lo stato di cose che si deve spiegare (l'explicandum), mentre le altre, le asserzioni esplicative, costituiscono la "spiegazione" nel senso più stretto della parola (l'explicans dell'explicandum).» (2)
Le spiegazioni non dovranno essere ad hoc, cioè non dovranno essere escogitate, come facevano gli antichi, ricorrendo ad un principio non indipendente dal fenomeno stesso. Spiegare un mare agitato dicendo che ciò dipende dalla furia del dio del mare Nettuno, rappresenta un tipo di argomentazione circolare che non spiega nulla e lascia insoddisfatti. Una spiegazione realmente soddisfacente impone che l' explicandum sia connesso ad una questione reale, o di fatto. Bisogna che le asserzioni che costituiscono l' explicandum, siano indipendenti dall'explicans.
La spiegazione causale è la deduzione da una legge universale adatta alla dinamica dell'evento che vogliamo spiegare. «Per esempio, possiamo dire di aver dato una spiegazione causale della rottura di un certo pezzo di filo se abbiamo trovato che il filo ha una resistenza alla trazione di 1/2 kg, ed è stato caricato con un peso di 1kg.»
L'analisi dell'evento 'rottura di un filo' conduce Popper alla definizione degli ingredienti necessari alla spiegazione causale completa: 1) asserzioni universali; 2) asserzioni singolari, «che valgono per l'evento specifico in questione e che chiamerò "condizioni iniziali". Dalle asserzioni universali, insieme con le condizioni iniziali, deduciamo l'asserzione singolare: "Questo filo si romperà". Diciamo che quest'asserzione è una predizione specifica, o singolare.»
Le condizioni iniziali descrivono la causa. La predizione anticipa l'effetto. Ma Popper vuole evitare l'uso di tali termini, considerati metafisici. «In fisica l'uso dell'espressione "spiegazione causale" è limitato, di regola al caso speciale in cui le leggi di natura hanno la forma di leggi di "azione a contatto", o, più precisamente, di azione a distanza che tende a zero, espresse da equazioni differenziali.»
La regola metodologica che Popper intende proporre risponde molto strettamente al "principio di causalità", e quest'ultimo potrebbe essere considerato come la versione metafisica di tale regola. «Si tratta della semplice regola secondo la quale non dobbiamo abbandonare la ricerca di leggi universali e di sistemi coerenti di teorie, né dobbiamo rinunciare ai nostri tentativi di spiegare causalmente qualunque tipo di evento che siamo in grado di descrivere. Questa regola guida il lavoro del ricercatore scientifico. In questo libro non accettiamo il punto di vista secondo cui la fisica ha oggi stabilito che almeno all'interno di un singolo campo non ha alcuna importanza l'andare ancora alla ricerca di leggi.»
Qui Popper polemizza esplicitamente con le posizioni di Schlick, e indirettamente con il fisico Heisenberg. Del significato e della portata di tale polemica daremo conto in un altro file.

Ovviamente, questo tipo di approccio è possibile perché esiste una mentalità scientifica moderna, una tradizione di metodi ed una conoscenza di sfondo. Popper riconoscerà, in un secondo tempo, l'importanza e l'incidenza di tali fattori, ma al primo impatto della Logic, egli preferì insistere su aspetti metodologici anziché storici.
Scegliere un metodo è decidere il modo in cui si devono trattare le asserzioni scientifiche. «Naturalmente queste decisioni dipenderanno a loro volta dallo scopo, che scegliamo tra un certo numero di scopi possibili. La decisione che propongo qui, per stabilire regole appropriate per ciò che chiamo "metodo empirico".è strettamente connessa con il mio criterio di demarcazione: propongo di adottare regole tali che assicurino la controllabilità delle asserzioni scientifiche; in altre parole, regoli tali da assicurarne la loro falsificabilità.»

La regola della costruzione di regole
Può esistere una teoria delle teorie, cioè una teoria delle regole con le quali costruire teorie? Popper risponde operando una distinzione: dipende dal nostro atteggiamento nei confronti della scienza. I positivisti vedono nella scienza un sistema di asserzioni che soddisfano determinati criteri logici quali la significanza e la verificabilità. Popper, si è già visto, non è soddisfatto dall'approccio neopositivista, pur essendo «prontissimo ad ammettere la necessità di un'analisi puramente logica delle teorie». Ma, questo tipo di analisi non tiene conto di come si sviluppano e si modificano le teorie stesse. Rimanendo sul piano logico, non si potrà mai realizzare nessuna prova conclusiva circa la falsità di una teoria. Infatti: «... è sempre possibile dire che non ci si può fidare dei risultati sperimentali, o che le discrepanze che si afferma esistono tra i risultati sperimentali e le teorie sono soltanto apparenti e svaniranno con il progredire della nostra comprensione.» Questa è storia ben nota, soprattutto nel campo delle scienze sociali, ma ne fecero uso contro Einstein i sostenitori della meccanica newtoniana. Se si caratterizza la scienza empirica unicamente ricorrendo alla struttura logica, «non saremo in grado di escludere da essa quella forma predominante di metafisica che risulta dall'elevare al grado di verità incontrovertibile una teoria scientifica sorpassata.»
Per Popper, dunque, la metodologia stessa non è una scienza empirica e non si può ricavare dalle esperienze. Una metodologia ricavata dall'empirismo corrisponde ad una concezione naturalistica per la quale «lo studio del comportamento effettivo dello scienziato ... può essere descritto come un punto di vista "naturalistico".» [...]
«Tuttavia, quella che io chiamo "metodologia" non dev'essere scambiata per una scienza empirica. Io non credo che, usando i metodi della scienza, sia possibile decidere qualsiasi controversia come quella se la scienza usi davvero un principio di induzione e non lo usi. E i miei dubbi aumentano quando rammento che rimarrà sempre materia di convenzione o di decisione che cosa si debba chiamare "scienza" e chi si debba chiamare "scienziato".
Io credo - prosegue Popper - che le questioni di questa guerra si debbano trattare in un modo diverso. Per esempio, possiamo prendere in considerazione e paragonare tra loro due differenti sistemi di regole metodologiche: l'uno fornito e l'altro sprovvisto di un principio di induzione. E possiamo poi esaminare se tale principio, una volta introdotto, possa essere applicato senza dare origine a contraddizioni; se ci sia di qualche aiuto; se ne abbiamo realmente bisogno. Proprio questo questo genere di ricerca mi persuade a fare a meno del principio di induzione; non perché di fatto tale principio non venga mai usato nella scienza, ma perché penso non sia indispensabile; che non ci sia d'aiuto e, addirittura, che dia origine a contraddizioni.
Respingo pertanto il punto di vista naturalistico. E' un punto di vista acritico. I suoi sostenitori non riescono ad accorgersi che, ogni qualvolta credono di aver scoperto un fatto, si sono limitati a proporre una convenzione.»
Le regole metodologiche sono convenzioni. Esse sono le regole del gioco della scienza empirica e «differiscono dalle regole della logica pura quasi quanto ne differiscono le regole degli scacchi, che pochi considererebbero come facenti parte della logica pura
Credo che Popper si riferisse esclusivamente alle regole, e non alle tattiche di gioco, considerato che il gioco stesso potrebbe essere definito come il trionfo di una logica applicata in un contesto di regole ferree. Ebbene, prosegue Popper, il gioco della scienza dimostra «che ben difficilmente sarebbe corretto porre un'indagine sul metodo sullo stesso livello di una ricerca puramente logica.»

A questo punto, Popper fa due esempi di regole di metodo.
«1) Il gioco della scienza è, in linea di principio, senza fine. Chi, un bel giorno, decide che le asserzioni scientifiche non hanno più bisogno di nessun controllo, e si possano ritenere verificate definitivamente, si ritira dal gioco.

2) Una volta che un'ipotesi sia stata proposta e controllata e abbia provato il suo valore, non dovrebbe più, senza una "buona ragione", poter scomparire dal posto che occupa. Una "buona ragione" può essere, per esempio, la sostituzione all'ipotesi di un'altra ipotesi meglio controllabile, o la falsificazione di una delle conseguenze dell'ipotesi.»

C'è da notare che per Popper, la connessione tra le varie regole metodologiche non è strettamente deduttiva, cioè logica. Certo, in primo luogo si dovrà formulare una «regola suprema che serve come una specie di norma per decidere sulle regole rimanenti». Questa regola delle regole dirà che le regole «devono essere progettate in modo tale da non proteggere dalla falsificazione nessuna asserzione della scienza.» Accettare questo principio «rende appropriato parlare di una teoria del metodo.»

Da quanto esaminato finora, emerge che un sistema teorico di asserzioni scientifiche non può essere salvato da qualsivoglia stratagemma convenzionalistico. Siamo assicurati contro tale eventualità, sempre incombente, in particolare contro la tentazione di realizzare per ogni sistema la sua «corrispondenza con la realtà.» Impresa sempre a rischio di dogmatismo.
Quella descritta non è altro che una decisione e potrebbe anche contenere elementi di irrazionalità. In proposito, mi consento di osservare, tuttavia, che nel confronto tra i due sistemi metodologici indicati da Popper la decisione non può essere tra testa e croce, o seguire un impulso a saltare nel vuoto. Se scegliamo il criterio popperiano della "buona ragione", cioè della falsificabilità invece del convenzionalismo duhemiano, è perché esso risulta migliore alla luce di un'evidenza, quella che essa esplicita tutto ciò che potrebbe smentirla in modo empirico, cioè appellandosi a fatti, eventi, stati di cose ed esperimenti.
Popper definisce, così, cosa è una teoria «empirica» (e quindi cosa non la è) asserendo che non ci può essere teoria scientifica non-falsificabile. Una teoria è soddisfacente «quando divide in modo non ambiguo la classe di tutte le possibili asserzioni-base in due sottoclassi non vuote.»
La prima classe è costituita da tutte le asserzioni con le quali entra in conflitto, è la classe dei falsificatori potenziali.Fanno parte di questa classe tutte le asserzioni che la teoria esclude o proibisce.
La seconda classe è costituita dalle asserzioni-base che la teoria consente. Secondo Popper, una teoria fa asserzioni di tipo negativo, cioè asserisce la falsità dei falsificatori, ma non dice nulla circa le sue asserzioni-base positive. «In particolare, non dice che sono vere.»

Quella che abbiamo testè letto è una frase che testimonia l'altissimo livello speculativo raggiunto da Popper, ed è per questo che dà da pensare. Se un fatto singolare non entra, in veste di asserzione descrittiva dello stesso fatto, in conflitto diretto con la teoria, ciò non vuol dire che tale asserzione sia vera. E' impossibile determinare quando e come le asserzioni-base sono vere nell'ambito scientifico circoscritto da Popper, ma resta aperta la porta del controllo intersoggettivo. Perché ciò possa avvenire, la asserzioni-base devono avere la forma logica di enunciati singolari esistenziali in grado di confutare un'asserzione universale. Perché? Perché nessuna di tali asserzioni può essere unicamente dedotta da un principio teorico strettamente universale. In altre parole, ogni asserzione-base deve riferirsi a una 'condizione materiale', a un accadimento controllabile intersoggettivamente, sia esso un evento naturale o un esperimento preparato artificialmente da uno scienziato. Una precisa condizione è che l'evento sia ripetutamente osservabile e quindi ricontrollabile.
Un'asserzione-base deve «essere a sua volta un'asserzione intorno a proposizioni relative di corpi fisici, o dev'essere equivalente a qualche asserzione di base di questo tipo "meccanicistico" o "materialistico".» Tale è la base di controllo delle procedure scientifiche.

In sostanza, in ogni procedimento veramente scientifico, secondo Popper, noi ci troviamo di fronte ad uno scenario siffatto: da un lato abbiamo una ipotesi che afferma un principio od una legge, dall'altro abbiamo tutta una serie di asserzioni ricavate dall'esperienza che possono contraddire e quindi falsificare tale principio.
Dal principio enunciato derivano infatti una serie di affermazioni e negazioni di tipo logico.

Il controllo di una teoria
Il controllo di una teoria scientifica si sviluppa secondo quattro procedimenti che Popper descrive così: «Per primo viene il confronto logico delle conclusioni tra loro: confronto per mezzo del quale si controlla la coerenza interna del sistema. In secondo luogo viene l'indagine della forma logica della teoria, il cui scopo è quello di determinare se la teoria abbia carattere di teoria empirica o di teoria scientifica, o se sia, per esempio, tautologica. In terzo luogo viene il confronto con altre teorie, il cui scopo principale è quello di determinare se la teoria costituisca un progresso scientifico, nel caso che sopravviva ai vari controlli a cui l'abbiamo sottoposta. E infine c'è il controllo della teoria condotto mediante le applicazioni empiriche delle conclusioni che possono essere derivate da essa.» E' evidente che la logica assume nel controllo un ruolo preponderante, dove per logico si intende il carattere deduttivo del procedimento. «Con l'aiuto di altre asserzioni già accettate in precedenza si deducono dalla teoria certe asserzioni singolari che possiamo chiamare "predizioni": in particolar modo predizioni che possono essere controllate o applicate con facilità. Tra queste asserzioni scegliamo quelle che non sono derivabili dalla teoria corrente, e, più in particolare, quelle che la teoria corrente contraddice. In seguito andiamo alla ricerca di una decisione riguardante queste (e altre) asserzioni derivate, confrontando queste ultime con i risultati delle applicazioni pratiche e degli esperimenti. Se questa decisione è positiva, cioè se le singole conclusioni si rivelano accettabili o verificate, la teoria ha temporaneamente superato il controllo: non abbiamo trovato alcuna ragione per scartarla.» Se la decisione risulta negativa, ovvero se le conclusioni sono uscite dal controllo falsificate, avremo allora che tale falsificazione falsifica anche la teoria da cui sono state dedotte logicamente le conclusioni. Popper fa osservare che una decisione positiva circa la validità di una teoria ha validità provvisoria, «perché può sempre darsi che successive decisioni negative la scalzino. Finché una teoria affronta con successo controlli dettagliati e severi, e nel corso del progresso scientifico non è scalzata da un'altra teoria, possiamo dire che ha "provato il suo valore" o che è stata "corroborata" dall'esperienza passata.»

Falsificabilità, falsificazione e l'evidenza del carattere 'provvisorio' di una teoria
La falsificabilità di una teoria scientifica rappresenta il grado della sua scientificità e la sua distanza da una semplice ipotesi metafisica. Una teoria è tanto più falsificabile quanto maggiore è il numero di asserzioni di base (e quindi di previsioni) che riesce a produrre. La definizione della falsificabilità non è però lineare come potrebbe sembrare a prima vista. Essa pone numerosi problemi, a partire dalla questione del falsificante (falsificatore potenziale). Un accadimento singolo, non riproducibile, non ha alcun significato per la scienza. Che è come dire che un'eccezione singolare è un evento eccezionale destinato a rimanere inspiegabile o fantastico. «E' dunque difficile che poche asserzioni-base, prive di relazioni tra loro, che contraddicono una teoria, ci inducano a rifiutarla come falsificata. La consideriamo falsificata soltanto se scopriamo un effetto riproducibile che confuta la teoria. In altre parole accettiamo la falsificazione soltanto quando sia proposta, e risulti corroborata, un'ipotesi empirica di basso livello che descriva un simile effetto. Un'ipotesi di questo genere può essere chiamata un'ipotesi falsificante. La condizione che l'ipotesi falsificante debba essere empirica, e perciò falsificabile, significa soltanto che essa deve stare in una certa relazione logica con possibili asserzioni-base; quest'esigenza riguarda dunque soltanto la forma logica dell'ipotesi. La clausola che l'ipotesi debba essere corroborata si riferisce ai controlli che essa dovrebbe aver superato: ai controlli che la mettono a confronto con asserzioni-base accertate.»
Nelle note al testo Popper sente l'esigenza di precisare che il riferimento ad asserzioni-base accertate potrebbe anche portare ad un regresso infinito. Ad evitare un simile rischio occorrono regole metodologiche per accettare le asserzioni-base. Ma proprio nella ricerca di queste regole, «possiamo trovarci impigliati in un regresso all'infinito. A ciò rispondo che le regole di cui abbiamo bisogno sono unicamente regole per accettare asserzioni-base che falsifichino un'ipotesi ben controllata e finora accettata; e le asserzioni-base alle quali la regola fa ricorso non devono necessariamente avere questo carattere. Inoltre, la regola formulata nel testo è ben lontana dall'esaurire tutti i casi possibili; essa si limita a menzionare un aspetto importante dell'accettazione delle asserzioni-base che falsificano un'ipotesi altrimenti feconda...»

L'esigenza della falsicabilità, allora, «risulta spaccata in due parti.» Secondo Popper, la prima di esse, cioè il postulato metodologico, sarebbe perfetto. La seconda, cioè il criterio logico, verrà perfettamente definito una volta chiarito quale tipo di asserzioni dobbiamo chiamare asserzioni-base.
Adottando un linguaggio meno formale e più «realistico», Popper chiarisce che un'asserzione descrive un accadimento; e ciò, nonostante vi sia stato qualcuno che abbia proposto di bandire l'uso di termini come evento o accadimento, a favore di una discriminazione sulla verità o falsità delle asserzioni. «E' abbastanza facile definire il suo uso in modo da renderlo inattaccabile dalle critiche. Infatti possiamo usare questo termine in modo tale da essere in grado, tutte le volte che parliamo di un accadimento, di parlare invece di qualcuna delle asserzioni singolari che gli corrispondono.»
Naturalmente, un'asserzione base deve corrispondere a posizioni relative di corpi fisici in movimento, e questa è la base ultima di controllo della scienza. Ogni asserzione base relativa ad un evento deve essere controllabile e ricontrollata ma, prima o poi gli scienziati devono decidere se accettarla o respingerla, anche se non si danno un luogo ed un tempo definiti per considerare ultimato un controllo. Scrive Geoffrey Stokes in merito: «... ciò significa anche che di solito gli scienziati si arresteranno di fronte ad un'asserzione di base facile da controllare e sulla quale "possono mettersi facilemente d'accordo"; un disaccordo, invece, implicherà ulteriori controlli e, se questi non portano ad alcun risultato o accordo, potremo concludere che le asserzioni non erano controllabili intersoggettivamente, o forse che non trattavano di eventi osservabili.» (3)

Il carattere provvisorio di tutte le teorie scientifiche, anche le più controllate e confermate, è evidente. Così come sembra evidente l'impossibilità disporre di confutazioni conclusive. Ma questo non è, secondo Popper un problema serio. Tanto più, se le esperienze percettive vanno considerate come eventi psicologici, e dunque non si danno relazioni logiche tra esse e le proposizioni che le descrivono. Ricordiamo da dove eravamo partiti, ovvero là dove Popper aveva scritto: «Le esperienze possono motivare una decisione, e quindi l'accettazione o il rifiuto di un'asserzione, ma un'asserzione di base non può essere giustificata da esse, più di quanto non possa essere giustificata battendo il pugno sul tavolo.»

Un'affermazione simile merita un piccolo approfondimento, visto «che la situazione effettiva è piuttosto differente da quella prospettata dall'empirista ingenuo, o da chi crede nella logica induttiva. Costui pensa che si cominci raccogliendo e ordinando le nostre esperienze, e che in questo modo si salga la scala della scienza. O, per usare un modo di parlare più formale, che quando desideriamo costruire una scienza dobbiamo raccogliere, prima di tutto, enunciati protocollari. Ma se qualcuno mi comanda: "Registra quello che stai esperendo ora", molto difficilmente saprò come obbedire a un comando così ambiguo.»
Popper vul dire, cioè, che accatastando esperienze quotidiane e cercando di ordinarle, non potremo mai formare una scienza. «Una scienza esige punti di vista, e problemi teorici.» La regola è che accettare o rifiutare asserzioni di base entra in funzione quando si ha occasione di applicare una teoria: «di fatto l'accordo fa parte di un'applicazione che sottopone a controllo una teoria. Pervenire a un accordo sulle asserzioni-base equivale, come altri tipi di applicazione, a compiere un'azione tendente a uno scopo, guidati da varie considerazioni teoriche.»
In tal guisa siamo così in grado di risolvere il problema posto da Whitehead, di come sia possibile, cioè, che un pasto "tattile" (saporito) sia sempre accompagnato da un pasto "visibile", e che la copia del Times che stiamo toccando, e sentiamo frusciare tra le dita, sia sempre venduta insieme al Times visibile, o persino odorabile (fresco di stampa).
Secondo Popper, «il logico induttivista, che crede che tutta la scienza prenda le mosse da percezioni elementari prive di connessioni reciproche, non può non provare imbarazzo di fronte a simili coincidenze regolari, che devono sembrargli interamente "accidentali". Ciò che gli impedisce di spiegare le regolarità ricorrendo alle teorie è il fatto di essere impegnato nel punto di vista secondo cui le teorie non sono altro che asserzioni di coincidenze regolari.»
A parte l'esagerazione - cioè dipingere l'empirista in questo modo caricaturale - Popper vuol dire che le nostre esperienze possono ricevere connessione logica solo grazie a teorie, idee che possono farci pensare che la luna visibile sia anche tattile, o che, aggiungo io, il suono di un trombone sia solo udibile ma non commestibile o tattile.
«Rimane - conclude Popper con una domanda - una questione a cui ovviamente nessuna teoria a cui nessuna teoria falsificabile può dare una risposta, e che pertanto è "metafisica": come mai abbiamo così spesso fortuna con le teorie che costruiamo; come mai ci sono "leggi naturali"?»

Come è possibile la scienza?
Il senso della domanda è proprio questo. Ma la risposta sarebbe persino ovvia: perché viviamo in un mondo caratterizzato da alcune grandi regolarità, dunque prevedibile. Ma se qualcuno si ostina a trarre anche questa asserzione dall'esperienza, sbaglia. Se andiamo con un solo balzo al capitolo X della Logica, troviamo cosa pensa Popper a proposito del 'principio dell'uniformità della natura'. «In favore di questa argomentazione c'è qualcosa da dire; ma quello che c'è da dire non modifica la mia tesi. L'argomentazione in parola esprime la fede metafisica nell'esistenza di regolarità nel nostro mondo (fede che che io condivido, e senza la quale l'azione pratica è quasi inconcepibile). Tuttavia la questione che dobbiamo affrontare - la questione cioè che rende significante in questo contesto la non-verificabilità delle teorie - è situata su di un piano completamente diverso. Coerentemente con il mio atteggiamento verso altre questioni metafisiche, mi asterrò dall'argomentare pro o contro la fede nell'esistenza di regolarità nel nostro mondo. Ma tenterò di mostrare che la non-verificabilità delle teorie è importante dal punto di vista metodologico. Su questo piano mi oppongo all'argomentazione che ho presentato... [...] » Il 'principio dell'uniformità della natura' esprime in modo superficiale una regola metodologica, cioè quella secondo cui qualsiasi nuovo sistema di ipotesi dovrebbe saper spiegare ugualmente, se non meglio, le vecchie regolarità.
«Supponiamo che domani il sole non sorga (e che nonostante ciò continuiamo a vivere e a perseguire i nostri interessi scientifici). Se una cosa del genere dovesse accadere, la scienza dovrebbe tentare di spiegarla, cioè di derivarla da leggi. E' presumibile che si dovrebbero rivedere in maniera drastica certe teorie esistenti; ma le teorie, dopo essere state rivedute non dovrebbero solo rendere conto del nuovo stato di cose: dovrebbero essere tali che da esse sia possibile derivare anche le nostre esperienze antecedenti. Dal punto di vista metodologico si può vedere qui che al principio dell'uniformità della natura si sostituisce il postulato dell'invarianza delle leggi di natura rispetto sia al tempo sia allo spazio. Io penso, perciò, che sarebbe un errore asserire che le regolarità naturali non cambiano. (Questa sarebbe un'asserzione tale che non si potrebbe argomentare né in suo favore né in suo sfavore). Ciò che dovremmo dire, piuttosto, è che fa parte della nostra definizione delle leggi di natura il postulare che esse devono essere invarianti rispetto a spazio e tempo, ed anche il postulare che non devono avere eccezioni. Così da un punto di vista metodologico, la possibilità di falsificare una legge corroborata non è affatto priva di significato. Ci aiuta a trovare che cosa esigiamo, e che cosa ci aspettiamo dalle leggi di natura. E il "principio dell'uniformità della natura" può di nuovo essere considerato come un'interpretazione metafisica di una regola metodologica, proprio come il suo stretto parente, la "legge di causalità".»

(continua)

1) K. R. Popper - La logica della scoperta scientifica - Einaudi 1970. Tutte le citazioni di Popper, salvo (2) sono tratte da questo testo
2) K. R. Popper - Scienza e filosofia - Einaudi 1969 e 1991
3) G. Stokes - Popper - Il Mulino 2002
gm - 2 agosto 2006